Il “Maschio Angioino”? È aragonese!

Angelo Forgione È uno dei monumenti simbolo di Napoli. È una delle testimonianze del Rinascimento italiano. È il Castel Nuovo, noto come “Maschio Angioino”, quantunque di angioino abbia davvero poco se non l’origine e qualche testimonianza architettonica, soprattutto interna. La prima edificazione è effettivamente dovuta a Carlo I d’Angiò, che nel 1266, sconfitti gli Svevi, si prese il trono di Sicilia e trasferì la capitale da Palermo a Napoli, all’epoca principale centro della Terra di Lavoro. La residenza della corte cittadina, a quel momento, era il normanno Castel Capuano, giudicato inadeguato alla funzione di corte di una capitale, e il Re decise di edificare un nuovo castello in prossimità del mare. Il Castrum Novum fu innalzato tra il 1279 e il 1282, ma Carlo I non riuscì a insediarvisi, cacciato da Pietro III d’Aragona in seguito alla rivolta dei Vespri Siciliani.
Le forme attuali si devono invece ad Alfonso V d’Aragona, che nel 1442 piegò la resistenza di Renato d’Angiò e trasferì immediatamente la capitale mediterranea dell’impero catalano-aragonese da Barcellona a Napoli. L’iberico si disinteressò della Catalogna e dell’Aragona, assegnate alle cure del fratello Giovanni, e si dedicò completamente al Regno di Napoli per farne un centro culturale di primaria rilevanza in Europa. Il Sovrano, uomo interessato alle lettere e alle arti, e perciò detto “il Magnanimo”, riversò sulla città partenopea fiumi di denaro per realizzare le necessarie opere pubbliche e suggellò il suo impulso urbanistico con il rifacimento dell’antica roccaforte capetingia, irrobustita dagli artisti catalani, guidati dall’architetto Guillem Sagrera. Gli iberici realizzarono cinque resistenti torri cilindriche, quattro in piperno e una in tufo, curiosamente somiglianti a quelle del forte provenzale di Saint-André a Villeneuve-lès-Avignon, al posto delle precedenti quattro squadrate. Furono invece dei maestri italiani della scultura ad impreziosire la facciata con un insigne arco trionfale di celebrazione del nuovo regno, esempio fondamentale della storia dell’arte rinascimentale italiana, ispirato alle antiche architetture romane. Per la realizzazione del portale marmoreo d’ingresso, re Alfonso avrebbe voluto Donatello a Napoli, ma il celebre fiorentino, impegnato a Padova nella fattura del monumento equestre al Gattamelata, dovette rifiutare l’incarico. La direzione dei complessi lavori fu quindi trasferita al milanese Pietro di Martino, che produsse un singolare arco doppio, uno sull’altro. In quello superiore avrebbe dovuto trovare posto un monumento equestre in bronzo dedicato a re Alfonso, sul modello di quello per il Gattamelata, iniziato da Donatello lontano da Napoli, ma limitato alla testa del cavallo per la morte dell’artista. Il fornice alto dell’arco rimase quindi vuoto, come lo si vede da sempre. La testa equina, in seguito, fu donata a Diomede Carafa, principale rappresentante della corte napoletana e amico di Lorenzo de’ Medici, che la installò nel cortile del suo palazzo di famiglia a San Biagio de’ Librai, dove restò fino al 1806, quando fu ri-donata al Real Museo (oggi Museo Archeologico Nazionale) e sostituita con una copia.
Il Castel Nuovo ospitò da subito una foltissima corte, tale da competere con quella fiorentina e degna dell’immagine che Alfonso voleva dar di sé in quanto Re di Napoli. Frequentarono la roccaforte reale i migliori uomini di cultura filosofica e letteraria del tempo, accolti da un sovrano che vi allestì una ricca biblioteca con opere di grande interesse e che diede vita, nel 1447, all’Accademia Alfonsina, la più antica delle accademie italiane. Per decreto, il Re sostituì il latino nei documenti e nelle assemblee con l’idioma napoletano antico, elevato a rango di lingua ufficiale del Regno, mentre lo contaminavano diversi termini catalani e castigliani pronunciati dai tanti iberici al seguito. Grazie a “Il Magnanimo” era nata la grande Cultura universale di Napoli, era nato l’Umanesimo e Rinascimento napoletano, diverso da quello fiorentino nei suoi aspetti, ma ugualmente fondamentale. Non celebrato sui libri di storia italiana di oggi perché stimolato da un sovrano di origine spagnola, la cui volontà di sentirsi napoletano è stata celata dietro l’italianità dei Medici di Firenze.
Il Castel Nuovo, bombardato dagli Alleati durante la Seconda guerra mondiale e ricomposto filologicamente nelle forme del Quattrocento, lo si continuerà pure a chiamare comunemente (e impropriamente) “Maschio Angioino”, ma fa bene all’identità napoletana sapere che in realtà, per come si mostra a noi, è un Maschio Aragonese.

Le quattro giornate pop-fashion di Napoli

Angelo Forgione Ho visto modelle di rango sfilare sui settecenteschi e impervi basoli di pietra vesuviana, e senza tappeto rosso. Ho visto il contrasto tra gli sfavillanti tessuti e l’anima popolare del cuore di città. Ho visto la nobiltà neoclassica della villa di Chiaja riempire il vuoto del nulla moderno. Ho visto il tufo giallo del castello sull’acqua meravigliare gli ospiti dei due impavidi stilisti. Ho visto il mito italiano più premiato della storia del cinema firmare per la nazionalità napoletana, che già sentiva sua. Ho visto una giostra festaiola e semiseria… e non l’hanno vista coloro cui non ha destato interesse lo scintillante mondo delle passerelle depatinato e avvolto dal geniale contrasto di un’antichità preservata, ma incomprensibile e stracciona per l’omologazione globale. Ci sarebbe voluto il provvidenzial scippetto per scatenare uno tsumami mediatico su Napoli, e non sul mondano evento a Napoli. Purtroppo per voialtri, tutto a posto quaggiù!
Domenico e Stefano, ambasciatori del Made in Italy, avrebbero potuto invadere per quattro giorni Milano per il trentennale della loro maison, e si sarebbe schierato il battaglione mediatico per darne conto. Ma a me non piace il lamento, che pure sento e leggo. I giornalisti accreditati erano quasi tutti stranieri, dal mondo, e tanto basta. Altro ancora vedrò, e preferisco sapere, e lo so da tempo, che esisto in un posto che detiene l’unicità nel mondo. L’UNESCO l’ha capito. D&G l’hanno capito. Molti napoletani non ancora. Gli altri, chissà dove esistono, e cosa davvero capiranno mai.

Dolce e Gabbana a Napoli per l’identità conservata

Angelo Forgione La maison Dolce&Gabbana festeggia a Napoli i 30 anni di attività. L’appuntamento, propiziato dal foto-shooting dello scorso giugno nel Centro Storico Unesco, è dal 7 al 10 luglio. Tutto è pronto. Previsto un ricco programma di eventi esclusivi in forma privata, tra sfilate e cene di gala alle quali parteciperanno vip di richiamo internazionale, insieme alla madrina della kermesse, Sofia Loren. Il via il 7 luglio, con una speciale sfilata di moda che partirà dalla Villa Pignatelli. Il giorno seguente si sfilerà in passerella a via San Gregorio Armeno. Il 9 luglio, grande cena di gala con sfilata a Castel dell’Ovo. E infine, il 10 luglio, evento conclusivo con suggestiva cena sulla spiaggia di Palazzo Donn’Anna, a Posillipo.
Ma perché i due famosissimi stilisti hanno scelto proprio Napoli per questo importante anniversario? La bellezza mediterranea del golfo, nella stagione estiva, ha pesato solo in parte. In realtà il motivo è l’identità che Napoli conserva, quella che l’Unesco riconosce come bene dell’umanità da proteggere. E i nostri si sono resi conto di quanto Napoli sia diversa da tutte le città occidentali proprio trascorrendo del tempo per gli scatti della collezione. L’hanno vissuta e conosciuta bene, e se ne sono innamorati, decidendo di tornare a luglio per festeggiare con l’hashtag #DGLovesNaples. «Ci piacciono le strade – dicono Domenico e Stefano – perché sono ancora come negli Anni ’50. È un posto che non ha dimenticato le sue radici ed è una cosa che apprezziamo molto. Amiamo le grandi città, la tecnologia e il futuro, ma per comprendere la vita vera degli Italiani hai bisogno di vedere le loro radici. Ci siamo innamorati subito di questo luogo. E i napoletani sono molto sinceri ed espressivi, veri attori di cinema. Siamo qui a Napoli perché pensiamo che queste persone siano le migliori del mondo. Davvero forti e con un cuore gigante. I napoletani sono le persone più avanti in Italia, sono molto creative. La gente di Napoli non ha fatto altro che aprirci il proprio cuore. Abbiamo ricevuto un benvenuto meraviglioso. E poi il cibo qui è molto di più che mera sostanza, è ragione di vita». Insomma, per onorare il made in Italy, D&G hanno scelto il made in Naples e un palcoscenico perfetto per una festa memorabile. E gli ospiti, vedrete, saranno catturati dal fascino di Partenope più che dalle sfilate.
Per l’occasione, il Comune ha omaggiato l’organizzazione dell’occupazione del suolo cittadino, ma gli stilisti finanzieranno restauri ai Decumani e editeranno una pubblicazione su Napoli da mandare in giro per il mondo, oltre a pagare la locazione di Castel dell’Ovo e di Villa Pignatelli, il risarcimento per gli esercizi commerciali costretti a chiudere e la retribuzione di netturbini e polizia municipale, perché ci sarà da sopportare alcuni disagi. Lascino che sia i napoletani, generosamente e pazientemente, offrendo al mondo dell’Alta Moda uno spettacolo a loro concesso tutti i giorni. Poi verrà il ritorno di immagine per una città in buona rincorsa.

Restauro al Formiello in nome di Ilaria: si inaugura la fontana

Angelo Forgione Completato il restauro della Fontana del Formiello, situtata alle spalle di Castel Capuano. Quattro mesi di lavoro sostenuti dal contributo dei cittadini. E così è finalmente realtà il regalo di Valeria Iodice per la sorella defunta Ilaria, giovane guida turistica e promotrice dell’associazione “Le Due Sirene“, scomparsa la scorsa estate per un male incurabile. Sabato 18 aprile, alle ore 12, in piazza Enrico de Nicola, si festeggerà con un sobrio brindisi a quelle persone che, sposando l’iniziativa #unsognodamore, hanno contribuito alla raccolta fondi per un progetto alimentato proprio dall’amore. Per Ilaria e per Napoli.
La raccolta fondi è ancora in corso, anche perché c’è all’orizzonde la seconda tappa del progetto: il restauro dell’edicola di San Gennaro, sul sagrato della Chiesa di Santa Caterina a Formiello. Le modalità di partecipazione sono illustrate sul sito de “Le Due Sirene”.

Si allarga l’area Unesco di Napoli

Angelo Forgione È stato ratificato con ufficialità l’inserimento di altri grandi monumenti di Napoli nell’area protetta dall’Unesco, come proposto dal Comune di Napoli. Si tratta di: Reggia e Parco di Capodimonte, Castel S. Elmo e Certosa di S. Martino, Villa Floridiana e Parco, Villa Rosbery e Parco, Villa Comunale e Real Orto Botanico. La decisione è stata presa in occasione della 38° sessione del Comitato per il Patrimonio mondiale Unesco che si è tenuta a Doha (Qatar) nello scorso giugno.
Il Comitato ha inoltre riconosciuto la proposta del Comune di Napoli di individuare una zona di protezione del sito UNESCO, particolarmente utile per la garanzia di conservazione dell’integrità dell’area già protetta. Tale zona di protezione viene così sottoposta allo stesso regime di tutela e monitoraggio del sito vero e proprio. Qesto riconoscimento rende omogenea la vasta area già individuata e inserita nella lista del Patrimonio mondiale Unesco.

Il meridiano di Napoli

Castel Sant’Elmo, punto “Greenwich” per la cartografia moderna

L’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, il primo istituto in Italia per la misurazione del tempo esatto, la rilevazione meteorologica e le diverse scienze, fu pensato nel 1791, quando Ferdinando IV di Borbone avviò dei lavori per adibire una sezione del Museo Archeologico con quegli scopi. Lavori poi sospesi perché la zona infossata non si prestava agli obiettivi. Il primissimo osservatorio operante fu allora ospitato nel 1807 nel monastero di San Gaudioso, poi soppresso, che rimase attivo fino all’inaugurazione dell’edificio di Capodimonte, avviato a costruzione nel 1812 da Gioacchino Murat, progettato in perfetto stile neoclassico dai fratelli Gasse e inaugurato nel 1819 dallo stesso Ferdinando IV, diventato I di Borbone dopo il secondo ritorno sul trono.
Pur in mancanza di un osservatorio astronomico in città, il Sovrano volle degli esperti per “correggere” la carta topografica del regno e così Ferdinando Galiani, Segretario dell’Ambasciata del Regno di Napoli a Parigi, individuò il talento del grande cartografo padovano Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni (Padova, 1736 – Napoli, 1814) che soggiornava in Francia e lo segnalò allo Stato Maggiore dell’Esercito del Regno di Napoli, interessato a disporre di carte geografiche precise e a grande scala.
Rizzi-Zannoni operò a Napoli per circa un trentennio, producendo 32 fogli dell”Atlante Geografico del Regno di Napoli di grande pregio tecnico e scientifico, dando luogo alla nascita, nel Mezzogiorno d’Italia, della moderna Cartografia geodetica, basata sulla conoscenza esatta della posizione di alcuni punti. Sul terrazzo di Castel Sant’Elmo, scelto per la vastità dell’orizzonte visibile, il cartografo effettuò il 24 gennaio 1782 una serie di osservazioni astronomiche per calcolare il corretto posizionamento degli elementi da cartografare. Le coordinate di Castel Sant’Elmo ebbero per Rizzi-Zannoni lo stesso ruolo delle coordinate dell’Osservatorio di Greenwich nel Regno Unito (poi designato nel 1884 come “meridiano zero” per la determinazione della longitudine della Terra dalla Conferenza Internazionale dei Meridiani, nda). Il meridiano di Napoli passava esattamente sul bastione nord della fortezza, incrociando anche il litorale dell’attuale Villa comunale.
Recentemente, in occasione del bicentenario della morte Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni, proprio sulla Piazza d’Armi di Castel Sant’Elmo è stata apposta una targa in ricordo dell’opera napoletana del grande cartografo. Da lì, fino alla soglia del 1960, veniva sparato un suggestivo e fragoroso colpo di cannone a mezzogiorno in punto, udibile in tutta la città. Chi non aveva l’orologio al polso veniva avvisato dell’ora di metà giornata e chi ce l’aveva lo controllava per regolarlo. Quel colpo era preciso, affidabile e di riferimento per tutti perché collegato alla misurazione del tempo con lo Strumento dei passaggi di Bamberg, un macchinario della seconda metà dell’Ottocento che rilevava l’istante di passaggio di una stella sul meridiano del luogo di osservazione, registrandone la posizione esatta. Era il congegno con cui si misurava l’ora precisa all’epoca, brevettato da Carl Bamberg, imprenditore tedesco figlio di un orologiaio autodidatta. Il suo telescopio nacque da una particolare montatura di lente detta “a cannocchiale spezzato”, ideata dall’astronomo ungherese Franz Xaver von Zach, chiamato a Napoli da Gioacchino Murat nel 1815 per dirigere l’Osservatorio di Capodimonte. Istituto che oggi mostra lo strumento nel padiglione Bamberg del suo museo.