Nalbero, le polemiche e i veri scempi

Angelo Forgione Qualche polemica di troppo sulla struttura piramidale a sembianze d’abete installata temporaneamente sul lungomare di Napoli. File chilometriche per entrarvi e salire in cima, a 40 metri di altezza, da dove si può osservare uno dei panorami più belli del mondo da un punto insolito. Si tratta di “acceleratore economico-turistico”, in una Napoli che continua, e continuerà, a raccontare i suoi presepi e la sua cultura, ma che ha bisogno anche di agitarsi per assecondare il nuovo impulso turistico. Poi, a marzo, il simbolo pop del Natale napoletano 2016, sparirà.

Qualcuno lo ha definito baraccone psichedelico, qualcun altro lo ritiene uno scempio che deturpa il meraviglioso lungomare. Vero che di giorno è brutto, e che maggior cura si poteva avere per rivestirlo di verde. Ma non giunge da nessuna parte il lamento per le vere oscenità permanenti della città, gli sfregi perpetrati alla bellezza incomparabile che il mondo riconosce alla baia di Napoli. Chi, ad esempio, si lamenta più del grattacielo di via Medina? Non mediocre esempio di architettura ma abominevole schiaffo al panorama, piazzato lì, sulla linea di costa, tra il Vesuvio e la collina del Vomero, a mettere discordanza e sproporzione nell’ambiente urbano del centro.

grattacieloCi si abitua a tutto, anche al brutto, quando questo è imposto e diventa normalità. Mi piacerebbe sapere cosa si è fatto, tra il 1954 e il 1957 laurino, mentre brillavano le luci della seggiovia del Vesuvio, per scongiurare quel pugno nell’occhio che veniva brutalmente sferrato dalla Società Cattolica di Assicurazioni di Verona, quei 33 piani che si innalzavano oltre i 100 metri e deturpavano una delle mitiche cartoline di Napoli, quella dal Vomero. Non era forse quello il patrimonio universale che le leggi borboniche del primo Ottocento difendevano dell’edilizia sui versanti panoramici delle strade collinari?
Io, al più scandaloso edificio che abbia mai insultato la bellezza di Parthenope, e che mi rovina le foto, non mi ci abituo.
Bisogna detestare questo. Bisogna detestare la recinzione di Mendini alla Villa Comunale e tutte le volgarità croniche, non un albero di ferro che l’anno prossimo sarà a portar turismo e soldi altrove.

Zimbabwe napoletano a Roma. Ma è solo la tv nazionale dei meridionali emigrati.

Angelo Forgione E dunque, dopo l’irpino Michele Criscitiello trapiantato a Milano e il suo formidabile titolo “Napoli, emergenza rifiuti”, per il passante trasteverino dall’accento romano contaminato, intervistato dal lucano Rocco Cillo per il solito Tg5, quella sfregiata dai rifiuti non sembra Roma ma lo Zimbabwe o Napoli. Il signore sicuramente non è mai stato né ad Harare né a Napoli e, statene certi,  parla per stereotipi, perfetti per un “tiggì” che con una frase del genere, nel paesiello delle etichette, ci fa un mezzo scoop. Ricordate l’omicidio di Ginevra raccontato dal leccese Bartolomucci che intervistava una sudamericana? Ricordate quando lo stesso Bartolomucci rimproverò un napoletano che commentava la voragine di Firenze?
Vi racconto qualcosina. Ieri, con un amico, accompagnavo per Napoli due turisti di San Pietroburgo in viaggio di piacere nella pulita e luminosissima Napoli, dove non erano mai stati. Erano stati però un po’ dappertutto in Italia, anche a Milano, dove gli avevano raccontato che Napoli era sporca e brutta, e che nulla vi fosse da vedere. I turisti russi mi dicevano: «Ma che bugie raccontano? Napoli è bellissima. E non si può dire che è sporca». criscitiello_rifiutiE poi ho raccontato loro degli storici scambi culturali e commerciali tra Napoli e San Pietroburgo, dell’architetto napoletano Carlo Rossi che ha portato il neoclassicismo vanvitelliano nella loro città, come ha fatto Giuseppe Piermarini a Milano; ho raccontato dei cavalli di bronzo (cavalli russi) donati dallo Zar Nicola a Ferdinando II, identici a quelli sul ponte Anichkov; ho raccontato delle forniture di pregiato grano duro Taganrog che lo Zar mandava a Napoli dalle zone cerealicole del Mar Nero, miscelato col grano Saragolla delle Puglie per dare il via alla produzione della grande pasta di Napoli; ho raccontato dei musicisti della Scuola Napoletana del Settecento fortemente richiesti a San Pietroburgo. Non sapevano nulla, perché i media fanno quello che fa il Tg5, e ne sono rimaste affascinate. Però sapevano che la Scala è il cuore della cultura italiana, e per questo l’hanno visitata, restandone delusi perché «troppo semplice». A fine giornata un messaggio dei turisti russi ringraziava i due occasionali ciceroni napoletani: “gli italiani (napoletani) più intelligenti che abbiamo conosciuto”. Magari ora potranno vistare anche Harare. La mia giornata culminava nella festa per la promozione dell’Afro-Napoli, tra ragazzi di colore e in uno splendido clima di integrazione.

All’ascolto di certi messaggi distorti e amplificati, la reazione dei turisti che decidono di “avventurarsi” a Napoli è sempre la stessa: stupore! Stupore per la netta distanza tra la narrazione mediatica e la realtà vissuta in prima persona.

Bartolomucci: «è un piagnisteo napoletano continuo»

Angelo Forgione A La Radiazza (Radio Marte), Gianni Simioli contatta Antonio Bartolomucci per chiedergli dell’ineffabile chiusura del servizio per il Tg5 sull’omicidio di Ginevra. La telefonata è da prendere come esempio di come certi operatori dell’informazione nazionale non percepiscano minimamente il danno che arrecano all’immagine di Napoli (e certo, non è la loro città; NdR), ma anzi lo facciano talvolta di proposito.
Bartolomucci, chiaramente infastidito, cerca prima di scaricare tutto sulla sudamericana intervistata (“assurda donna”), salvo poi parlare di «piagnisteo napoletano continuo». E conferma che quell’intervista l’ha selezionata apposta, «per far capire che Ginevra ha fatto un passo indietro e che loro usano questo sistema di paragone». E a questo punto mi sento autorizzato a pensare male, e cioè che la frase sia stata dettata alla passante. Almeno mi spiegherei il suo sorriso finale.

clicca qui per ascoltare la telefonata

bartolomucci

Massacro a Ginevra, ma paga Napoli (per colpa del Tg5)

Angelo Forgione Ci risiamo. Eravamo rimasti al Governatore della Puglia Michele Emiliano, barese, che solo qualche settimana fa affermava in diretta tivù che Bari criminale non è Napoli. E subito dopo, sempre in tivù, negli studi Rai di Napoli, il nutrizionista piemontese Federico Francesco Ferrero diceva che a Napoli qualcuno è mariuolo, parlando di pizza. Ora il microfono si sposta a Ginevra, dove per il massacro di una donna è Napoli a pagare, in termini di immagine. La vittima, una 29enne ricercatrice italiana, della provincia di Torino, che frequentava un dottorato di microbiologia molecolare nella città elvetica, è stata colpita con una spranga da un uomo che l’ha aggredita per strapparle la borsetta mentre rientrava a casa. La polizia cerca un uomo tra i 20 e i 30 anni. Sul posto giungono le telecamere del Tg5, con Antonio Bartolomucci, leccese, che chiede alle colleghe italiane della vittima quanto si sentano al sicuro a Ginevra. Poi è il turno di una donna sudamericana del posto, che si presta a una sentenza all’italiana: «Ormai abbiamo paura anche noi. E questa è Ginevra, non Napoli!». Parole tranquillamente montate nel servizio e diffuse a milioni di persone, in barba alle più elementari regole deontologiche.
Si tratta ancora una volta di stigmatizzare il giornalista e il direttore responsabile di redazione, non la signora piena di pregiudizi, perché una frase diffamatoria talmente gratuita non dovrebbe mai essere sdoganata da un network nazionale. In poche parole, in fase di montaggio, andrebbe censurata e tagliata, esclusa dal contributo video. E invece accade che vada in diretta su tutto il territorio, alimentando i pregiudizi su una città tartassata di prassi da certa stampa. Ed è esattamente questo il motivo per cui anche una donna di Ginevra si lascia andare a un’affermazione totalmente fuori luogo, traendo dal riverbero dei media italiani ma anche svizzeri le parole più inadatte da pronunciare davanti a un microfono di un telegionale italiano. Il problema è che per il telegiornale italiano, spesso e volentieri, non sono parole inadatte.

A Napoli il primo cane per non vedenti a scuola ma l’insegnante mortifica la città

cane_scuola.pngAngelo Forgione Il liceo ‘Mazzini’ di Napoli prima scuola ad accogliere un cane per non vedenti in aula. Un bel primato di civiltà, non c’è che dire, anche perché in casi analoghi il permesso è stato più volte negato in passato. E al Vomero arrivano anche le telecamere del Tg5 per la rubrica L’Arca di Noè del 3 gennaio. Insieme alla studentessa non vedente Noemi Marano e alla sua ben addestrata accompagnatrice a quattro zampe, ad accogliere la giornalista Mediaset Maria Luisa Cocozza anche l’insegnante Sara Miele, cui spetta il compito di esprimere l’orgoglio per un segno di civiltà tutto partenopeo. Peccato che esordisca in modo infelice: «Sì, una volta tanto possiamo essere orgogliosi di essere napoletani». Consigliamo all’intervistata di esprimersi a titolo personale in una prossima ribalta televisiva, e non a nome dei tantissimi napoletani che orgogliosi di esserlo lo sono sempre, e non una tantum, per tutto ciò che Napoli rappresenta.

guarda la puntata al minuto 2:40

Per il TG5, Napoli volto peggiore in cui l’Italia sguazza

Angelo ForgioneL’estate 2015 passa alla storia per il funerale del gran padrino della famiglia Casamonica di Roma. Le parole confuse per raccontare una vicenda dai contorni precisi si sono sprecate, fino a giungere a un formidabile servizio dell’edizione serale del TG5 del 22 agosto (guarda al minuto 0:01:45), in cui, a margine della vicenda, si è voluto evidenziare in modo forzato e scorretto quanto l’Italia alla napoletana faccia male all’immagine del Paese all’estero. Un servizio corretto nell’impostazione di base ma condannabile nel metodo comunicativo. «Nessuno come noi italiani è bravo a farsi del male», annuncia il mezzobusto Alberto Bilà per lanciare il contributo di Carmelo Luciano, il quale mette in fila una sequela di immagini con un chiaro riferimento negativo: Napoli. Dalla comicità di Caccamo e Tafazzi alla drammaticità degli spaghetti con pistola di una famosa copertina di Der Spiegel, passando per Pulcinella mandolinista nel centro di Napoli, il “vigliacchetto” comandante Schettino da Piano di Sorrento che fa affondare la nave e gli sfaticati dipendenti degli scavi di Pompei che sbarrano cancelli ai turisti. Questo, e solo questo, è quello che l’autore del servizio mette insieme per descrivere il volto peggiore dell’Italia.
Per carità, c’è pure del vero in questo collage, ma la spasmodica ricerca di un bersaglio preciso è fin troppo subliminale per non essere percepito. Come se la Tangentopoli di Mani Pulite degli anni Novanta, i crac emiliani di Parmalat e le bande dell’Expo milanese, del MoSE veneziano e della mostruosamente costosa TAV centro-settentrionale non ci abbiano reso ridicoli agli occhi del mondo per l’altissimo tasso di corruzione (l’Italia è fanalino di coda per trasparenza tra i paesi membri dell’Unione Europea), al pari di quanto preso a campione e all’ingrosso, un tanto di luoghi comuni al chilo. Eppure è proprio Carmelo Luciano a dirci che «riusciamo a farci del male da soli, a dare fondo a tutti i luoghi comuni, le frasi fatte e le banalità sul carattere italiano che per gli stranieri è “spaghetti, pizza, mandolino e funiculì funiculà”». Sì, perché certi stereotipi sono stati diffusi dagli italiani prima ancora che dagli stranieri, sdoganati in modo capillare nell’era della televisione anche all’estero, là dove sono stati semplicemente presi in prestito all’occorrenza. Lamentarsene, ora, è inutile e tardivo.

Orgoglio e Storia Napoletana al TG5

L’antico stemma del Regno di Napoli in apertura del TG5 del 11 Luglio 2010

Finale dei mondiali di calcio in Sudafrica tra Spagna e Olanda.
Sfida tra monarchie che coinvolge anche Napoli e il sud.
Il TG5 intervista alla vigilia della partita il Movimento NEOBORBONICO e il Movimento V.A.N.T.O. su temi sportivi e commistioni storiche tra le corone di Napoli e Palermo e quella di Spagna.