Napoli Capitale Morale, intervista per ‘il Vaporetto’


di Antonio Corradini per ilvaporetto.com

Napoli e Milano, due città che sembrano correre su strade parallele, due realtà contrapposte, separate da sempre da uno spartiacque sociale intriso di contraddizioni e luoghi comuni. Entrambe, come ci spiega nel suo nuovo libro Angelo Forgione, capitali morali d’Italia, la prima per il suo ingombrante prestigio preunitario, la seconda per il ruolo di città-faro che ha saputo coltivare dall’Unificazione fino ad oggi, approfittando proprio del declino inesorabile della città partenopea. Ne abbiamo parlato proprio con l’autore dell’opera, con un’intervista esclusiva in cui abbiamo voluto chiarire quelle che erano le ragioni che hanno reso necessario la pubblicazione di un libro che promette di rispondere a molte domande su quella che è la storia ed il percorso passato e futuro di due città faro delle loro rispettive macro aree. Milano e Napoli, Nord e Sud.

Ci siamo Angelo, Napoli Capitale Morale è sugli scaffali delle librerie. Quanta fatica per un’opera che si propone di svelare gli intrecci, le analogie e i personaggi che hanno accompagnato le città di Napoli e Milano dal Rinascimento ad oggi?

Tantissima fatica. Ho messo insieme la storia di Napoli e quella di Milano, e le ho incollate con una mistura di Politica, Massoneria e Chiesa. Capirete che è stato un lavoro di ricerca profonda e faticoso, ma molto appagante. Vi si legge di storie e figure note, ma intrecciate, e anche di personaggi e fatti davvero poco conosciuti, che ho voluto tirare fuori dal dimenticatoio della storia per chiarire e raccontare il dialogo tra Napoli e Milano che l’Unità d’Italia ha spezzato e per fornire degli strumenti di comprensione della realtà attuale delle due città.

Napoli e Milano hanno più affinità di quello che si pensa?

Direi proprio di sì. Pur essendo città diverse e per certi versi opposte, vi sono dei punti di contatto anche evidenti. Questo perché i rapporti intercorsi sono stati importanti, inizialmente durante il secondo Quattrocento, tra il regno aragonese di Napoli e il ducato sforzesco di Milano, e in maniera più intensa nel secondo Settecento, tra i Borbone di Napoli e gli Asburgo di Vienna, che governavano il territorio lombardo, ma anche tra gli illuministi delle due città. Una relazione strettissima vi è stata anche nel primo Ottocento napoleonico. Poi le vicende risorgimentali hanno fatto divergere i percorsi e con l’Unità è andata a finire che le élite del Regno d’Italia hanno interrotto le comunicazioni tra Nord e Sud, spento la profusione culturale e omesso il racconto di ciò che si sono dette Napoli e Milano. Oggi, per esempio, ci riempiamo gli occhi con la Scala e il San Carlo ma non immaginiamo che c’è una strettissima parentela tra i due teatri. Io ho voluto raccontare tutto.

Possiamo considerare Milano come la continuazione storica e politica della Napoli preunitaria?

In un certo senso, sì. Milano è diventata sul finire dell’Ottocento quello che era Napoli un secolo prima, cioè la meta di professionisti e talenti. E ancora a metà del XIX secolo, al momento dell’Unità, Napoli era la città più grande e popolata d’Italia, ma anche la più importante e la più rispettata in Europa. Oltre quattrocentomila abitanti napoletani, il doppio dei milanesi, e meno ancora erano i romani e i torinesi. Oggi Milano è seconda a Roma per popolazione residente ma certamente è la più inclusiva d’Italia, l’unica città che cresce demograficamente, mentre tutte decrescono, e Napoli in modo preoccupante, risultando ormai popolata più o meno quanto Torino. Il capoluogo meneghino si è indubbiamente avvantaggiato delle condizioni create nel “triangolo industriale”, mentre la politica sabauda strozzava l’economia partenopea a beneficio di quella piemontese-lombarda-ligure, ed è stata scelta come luogo di affermazione della finanza sulla politica, vincendo così la concorrenza di Torino e facendosi per questo città-faro del nuovo slancio italiano. Perciò fu battezzata come “la capitale morale”, tra l’altro dal napoletano Ruggero Bonghi, e non per la mai esistita concorrenza industriale e finanziaria di Roma, cioè la città che tutti credono erroneamente il riferimento sottinteso dell’etichetta milanese.

Napoli e Milano sono due simboli agli antipodi, due città eternamente stereotipate, nel bene e nel male. Cosa è cambiato dal Risorgimento ad oggi?

È cambiato appunto che Napoli non è più la città più importante della Penisola, e lo è diventata Milano. È cambiato che fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, quando l’Italia era ancora il primo paese nel mondo per richiamo turistico, Napoli era al vertice massimo del turismo nostrano e straniero, condiviso con Roma, Firenze e Venezia, e aveva ancora un tessuto produttivo di un certo interesse, mentre oggi, ignominiosamente, non è percepita come città d’arte, perché tutto il patrimonio che possiede è stato occultato dall’immagine imposta del Male, della criminalità e degli affanni sociali, ed è principalmente città di consumo. È cambiato che Milano è cresciuta con la sua immagine di città moderna impegnata nel profitto spietato e, da città della periferica contea asburgica, è diventata la metropoli più scintillante d’Italia. Il ribaltamento è tutto qui.

Che capitale sarebbe stata Napoli se il processo unitario l’avesse rispettata?

Difficile dirlo, perché Ferdinando II di Borbone, fino alla morte nel 1859, aveva condotto uno sviluppo svincolato dal liberismo nascente e dall’indebitamento bancario. La spesa pubblica era controllata, mentre altrove si chiedevano prestiti enormi per realizzare le infrastrutture. Questa virtuosa politica economica aveva consentito di tappare uno spaventoso disavanzo derivato dai prestiti che per circa un decennio i Rothschild avevano fatto alla Corona borbonica per pagare il mantenimento delle truppe austriache dopo la Restaurazione del Congresso di Vienna. Capirete che, mentre tutti facevano debiti, per la gioia dei banchieri tedeschi, la piattaforma economica napoletana rappresentava una mosca bianca, e pure fastidiosa. Ma se pure l’Italia unita non avesse privilegiato lo sviluppo del Nord-Ovest, Napoli avrebbe dovuto comunque adeguarsi alle aspirazioni del ceto medio e dare maggior impulso all’iniziativa privata nel processo di modernizzazione. In ogni caso, il definitivo crollo di Napoli è derivato dai bombardamenti e dagli eventi della Seconda Guerra mondiale. Napoli non si è ripresa da quelle ferite, anzi, è decisamente collassata sotto il profilo sociale. Gli americani sul territorio hanno consentito l’allacciamento di rapporti tra le organizzazioni malavitose e la mafia d’America, ampliando gli affari col traffico internazionale della droga. Così la camorra è cresciuta enormemente, come è cresciuta la povertà e la necessità di rimediare. La città si è espansa demograficamente ma senza sviluppo, e alle problematiche esistenziali si è iniziato a dar risposta ricorrendo all’illegalità e alla delinquenza.

Napoli e Milano, due destini diversi, due realtà inique e inversamente proporzionali, cosa ci aspetta per il futuro?”

Nulla di particolarmente buono per Napoli e qualcosa per Milano, nei limiti delle possibilità di un Paese come l’Italia in fortissima stagnazione, finché i governi continueranno a non spingere per la soluzione della Questione meridionale e a considerare il Sud solo come serbatoio di voti, tra l’altro gestito dalle mafie, che sono ammortizzatori sociali da non far mancare a un territorio senza sviluppo, quindi da non combattere seriamente. Continuando così proseguiremo ad assistere allo svuotamento intellettuale e umano di Napoli e al riempimento sistematico di Milano, che continuerà ad essere spinta anche da Roma, come è accaduto per l’Expo, per il quale si candidò prima Torino sulla scia delle riuscite Olimpiadi invernali, prima che il Governo cavalcasse la successiva candidatura di Milano, ritenuta più “importante”. L’antagonismo, come vedete, è tra Milano e Torino, non tra Milano e Roma. A Napoli non resta che ottimizzare l’offerta turistica per riguadagnare posizioni, e sperare che nasca una nuova generazione politica fiera e coinvolta negli interessi del territorio. Nel passaggio da Monarchia e Repubblica, per il Sud nulla è cambiato davvero. Ottantacinque anni la prima, una settantina la seconda, e Napoli non ha mai sorriso. Milano sì. Eppure fanno parte della stessa nazione, anche se non sembra.

Il “Maschio Angioino”? È aragonese!

Angelo Forgione È uno dei monumenti simbolo di Napoli. È una delle testimonianze del Rinascimento italiano. È il Castel Nuovo, noto come “Maschio Angioino”, quantunque di angioino abbia davvero poco se non l’origine e qualche testimonianza architettonica, soprattutto interna. La prima edificazione è effettivamente dovuta a Carlo I d’Angiò, che nel 1266, sconfitti gli Svevi, si prese il trono di Sicilia e trasferì la capitale da Palermo a Napoli, all’epoca principale centro della Terra di Lavoro. La residenza della corte cittadina, a quel momento, era il normanno Castel Capuano, giudicato inadeguato alla funzione di corte di una capitale, e il Re decise di edificare un nuovo castello in prossimità del mare. Il Castrum Novum fu innalzato tra il 1279 e il 1282, ma Carlo I non riuscì a insediarvisi, cacciato da Pietro III d’Aragona in seguito alla rivolta dei Vespri Siciliani.
Le forme attuali si devono invece ad Alfonso V d’Aragona, che nel 1442 piegò la resistenza di Renato d’Angiò e trasferì immediatamente la capitale mediterranea dell’impero catalano-aragonese da Barcellona a Napoli. L’iberico si disinteressò della Catalogna e dell’Aragona, assegnate alle cure del fratello Giovanni, e si dedicò completamente al Regno di Napoli per farne un centro culturale di primaria rilevanza in Europa. Il Sovrano, uomo interessato alle lettere e alle arti, e perciò detto “il Magnanimo”, riversò sulla città partenopea fiumi di denaro per realizzare le necessarie opere pubbliche e suggellò il suo impulso urbanistico con il rifacimento dell’antica roccaforte capetingia, irrobustita dagli artisti catalani, guidati dall’architetto Guillem Sagrera. Gli iberici realizzarono cinque resistenti torri cilindriche, quattro in piperno e una in tufo, curiosamente somiglianti a quelle del forte provenzale di Saint-André a Villeneuve-lès-Avignon, al posto delle precedenti quattro squadrate. Furono invece dei maestri italiani della scultura ad impreziosire la facciata con un insigne arco trionfale di celebrazione del nuovo regno, esempio fondamentale della storia dell’arte rinascimentale italiana, ispirato alle antiche architetture romane. Per la realizzazione del portale marmoreo d’ingresso, re Alfonso avrebbe voluto Donatello a Napoli, ma il celebre fiorentino, impegnato a Padova nella fattura del monumento equestre al Gattamelata, dovette rifiutare l’incarico. La direzione dei complessi lavori fu quindi trasferita al milanese Pietro di Martino, che produsse un singolare arco doppio, uno sull’altro. In quello superiore avrebbe dovuto trovare posto un monumento equestre in bronzo dedicato a re Alfonso, sul modello di quello per il Gattamelata, iniziato da Donatello lontano da Napoli, ma limitato alla testa del cavallo per la morte dell’artista. Il fornice alto dell’arco rimase quindi vuoto, come lo si vede da sempre. La testa equina, in seguito, fu donata a Diomede Carafa, principale rappresentante della corte napoletana e amico di Lorenzo de’ Medici, che la installò nel cortile del suo palazzo di famiglia a San Biagio de’ Librai, dove restò fino al 1806, quando fu ri-donata al Real Museo (oggi Museo Archeologico Nazionale) e sostituita con una copia.
Il Castel Nuovo ospitò da subito una foltissima corte, tale da competere con quella fiorentina e degna dell’immagine che Alfonso voleva dar di sé in quanto Re di Napoli. Frequentarono la roccaforte reale i migliori uomini di cultura filosofica e letteraria del tempo, accolti da un sovrano che vi allestì una ricca biblioteca con opere di grande interesse e che diede vita, nel 1447, all’Accademia Alfonsina, la più antica delle accademie italiane. Per decreto, il Re sostituì il latino nei documenti e nelle assemblee con l’idioma napoletano antico, elevato a rango di lingua ufficiale del Regno, mentre lo contaminavano diversi termini catalani e castigliani pronunciati dai tanti iberici al seguito. Grazie a “Il Magnanimo” era nata la grande Cultura universale di Napoli, era nato l’Umanesimo e Rinascimento napoletano, diverso da quello fiorentino nei suoi aspetti, ma ugualmente fondamentale. Non celebrato sui libri di storia italiana di oggi perché stimolato da un sovrano di origine spagnola, la cui volontà di sentirsi napoletano è stata celata dietro l’italianità dei Medici di Firenze.
Il Castel Nuovo, bombardato dagli Alleati durante la Seconda guerra mondiale e ricomposto filologicamente nelle forme del Quattrocento, lo si continuerà pure a chiamare comunemente (e impropriamente) “Maschio Angioino”, ma fa bene all’identità napoletana sapere che in realtà, per come si mostra a noi, è un Maschio Aragonese.

Il vecchio ‘San Paolo’ compie 57 anni

in un video del 1959, le immagini della storica inaugurazione

Angelo Forgione Un momento di storia non solo sportiva di Napoli: 6 dicembre 1959, inaugurazione dello stadio “del Sole” di Fuorigrotta, poi ‘San Paolo’ in ricordo dello sbarco dell’Apostolo sulle coste flegree nel febbraio dell’anno 61. Opera dell’architetto razionalista Carlo Cocchia, nella visione di armonia stilistica del nuovo quartiere Fuorigrotta legata alle altre strutture similari e contemporanee (Arena Flegrea, fontana dell’Esedra, edifici della Mostra d’Oltremare e facoltà di Ingegneria), alcune delle quali firmate dallo stesso architetto.
sanpaolo_corsportIl finanziamento governativo del 1848 e la sua decennale costruzione risultarono indigesti ai rappresentanti delle grandi squadre del Nord, a tal punto che quelli del Napoli andarono all’aspro conflitto in Federazione. Già retrocesso sul campo, il club azzurro fu punito d’ufficio per un illecito sportivo non dimostrato, ricevendo dalla Lega di Milano una punizione per il tentativo di voler coalizzare i club del Sud contro i “poteri forti” del Calcio settentrionale, che facevano opposizione all’ambizioso progetto di realizzare un monumentale e necessario stadio al Sud, il futuro ‘San Paolo‘. Le indagini portarono a una decina di incontri combinati in quella stagione, di cui almeno cinque di Serie A. L’unico club a pagare moralmente fu il riottoso Napoli, schiaffeggiato per dimostare chi comandava.
Il nuovo stadio si rese necessario dopo la guerra. Lo stadio ‘Partenopeo’ di Napoli, simbolo della modernità fascista, con una capienza di quarantamila spettatori, non esisteva praticamente più. In vista dei Mondiali in Italia del ‘34 era stato edificato in cemento armato al posto del vecchio ‘Vesuvio’, stadio con tribune in legno voluto nel ‘30 da Giorgio Ascarelli al rione Luzzatti di Gianturco, ma fu raso al suolo dai raid aerei nel 1942. Il Napoli si era visto costretto a trasferirsi al ‘Campo sportivo del Littorio’ al Vomero (1929), poco dopo requisito dalle forze armate tedesche e utilizzato come campo di concentramento per i napoletani da deportare in Germania, divenendo uno dei luoghi simbolici delle Quattro giornate di Napoli. Conclusa la guerra, il Napoli tornò a giocare in quell’impianto, ormai al limite dell’agibilità. E infatti, durante l’incontro Napoli-Bari del ‘46, una tribuna cedette durante l’esultanza per un goal della squadra di casa: 114 feriti finirono all’ospedale. Ci vollero ben tredici anni per abbandonare una simile precarietà e inadeguatezza.
Il 22 dicembre ‘49 fu finalmente deliberata dal Comune di Napoli, col supporto del CONI e del Governo, la costruzione di un colossale stadio, ormai necessario, ma per vedere la sua inaugurazione si dovette attendere un decennio esatto.

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1954 – Achille Lauro e il primo ministro Mario Scelba presentano il plastico del nuovo stadio

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il cantiere, aperto il 27 aprile 1952

Il 6 dicembre ’59, il Napoli prese possesso della sua nuova comoda e impnente casa. E fu subito record della Serie A. Miglior esordio non poteva celebrarsi: vittoria sulla Juventus (2-1). Le nordiche verificarono immediatamente quello che avevano temuto e ciò che già significava per i napoletani il loro nuovo tempio del calcio.
Poi deturpato il quartiere di Fuorigrotta, e sfigurato anche lo stadio con lo scempioso restyling dei Mondiali 1990, l’impianto è purtroppo divenuto un problema per le casse comunali e un limite per le ambizioni del Napoli.

(maggiori approfondimenti su Dov’è la Vittoria – Magenes).

Nel servizio dell’11 dicembre dell’Istituto LUCE, il filmato di quella “assolata” domenica di del dicembre di cinquantacinque anni fa.

Ferrero nel quadrilatero dell’arte per il capolavoro Rocher

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Angelo Forgione Tra le tendenze pubblicitarie degli ultimi anni c’è sicuramente il tema dell’arte e della bellezza delle città italiane. Si è accodato anche il colosso dolciario d’origine piemontese Ferrero, che propone una nuova campagna pubblicitaria della sua perla di cioccolata Rocher incentrata sul concept del capolavoro. Il noto cioccolatino ispirato alle perfette rotondità italiche del Classicismo, del Romanico-bizantino, del Rinascimento e del Neoclassicismo, alla bellezza delle città-gioiello ricche di storia. Su questo ha puntato l’agenzia Publiregia, con la regia di Ago Panini, la fotografia di Alessandro Bolzoni e la musica di Enrico Sarena. Quattro godibilissimi corti, girati a Napoli, Roma, Firenze e Venezia, nel quadrilatero dell’arte d’Italia.
Protagonista un uomo dall’aspetto maturo, perduto tre le meraviglie della Penisola, nel suo abito sartoriale di lino e borsalino in mano a significare la raffinatezza del made in Italy anche in fatto di cultura e cibo. Lui, artista dei tempi moderni, si lascia sedurre dalle curve artificiali (a Napoli, anche dalle quelle naturali del Golfo; ndr) e prende a disegnare. Niente computer o moderni dispositivi digitali ma tradizionali foglio e stilo. A mano, come un tempo, dà sfogo al suo talento schizzando quel che le forme delle perle d’Italia gli comunicano. Poi, continuando davanti a un caffè, il fil rouge dei quattro spot, giunge l’intuizione. Su carta ci va la grande idea incorniciata nelle perfette curve italiane. L’artista va dritto in pasticceria, dove l’idea diventa materia. Così, con cascate cioccolatose su anime nocciolate, nasce il capolavoro di casa Ferrero. Tra suggestioni d’arte e di piacere, l’invito è ben chiaro nel payoff: “Assapora la Bellezza”.

Guarda anche gli spot a Roma, ► a Venezia e a Firenze.

De Laurentiis, fortuna o danno per il Napoli?

Napoli costantemente competitivo, una delle pochissime società solide e sane del Calcio italiano, pur trattandosi di un club del Sud. Eppure il suo presidente divide come non mai l’opinione, così come tutti quelli che esprimono pubblicamente il loro parere sulla sua gestione. Altro problema è il personaggio, che fa ben poco per essere popolare e benvoluto.
Ne abbiamo parlato a Fuori Gara, su Radio Punto Zero, con Michele Sibilla e Fabio Tarantino.

L’orologio alla francese del ‘San Carlo’

[…] Sull’arco fra le colonne del proscenio, colossale bassorilievo in argento. In mezzo, il tempo segna col dito l’ora su un quadrante mobile. Cosa strana, con tutta la fobia ufficiale per ciò che è francese, quest’orologio, unico in tutta la città, segna l’ora come in Francia. Che ne dirà, il patriottismo italiano? […]

Così Stendhal nel suo Roma, Napoli e Firenze – Viaggio in Italia da Milano a Reggio Calabria, per la dettagliata descrizione della nuova abbagliante sala neoclassica del Real Teatro di San Carlo (con stucchi in argento), inaugurata il 12 gennaio 1817 dopo l’incendio dell’anno precedente che aveva cancellato la sala barocca di Giovanni Antonio Medrano. Ardita la soluzione adottata dall’architetto Antonio Niccolini, e chissà cosa ne pensò Ferdinando di Borbone, appena ritornato sul trono dopo il crollo di Napoleone, a chiusura del turbolento ventennio dei giacobini e dei napoleonidi.

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Al San Paolo il calore calcolato dei 45mila

Angelo Forgione – E così Aurelio De Laurentiis e i suoi collaboratori hanno portato la bozza progettuale del nuovo stadio San Paolo in visione al Comune di Napoli. Tra il progettare e il fare, a Napoli, c’è di mezzo il mare, ed è storia nota, anche perché il progetto è ancora alla fase embrionale. Ma almeno ora se ne sa di più sulle intenzioni del club azzurro. E qualcuno storce il naso per la capienza prevista nell’ordine dei 45mila posti, cioè 15mila in meno della capienza attuale (60mila) già compromessa dallo scempio di Italia ’90 (76mila posti durante i mondiali italiani).
Gino Zavanella, maestro dell’architettura specializzato nella progettazione di impianti sportivi (lo Juventus Stadium è una delle sue creature) a cui Aurelio De Laurentiis ha affidato il compito di realizzare il San Paolo del futuro, ha illustrato il progetto a Radio Kiss Kiss, dichiarando che la capienza di 45mila spettatori viene fuori dalla verifica dei dati statistici: «Vogliamo vedere un San Paolo sempre pieno e la capienza studiata e suggerita dal marketing dopo aver visto gli ultimi dieci anni è appunto di circa 45mila spettatori». L’intenzione è proprio quella di ricalcare l’effetto “tutto esaurito” dello Juventus Stadium, rivelatosi un fortino quasi inespugnabile per la Juventus. Certo, Napoli ha dimostrato di poter gremire capienze ben maggiori in passato, ma sono ormai lontani i tempi del record assoluto della Serie A: 89.992 spettatori paganti per Napoli-Perugia del 20 ottobre 1979, quando i napoletani riempirono, fischietti alla bocca, il San Paolo senza sediolini per lo sfizio di contestare Paolo Rossi, autore del gran rifiuto di indossare la maglia azzurra.
La direzione, nel calcio moderno, è quella giusta, perché aumentano i fruitori delle partite in tivù – principale fonte di introiti nel campionato italiano – e diminuiscono le presenze allo stadio. Dunque, la scelta del Napoli appare quella di garantirsi 19 partite con influente effetto “sold out” a ridosso del campo, evitando visibili spazi vuoti, piuttosto che sole 2-3 con più presenze lontane dal terreno di gioco.
Analizzando i dati di presenze allo stadio San Paolo negli ultimi 10 anni (fonte: stadiapostcards.com), di cui 8 in Serie A, 1 in Serie B e 1 in Serie C, ne viene fuori una media di 38.054 spettatori, mentre quelli delle ultime 8 in Serie A fanno salire il dato medio a 40.205. Il picco massimo (45.608) si è registrato nell’annata 2010/11, quella del terzo posto e della prima storica qualificazione diretta in Champions League firmata da Mazzarri, con i partenopei in lotta per lo scudetto sino alle ultime giornate col trio Cavani-Hamsik-Lavezzi. Nell’arco di quel campionato si oltrepassò la soglia dei 49.000 spettatori solo 6 volte, evento verificatosi 1 volta nell’ultimo campionato (Napoli-Juventus) e 2 volte nel precedente (Sampdoria e Sassuolo, con prezzi popolari).
Insomma, i 45mila spettatori previsti per il prossimo San Paolo sono frutto di un certo ragionamento che è tutto nelle statististiche e nei numeri.

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