Il pallagrello, vino reale alla tavola di Ferdinando

pallagrello.jpgAngelo Forgione La sfera è simbolo di perfezione, concetto che ben si può applicare anche all’enologia campana, in cui spiccava nel Settecento un’uva detta la pallarella proprio per la sfericità degli acini. Quell’uva non è scomparsa ma è ancora coltivata nel Casertano sotto altro nome, che è una trasformazione di quello antico: da pallarella a pallagrello.
Uva eccellente di bacca bianca e rossa, delle migliori, blasonata, per vini nobili da portare insieme a quelli francesi sulla tavola reale di Ferdinando di Borbone, che lo selezionava dai menu di casa reale con una certa fierezza e preferenza. Fu lui stesso a volere l’uva pallarella, l’unica italiana, nella storica Vigna del Ventaglio a San Leucio, in cui si lavoravano le più pregiate del Regno. Un semicerchio diviso in dieci raggi per dieci viti di diversa specie, dove la pallarella era contrassegnata col nome del vino che dava: Piedimonte Rosso e Piedimonte Bianco. Il Pallagrello era offerto anche in dono pregiato ai diplomatici e plenipotenziari stranieri. Poi, nel primo Novecento, con la decadenza e l’abbandono dei territori meridionali e la filossera, di quest’uva si sono perse le tracce, per poi tornare in auge qualche anno fa, riscoperta e ben rilanciata fino a diventare improvvisamente di tendenza.

‘O curniciello contro la profezia dei Maya, Napoli esorcizza l’apocalisse

12-12-12 contro 21-12-12, il Consorzio Artigianapoli promuove il “Corno Show”

Una mostra dissacrante sul tema della scaramanzia, un evento di auspicio e buona sorte, ma anche e soprattutto un omaggio a Napoli. Questo è il “Corno Show”, manifestazione promossa dal Consorzio Artigianapoli che sarà presentata in conferenza stampa mercoledì nella Sala del Consiglio della Camera di Commercio di Napoli, a Piazza Bovio. Non un giorno a caso, visto che si tratta del 12-12-12 alle ore 12:12, data scelta per sperimentare le capacità esorcizzanti del simbolo per eccellenza della scaramanzia partenopea a confronto con la profezia apocalittica dei Maya, che cadrebbe, come è noto, il 21-12-12.
Alla conferenza stampa moderata da Ottavio Lucarelli (presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania) interverranno Jean-Noël Schifano (intellettuale, editore e critico d’arte), Maurizio Maddaloni (presidente della Camera di commercio), Elena Coccia (vicepresidente del Consiglio comunale), Teresa Girosi (vicedirettore dell’Accademia di Belle Arti), Aldo Filona (responsabile Unità operativa Microcitemia) e Patrizio Rispo (attore).
Partendo da uno spirito goliardico da contrapporre ai tempi di crisi, il “Corno Show” coinvolgerà l’alta scuola di trentaquattro artisti napoletani, quindici dei quali già affermati, altrettanti giovani emergenti e poi una rappresentanza di allievi dell’Accademia di Belle Arti. La mostra si concretizzerà nella realizzazione di un percorso di corno-istallazioni di arte contemporanea che attraverserà il centro storico della città. Un trionfo dunque dell’antico amuleto dal potere apotropaico ma anche dell’artigianato napoletano che perpetua e vivifica la tradizione, modellando con perizia e talento i veicoli millenari della nostra superstizione.
Il corno è uno dei più diffusi portafortuna dell’Italia meridionale. Usi e costumi tradizionali lo indicano come amuleto, scacciaguai e utile protezione contro invidie, malocchio e imprevisti d’ogni tipo. Ma come nasce il mito del cornetto rosso? Per scoprirlo bisogna andare a ritroso fino al 3500 a.C. e scavare in un insolito intreccio di storia, mitologia e antropologia. Nell’età neolitica gli abitanti delle capanne erano soliti appendere sull’uscio della porta corna di animali, simbolo di potenza e fertilità. La fertilità veniva associata alla fortuna perché più il popolo era fertile più era prospero, e quindi fortunato. Nella mitologia egizia invece si era soliti offrire dei corni come voto a Iside, dea della maternità e della fertilità, affinchè assistesse gli animali nella procreazione in quanto essi erano sostentamento e ricchezza delle tribù. Nella mitologia greca si narra invece che il padre degli dei Zeus, per ringraziare le ninfe Adrastea ed Io che l’avevano cresciuto a riparo dal padre a Crono e nutrito col latte della loro capretta Amaltea, donò loro un il corno che Amaltea si ruppe battendo contro un albero, dal quale sarebbe apparso tutto quello che le ninfe avessero desiderato (ancora oggi la cornucopia viene considerata simbolo di buon augurio e abbondanza). Nella cultura italica invece, i romani, commercianti e uomini pratici, ritenevano il corno simbolicamente rappresentante il fallo, dunque metafora di prosperità, ottimo portafortuna per affari, denaro e attività produttive. È solo nel medioevo che l’uso del corno assume dimensione magica, divenendo referente apotropaico per antonomasia: simbolo di fortuna, buona sorte e dell’allontanamento delle influenze maligne. Per rilasciare i propri influssi benefici il talismano doveva essere rosso e fatto a mano. Rosso perché questo colore simboleggiava il sangue dei nemici vinti. Fatto a mano perché si riteneva nelle arti magiche che ogni talismano acquisisse i poteri benefici dalle mani del produttore. Ancora oggi rimane nella tradizione napoletana l’uso del “curniciello” ritenuto oggetto scaramantico e allontanatore della “jella”. Ma attenzione: per funzionare deve essere un dono (la fortuna va augurata!), deve essere in corallo (questa pietra rara e preziosa veniva associata col potere di scacciare malocchi e proteggere le donne incinte) e deve essere concavo così da essere al suo interno riempito di sale. Buona Fortuna a tutti!

Radio Popolare Milano “indaga” su V.A.N.T.O.

“Millevalvole” è un programma di Radio Popolare Milano diffuso in Lombardia ed Emilia Romagna che cerca di star dietro al mondo dei media che cambiano la nostra vita, a una grande lavatrice che continua a mutare forma e colore. “Una trasmissione che ha la presunzione di voler scoprire le trasformazioni e le tendenze dell’umana e disumana esistenza”, come recita la presentazione degli autori.
Tra queste tendenze c’è anche la nuova riscoperta dell’identità napoletana, indagata dal programma della radio milanese nella puntata di Giovedì 8 Novembre attraverso la conoscenza con V.A.N.T.O.. Qualche prurito sulla questione “panettone napoletano”, un po’ di diffidenza mista a curiosità e tanta cordialità discutendo della realtà partenopea.

Passo indietro del Gambero Rosso: «scusate l’incompetenza»

a “Uno Mattina”, eloquente rettifica verbale di un curatore della guida

Angelo Forgione – E ora scopriamo che la scrittura del “software” che fa girare la Guida Ristoranti 2013 del Gambero Rosso è incompleta e i programmatori stanno lavorando ad un “aggiornamento” per renderlo corretto. La metafora informatica calza a pennello per descrivere un “errore di sistema” che danneggia l’immagine della pizza napoletana (ma non il gusto). Giancarlo Perrotta, uno dei due curatori di origini napoletane della guida, intervenuto a “Uno Mattina”, si è sostanzialmente scusato e ha chiesto pazienza per l’errore.
«Non c’è dubbio che la migliore pizza sia a Napoli – ha detto Perrotta. Noi sulle pizzerie, lo riconosciamo, non siamo ancora così esperti come lo siamo sui ristoranti e le trattorie. La nostra guida recensisce 2015 esercizi, di questi solo 26 sono pizzerie e abbiamo iniziato solo quest’anno. Quindi chiediamo un pochettino di tempo perché vogliamo essere presenti sulla città di Napoli… i napoletani si ribellano giustamente».
Perrotta, come il gambero, fa un passo indietro e ammette di aver valutato senza sufficiente competenza e senza aver ben sondato la piazza napoletana. E questo la dice lunga su una valutazione effettuata sulla base di “diversi criteri” che non hanno troppo a che fare con la qualità e la meritocrazia. L’esperto gastronomo chiude la sua pubblica ammenda allargando le braccia in segno di resa ad una reazione napoletana evidentemente non preventivata. Una leggerezza, perchè la tradizione plurisecolare e la storia non si aggiornano ma si tramandano. Di fronte a lui la piemontese Elisa Isoardi che, da par suo, “scherza” con il napoletano Franco Di Mare.

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Pizzaioli napoletani contro il “Gambero Rosso”. E la pizza diventa italiana.

È ormai in atto la volontà di “cambiare” il piatto napoletano (verso l’UP)

Angelo Forgione – La manifestazione di protesta nei confronti del “Gambero Rosso” tenutasi alla pizzeria Sorbillo ai Tribunali, che ha promosso due romani e un veronese tra i migliori pizzaioli d’Italia, era un’occasione ghiotta per trovare uno spunto che mettesse a fuoco la situazione. I dubbi erano tanti, e l’assenza dell’annunciato Stefano Bonilli, fondatore di “Gambero Rosso”, li ha amplificati ancor di più. Anche perchè sulla Gazzetta gastronomica è stato proprio Bonilli a precisare con un messaggio in calce ad un articolo che non ne sapeva nulla, tantomeno dei motivi delle scelte del “Gambero Rosso”.
Gino Sorbillo ha distribuito pizze “a portafoglio” per dimostrare che la vera pizza, quella napoletana, si piega a libretto come non si può fare con l’altra. Ascoltando le varie voci, mi è venuto improvvisamente in mente l’evento “Pizza Up”, un simposio annuale che si propone di mettere a confronto le diverse tecniche di lavorazione della pizza e degli impasti. Un evento la cui anteprima dell’edizione 2012 si è tenuta proprio a Napoli in tarda primavera. E così mi è rimbalzata in testa l’affermazione pronunciata da una relatrice: «la pizza non è esclusiva proprietà gastronomica di Napoli ed è bene che ci si convinca tutti che esistono altre pizze altrettanto buone e forse anche più conosciute e gradite di quella napoletana». La frase la pronunciò Chiara Quaglia, titolare dell’omonima azienda di produzione di farine di grano tenero per la pizza, che chiuse il suo intervento con una dichiarazione ancora più netta capace di far irritare i pizzaioli napoletani presenti: «La fama della pizza napoletana è ormai puro romanticismo».
Dopo la vicenda del “Gambero Rosso”, quella frase illuminante mi manda alla ricerca della provenienza dell’azienda. Sede nel padovano, a Vighizzolo d’Este, nella stessa regione di uno dei premiati dal “Gambero Rosso” nonché del discusso governatore leghista Zaia. Spulcio i siti istituzionali e cosa noto? Che il “Pizza Up” è organizzato e sponsorizzato dalla SpA della famiglia Quaglia e dalla “Università della Pizza”, un’iniziativa della stessa azienda padovana, che reca sulla propria homepage l’immagine di Simone Padoan, proprio il titolare della pizzeria veronese premiata dal “Gambero Rosso”.
È chiaro che dietro la pizza si stiano sviluppando degli interessi commerciali inimmaginabili fino a qualche tempo fa. Basta notare le diverse tipologie di farine per la pizza proposte dall’azienda padovana per capire che è in atto un processo di trasformazione che investe anche la filosofia della pizza stessa. E allora mi sono convinto che le decisioni del “Gambero Rosso” e le iniziative dell’azienda Quaglia volgono in una direzione ben precisa, quella di dichiarare una separazione ideologica tra la “pizza napoletana” e quella del resto d’Italia, fin qui non riconosciuta e sempre all’ombra della partenopea e ora probabilmente da qualificare. Non ci sarebbe nulla di strano, perchè la pizza di Napoli è ben altro gusto e qualità rispetto alle altre, ed è palese che l’Italia (ma tutto il mondo) ha acquisito il piatto nato all’ombra del Vesuvio senza però riuscire a farlo come a Napoli. Ma se un’operatrice del settore non scevra da interessi economici afferma che ci sono pizze più conosciute e apprezzate di quella napoletana, allora non siamo di fronte ad una resa di fronte ai pizzaioli napoletani ma solo all’inizio di un vero e proprio sconvolgimento di una tradizione secolare. L’Italia sta cercando evidentemente il riconoscimento della sua diversa pizza per esigenze di marketing.
Proprio Chiara Quaglia, sul blog aziendale, usa continuamente la dicitura “pizza italiana” e non semplicemente “pizza”. È come se il Sud stimolasse il business del Pandoro e cominciasse a chiamarlo “Pandoro italiano”. E allora bisogna analizzare le finalità del “Pizza Up” che riunisce i pizzaioli di tutta Italia, mettendo quelli settentrionali a contatto con quelli napoletani e tutto il loro bagaglio disciplinare riconosciuto anche dall’Unione Europea col marchio STG. Può essere quella l’occasione per carpirne i segreti e migliorare il prodotto non STG, a prescindere dagli ingredienti.
La pizza diventa così un nuovo paradigma della virtuale separazione del paese. E se in questa operazione qualcuno pregusta il suo vantaggio, altri rischiano di rimetterci. La parola “pizza” senza l’aggettivo “napoletana” non più riferita alla cultura gastronomica partenopea, questo è il rischio e non solo questo.
«La fama della pizza napoletana è ormai puro romanticismo», disse Chiara Quaglia. È la parafrasi del pay-off su pizza italiana: “storie di pizzeria contemporanea”; come dire che la pizza napoletana è un concetto del passato, romantico. Sembra essere lo stesso sinistro messaggio lanciato del “Gambero Rosso”.

“Gambero Rosso” schiaffeggia Napoli. La pizza migliore in Veneto!

Podio giusto o razzismo gastronomico? Domani ne sapremo di più.

A Napoli lo schiaffo si chiama pacchero, a Roma si chiama pizza. E in tema di pizze, la “Guida Ristoranti d’Italia 2013” del Gambero Rosso ne rifila una bella fragorosa ai pizzaioli napoletani. Le quattro migliori pizzerie d’Italia cui, con un enorme sforzo di fantasia, sono stati assegnati i tre spicchi sono “La Fucina” di Roma, la “Antica Osteria Pepe di Caiazzo nel Casertano, “Sforno” ancora a Roma e “I Tigli” a San Bonifacio nel Veronese. Li si mangia la “pizza come si deve”, dice il G.R..
Mancano i grandi maestri di Napoli mentre i curatori della guida, che sono entrambi di origine campana, ci hanno infilato i romani e i veronesi. Strana decisione, sia perchè Napoli ha una supremazia secolare e indiscussa in materia sia perchè arriva a poco meno di un mese dalla ratifica del “Pacchetto sicurezza” dell’Unione Europea che ha stabilito che l’unica vera pizza è la STG napoletana a dispetto di tutte le altre che sono da considerarsi imitazioni.
Tutto regolare o anche dietro questa sorpresa si nascondono dinamiche perverse? Le pizzerie romane e quella veneta seguono la tradizionale ricetta napoletana? Perchè se non è così, secondo l’UE, si premiano contraffazioni alimentari. Oppure si premia ormai la pizza e non la vera pizza, e quindi Napoli è ormai fuori concorso? Come mai due super-pizzerie sono romane e una è addirittura veneta? Non è forse il Veneto un territorio governato dal leghista Luca Zaia che, in qualità di ministro dell’agricoltura della Repubblica Italiana, disertò clamorosamente la celebrazione a Napoli del marchio STG preferendo recarsi nello stesso giorno da McDonald’s per promuovere il suo panino “Mc Italy“, o meglio “Mc Padania”, pensato per favorire gli agricoltori del Nord? E non è forse sempre Zaia ad essere stato accusato la scorsa primavera di “razzismo gastronomico” per via di un’altra sua invenzione, “Buonitalia”, messa in liquidazione per aver sperperato 50 milioni di euro per promuovere esclusivamente prodotti del Nord, Veneto in testa?
La reazione non tarderà e già per domani alle 13 (noi ci saremo) è prevista un’iniziativa di protesta da Sorbillo ai Tribunali con i cittadini ed i pizzaioli. Per l’occasione sarà offerta ai passanti anche la tradizionale pizza a portafoglio.
«Domani festeggeremo anche il riconoscimento definitivo dell’ Stg della pizza napoletana – spiegano il presidente dei pizzaioli napoletani Sergio Miccù e Vincenzo Peretti del consorzio dei pizzaioli napoletani – che sempre i leghisti volevano toglierci e che invece abbiamo difeso con i denti. Anche in quel caso il Gambero Rosso non è stato al nostro fianco. Dobbiamo difendere la dignità ed il lavoro del territorio».

Il San Carlo azzurro e argento che abbagliò Stendhal

una tempera del 1825 e una simulazione consentono di “vederlo”
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Angelo Forgione per napoli.com Il “San Carlo”, così com’è oggi, lo si deve a uno dei più grandi architetti neoclassici, Antonio Niccolini, che, dopo aver realizzato la facciata nel 1809 ispirandosi alla Villa di Poggio Imperiale a Firenze, riuscì a connotarlo come tempio e monumento simbolo della città. Poi, dopo l’incendio che lo mandò in fumo in una notte del Febbraio 1816, lavorò per nove mesi sull’edificio interno del 1737 a tal punto da renderlo irriconoscibile. Il Niccolini restituì alla città il più bel teatro del mondo ancora più bello. Invariato tuttora, eccetto i colori originari che probabilmente davano al gioiello un aspetto ancora più elegante e atipico.

Stendhal, la sera dell’inaugurazione al 12 Gennaio 1817, ne rimase strabiliato: «Finalmente il gran giorno: il San Carlo apre i battenti. Grande eccitazione, torrenti di folla, sala abbagliante. All’ingresso, scambi di pugni e spintoni. Avevo giurato di non arrabbiarmi, e ci son riuscito. Ma mi hanno strappato le falde dell’abito. Il posto in platea mi è costato 32 carlini (14 franchi) e 5 zecchini un decimo di palco di terz’ordine. La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Niente di più fresco ed imponente insieme, qualità che si trovano così di rado congiunte. […] L’apertura del San Carlo era uno dei grandi scopi del mio viaggio, e, caso unico per me, l’attesa non è stata delusa. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare».
Gli occhi di Stendhal erano abbagliati probabilmente per un motivo che lui stesso ci tramanda: le decorazioni erano in argento brunito lucidato con pietra d’agata, con riporti in oro zecchino brunito; i palchi erano in raso azzurro, colore ufficiale della Casa Borbonica (vedi Teatro di Corte della Reggia di Caserta), così come il velario e il sipario. Solo il palco reale era rosso “pallido” (così lo definì Stendhal), prima che diventasse rosso fuoco tutta la tappezzeria del teatro allorchè, per scelta di Ferdinando II, i colori autentici furono sostituiti col più comune abbinamento rosso e oro. Accadde nella ristrutturazione del 1844, quando lo stesso Niccolini scrisse che «il re personalmente […] di tre parati rossi di carta vellutata di Francia […] scelse il paramento del palco di mezzo […] comandò che gli squarci delle porte de’ palchi […] fossero tappezzate della stessa carta […] comandò che il guanciale de’ parapetti de’ palchi fosse coverto in giro di velluto di lana colore scarlatto […]. Così 800 rolli di carta vellutata di Francia per il rivestimento di tutti i palchi da 1 fila inclusa, all’inizio di agosto del 1844 sono alla dogana di Napoli, giungono in Teatro l’11 settembre e vengono messi in opera entro il mese di ottobre».
L’argento non venne scrostato ma vi fu applicato al di sopra l’oro zecchino in foglia e, parzialmente, a Mecca (vernice dorata). Prima del recente restauro del 2009, un saggio effettuato sull’ingresso a destra della platea guardando il palcoscenico ha permesso di osservare un putto argenteo perfettamente conservato. E proprio in preparazione, pare che si sia anche dibattuto di riportare i tessuti ai colori originari per renderlo ancora più esclusivo, ma poi il commissario straordinario Salvatore Nastasi, l’architetto Elisabetta Fabbri e l’ex soprintendente speciale Nicola Spinosa hanno evidentemente pensato di non (ri)trasformare il teatro e lasciarlo come la memoria della città lo ricorda, riportandolo a quel 1844 anche nella trama dei tessuti, oggi non più “carta vellutata di Francia” ma sintetici e a norma.
L’immagine riportata è una chicca. Si riferisce a una tempera di Ferdinando Roberto, pittore dell’Ottocento, raffigurante l’interno del teatro durante la rappresentazione de “L’ultimo giorno di Pompei” del 19 Novembre 1825. La vista dà lontanamente l’idea di ciò che vide Stendhal. Da lì, una mia simulazione fotografica al computer.

tempera di Ferdinando Roberto del 1825

simulazione al computer del San Carlo in azzurro, argento e oro (clicca per ingrandire)

sancarlo_simulazione

il San Carlo restaurato nel 2009

la storia del teatro e del restauro del 2009