A Napoli il primo cane per non vedenti a scuola ma l’insegnante mortifica la città

cane_scuola.pngAngelo Forgione Il liceo ‘Mazzini’ di Napoli prima scuola ad accogliere un cane per non vedenti in aula. Un bel primato di civiltà, non c’è che dire, anche perché in casi analoghi il permesso è stato più volte negato in passato. E al Vomero arrivano anche le telecamere del Tg5 per la rubrica L’Arca di Noè del 3 gennaio. Insieme alla studentessa non vedente Noemi Marano e alla sua ben addestrata accompagnatrice a quattro zampe, ad accogliere la giornalista Mediaset Maria Luisa Cocozza anche l’insegnante Sara Miele, cui spetta il compito di esprimere l’orgoglio per un segno di civiltà tutto partenopeo. Peccato che esordisca in modo infelice: «Sì, una volta tanto possiamo essere orgogliosi di essere napoletani». Consigliamo all’intervistata di esprimersi a titolo personale in una prossima ribalta televisiva, e non a nome dei tantissimi napoletani che orgogliosi di esserlo lo sono sempre, e non una tantum, per tutto ciò che Napoli rappresenta.

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Chi ritira l’Alta Onorificenza consegnata al dopato e razzista Schwazer?

Angelo Forgione Alex Schwazer ci sta provando a rientrare in tempo per i Giochi olimpici di Rio de Janeiro. Nuovo interrogatorio alla procura antidoping del Coni per sostenere la sua richiesta di sconto sulla squalifica che scadrà il 29 aprile 2016.
Prendano la decisione che ritengono più corretta i giudici del Tribunale nazionale antidoping. C’è ben altra questione morale a procurar danno ai valori della lealtà sportiva e, soprattutto, a quelli della tanto sbandierata Unità nazionale. il fatto è che, dopo essere stato abbandonato dall’Arma dei Carabinieri, dagli sponsor e dalla (ormai ex) fidanzata Carolina Kostner (anch’essa coinvolta e sanzionata per aver fornito copertura), l’unico a non stigamtizzare il comportamento di Schwazer è stato Giorgio Napolitano, che all’epoca della squalifica, aprile 2013, era il presidente della Repubblica. Fu lui a conferirgli spontaneamente il titolo di Commendatore d’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, la più alta onorificenza dell’ordinamento, consegnata al Quirinale il 1 settembre 2008, dopo la vittoria fasulla alle Olimpiadi di Pechino. Napolitano ha lasciato la residenza al colle a gennaio 2015, facendo scorrere nove mesi senza ritornare sui suoi passi. L’onorificenza è ancora al collo di Schwazer.
Grave il fatto che il marciatore altoatesino non sia neanche messaggero di unità nazionale, quella tanto cara a Giorgio Napolitano, napoletano di nascita, che ha fatto finta di non leggere – e non ha mai stigmatizzato – ciò che l’atleta scrisse nella famosa email inviata a Pierluigi Fiorella, medico della Federazione Italiana di Atletica Leggera, due giorni prima di risultare positivo all’eritropoietina ricombinante a un controllo antidoping a sorpresa dell’estate 2012. Tutti i napoletani, eccetto Napolitano, ben ricordano con quali parole il dopato cercò di convincere il medico federale della pulizia morale ed ematica che ben sapeva di non avere:

“Posso giurare che non ho fatto niente di proibito. Ti ho dato la mia parola e non ti deluderò. Sono altoatesino, non sono napoletano”.

Come se nascere a Vipiteno fosse garanzia di serietà e venire al mondo a Napoli, al contrario, di inaffidabilità. Mentiva sapendo di mentire lo spergiuro, e finì a versar lacreme altoatesine, non napulitane in conferenza stampa, proprio mentre un calciatore napoletano dei quartieri spagnoli, Fabio Pisacane, dava esempio di lealtà smascherando le corruzioni del calcioscommesse.
Altro che lustro all’Italia! Sarebbe il caso che qualcuno segnali al successore del napoletano Napolitano [Mattarella] l’opportunità di riparare a un errore intollerabile.

Trentino, Veneto ed Emilia Romagna patrie del doping d’elite

Angelo Forgione – Il tentativo maldestro-razzista di nascondere il proprio doping da parte di Alex Schwazer è stato rettificato altrettanto maldestramente dal protagonista sulla sua fanpage facebook: “(…) voglio bene a Napoli ed ai napoletani; ho un bellissimo ricordo di una gara a Napoli vinta nel 2010. Estrapolare, come è avvenuto, da una mia breve dichiarazione, dove volevo semplicemente e scherzosamente dire che non possiedo doti di furbizia, una mia mancanza di stima verso i napoletani è offensivo per i miei sentimenti di rispetto verso Napoli e i suoi cittadini”. Per Schwazer, insomma, la furbizia non è intelligenza ma capacità di raggirare. Rimedio peggiore del male! L’atleta altoatesino andrebbe punito simbolicamente con un ulteriore aggravio di pena per discriminazione razziale, lui che è solo l’ultimo di una serie di sportivi italiani squalificati per aver alterato i propri valori. Andiamo a vedere chi sono i più noti oltre ad Alex Schwazer da Vipiteno (Trentino Alto Adige): Giampaolo Urlando da Padova (Veneto), Davide Rebellin da San Bonifacio (Veneto), Marco Pantani (Emilia Romagna) e Riccardo Riccò da Sassuolo (Emilia Romagna). E possiamo tranquillamente metterci anche Francesco Moser da Giovo (Trentino Alto Adige), che praticò impunemente l’autotrasfusione prima del 1984, anno in cui questa divenne illegale. Fu lui stesso a dichiarare di essere stato “una cavia felice“, proponendo persino la liberalizzazione del doping.
E allora viva i fratelloni Abbagnale, Patrizio Oliva e tutti queli atleti napoletani che non sono mai entrati nella lista dei cattivi. Una lista che andrebbe fatta anche per i razzisti, perché la discriminazione è evidentemente ad ogni livello. Anche accademico, se è vero che il Maestro Riccardo Muti, ritirando una laurea ad honorem a Milano, si è tolto qualche mese fa un sassolone dalle scarpe con classe tutta partenopea: «Quando sono arrivato a Milano mi chiamavano il terrone… notavo una lieve forma di razzismo». Ora è ambasciatore della cultura italiana e napoletana nel mondo, cosa di cui non perde occasione per dimostrare quanto ne sia fiero: «la napoletanità alla fine vince».

Schwazer: «Sono altoatesino, non napoletano, quindi innocente»

Angelo Forgione – Lacreme altoatesine! Mentiva sapendo di mentire Alex Schwazer mentre scriveva una email al medico della Fidal Pierluigi Fiorella. Non solo: faceva anche del razzismo. Perché si era dopato e voleva convincere il medico federale della sua pulizia morale distinguendo gli altoatesini dai napoletani. «Posso giurare che non ho fatto niente di proibito… ti ho dato la mia parola e non ti deluderò. Sono altoatesino, non sono napoletano». Queste le parole scritte due giorni prima del test a sorpresa che gli fece la Wada, l’agenzia mondiale antidoping, con cui fu rivelata la positività all’assunzione dell’Epo. Il Signore ci mise solo 48 ore per punirlo.
Chissà poi cosa avrà pensato il medico, e se avrà creduto o meno all’atleta razzista. Intanto abbiamo capito chi intendeva rappresentare e chi no il marciatore quando salì sul gradino più alto del podio olimpico. Sta di fatto che i napoletani possono andare fieri di non avere la sfacciataggine dell’altoatesino e di poter invece vantare esempi come i fratelli Abbagnale o Fabio Pisacane, dimenticato praticamente da tutti ma non da chi riconosce il valore sempre più raro della correttezza.

Maradona tira pietre allo “Stellone”

Angelo Forgione per napoli.com È troppo sagace Diego, e sa benissimo come accendere il suo esercito. Quando lui parla, non tira fuori parole ma lancia pietre. Gliene sono bastate sette ieri sera per far esplodere la platea assiepata sul lungomare, ai piedi dell’Hotel Continental, e poi tutti i siti internet. Sette pietre scagliate che valgono più di qualsiasi comizio-fiume. Sette pietre in cui c’è tutta la conoscenza della società napoletana rispetto all’italiana. Sono passati quasi ventitré anni da quella gragnola alla vigilia di Italia-Argentina nella sua Napoli: «Gli italiani si ricordano dei Napoletani solo quando c’è da tifare per l’Italia, poi si dimenticano di come li trattano». Maradona ha capito nel 1984, più di tanti napoletani, che Napoli è nazione stretta in una nazione che le sta stretta, e continua a comunicare così, tirando pietre allo “stellone” d’Italia.
«Io non mi vendo, io sono napoletano!». Tanto è bastato per far esplodere un boato degno dei reperti filmati dell’istituto Luce. E poco importa, ma anche no, che qualche napoletano di troppo si sia venduto al potere nel corso della storia. A proposito, di chi sono le migliaia di voti per la Lega Nord infilati nelle urne napoletane? E per certi culi grossi il traguardo è la poltrona. E per noi poveri fessi basta solo un Maradona… Parole e musica di Federico Salvatore.

tratto da calcionapoletano.it

Il napoletano non sparirà… ma sta cambiando.

 L’UNESCO lo considera “vulnerabile”, ma sopravviverà

21/02/12 – Angelo Forgione per napoli.com Martedì 21 Febbraio, giornata delle lingue madri. E il Napoletano è tra queste. È la lingua del Sud-Italia secondo l’UNESCO, la più parlata dopo l’Italiano con una stima che va dai 7,5 agli 11 milioni di conoscitori, emigranti esclusi, proprio perchè lingua correntemente parlata e capita in un antico Stato sovrano che continua a mantenere la sua dignità. Non dialetto, e non può esserlo un idioma che sostituì il latino nei documenti ufficiali e nelle assemblee del Regno di Napoli per decreto del 1442 di Alfonso d’Aragona. E del resto la stessa UNESCO identifica il territorio di diffusione tra Campania, Basilicata, Abruzzi, Molise, Calabria settentrionale, Puglia settentrionale, basso Lazio, Marche e parte dell’Umbria; sostanzialmente si tratta dei vecchi confini del Regno di Napoli, dove il Napoletano, lingua madre, abbracciò anche i dialetti locali delle varie Province del Regno stesso.
L’idioma partenopeo è classificato dall’organismo culturale dell’Onu tra le lingue “vulnerabili”, come il Siciliano e il Veneziano. E sebbene sia trapelato un falso allarme di estinzione entro la fine del secolo, in realtà queste tre lingue sono quelle italiche più al riparo dalla sparizione. Vulnerabile non è una novità; il napoletano è già vulnerato, violato, contaminato, e non è più puro da tempo soprattutto nella sua scrittura che nessuno insegna. Ma l’estinzione è davvero l’ultima delle insidie per una lingua che può vantare un grande veicolo che è anche grande scrigno: la canzone classica, quella che si è fatta spazio nel mondo e nella storia, e nella quale si può infatti recuperare il vero Napoletano.
La classificazione nella categoria “vulnerabile” è per quelle lingue non a rischio di estinzione, che utilizzano le stesse modalità di trasmissione per le nuove generazioni. Tradotto in soldoni, tramandate come uso e costume e non accademicamente. Ben più a rischio, secondo l’UNESCO sono il Piemontese, il Ligure, il Lombardo, il Friulano, l’Emiliano-Romagnolo e il Sardo.
Il vero pericolo segnalato dalla catalogazione “vulnerabile” dunque, non è che i napoletani comincino a parlare solo in Italiano ma che stravolgano una lingua già stuprata, pur avendo norme grammaticali, lessicali, fonetiche e ortografiche ben precise. Basti ricordare che la Regione Campania ha battezzato l’abbonamento mensile ai trasporti pubblici “Jamme card“, ma in Napoletano la parola “andiamo” si scrive jammo.

Servizio del TG3 del 21/02/12

Cannavaro, Grava, Pisacane… “noi siamo Napoletani”

e Gigi Vitale pone interrogativi ai tifosi ternani su twitter

Lo scorso Novembre, Totò Di Natale si era platealmente scontrato coi suoi tifosi durante la partita Udinese-Catania reclamando maggior rispetto, anche se poi fu costretto a ricomporre la situazione. Ora è il turno dell’ex calciatore del Napoli, lo stabiese Luigi Vitale, che con un “tweet” si chiede come mai i tifosi della Ternana cantano “noi non siamo napoletani” (tecnicamente non razzista) quando in squadra militano sei calciatori napoletani, compreso quel Fabio Pisacane esempio di lealtà sportiva di cui andiamo fieri noi e la stessa Ternana Calcio. A proposito, Gianello ha avvicinato o no Cannavaro e Grava che lo hanno denunciato per falsa deposizione? La sentenza dice di si, e le sentenze vanno rispettate. E allora Cannavaro e Grava si uniscono a Fabio Pisacane in quella schiera di calciatori napoletani incorruttibili perché non corrotti da tesserati di provenienza settentrionale. I cori da stadio lasciano il tempo che trovano, ma i fatti del calcio dimostrano che non essere napoletani non è che sia proprio un vanto.