Pistole puntate sui calciatori

Angelo ForgioneL’attaccante del Napoli Milik rapinato del Rolex in zona Varcaturo, solita storia di incursioni predatorie ai danni dei calciatori e solito clamore quando accade a Napoli e dintorni, come se si trattasse di un inferno a parte. Ho visto la solita sfornata di servizi televisivi e giornalistici che mai ho il dispiacere di vedere quando simili episodi si verificano altrove. Tutti a sottolineare che è assai lunga, lunghissima, la lista di calciatori del Napoli, un tempo idoli intoccabili e poi improvvisamente e stranamente finiti nel mirino dei banditi, che sanno perfettamente chi vanno a colpire e spesso fanno ritrovare la refurtiva. Uno dei rapinatori di Insigne, dopo averlo spaventato con la pistola, gli dice “La prossima partita dedicami un gol”.
Nessuno però a evidenziare che la sequela si verifica, non casualmente, da quando è iniziata l’era De Laurentiis, precisamente dal ritorno in Serie A, dopo che il presidente ha tagliato ogni laccio tra il club e certi soggetti delle curve imponendo un decalogo col quale ha “consigliato” ai suoi di sciogliere l’abbraccio e di non partecipare più alle iniziative dei gruppi organizzati. Il collaboratore di giustizia Salvatore Russomagno, nel corso del processo per la rapina di un orologio a Behrami nel 2012, disse in aula che esisteva una strategia di un gruppo ultras della Curva A per punire i calciatori azzurri che, su divieto della SSC Napoli, non presenziano più ai loro eventi. La Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli aprì un procedimento, senza però riuscire a produrre prove. Fatto sta che certe intimidazioni al club esplosero con una pioggia di petardi “cobra” voluta da alcuni soggetti della Curva B nel corso della partita Napoli-Frosinone al San Paolo del dicembre 2006. Le intemperanze durarono diversi minuti e costrinsero l’arbitro Orsato a sospendere più volte la gara. Le indagini scoperchiarono un fenomeno estorsivo ai danni del Napoli e appurarono che il club di De Laurentiis aveva tagliato la fornitura di biglietti alle sigle ultras capeggiate da pregiudicati. Per tutta risposta, gli “esagitati” avevano deciso di intervenire in maniera coatta, prima dando fuoco al “dirigibile” dello stadio destinato alla stampa e poi “manifestando” nella gara contro i ciociari. Uno dei responsabili così aveva minacciato un dirigente partenopeo: «Ho campato con il Napoli (di Ferlaino) per 50 anni, anche tu e Pierpaolo Marino (ex Dg) tenete i figli. Mi sono fatto quattro anni di galera, se ne faccio altri quattro non succede niente». Gli arrestati finirono a processo e condannati per associazione a delinquere, incendio doloso, lancio di esplosivi, minacce e tentata estorsione. E pagarono anche i danni al Napoli, che li chiese costituendosi parte civile.
Tutto finito? Neanche per idea. Il Napoli chiuse il campionato con la promozione in Serie A, e dal ritorno nella Massima Serie, coincidenza che sia, sono iniziate le rapine ai suoi calciatori e alle loro compagne.

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E mentre le rapine ai calciatori del Napoli si susseguivano come mai in passato, Andrea Angelli e altri dirigenti della “restaurata” Juventus violavano le norme federali intrattenendo rapporti con ultras (mafiosi), agevolando – secondo la sentenza di colpevolezza – “le perduranti e non episodiche condotte illecite” nella gestione dei tagliandi dello Stadium. Ancora avvolta nel mistero la morte dell’ultrà Raffaello Bucci, ex collaboratore della Juve, morto suicida, o così pare. Ne sapremo forse di più il 22 ottobre, grazie all’annunciata inchiesta di Report.
Ma il giornalismo all’acqua di rose difetta ampiamente di approfondimento e trova molto più congeniale parlar di rapine continue ai calciatori del Napoli, come se si trattasse di un problema esclusivo di una città più sudamericana che europea. Poi ci sono i sensazionalisti della radio e della tivù, magari imposti da qualche ufficio comunicazione davvero influente, quelli che Napoli la detestano e sguazzano in certe notizie, definendola l’unica città dove si puntano le pistole in fronte ai calciatori. “Non succede da nessun’altra parte la stessa cosa, in nessun’altra città!”, tuona il solito Cruciani, per il quale è goduria piena poter cavalcare il clamore che si genera ad arte quando accade a Napoli, ma non quando accade anche lì, e là pure.
A Milano, per esempio, dove Icardi si è visto puntare al volto una pistola, nei pressi dell’Arena Civica.
A Roma, dove Panucci è stato rapinato davanti casa con pistola puntata alla tempia. Come Mexes, al quale hanno addirittura portato via la figlia piccola.
A Torino, dove l’impavido Bonucci ha pure reagito a un uomo a viso scoperto che gli ha puntato una pistola ad altezza del viso.
A Madrid, dove Koke è stato rapinato con pistola in volto nel parcheggio di Plaza de Olavide.
E potremmo continuare con gli scippi senza minaccia o i furti negli appartamenti dei bersagliati calciatori, di cui le cronache sono piene ad ogni latitudine, ma l’elenco l’ho già fatto più volte e mi stufa fare il copia, incolla e aggiungi. Se mi ripetessi ancora sarebbe come dire che non esistono più le mezze stagioni. Ce n’è una sola, quella degli stereotipi, e dura tutto l’anno.

Il Napoli, la storia di un club che rispecchia una città

(l’articolo riprende alcuni passi del libro Dov’è la Vittoria, Magenes, 2015)

Angelo Forgione – 1 Agosto 1926, 1 Agosto 2015: 89 anni di storia azzurra ufficialmente contati all’anagrafe. La Società Sportiva Calcio Napoli entra nel suo novantesimo anno di vita e lo fa alla vigilia del sua partecipazione numero 73 alla massima divisione nazionale, che dal 1929 si disputa con la formula del girone unico (la Serie A). 2 Scudetti, 5 secondi posti e 9 terzi posti, questi i migliori risultati, al netto delle 5 Coppe nazionali vinte, delle 2 Supercoppe italiane e della 1926Coppa Uefa. È tra i 15 club almeno una volta Campioni d’Italia, il quarto della Penisola per bacino d’utenza. È il primo per passione, molto più di una squadra di calcio per il suo innamorato popolo, interpretato come unico vessillo sotto il quale cercare una dignità cancellata; è un’entità ingombrante che condiziona anche troppo gli umori cittadini; è il simbolo dell’auto-riconoscimento in una precisa identità culturale, in una squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, del territorio di appartenenza. La squadra azzurra è spesso indicata come veicolo di riscatto della Città, ruolo cui non può assolvere il Calcio, le cui emozioni non hanno alcun potere di risolvere seri problemi sociali. Il Napoli è invece a pieno titolo un simbolo di appartenenza e legame territoriale, il riferimento principe di una vasta provincia che, coi suoi 3 milioni di abitanti circa, è la terza d’Italia per popolazione; e non condivide il territorio con nessuno, diversamente da quanto accade a Roma, Milano, Torino e in tutti i maggiori centri del Vecchio Continente. Quella di Napoli è infatti una delle due grandi aree metropolitane europee che esprimono una sola squadra (l’altra è quella di Parigi). Nessuna delle 8 squadre di Londra rappresenta la grande metropoli britannica, ma è ognuna espressione delle differenze dei suoi quartieri. Roma è certamente un feudo giallorosso e i romanisti vivono con l’Urbe un legame solidissimo, ma il discorso si riequilibra allargando i confini, dove la coinquilina Lazio, che porta il nome della regione, raccoglie buon seguito. Gli juventini sono in ogni dove d’Italia, ma non più numerosi dei granata nell’area urbana di Torino, dove si è bianconeri soprattutto se figli o nipoti di immigrati del Sud. Spaccata in due è anche Milano, così come la più piccola Genova. A Napoli, invece, quella azzurra è religione identitaria monoteista, attorno alla quale gravitano culti esotici minori. In realtà il Napoli di anni ne ha quattro in più, quindi 93, perché il conteggio convenzionale parte dal cambio di denominazione da inglese ad italiano, dettato dall’applicazione della Carta di Viareggio, uno statuto ufficializzato proprio nell’agosto 1926 dal commissario straordinario della FIGC e presidente del CONI Lando Ferretti per mettere letteralmente il movimento calcistico italiano nelle mani del Fascismo. La storia del Napoli è dunque legata anche alla storia del Calcio tricolore e dello stesso Stivale. Ripercorriamola, partendo proprio dall’estate del ’26. Per ben 25 stagioni, il Nord-Italia ha monopolizzato il campionato italiano, rendendolo espressione del “triangolo industriale” appena nato e relegando le squadre centro-meridionali al ruolo di comprimarie, prima negandogli la possibilità di partecipare ai tornei che dal 1898 assegnavano il titolo di campione d’Italia e poi fingendo di ascoltarne le proteste nel 1912 con la concessione di una finalissima tra le squadre vincitrici di un Girone Nord (con Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto) e di un Girone Sud (con Toscana, Lazio e Campania). In realtà la FIGC di allora è ben conscia del divario esistente tra i due movimenti calcistici – uno in cui i soldi delle zone industrializzate hanno condotto al semiprofessionismo e l’altro ancora fermo al totale dilettantismo – e sa che le finalissime possono solo avere un valore pro forma senza alcun significato tecnico-agonistico. Il regime fascista, impegnato nel processo di “nazionalizzazione”, non può consentire che il Calcio italiano resti spaccato e mostri disgregazione sociale. Così, a prescindere dal divario tecnico esistente, sancisce l’unificazione delle leghe Nord e Sud in un’unica ‘Divisione Nazionale’. In modo coatto, le diverse squadre di Roma e Napoli vengono azzerate da varie fusioni imposte dall’alto, finalizzate alla creazione di sodalizi più solidi e più forti tecnicamente. Sotto al Vesuvio sgambettano i calciatori di squadre minori e quelli del più importante Internaples (nato dalla fusione sancita nell’estate del 1922 tra il Naples Football Club e l’U.S. Internazionale Napoli), che a luglio ha perso la finale Sud contro l’Alba Roma, a sua volta massacrata dalla Juventus nella doppia finalissima nazionale dell’8 e 22 agosto.

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articoli digitalizzati dell’agosto 1926

Proprio in quel caldo mese, l’assemblea dei soci scrive e formalizza il cambio di nome: da Foot Ball Club Internaples ad Associazione Calcio Napoli. Il regime fascista non gradisce gli inglesismi e il termine “Internazionale” ricorda l’Internazionale comunista, avversaria politica. Il presidente Giorgio Ascarelli, ricco commerciante napoletano di origine ebraica, suggerisce la più opportuna adozione del nome italiano della città. Il giorno 2 agosto la Commissione di Riforma dell’ordinamento della Federazione emana ufficialmente la ‘Carta di Viareggio’, e il 3 agosto l’A.C. Napoli ottiene l’affiliazione alla Lega Nazionale. I sodalizi del Nord protestano per le decisioni superiori, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano, ritenendo le 3 squadre di Napoli e Roma (a fronte di 17 settentrionali) inadeguate alla competizione e usurpatrici di posti spettanti al Calcio settentrionale. L’ostracismo, però, deve arrendersi alla volontà politica. Alle squadre meridionali tocca la resa sul campo, disastrose nell’impatto col “Calcio industriale”. Il Napoli conta sul veloce attaccante Attila Sallustro, un idolo, il primo idolo… e si identifica in uno stemma con il Corsiero del Sole, un cavallo rampante e sfrenato, emblema della città capitale durante il Regno delle Due Sicilie, ma retrocede insieme all’Alba Roma e alla Fortitudo Roma, rimediando un solo punto in graduatoria. In un bar di ritrovo di via Santa Brigida, Raffaele Riano, uno sconfortato sostenitore azzurro, urla: «Ma quale cavallo! Sta squadra nostra me pare ‘o ciuccio ‘e Fichella: 33 piaghe e ‘a coda fracida». È quella l’immagine del Napoli, ma anche dell’intero Calcio meridionale. A quel pittoresco sfogo tipicamente partenopeo fanno seguito le fragorose risate dei presenti, che lo suggeriscono alla redazione di un giornale umoristico. Nei giorni seguenti, le edicole di Napoli diffondono l’illustrazione di un asinello incerottato e con una miserabile coda. Per espressione di popolo, il nobilissimo cavallo napoletano si trasforma in “ciucciariello”. Il Regime non si arrende e ripesca più volte le retrocesse pur di supportare il processo di unificazione tra Nord e Sud del Calcio italiano. Ascarelli garantisce investimenti e nel 1929 decide di abbandonare lo stadio militare dell’Arenaccia, prima casa azzurra, commissionando a proprie spese la costruzione di un nuovo impianto sportivo al Rione Luzzatti, in zona Gianturco, con tribune in legno per oltre 15mila spettatori. Viene inaugurato col nome di Vesuvio il 23 febbraio 1930, diciassette giorni prima della prematura scomparsa del presidente (a 34 anni), cui, a furor di popolo, viene poi intitolato il nuovo stadio. La stagione si chiude con gli azzurri al 5° posto, finalmente competitivi. Scomparso Ascarelli, lo stadio viene requisito dal Regime, che, in vista dei Mondiali del 1934 in Italia, lo ristruttura in cemento armato, ne muta l’aspetto con una facciata imponente e maestosa in stile fascista e ne aumenta la capienza portandola a circa 40mila spettatori. È ribattezzato Stadio Partenopeo poiché il nome di un ebreo non è gradito per un simbolo fascista della modernità, nonché uno dei più fulgidi esempi di propaganda del regime al Sud. L’arena ospiterà la finale per il 3° e 4° posto del torneo iridato. Ma gran parte del movimento meridionale è ancora finanziariamente impreparato a sostenere le spese di gestione dei campionati, con gli incassi che al Sud sono di cinque volte inferiori di quelli del Nord. Il Napoli si ritrova ben presto ricoperto di debiti e l’ancora di salvezza giunge nuovamente dall’alto, per mano del Governo fascista: il segretario federale di Napoli Nicola Sansanelli incarica del salvataggio il ‘Comandante’ Achille Lauro, noto armatore sorrentino, uno dei più importanti imprenditori italiani, che ha potuto ingrandire la propria flotta grazie agli agganci politici e pertanto non può di certo disobbedire alle volontà superiori. È il 1936 quando deve acquistare il club partenopeo per risanarlo e condurlo per circa 30 anni. Lo sfrutterà per ottenere gran popolarità e raggiungere importanti obiettivi politici e imprenditoriali. La prima retrocessione de facto in Serie B avviene nella stagione 1941-42, conclusa con un 17° posto, proprio mentre la Roma vince il primo tricolore, interrompendo il monopolio settentrionale. Se i capitolini si avvantaggiano della Guerra, i napoletani ne risultano fortemente penalizzati. I tanti calciatori italiani chiamati alle armi sono obbligati a pesanti trasferimenti nella Capitale, così abbandonando gli allenamenti, mentre quelli della Roma possono beneficiare del vantaggio di non doversi impegnare in faticosi viaggi e di potersi allenare col resto della squadra in una città immune dai bombardamenti fino al luglio del 1943. Le strategie belliche anglo-americane, particolarmente intense nei territori meridionali, colpiscono pesantemente l’apparato industriale e infrastrutturale di Napoli, la città più bersagliata, rasa al suolo da un centinaio di bombardamenti degli Alleati, che designano la città quale principale obiettivo strategico nel Mediterraneo. È raso al suolo anche lo stadio Partenopeo, andando incontro ad un triste saccheggio prima di essere abbattuto definitivamente. Contrariamente alla Roma campione, il Napoli, impossibilitato ad allenarsi a dovere (i calciatori neanche dormivano la notte) e destinato alla retrocessione dal travaglio di una stagione tormentata, è costretto a trasferirsi al Campo sportivo del Littorio al Vomero (del 1929), poco dopo requisito dalle forze armate tedesche e utilizzato come campo di concentramento per i napoletani da deportare in Germania, uno dei luoghi simbolici delle Quattro giornate di Napoli. Finita la guerra, i partenopei tornano a giocare in quell’impianto, ormai al limite dell’agibilità, e durante l’incontro Napoli-Bari del ‘46 (Serie A) una tribuna cede per l’esultanza accesa da un gol della squadra di casa: 114 feriti finiscono all’ospedale. Ci vogliono ben 13 anni per abbandonare una simile precarietà e inadeguatezza. Il 22 dicembre 1949, nonostante le invidie e le proteste di una casta milanese che governa la Lega Calcio, è deliberata dal Comune di Napoli, col supporto del CONI e del Governo (un miliardo di lire assegnato), la costruzione di un colossale stadio, ormai necessario. Achille Lauro si presenta alle elezioni comunali del 1952 e per attrarre consensi e voti si mette in testa di accendere la fantasia e i sogni dei tifosi napoletani. Con la cifra record di 105 milioni di lire brucia la concorrenza dell’Inter e mette a segno il colpo a sensazione all’hotel Gallia di Milano, acquistando dall’Atalanta Hasse Jeppson, centravanti della Nazionale svedese (terza ai mondiali del ‘50). Un ulteriore rinforzo è l’argentino Bruno Pesaola, prelevato dal Novara. Lauro riesce a vincere alle urne, prendendosi la fascia di sindaco, ma la sua squadra non riesce a vincere il campionato. Nel 1955, a far coppia con Jeppson, arriva in azzurro il brasiliano Luis Vinicio, battezzato dai tifosi ‘o Lione. Ma neanche l’ingaggio del grintoso e possente centravanti serve affinché il Napoli lotti per lo Scudetto. La partita Napoli-Fiorentina (2-4) del 31 dicembre sul neutro dello stadio Olimpico di Roma (stadio del Vomero di Napoli squalificato) è la prima trasmessa in diretta televisiva al Sud. 7 giorni prima, esattamente alla vigilia di Natale, le trasmissioni televisive sono state estese fino a Napoli, immettendo un’importantissima superficie di 3 milioni di abitanti nella rete dei programmi Rai. Per vedere l’inaugurazione del nuovo stadio si deve attendere il 6 dicembre 1959, giorno in cui il Napoli prende possesso della sua nuova comoda casa, l’imponente stadio del Sole di Fuorigrotta, nuovo tempio del Calcio per circa 90.000 spettatori, poi ribattezzato San Paolo in ricordo dello sbarco dell’apostolo sulle coste flegree nel febbraio dell’anno 61, durante il suo viaggio dalla Giudea a Roma. Miglior battesimo non può celebrarsi: sconfitta la Juventus di Omar Sivori (2-1), in una “assolata” giornata di fine autunno. Il primo trofeo nazionale giunge nel 1962, al culmine di una stagione in Serie B che regala la promozione e la Coppa Italia. Guidato in panchina da Bruno Pesaola, il club azzurro eguaglia il Vado vincendo la Coppa pur militando in cadetteria. Per affrontare la Serie A Lauro ingaggia per sua decisione Faustinho Jarbas Cané, brasiliano d’ebano di Rio de Janeiro. È tra i primi atleti di pelle nera a calcare i campi italiani e ad ascoltare le offese da parte dei tifosi del Nord. Dalle giovanili viene promosso in prima squadra un promettentissimo Antonio Juliano. Tra sali e scendi dalla A alla B, Il 25 giugno del 1964 l’ A.C. Napoli soffocata dai debiti si trasforma in Società Sportiva Calcio Napoli. Primo presidente della SSC è nominato Roberto Fiore, mentre Achille Lauro, ancora “coinvolto”, non versa una lira nel nuovo capitale sociale ma ottiene comunque il 40% delle azioni per i crediti vantati e il titolo di presidente onorario. La nuova denominazione porta decisamente bene, perché finalmente il Napoli si fa davvero competitivo con gli acquisti di Josè Altafini dal Milan e di Omar Sivori dalla Juventus. Arrivano un terzo posto e la vittoria della Coppa delle Alpi, un trofeo internazionale di livello minore (abolito nel 1987), ma anche le invidie di Lauro per Fiore, che non intende fermarsi: porta in dote pure 69mila abbonati e sfiora l’acquisto dal Cagliari del capocannoniere Gigi Riva. Finisce che al suo posto viene nominato Giacchino Lauro, rampollo del ‘Comandante’. Il secondo posto del campionato 1967-68, con in porta l’angelo azzurro Dino Zoff, alle spalle dell’irraggiungibile Milan, significa il miglior risultato mai raggiunto, mentre tra i dirigenti spunta lontano dai riflettori la figura di un giovane ingegnere, borbonico convinto, di padre calabrese e madre milanese, che ama le auto da corsa e i motoscafi veloci, spinto dall’ormai defilato Achille Lauro all’acquisto della maggioranza del club per beffare i soci nemici. Il 18 gennaio del 1969, a soli 37 anni, Corrado Ferlaino è eletto presidente. È un uomo scaltro, capace di tessere rapporti con le teste più importanti dell’ambiente calcistico e politico. Il club è sull’orlo del fallimento e nell’estate del 1972 cede alla Juventus Altafini e Zoff, quest’ultimo ormai elemento fisso della Nazionale, strappando al manager juventino Italo Allodi una promessa: un giorno dovrà lavorare per lui al Napoli. La squadra si piazza sul podio nel ’71 e nel ’74, e sfiora lo Scudetto nel ’75, con l’ex calciatore Vinicio in panchina. ‘O Lione, nel solco del Calcio totale all’olandese, per primo attua il pressing, il fuorigioco e 4 difensori a zona nella patria del “catenaccio”, e sfiora il colpaccio, perdendo lo scontro decisivo a Torino contro la Juventus per un goal siglato a 2 minuti dal termine dall’ex Altafini, perciò soprannominato dai napoletani Core ‘ngrato. Fallito il tentativo, Ferlaino acquista dal Bologna il bomber Beppe Savoldi, sollevando scalpore per l’esborso della cifra record di 2 miliardi. Mister 2 miliardi da il suo contributo per la vittoria della Coppa Italia (’76), la seconda della storia azzurra (insieme alla Coppa di Lega Italo-Inglese). I tifosi inaugurano il canto di ‘O surdato ‘nnammurato, ma lo Scudetto resta una chimera. L’ingegnere va alla caccia del calciatore che possa fare la differenza per sovvertire le gerarchie tra Nord e Sud. Nell’estate del 1978, in pieni Mondiali argentini, il tecnico del Napoli Gianni Di Marzio gli segnala un giovane campioncino dell’Argentinos Juniors di nome Diego Armando Maradona, ma le frontiere in Italia sono chiuse e Ferlaino non accetta di “parcheggiarlo” in Svizzera per un paio d’anni. Vuole calciatori affermati, e tenta l’acquisto del bomber Paolo Rossi dal Perugia. «A Napoli non andrò mai», dichiara in segreto l’attaccante italiano ad alcuni amici, facendosi intercettare dal giornalista Mimmo Porpiglia, pronto a pubblicare la notizia. L’affronto finisce in contestazione: il 20 ottobre ‘79, 89.992 spettatori paganti (record nella storia della Serie A) con fischietti alla bocca riempiono il San Paolo per lo sfizio di contestare l’autore del gran rifiuto sceso a Napoli con la maglia del Perugia. La caccia al fuoriclasse decisivo non si arresta e nell’estate del 1980, in pieno scandalo Totonero, alla riapertura delle frontiere, Corrado Ferlaino e il D.G. Antonio Juliano ingaggiano dai canadesi del Vancouver Whitecaps Ruud Krol, faro difensivo dell’Olanda dal gioco totale con licenza di offendere. È a fine carriera ma ha ancora classe da vendere. Si innamora delle donne napoletane e delle mozzarelle di bufala, a tal punto da non poter disputare un’amichevole durante il ritiro in Toscana per un’indigestione. Con lui il Napoli sfiora nuovamente lo Scudetto, ma il sogno si incrina in primavera contro il Perugia già retrocesso, che espugna il San Paolo grazie ad uno sciagurato autogol iniziale di Moreno Ferrario, e si spezza con un’altra autorete di Mario Guidetti nello scontro diretto in casa alla penultima giornata contro la Juventus che getta nello sconforto una città intera pronta ad esplodere. Niente da fare, sembra proprio che per qualche maledizione lo Scudetto non debba mai scendere a Napoli. Krol, provato dagli infortuni, lascia Napoli nell’estate del 1984 proprio mentre il dirigente dell’Avellino Pierpaolo Marino viene a sapere tramite un mediatore argentino che quel campione argentino, finito al Barcellona due anni prima, è in rotta con il club catalano. Informa prima la Juventus, che rifiuta di trattarlo, e poi il Napoli. Maradona, già considerato il più talentuoso degli astri nascenti, vuole lasciare la Catalogna e si fionda senza esitazioni sulla prima squadra italiana che gli fornisce l’occasione di evadere dalla ricca prigione spagnola e volare nel campionato più importante del Globo (in quel momento). Il Barça pure vuole disfarsene, ma a caro prezzo. La trattativa è estenuante e si conclude in extremis, anzi oltre i termini consentiti. Il prezzo è oltre i 13 miliardi di lire, e il Napoli quei soldi non ce li ha. Ma nell’estate del 1984, in piene ruberie post-sisma nella Campania dei terremotati, dei disoccupati e dei cassintegrati, la politica democristiana decide di dare ai napoletani il calciatore dei sogni e il benefico divertimento. Nel Consiglio di Amministrazione del club figurarono i democristiani Clemente Mastella, Alfredo Vito e Guido D’Angelo, rispettivamente in quota De Mita, Gava e Cirino Pomicino; uno per ogni corrente della Democrazia Cristiana. Il sindaco DC Enzo Scotti attiva un pool di banche per fornire la copertura finanziaria dell’operazione; il D.G. Juliano tratta a Barcellona e Ferlaino, con astuto blitz all’ultimo giorno utile, consegna una busta vuota negli uffici della Lega per poi volare in Spagna per le firme. Torna a Milano a notte fonda e, con l’aiuto di una compiacente guardia giurata, riesce a sostituire la busta vuota con una contenente il contratto firmato da Maradona. La città esplode in una festa improvvisa, e non ha vinto ancora nulla. Il 5 luglio il San Paolo è pieno come un uovo per vedere Maradona palleggiare e calciare lontano un pallone. Si inaugura così l’era d’oro del Napoli, ma nessuno sa ancora a che prezzo. Tutti intuiscono che ora, con el pibe de oro, il Napoli può vincere. Tutti comprendono che il più forte calciatore del mondo, se ben assecondato, può far saltare gli equilibri precostituiti e può condurre la collassata metropoli partenopea nella competizione con i potentati economici del Nord Italia. Anche Italo Allodi capisce nel giugno del 1985 che è il momento giusto per onorare la promessa fatta a Ferlaino tredici anni prima. Lo affianca Pier Paolo Marino, proprio il dirigente dell’Avellino che ha dato la grande soffiata. Allodi, però, è improvvisamente coinvolto in uno scandalo bis del Totonero. Si parla di “sistema Allodi”, di partite sistemate, e il manager scoppia in lacrime per le accuse. Ne esce assolto “con qualche motivo di perplessità”, ma anche sconvolto: nel gennaio del 1987 viene colto da ictus ed è costretto ad uscire lentamente dal mondo del Calcio. Dopo quattro mesi tutto sembra dimenticato quando gli azzurri riescono a mettere finalmente le mani sullo Scudetto, sul primo storico tricolore. Maradona esulta con Bruno Giordano, Salvatore Bagni, Andrea Carnevale, Fernando De Napoli, Alessandro Renica, Claudio Garella e l’esordiente Ciro Ferrara. È l’apoteosi per il popolo partenopeo che prepara la festa come una Piedigrotta d’altri tempi e si riversa nelle strade al fischio finale di Napoli-Fiorentina del 10 maggio ’87. È un evento anche per la RAI, che manda in prima serata e sulla rete ammiraglia uno show celebrativo condotto da Gianni Minà. Qualche giorno dopo si compie l’accoppiatta Scudetto-Coppa Italia, riuscita prima di allora solo a Juventus e Torino. Il Napoli sostituisce Allodi con il suo allievo Luciano Moggi, scafato manager in grande ascesa che aveva mosso i primi passi alla Juventus proprio all’ombra dell’ormai “pensionato” e malato Italo. Il bis Scudetto sembra cosa fatta con la MA.GI.CA. Maradona-Giordano-Careca, un tridente formidabile completato dal funambolico e imprendibile fuoriclasse brasiliano, che sceglie Napoli e si libera dal suo San Paolo perché vuole a tutti i costi giocare con il fenomeno argentino. Il Napoli vola e sembra non avere rivali a tre quarti del campionato, ma ecco spuntare il Milan di Berlusconi e Sacchi, bravo a spingere sul finale e ad approfittare della brusca e improvvisa frenata degli azzurri. Il giocattolo sembra essersi rotto sotto le accuse di aver perso lo Scudetto di proposito. Si parla di un accordo politico occulto per far vincere il Milan ma anche di scommesse al mercato nero, di forti puntate sul bis tricolore degli azzurri che avrebbe fatto perdere agli allibratori della malavita qualcosa come 260 miliardi di lire. Alla fine pagano alcuni giocatori, cacciati dal club al contrario di Maradona, che inizia a mostrare insofferenza e fastidio nei confronti di Ferlaino, il quale continua a non mantenere la promessa fatta nel 1984 di accasarlo in una villa con piscina e a lasciarlo “recluso” in un appartamento di via Scipione Capece a Posillipo. Ma il ciclo del Napoli è ancora incompleto e così giungono la Coppa Uefa nel 1989 e il secondo Scudetto nel 1990, tra una richiesta e l’altra di Maradona di lasciare il club per campionati meno stressanti. Ma lui stesso sa che è prigioniero di Ferlaino e della venerazione che i napoletani gli riservano. Un fanatismo al confine col feticismo. Egli stesso si è fatto capopopolo, accostando i napoletani agli argentini e denunciando il razzismo italiano verso i “terroni”, lo stesso che ha provato in Spagna sentendosi additato come “sudaca”. Anche per questo ha odiato Barcellona e ora detesta Verona e tutti i campi del Nord dove legge striscioni su cui è scritto “lavatevi” e sente volgarità indegne. E detesta le tre “big” del Nord, polo di un potere che si diverte a sabotare sul campo. Arriva anche la prima Supercoppa, con un sonoro 5-1 alla Juventus dopo i Mondiali italiani, quelli che segnano la definitiva rottura tra l’Italia e il campione argentino, ormai troppo inviso ai vertici federali cui ha sottratto la finalissima e offeso durante l’inno argentino a Milano, Torino e Roma. È l’ultimo bagliore di una squadra che crolla sotto la tossicodipendenza del suo leader. Una tossicodipendenza nata a Barcellona e degenerata a tal punto da bloccare troppo spesso Maradona in casa, anche quando c’è da volare a Mosca per la Coppa dei Campioni. Le maglie dei controlli antidoping sono larghissime da anni ma stranamente si fanno strette e il campione argentino ci casca solo nell’aprile 1991, proprio nel giorno in cui Moggi annuncia alla stampa che il ciclo del Napoli è finito e lui andrà via a fine stagione. Tenere in squadra un Maradona allo sbando che non incide più non conviene alle casse del club, che, per accontentare il suo fuoriclasse e mettergli attorno altri campioni negli anni, ha speso in ingaggi il 30% in più di quanto incassato. Ma neanche si può vendere l’idolo assoluto dei napoletani, l’orgoglio massimo della storia azzurra, più prezioso dei trofei portati alla bacheca azzurra, pena la sommossa popolare. La storia napoletana di Diego si conclude nel modo meno “catastrofico”. Il suo erede l’ha portato in casa proprio Moggi, e si chiama Gianfranco Zola. Gli sforzi economici, senza una grande holding alle spalle ma architettati da uno smaliziato costruttore edile, stanno per presentare il conto. Inizia una crisi che dura oltre un decennio, con continui passaggi della maggioranza a imprenditori incapaci di risollevare il club, uscite e rientri di Ferlaino, cessioni dolorose (Ciro Ferrara prima e Fabio Cannavaro poi), qualche soddisfazione targata Claudio Ranieri e Marcello Lippi, e tanta Serie B, dopo 33 anni consecutivi di permanenza nella massima serie. Il televenditore riminese Giorgio Corbelli e l’imprenditore alberghiero napoletano Salvatore Naldi liquidano l’ingegnere ma a tentare il disperato salvataggio resta solo il secondo, che cede nell’estate 2004 e porta i libri contabili in tribunale. Il 2 agosto 2004 la Società Sportiva Calcio Napoli viene decretata fallita. È questo il prezzo differito che il club paga per aver portato a Napoli il miglior calciatore del mondo, gli scudetti e le coppe. L’iscrizione al campionato di B è impossibile. Resta percorribile la strada dell’iscrizione alla Serie C1, ma bisogna assicurare una nuova proprietà e grandi investimenti. 6 possibili acquirenti si fanno avanti. La curatela fallimentare snobba la proposta d’acquisto del plateale presidente del Perugia Luciano Gaucci e si orienta verso quella più seria del proprietario dell’Udinese Giampaolo Pozzo, il quale ha tutto l’interesse a portare la regina del Sud in orbita friulana. Ma ecco che all’improvviso compare sulla scena il cineasta romano di famiglia napoletana Aurelio De Laurentiis, che con un blitz convincente fa suo il club. Il nuovo proprietario riporta subito a Napoli Pierpaolo Marino e, in tre stagioni, la Serie A. Il 10 giugno 2007, col pareggio in trasferta contro il Genoa, esplode una nuova festa in Città. Stavolta sono i più giovani ad animarla, quelli che negli anni Ottanta non erano nati, e che sono cresciuti vedendo la squadra del cuore arrancare nelle serie minori. Il Napoli di De Laurentiis cresce e raggiunge anche l’Europa, prima quella minore e poi quella dei Grandi. Torna pure il profumo di Scudetto con il trio Cavani-Lavezzi-Hamsik diretto da Walter Mazzarri, ma il primo trofeo della nuova Era è la Coppa Italia, la quarta della storia, nell’indimenticabile finale del 20 maggio 2012 a Roma contro la Juventus. Due anni dopo, il 3 maggio 2014, sempre a Roma, anche la quinta coppa nazionale contro la Fiorentina, macchiata dall’aggressione a mano armata che causa la morte del tifoso Ciro Esposito. Stavolta in panchina c’è il vincente tecnico spagnolo Rafa Benitez, tra i più quotati del mondo, che ha il compito di accompagnare il Napoli in una crescita di respiro internazionale. Ma le sue aspettative e quelle dei tifosi non vengono appagate fino in fondo, nonostante la vittoria della seconda Supercoppa in un’interminabile finale a Doha conclusa ai rigori contro la rivale di sempre: la Juventus. Il monte ingaggi è cresciuto con 70 milioni di investimento e 135 milioni per i cartellini di calciatori importanti, su tutti l’argentino Gonzalo Higuain, uno dei più completi attaccanti al mondo, chiamato a sostituire il partente Cavani. Due mancate partecipazioni alla Champions League creano un danno alle floride casse sociali e fanno rinunciare al progetto, anche se la squadra accede all’Europa per il sesto anno consecutivo (record corrente della Serie A) e prosegue in un ciclo che, in quanto a risultati e vittorie, è secondo solo a quello oneroso dell’Era Maradona. L’abiura si chiama Maurizio Sarri, una scommessa che segna un nuovo corso tutto da scoprire, mentre il club targato De Laurentiis divide i tifosi per l’impostazione aziendale a carattere familiare e per la parsimonia che tiene lontano lo spettro del dissesto; uno spauracchio ora esorcizzato ma che ha accompagnato l’azzurro per ottant’anni, compresi quelli d’oro degli Scudetti in cui la bigliettazione allo stadio rappresentava il 90% del fatturato (altri tempi). È la prima volta che accade nella storia di un club che è massima espressione calcistica di un territorio, quello meridionale, che non supera il 20% di presenza delle proprie squadre al Massimo Campionato, capace di vincere solo 8 scudetti contro i 103 del calcio settentrionale. La storia insegna che non si impara nulla da essa, ma quella azzurra deve invece inorgoglire i suoi tifosi a prescindere dai traguardi raggiunti, dai grandi campioni che l’hanno scritta e dai tanti travagli vissuti. Essere tifosi del Napoli, in ogni parte del mondo, vuol dire sostenitore un club unico come la Città che rappresenta, e dei cui affanni è specchio fedele, così come della sua ineguagliabile volontà di non chinare la testa, nonostante tutto. Auguri, Napoli. Auguri, passione azzurra.

Lavezzi e il souvenir pompeiano

Angelo Forgione – Questa storia riporta alla mente i furti dei napoleonidi, quando, dal generale francese Jean Étienne Championnet in poi, le classicità di Napoli prendevano la via di Parigi con la scusa della libertà offerta dal Direttorio.
Giusto attendere sviluppi, ma intanto il fatto è accaduto. Poco più di un anno fa, quando Ezequiel Lavezzi lasciò Napoli per trasferirsi in Francia. Si preparava a imbarcarsi su un volo privato, con una gran quantità di bagagli al seguito. Scattarono i controlli da parte degli uomini dell’Agenzia delle Dogane di Capodichino che fecero la scoperta: in uno scatolone, ben imballato, c’era un reperto archeologico di inestimabile valore, ovvero un busto marmoreo risalente all’epoca romana. Un esemplare rarissimo risalente al primo secolo dopo Cristo, con tutta probabilità (secondo quanto riporta Il Mattino) proveniente dall’area delle città antiche vesuviane. «Mi è stata regalata – disse l’ex idolo azzurro – da un napoletano che vive a Posillipo. Altro non sono in grado di dirvi».
Lavezzi risulta per questo iscritto nel registro degli indagati per ricettazione di opere d’arte dalla Procura di Napoli, e non solo. È da qualche giorno indagato anche in Argentina per frode fiscale, riciclaggio di denaro e falsificazione di documenti, con pena massima il carcere.
Il ladro è ladro, ed è lì, sempre in agguato, a rovinare Napoli e non solo. Ma l’idea che anche gli strapagati “idoli” delle folle di Fuorigrotta portino via ricchezza napoletana, ricettata o meno, non facendosi bastare quella personale e aggiungendosi alla lunga lista di quelli che lo fanno da più di duecento anni, fa rabbia… molta rabbia. Prematuro criminalizzare prima che i fatti siano chiariti, ma oggi come oggi è meglio che l’amichevole Napoli-PSG di fine Luglio la si vada a giocare a Dubai, o dove c’è più introito, purché sia il più lontano possibile da Napoli.

Scippo a lady Ibrahimovic, dov’è la novità?

Parigi pericolosa, storicamente ladra. Ma Napoli paga.

Solo ieri Ezequeil Lavezzi ha detto ai microfoni di SkySport che la scelta di andare a Parigi è tutta sua, dettata dalla voglia di fare un’altra esperienza al culmine di un ciclo col Napoli considerato finito. Vero o no, a Napoli in molti attribuiscono la scelta alla compagna Yanina Screpante, modella in cerca di prestigiose passerelle e tranquille passeggiate. Le prime magari arriveranno, per le seconde è un po’ più difficile perchè Parigi non è diversa da Londra, Roma e Napoli. Non avrà più tra i piedi la fastidiosa ressa quando camminerà mano nella mano col “pocho” ma da sola farà bene a tener viva l’attenzione. Subito se ne è accorta la compagna di Zlatan Ibrahimovic, Helena Seger, scippata nel pomeriggio di ieri mentre faceva shopping nella capitale francese. Uscendo da una nota boutique è stata affiancata da due individui su uno scooter che le hanno strappato la borsa con cinquemila euro. Chissà come avrà reagito Yanina alla notizia, e come l’agente di Ibrahimovic Mino Raiola che aveva recentemente detto che ai calciatori il Sud-Italia fa paura.
Si dice che a Napoli capiti più spesso ma sono tanti anche i recenti precedenti di Nadal, Pastore e Sirigu che a Parigi hanno subito disavventure di diverso genere, e peggio è andata al giornalista leccese Sergio Vantaggiato che ha trovato la morte sotto la Torre Eiffel; Parigi è da tempo una delle capitali degli scippi e dei borseggi e persino l’ambasciata statunitense mette in guardia i propri cittadini dal problema dei “pickpockets”, i mariuoli della Senna. Si racconta che nel quartiere degli ChampsElysées, per esempio, falsi poliziotti in borghese esibiscano una tessera fasulla e dicono di voler fare un controllo per combattere la falsificazione di banconote: chi ci casca e tira fuori i soldi resta fregato. Leggende o no, sta di fatto che solo al Louvre vengono denunciati ogni giorni una cinquantina di furti ai turisti, per non parlare della metrò che è una vera e propria trappola.
Qualche tempo fa il noto sito per viaggiatori Tripadvisor ha stilato una classifica delle 10 città europee più pericolose per i turisti. La classifica ha messo in fila Barcellona, Roma, Parigi, Madrid, Atene, Praga, Alicante, Lisbona, Tenerife e Londra. Quattro città spagnole nella “top ten” e Napoli non è tra le altre sei. Non si conoscono i criteri che hanno generato la speciale graduatoria che potrebbe anche essere falsata e basata su dati non proprio fedeli alla realtà, ma vero è che Napoli non è l’inferno descritto dai media. E per rendere l’idea di come questa percezione venga alimentata all’interno dei confini nazionali basta prendere le pagine dei quotidiani sportivi che si occupano di certe vicende extra-calcistiche quando accadono ed evidenziare lo spazio dedicato (in basso). Se il fatto accade a Napoli, ed è pur vero che accade troppo spesso come altrove, gli si dedica l’intera pagina (tranne spazio pubblicitario) mentre se accade in città più “patinate” c’è solo un trafiletto privo di enfasi e senza i precedenti, dove per enfasi si implicano conseguenze emotive di un calciatore del Napoli in procinto di abbandonare la città come piacerebbe a qualcuno. Non tutti gli scippi sono uguali e la permanenza di Ibrahimovic a Parigi non è in dubbio perchè la differenza la fanno gli ingaggi, non le condizioni di vivibilità di questa o quella città. Si chiama sciacallaggio che si somma alla cattiva informazione e fa danni enormi a una città che è da sempre sbattuta nell’elenco delle città invivibili mentre Parigi è nell’elenco mentale, e solo mentale, delle città incantevoli. Vedremo cosa Yanina Screpante dirà o scriverà di Parigi il giorno in cui si renderà conto personalmente che tutto il mondo è paese.
“Vèstiti male per il viaggio e fai in modo che l’avarizia e la prudenza abbiano la meglio sulla vanità”. Stendhal scriveva così nell’Ottocento alla sorella in procinto di partire per l’Italia che era la meta indiscussa dei colti e facoltosi turisti del “Grand Tour”, invitandola a non mettere in mostra soldi e gioielli per evitare di essere derubata. Era il consiglio di chi quel viaggio l’aveva fatto partendo da Parigi, restando peraltro abbagliato dalla bellezza di Napoli che definì “senza nessun paragone, la città più bella dell’universo”. È lo stesso consiglio che diamo a Soledad Cavani e Yanina Screpante, in qualsiasi città (di m…a) esse si trovino, lo stesso che la saggia Caterina Aronica mette in pratica ogni giorno senza dimenticare mai che in ogni posto bisogna difendersi dalle negatività per prendersene le positività. Del resto, diciamolo pure a gran voce che l’inglese William Hamilton, ambasciatore di Gran Bretagna presso i Borbone di Napoli, rifornì i musei inglesi di classicità depredando Napoli e dintorni a man bassa; diciamolo che Napoleone, il più grande ladro della storia, fece razzie dei tesori italiani tra cui le antiche statue greche e romane provenienti da Napoli e da Pompei per mano del generale Etienne Championnet, “amico” dell’Italia e soprattutto di Napoli. Da una sua lettera al ministro dell’Interno del Direttorio, inviata da Napoli il 25 febbraio 1799 e rinvenuta in Francia, si legge: “Vi annuncio con piacere che abbiamo trovato ricchezze che credevamo perdute. Oltre ai Gessi di Ercolano che sono a Portici, vi sono due statue equestri di Nonius, padre e figlio, in marmo; la Venere callipigia non andrà sola a Parigi, perchè abbiamo trovato nella Manifattura di porcellane, la superba Agrippina che attende la morte; le statue in marmo a grandezza naturale di Caligola, di Marco Aurelio, e un bel Mercurio in bronzo e busti antichi del marmo del più gran pregio, tra cui quello d’Omero. Il convoglio partirà tra pochi giorni”. Era così che la Francia esportava la rivoluzione e fu così che Parigi è divenuta la Parigi della “grandeur” e Napoli è divenuta la Napoli del declino. Ma i Napoletani lo capirono e in soli sei mesi si ripresero la città. Poi toccò ai Savoia portar via altre ricchezze a Torino e a Roma, e il saccheggio non si arresta neanche oggi che spariscono i tesori della biblioteca dei Girolamini.
Partire dai piccoli scippi alle compagne dei calciatori e arrivare ai grandi furti della storia potrebbe sembrare fuori luogo ma in realtà serve eccome a far capire come Napoli, che era la Parigi dell’Ottocento, sia stata spogliata e sia divenuta città povera incapace di camminare con le proprie gambe. E dove c’è la povertà abbonda la delinquenza. È tutta qui la differenza tra Napoli, Parigi e Londra: una povera e le altre ricche. Eppure uguali nel pericolo ma inevitabilmente diverse nell’immagine proiettata da una condizione sociale ben diversa oltre che dai media. La storia qualcosa dovrà pur insegnare ma, come ben disse Aldous Huxley, “il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia è la lezione più importante che la storia ci insegna”.

Raiola si faccia gli affari del Qatar e lasci stare Napoli

Raiola si faccia gli affari del Qatar e lasci stare Napoli

Caro Raiola, francamente ha stufato. Lei continua ad essere inopportuno e a fare la parte di quello che tutto può dire, ma c’è un limite alla decenza e Lei lo ha oltrepassato abbondantemente. Napoli ha una dignità e un ruolo nel calcio, ma lo ha soprattutto la città e Lei non può continuare a riempirsene la bocca sporcane il buon nome.
Lei, parlando di Hamsik, ha tirato fuori questioni sociali e tirato fuori presunti preconcetti dei calciatori stranieri nei confronti di Napoli e del Sud, ma qui, quando gli sceicchi non conquistavano l’economia europea, ci sono venuti con piacere e in ogni epoca senza che i preconcetti per la città mancassero, e alcuni di questi ci sono rimasti anche a vivere. Legga pure questa lista: Jeppson, Pesaola, Vinicio, Canè, Altafini, Sivori, Krol, Maradona, Careca, Alemao, Lavezzi, Hamsik, Cavani. Le basta? Ma di quale paura di Napoli parla? Forse i preconcetti ce li ha tutti Lei, figlio di emigranti di Nocera, che è diventato amico degli sceicchi e non può più fare affari in Italia. La smetta di fare il sociologo sparando a zero e ben sapendo che se i grandi calciatori non verranno all’ombra del Vesuvio prossimamente sarà per via dei limiti dell’intero movimento calcistico italiano e non per altre questioni che col calcio hanno poco a che vedere. Sappiamo bene che Cavani è appetito da tutt’Europa, ma lo è perchè a Napoli è divenuto Cavani, non altrove, trovandovi il suo ambiente ideale e un equilibrio psicofisico che per un uomo di fede è fondamentale. Così come Hamsik, pure Cavani è ben diverso da Balotelli e da Ibrahimovic, caro Raiola, e del resto qui ci è venuto per scelta e senza paura. Aveva tante offerte dopo il mondiale sudafricano e ha ascoltato la sua fede in Dio dalla quale ha tratto l’indicazione per accettare l’offerta di De Laurentiis. “Dio mi ha portato a Napoli, nella vita ci sono i segni che ti fanno capire la strada che devi prendere”, queste furono le sue parole e noi che crediamo ancora in certi valori ci vogliamo illudere che nella vita non vinca sempre la legge dei soldi degli sceicchi. Cavani è una persona perbene, non prenderebbe nessuno per il collo, e se volesse andare via subito da Napoli, come Lei dice, lo direbbe a De Laurentiis con garbo e senza puntare i piedi.
Intanto La ringraziamo per aver certificato in pochi giorni con le Sue attenzioni che il Napoli ha due top-player che fanno gola a tutt’Europa e anche a Lei che ha la smania di avere la procura dei più forti. Le siamo grati per aver fatto capire a tutti che, nonostante il suo amico Al-Thani abbia interrotto la storia di Lavezzi a Napoli, la squadra azzurra ha un progetto serio ed è competitiva anche fuori i confini nazionali. Ma Le consigliamo di parlare di calcio, anzi di business calcistico che è ben altra cosa, e di mettere da parte le Sue analisi sociologiche e le Sue antipatiche ingerenze. Lei a De Laurentiis non torna utile come agli altri presidentissimi che si sono “affidati” al Suo lavoro per ripianare i buchi di bilancio. Lui tiene Hamsik e Cavani perchè non ha bisogno di fare cassa e così non fa il Suo gioco perchè è l’antitesi di ciò che Le ha consentito di fare il botto, ossia la crisi dei bilanci del calcio italiano dalla quale ci ha guadagnato, e tanto, consentendosi ora di esprimersi così duramente. Perchè non lo faceva prima? È chiaro che per i Suoi affari c’è un mercato in meno e questo in prospettiva non è un bene per Lei che ha una sola ricetta per i calciatori: firmare il contratto vantaggioso e alla prima occasione abbandonare. Dal calcio italiano non ha più niente da spremere, altrimenti non parlerebbe così, ma per le Sue scaramucce con l’indigesto Aurelio non ne può fare le spese l’onorabilità della città partenopea. Insomma, caro Raiola, si faccia gli affari Suoi e quelli degli sceicchi, e la smetta di riempirsi la bocca di Napoli.

Napoli sobrio in un calcio ubriaco di politica economica

altro che calcio, gli sceicchi stanno divorando l’economia europea

Angelo Forgione per napoli.com Quando qualche tempo fa dissi che Juventus, Milan e Inter erano “malsane” qualche tifoso di quelle squadre si risentì esprimendo la propria rabbia con messaggi anche volgari. La realtà è sempre dura da digerire, soprattutto quando all’orizzonte si profilerebbe il fair-play finanziario imposto dall’UEFA e c’è da anticiparsi per coprire i buchi di bilancio. Che per quelle squadre sono ampi perchè fin qui Agnelli, Berlusconi e Moratti hanno speso molto più di quanto incassato, non tanto per gli acquisti ma per gli ingaggi che hanno assorbito quasi tutte le entrate, ripianando i buchi di tasca propria al contrario esatto di ciò che prevede l’UEFA che vuole le società capaci di autofinanziarsi. Solo negli ultimi consuntivi la Juve ha palesato circa 95 milioni di passivo, l’Inter 87 e il Milan 70. E non a caso sono le tre squadre più indebitate della Serie A,  quelle che hanno inseguito una massima competitività anche fuori dai confini nazionali, ormai lontana.
Così si spiegano le numerose cessioni delle milanesi che da una parte incassano liquidi e dall’altra cancellano le spese alla voce “monte ingaggi”. La Juventus invece continua a comprare come può e a non cedere, più per investimento che per possibilità, basandosi cioè sui ricavi dello stadio di proprietà (ancora senza sponsor) e sulla partecipazione alla prossima Champions League, una sorta di rischio calcolato che nasconde però qualche insidia.
 De Laurentiis ha condotto ancora una volta il suo Napoli all’attivo di bilancio e la crescita costante è diventata “esponenziale”, come dice Mazzarri che non a caso ha stabilito il suo record di permanenza su una panchina, proprio perchè lentamente si stanno ridimensionando le concorrenti. Prima la Lazio, poi la Roma, ora l’Inter e il Milan. Lavezzi è volato a Parigi perchè aveva una clausola rescissoria che gli ha consentito di annusare e assaggiare i soldi per sfamare le sue cinque generazioni a venire e l’affare ha accontentato tutti tranne i tifosi azzurri che però si abitueranno molto presto all’idea.
Resta il problema di fondo, la dirompente irruzione degli sceicchi nel calcio che è poi stata decisiva per la “resa” degli ostinati mecenati italiani impotenti di fronte ai pascià che stanno conquistando il mondo. Cosa succederà quando entrerà, se entrerà, in vigore il Fair-Play UEFA? Manchester City e Paris Saint-Germain fuori dalle coppe europee se spendono più di quanto ricavano? Questa è la minaccia e il calcio italiano si sta adeguando con grossi sacrifici che dovrebbero pagare; il problema è tutto degli altri.
In Spagna le banche locali si sono dissanguate pur di sostenere il prestigio di Barcellona e Real Madrid, ma ora non c’è più niente da spremere e la crisi è appena iniziata. Fino a qualche anno fa il Barcellona faceva serenamente a meno dello sponsor per scelta, ma recentemente ha dato lo spazio sulle maglie agli arabi di “Qatar Foundation” per 150 milioni quinquennali. Poi ci sono i fenomeni Manchester City, Paris Saint Germain e Malaga degli sceicchi che, dopo i petrolieri russi, hanno preso d’assalto il calcio europeo devastandone gli equilibri. Già, ma perchè mirano a determinati club e quelli italiani, così importanti, non fanno gola se non per qualche sponsorizzazione? Tamim Bin Hamad Al-Thani, principe ereditario del Qatar, ha acquistato il Paris Saint Germain tramite il “Qatar Investment Autorithy” per farne un dream-team. Il suo paese, grande come l’Abruzzo, é la terza riserva al mondo di gas naturale liquefatto (LNG) che frutta miliardi e miliardi di euro, ha investito 4 miliardi di dollari in infrastrutture di sfruttamento dei giacimenti e nell’affare sono entrate due società, la giapponese Chiyoda e la Technip, francese come il PSG e come il tifoso Nicolas Sarkozy che da presidente della Repubblica ha aperto le porte all’amico Al-Thani nominandolo anche grand’ufficiale della Legione d’onore. La Francia e il Qatar hanno firmato un trattato fiscale molto vantaggioso per i residenti e gli investitori qatariori sul territorio francese che è divenuto per loro un paradiso fiscale. Tra i due paesi intercorrono interessi in tema di turismo, aviazione, gas, petrolio, elettricità, infrastrutture, sicurezza del territorio e cooperazione scientifica. Durante la “liberazione” in Libia voluta da Sarkozy, il Qatar è stato l’unico paese arabo coinvolto e i suoi aerei, Mirage francesi, partivano per i raid con quelli della Nato. Insomma, calcio utile strumento di consensi per affari ben più ampi. Altro che Ibrahimovic e Lavezzi, altro che il calcio francese, il Qatar vuole portare via tutto e lo sta facendo; se qualcuno non se ne è accorto, la conquista del mondo è solo iniziata: dai magazzini Harrods a Londra alla maison Valentino e la Costa Smeralda in Italia, e poi Volkswagen-Porsche in Germania senza dimenticare Tiffany, le banche grecheBarclays e Credit Suisse… solo per fare qualche “piccolo” esempio. Tutto ciò approfittando della crisi, e quando questa passerà gli europei si renderanno conto di aver perso il proprio sistema economico.
Poi c’è il cugino di Tamim, il patron del Manchester City ma anche del Getafe e di Al-Jazeera, lo sceicco Mansur bin Zayd Al-Nahyan, che solo nel calcio la parte del leone l’ha fatta l’anno scorso a suon di petrodollari e ha così riportato la Premier League ai “citizen” dopo 44 anni di digiuno.
Sono questi gli uomini che stanno gonfiando la bolla finanziaria del calcio europeo e che prima o poi metteranno in difficoltà il presidente dell’UEFA Michel Platiniil cui figlio Laurent è avvocato per la “Qatar Sport Investments”, braccio del “Qatar Investment Authority”, la stessa holding che controlla il PSG. Società che, dopo aver schiaffeggiato la decenza, avrebbe tempo fino al 2014 per onorare i parametri del Fair play finanziario.
Piccolo contributo alla definizione dello scenario: i Mondiali di Calcio del 2018 e quelli del 2022 sono stati assegnati alla Russia e al Qatar, proprio loro. Polemiche e accuse di corruzione ai rappresentanti della FIFA dopo che Papà Platini si è speso perche fossero assegnati al paese del proprietario della squadra di Parigi. Molti gruppi imprenditoriali francesi, da Alcatel a Novotel, da Accor a Le Meridien fino a Sofitel, saranno coinvolti nel grande business legato all’organizzazione del primo mondiale arabo. Il deus-ex-machina dell’operazione è Nasser Al-Khelaifi, uomo riconducibile alla famiglia Al-Thani, presidente del Paris Saint Germain e gran capo di “Al-Jazeera Sport” che ha acquistato per 90 milioni di euro i diritti del campionato francese e ha tutto l’interesse che la “Ligue 1” diventi fortemente competitiva e appetita dagli sponsor; ma anche membro del CdA della “Qatar Sports Investment” per cui lavora Laurent Platini. Ora Blatter, a dodici anni di distanza, sposta l’attenzione sulla presunta corruzione da parte dei tedeschi per accaparrarsi i mondiali del 2006.
I qatarioti, che si sono candidati anche alle Olimpiadi del 2020, spenderanno somme ingenti per realizzare stadi climatizzati che aggireranno il problema del caldo mentre noi poveracci italiani viviamo ancora nello sfascio del 1990 e abbracciamo il nuovo corso del nostro calcio che cerca di guarire. Qui non ci sono stadi di proprietà e più ampi interessi per sceicchi. Magari la Juve otterrà il massimo dando la sponsorizzazione dello stadio proprio ai qatarioti ma l’unica strada possibile è quella intrapresa. Se Platini manterrà gli impegni sarà la strada giusta. Se.

Il destino comune dei portieri azzurri… o quasi

Il destino comune dei portieri azzurri… o quasi

stesse reazioni, reazioni diverse

C’è un portiere, professionista esigente, che in Napoli-Lecce dello scorso Gennaio si era sfogato dopo un goal di un proprio compagno di squadra che aveva messo fine ad una partita da chiudere molto prima, e fu crocifisso. Anche a Parma, due mesi dopo, quel portiere non reagì con gioia al goal di Cavani scaturito da un rigore fallito, scuotendo la testa e sbuffando, dimostrando anche in quella occasione di pretendere minori sofferenze. C’è un altro portiere che si è infuriato ben più platealmente per lo stesso motivo dopo Italia-Germania dimostrando il suo disappunto, ironia della sorte, proprio all’indirizzo del protagonista del primo episodio. E nessuno ha sollevato dubbi e polemiche.
Inutile sottolineare che l’errore non è nel secondo caso ma nel primo; e per dimostrarlo era partito da qui un contributo che fece cervelloticamente impuntare la società del secondo portiere.