Elogio del kayak, andar per mare a Posillipo

La spiaggia cancellata a Napoli è un grosso scempio compiuto tra il 1884 e il 1904. Un forte limite al rapporto dei napoletani con il loro mare, ma non per la mia libertà di andare in paradiso, che è un consiglio per tutti. Perché in fondo la serenità deve avere in sé qualcosa di immenso, ingovernabile, selvaggio.

Napoli deve riavere la sua spiaggia e il suo mare!

Angelo Forgione La mia battaglia di sensibilizzazione per la restituzione del mare ai napoletani continua. Ne ho parlato anche in un frangente del mio intervento all’evento pubblico “Resto al Sud, l’agorà” e poi ieri in tivù, alla trasmissione Club Napoli All News.

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Ventisei anni passati invano a Bagnoli

bagnoli

Angelo Forgione – Ricordo di essermi trovato, nel 2008, in un dibattito televisivo trasmesso da un’emittente locale sul tema della bonifica di Bagnoli e di aver chiesto a un esponente del Comune, legato alla società Bagnolifutura, quando avrei potuto indossare un costume e tuffarmi in quel mare. Il mio interlocutore mi rispose con ineffabile certezza «nel 2010». Si tirò una mia risata in pieno viso.
Un anno prima, una donna residente nella zona aveva denunciato la perdita del marito, mai impiegato nelle acciaierie, per una malattia tumorale, e aveva così fatto scattare le indagini e il conseguente processo per la mancata bonifica. Dopo undici anni è giunta la sentenza di primo grado: s
ei condanne, sostanzialmente leggere, per disastro ambientale e truffa, e poi diverse prescrizioni ad acuire la sensazione di amarezza.
La Procura dice che Bagnolifutura, la società di trasformazione urbana del Comune di Napoli, non ha bonificato alcunché nell’area ex Italsider, nonostante i 76 milioni di euro stanziati dal Governo. Piuttosto, le condizioni dell’area sono addirittura peggiorate. Insomma, un postificio per ingrossare carriere clientelari a danno della salute pubblica e dell’intera collettività di una splendida città di mare cui è negato il mare. Senza contare che Bagnolifutura, fallita nel 2014, seguiva un’altra società, la Bagnoli SpA, di fine anni Novanta e poi anch’essa fallita.
Le acciaierie, avviate nel 1909, chiusero definitivamente nel 1992, dopo aver inquinato la costa e il paesaggio di una grande risorsa mandata al diavolo. A inizio secolo, Napoli aveva perso il litorale flegreo nel paradiso termale di Bagnoli, in una delle baie più belle al mondo, nel giardino flegreo degli antichi Romani sul golfo di Pozzuoli, riparato dalla collina di Posillipo. Da poco aveva dovuto rinunciare anche alle spiagge di Chiaja e di Santa Lucia, cancellate dai palazzinari stranieri per la gioia delle banche torinesi e romane. Il delitto di Stato, temuto dall’illuminato Lamont Young, si compì in un ventennio tra l’Otto e il Novecento, tra la Legge del Risanamento di Napoli e la Legge speciale per il Risorgimento economico della città di Napoli.
Da allora, 83 anni di inquinamento a Bagnoli, più altri 26 di immobilismo trascorsi dal 1992 ad oggi. Ben cinque lustri di nulla, di sprechi, di danni, mentre il mondo ha camminato e in certi casi anche corso, e le città europee, comprese Torino e Milano, si sono ripensate. Napoli, invece, con la sua indegna classe politica, fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro, baciata da Dio, stuprata dall’uomo.

Per il TG5, Napoli volto peggiore in cui l’Italia sguazza

Angelo ForgioneL’estate 2015 passa alla storia per il funerale del gran padrino della famiglia Casamonica di Roma. Le parole confuse per raccontare una vicenda dai contorni precisi si sono sprecate, fino a giungere a un formidabile servizio dell’edizione serale del TG5 del 22 agosto (guarda al minuto 0:01:45), in cui, a margine della vicenda, si è voluto evidenziare in modo forzato e scorretto quanto l’Italia alla napoletana faccia male all’immagine del Paese all’estero. Un servizio corretto nell’impostazione di base ma condannabile nel metodo comunicativo. «Nessuno come noi italiani è bravo a farsi del male», annuncia il mezzobusto Alberto Bilà per lanciare il contributo di Carmelo Luciano, il quale mette in fila una sequela di immagini con un chiaro riferimento negativo: Napoli. Dalla comicità di Caccamo e Tafazzi alla drammaticità degli spaghetti con pistola di una famosa copertina di Der Spiegel, passando per Pulcinella mandolinista nel centro di Napoli, il “vigliacchetto” comandante Schettino da Piano di Sorrento che fa affondare la nave e gli sfaticati dipendenti degli scavi di Pompei che sbarrano cancelli ai turisti. Questo, e solo questo, è quello che l’autore del servizio mette insieme per descrivere il volto peggiore dell’Italia.
Per carità, c’è pure del vero in questo collage, ma la spasmodica ricerca di un bersaglio preciso è fin troppo subliminale per non essere percepito. Come se la Tangentopoli di Mani Pulite degli anni Novanta, i crac emiliani di Parmalat e le bande dell’Expo milanese, del MoSE veneziano e della mostruosamente costosa TAV centro-settentrionale non ci abbiano reso ridicoli agli occhi del mondo per l’altissimo tasso di corruzione (l’Italia è fanalino di coda per trasparenza tra i paesi membri dell’Unione Europea), al pari di quanto preso a campione e all’ingrosso, un tanto di luoghi comuni al chilo. Eppure è proprio Carmelo Luciano a dirci che «riusciamo a farci del male da soli, a dare fondo a tutti i luoghi comuni, le frasi fatte e le banalità sul carattere italiano che per gli stranieri è “spaghetti, pizza, mandolino e funiculì funiculà”». Sì, perché certi stereotipi sono stati diffusi dagli italiani prima ancora che dagli stranieri, sdoganati in modo capillare nell’era della televisione anche all’estero, là dove sono stati semplicemente presi in prestito all’occorrenza. Lamentarsene, ora, è inutile e tardivo.

Matteo Renzi e il disco rotto del piagnisteo. Vietato evidenziare il dramma Sud.

Angelo Forgione per napoli.comSia lodata la Svimez, ma ancor di più la Grecia in crisi. Che potesse divampare nuovamente la “Questione meridionale” sotto il solleone di Agosto, con la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi, nessuno poteva prevederlo, perché da un buon decennio, freddo o caldo che facesse, tra l’abbondante demagogia leghista e la massiccia retorica delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, il problema Sud era di fatto scomparso dai temi del dibattito politico nazionale.
Sia chiaro che la Svimez non ha detto nulla di nuovo, perché sono anni che nei suoi periodici rapporti preconizza desertificazione industriale e umana al Sud, richiamando attenzione sulla povertà meridionale. Tutto ignorato e relegato a qualche articolo di giornale mai capace di “estorcere” un commento significativo da parte dei leaders dei Governi che si sono succeduti. C’è voluta la Grecia, c’è voluto il suo euro-referendum per fare lo sgambetto al presidente del Consiglio in carica; c’è voluto il dibattito sulla “Questione greca” che sta all’Europa come quella “meridionale” sta all’Italia. L’attenzione internazionale si è concentrata sul dramma economico ellenico e tutti hanno creduto che oltre quel fondo non si potesse scavare nell’Eurozona. E invece la Svimez, riesprimendo gli stessi dati degli anni scorsi, ha condito quanto già detto col riferimento greco, così riaprendo una ferita mai rimarginata. Tutti hanno finalmente e improvvisamente scoperto che esiste un peggio al peggio, che la Magna Grecia sta peggio della Grecia. Il meridionalismo intellettuale lo sapeva già, ma l’imbavagliamento di cui è oggetto non gli consente di diffondere ampiamente la propria voce. E, del resto, nulla hanno potuto neppure i Gramsci, i Salvemini, i Nitti, i Fortunato e tutti coloro che hanno denunciato a gran voce, anche in sede politica, le problematiche affiorate con la creazione del “triangolo industriale” negli anni seguenti l’unificazione nazionale.
Il Sud ha battuto un colpo, finalmente, e la “Questione meridionale” è tornata inaspettatamente sotto i riflettori. Ma al grido d’allarme della Svimez ha risposto la leggerezza interpretativa del premier Renzi, la stessa persona che lo scorso gennaio, con incredibile superficialità, disse al parlamento di Strasburgo che le famiglie italiane incalzate dalla povertà si stavano invece arricchendo. Ora, dal pulpito nipponico di Tokyo, il “rottamatore” della politica italiana ha tuonato: «Basta piagnistei sul Sud! Voler bene all’Italia è smettere di parlarne male. L’Italia, lo dicono i dati, è ripartita. È vero che il Sud cresce di meno e sicuramente il governo deve fare di più, ma basta piangersi addosso». Il Presidente del Consiglio ha chiesto dunque di nascondere sotto il tappeto la polvere, di celare il dramma meridionale, di non parlar male dell’Italia, come se questa fosse una. No, non lo è e non lo è mai stata. Esistono due diverse Italie: ce n’è una che rincorre la ripresa facendo leva su un’economia che si approssima all’Europa che conta e ce n’è un’altra che da un secolo e più è scivolata verso il baratro. C’è una parte del Paese con distretti che procedono come la Germania e un’altra che è in panne alla partenza.
“Piagnisteo”. È così che Renzi liquida la Questione. Se il Sud si fa ascoltare “chiagne”, e magari “fotte” pure. Per cui è meglio che la smetta e che non faccia fare brutta figura all’Italia sullo scenario internazionale, soprattutto a un premier che è in visita nel Paese della terza economia mondiale. Nel Calcio, tanto caro al Capo di Governo, qualcuno dice che l’attacco è la miglior difesa, e Renzi sembra proprio attuare tal teorema per respingere le accuse nei confronti di un Esecutivo, il suo (ma non solo il suo) che per il Mezzogiorno non ha fatto nulla se non arrecare ulteriori danni con continui tagli della spesa in conto capitale e degli investimenti statali. Proprio di tattica si tratta, perché il rifiuto del “piagnisteo”, cioè l’attacco a chi prova ad attaccare, è un classico della dialettica dell’ex sindaco di Firenze. Otto mesi fa, a novembre, era a Sidney, e dai microfoni australiani chiedeva all’Italia di smetterla di vivere nel piagnisteo. Un mese prima – era ottobre – diceva lo stesso nella sua città, durante le celebrazioni per i 150 anni delle Officine Galileo a Campi Bisenzio, ricordando che nel dopoguerra italiano nessuno si è abbandonato al piagnisteo e così l’Italia è ripartita. Inesatto, perché i “piagnistei” c’erano anche allora, ed erano meridionali, ma furono messi a tacere. Quell’Italia in ginocchio ripartì grazie agli aiuti stanziati dal Piano Marshall tra il 1948 e il 1951, con cui furono rimessi in piedi gli stabilimenti industriali del Nord-Italia. Stanziamenti predisposti dagli Stati Uniti con lo scopo recondito di demolire il comunismo italiano (sostenuto esternamente dal grande blocco sovietico), nell’ambito di un piano più ampio finalizzato ad ottenere liberalizzazioni commerciali in Europa per le multinazionali americane e acquisire forte influenza della politica statunitense su quella europea. Eppure il politico sindacalista pugliese Giuseppe Di Vittorio – e non solo lui – chiese di investire parte dei finanziamenti americani per un minimo sviluppo industriale nel Sud, colpito da distruzioni molto maggiori rispetto al Nord, ma trovò opposizione nell’imprenditoria settentrionale, guidata dal genovese Angelo Costa, presidente di Confindustria, che rifiutò con ormai cronico nordismo. Per l’imprenditore ligure era più conveniente trasferire manodopera al Settentrione che creare fabbriche nel Meridione. «E assurdo pensare che l’industria si localizzi nel Sud, è più conveniente trasferire la manodopera verso il Nord». Così disse Costa nel 1946, e non è un caso che l’attività di navigazione per passeggeri immediatamente dopo avviata abbia portato alla nascita del colosso italiano delle crociere, quelle dai fumaioli gialli e la C blu. I soldi del Piano Marshall furono profusi dal Governo italiano in grandissima parte nei territori d’Alta Italia, rivitalizzando il “triangolo industriale” e inaugurando la più massiccia emigrazione da Sud a Nord. È così che l’Italia spaccata è ripartita dopo la Guerra. Si trattò di ripartenza assistita grazie al gettito di capitali esterni, come l’Italia dovrebbe fare per il suo Sud. È se lo Stivale intero non riesce a volare in Europa è proprio perché quel gettito fu maldistribuito, ricreando un fallimentare modello di sviluppo e ricalcando il Paese proprio come la si era lasciato prima dei bombardamenti, con un Nord in progresso industriale e un Sud “destinato a funzionare da colonia d’America per le industrie del Nord”. Il virgolettato si riferisce alle parole pronunciate da Gaetano Salvemini nel 1911, in pieno cinquantenario dell’Unità. Era anche quello il “piagnisteo” di chi sapeva di cosa parlava.

Nuova “Città della Scienza”, spazio alla spiaggia

previsto l’arretramento della struttura (che non poteva stare sul mare)

Angelo Forgione – Lunga sarà la strada per scoprire chi siano mandanti ed esecutori dell’incendio della “Città della Scienza” che devastò il complesso la sera di lunedì 4 marzo 2013, nel giorno di chiusura settimanale al pubblico. Ma intanto è stato anticipato, nel corso di una conferenza stampa nel polo di ricerca e divulgazione scientifica di Napoli, parte del progetto della ricostruzione della plesso scientifico e della realizzazione della spiaggia pubblica a Bagnoli. Lo “Science Center” arretrerà di circa 10 metri per permettere la realizzazione di una terrazza sulla spiaggia, lì dove insisteva prima dell’incendio del 4 marzo, che diverrà l’ingresso alla spiaggia con la realizzazione di nuovi percorsi di camminamento. Ed è proprio il recupero della spiaggia una delle principali chiavi di lettura dei tristi eventi, considerando che, secondo il Piano Regolatore di Napoli, relativamente all’area di Bagnoli, i capannoni andati in fiamme erano tecnicamente un abuso edilizio, non potendo essere ubicati sulla costa di Coroglio in quanto impedivano il previsto ripristino della linea costiera (leggi articolo del 6 marzo ’13). La posizione individuata è una sorta di compromesso, visto che i comitati civici avevano chiesto la dislocazione completa della “Città”.
La spiaggia sarà realizzata al posto dell’attuale scogliera, con il ripascimento del tratto di costa. La rinascita di Città della Scienza, che cambierà aspetto rispetto ai vecchi capannoni ex industriali e dovrebbe essere terminata il 31 dicembre 2016, costerà circa 65 milioni, di cui 22,5 a carico della Fondazione Idis, 34 milioni a carico della Regione e 8 milioni del Governo. La firma ufficiale sarà posta a Coroglio il 4 marzo 2014, simbolicamente nell’anniversario e nel luogo del rogo.

Quando “napoletano” è cialtrone italiano

Angelo Forgione – Mentre la Costa “Concordia” torna in posizione eretta anche grazie alla scienza napoletana e alle competenze tecniche della città partenopea, si riaccendono i riflettori su Francesco Schettino, lo sciagurato comandante del disastro in attesa di giudizio. È stato da subito considerato uno sbruffone, un buono a nulla, addirittura un soggetto pericoloso e spavaldo della cui minacciosa personalità (?) bisognava accorgersi prima dell’incidente dell’Isola del Giglio. Eppure la pratica dell’inchino non era eccezionale, non un’iniziativa cervellotica e personale, ma una consuetudine che proprio Costa crociere, sul proprio blog ufficiale, decantava, come in occasione del settembre 2010, quando fu compiuto all’isola di Procida (video). È la stessa Compagnia ringraziava il comandante, salvo poi prenderne le distanze all’indomani della sciagura nei mari toscani. La pratica non era sporadica e la ripetevano anche altre compagnie in ogni posto suggestivo, come di fianco ai faraglioni di Capri.
È evidente che il comandante campano sia diventato lo strumento per uno squallido giudizio sulle sue origini napoletane. Leghisti e non, da più parti, hanno attaccato la comunità napoletana capace di generare personaggi del genere, levantini e incapaci di assumersi delle responsabilità. La sottocultura italiana del dito contro sempre puntato è venuta a galla mentre la nave era ormai ripiegata su se stessa. Schettino è figlio della cultura marinara di Meta di Sorrento, cittadina che affaccia sul mare e quell’orizzonte lo scruta ogni giorno. Una cultura prima imparata nella sua formazione marittima e poi tradita in una notte di follia e terrore, ma pur sempre una cultura che ha dato e da tanto all’Italia. La stessa cultura del Capitano di fregata Gregorio De Falco da Sant’Angelo di Ischia, da tutti indicato come l’uomo che ha dimostrato polso fermo e sangue freddo.
Poco o nulla è cambiato dai giorni tristi della tragedia. Un articolo de il Fatto Quotidiano di oggi, 17 settembre 2013 (immagine in basso), ritorna sulle tracce di Schettino e lo cataloga come “napoletano”, laddove per napoletano si intende “cialtrone italiano”. Qualcuno conosce forse il nome del comandante della “Jolly Nero” che travolse ad alta velocità la torre piloti del porto di Genova, causando 9 morti? Ve lo dico io. Si chiama Roberto Paoloni. E qualcuno sa di dov’è? Ve lo dico io. È di Genova. Certo, è facile ironizzare su una presunta mentalità irresponsabilmente meridionale di Schettino, ma la memoria corta di una certa becera sottocultura italiana fa dimenticare che nel 2001 una tragedia ben più grave ma meno “cervellotica” vide due aerei scontrarsi a terra sulla pista di Linate con ben 118 morti, e le condanne colpirono Sandro Gualano, Paolo Zucchetti, Antonio Cavanna e Giovanni Lorenzo Grecchi; un torinese, due milanesi e un pavese ritenuti responsabili di gravi omissioni e negligenze procedurali. Ma evidentemente i cialtroni sono solo i napoletani… e i napoletani, solo cialtroni.
Impossibile stare a questo gioco. Schettino è stato un irresponsabile, prima sbruffone e poi codardo, e dovrà evidentemente saldare il conto con la giustizia, ma i napoletani non hanno di certo il copyright della cialtroneria certificata, che appartiene invece a qualche operatore dell’informazione.