Le Quattro Giornate di Napoli, l’inizio del declino morale d’Italia.

Angelo Forgione Era la mattina del 21 luglio 1941, ore seguenti il primo bombardamento degli Alleati anglo-americani su Napoli, quando i napoletani lessero un volantino di rivendicazione firmato dagli inglesi, su cui era scritto:

Noi inglesi, che mai finora fummo in guerra contro di voi, vi mandiamo questo messaggio.
Questa notte abbiamo bombardato Napoli. Non volevamo bombardare voi cittadini Napoletani perché non siamo in lite con voi. Noi vogliamo soltanto la pace con voi. Ma siamo stati costretti a bombardare la vostra città perché voi permettete ai Tedeschi di servirsi del vostro porto.
Finché partono da Napoli navi cariche di armi e materiali Tedeschi per le forze Germaniche in Libya, Napoli sarà ripetutamente bombardata.
Il bombardamento di questa notte è solo il primo rombo della tempesta che s’avvicina…

Una minaccia, insomma. Qualche giorno prima, il presidente degli Stati Uniti d’America Franklin Roosevelt aveva scritto al primo ministro del Regno Unito Winston Churchill:

[…] Noi dobbiamo sottoporre la Germania e l’Italia ad un incessante e sempre crescente bombardamento aereo. Queste misure possono da sole provocare un rivolgimento interno o un crollo.

Era iniziato l’accanimento bellico, una strategia psicologica, puramente terroristica a base di incursioni dal cielo finalizzate all’esasperazione popolare. Bisognava stimolare la sollevazione contro i tedeschi e la disapprovazione popolare nei confronti di Mussolini per la decisione di seguire la Germania di Hitler e trascinare l’Italia in una guerra proibitiva.
Roosevelt, tra il 1941 e il 1943, invitò più volte il primo ministro del Regno Unito Winston Churchill a sottoporre gli italiani ad un incessante e sempre crescente attacco aereo. Nell’ottobre del 1942, l’americano scrisse ancora all’inglese:

[…] deve essere nostro irrinunciabile programma un sempre maggior carico di bombe da sganciare sopra la Germania e l’Italia.

Nel luglio del ’43, sempre il presidente USA dichiarò:

Bombardare, bombardare, bombardare […] io non credo che ai tedeschi piaccia tale medicina e agli italiani ancor meno […] la furia della popolazione italiana può ora volgersi contro intrusi tedeschi che hanno portato, come essi sentiranno, queste sofferenze sull’Italia e che sono venuti in suo aiuto così debolmente e malvolentieri […]

volantino_alleatiLe bombe, dopo aver demolito i siti strategici, dovevano abbattere anche il morale della gente. Il piano, concertato tra Washington e Londra, fu accettato in modo occulto anche dalla Casa Reale Savoia a Roma e, soprattutto, dalla Massoneria italiana in cerca di riscatto dalla messa al bando fascista, cui era legato il maresciallo piemontese Pietro Badoglio, candidato a sostituire Mussolini alla guida del Governo, ruolo conferitogli poi, nel luglio del 1943, dal massone Vittorio Emanuele III, il quale ordinò l’arresto del Duce. Il Regno d’Italia concordò e siglò segretamente l’armistizio con gli Alleati anglo-americani, ma l’accordo fu reso noto solo l’8 settembre per insistere ancora qualche mese nella strategia psicologica, poiché la guerra non si poteva vincere senza convincere. Tutti corresponsabili di immotivate vessazioni sulla pelle dei napoletani pur di rovesciare il dittatore. Tra congiure di palazzo e bombardamenti sugli innocenti, Napoli fu messa letteralmente in ginocchio. Il porto fu raso al suolo e i monumenti risultarono gravemente danneggiati. Persino la Reggia di Caserta e gli scavi di Pompei furono ripetutamente, violentemente e selvaggiamente colpiti, perdendo reperti e preziosissimi dipinti.
Napoli, con tutto il Sud, fu colta di sorpresa dall’annuncio dell’armistizio, quando in città vi erano circa ventimila tedeschi. La situazione divenne di colpo caotica e il popolo, senza protezione alcuna, divenne ostaggio e vittima della furia vendicativa nazista. L’esacerbazione popolare diede soddisfazione agli Alleati con la rivolta delle Quattro giornate di Napoli del settembre 1943, in cui i partenopei, spazientiti dall’ordine di sfollare il centro urbano e rassicurati dall’avanzata degli anglo-americani da Salerno, poterono portare a compimento la cacciata dei nazifascisti tanto stimolata da Roosevelt. La Resistenza avrebbe trionfato nell’aprile del 1945, ma grazie alla positiva conclusione dell’operazione militare segreta “Sunrise”, occultata dalla storiografia ufficiale per non sminuire lo spirito partigiano, ma decisiva per la resa separata delle truppe tedesche in Italia e per risparmiare al Nord ulteriori distruzioni civili e industriali.
Migliaia di famiglie napoletane in lutto, un terzo degli edifici in macerie, il porto distrutto, mancanza di gas, carenza d’acqua e di viveri, condizioni igieniche pessime e tifo petecchiale insorto per la promiscuità nelle affollate cavità sotterranee adibite a ricoveri pubblici. In queste condizioni Napoli, la città più bombardata d’Italia (circa 200 raid di cui 120 a segno), inaugurò il suo dopoguerra molto prima che finisse la guerra e si inoltrò in un periodo senza terrore ma con mille angosce. Per ben un anno e mezzo, infatti, i napoletani furono costretti a badare a se stessi, rappresentando un mondo a parte, duramente martirizzato e umiliato, che si arrangiava alla meglio sotto il controverso controllo degli Alleati. La precoce liberazione segnò purtroppo l’avvio di una caduta morale e spirituale di un popolo che tanto ricco di dignità si era mostrato durante la cacciata dei nazisti.
Governatore di Napoli fu il colonnello americano Charles Poletti, riferimento per la mafia e già governatore in Sicilia, dove gli Alleati erano sbarcati e avevano sostituito i sindaci fascisti con mafiosi allontanati dal regime. Con atteggiamento utilitaristico, l’alto funzionario statunitense scelse come aiutante e interprete don Vito Genovese, socio del famigerato Lucky Luciano e boss di una delle cinque famiglie mafiose di New York, rifugiatosi in Italia per sfuggire a un processo per omicidio, passato opportunamente dalla parte degli antifascisti e resosi molto utile, grazie ai suoi particolari legami, allo sbarco sull’Isola degli Alleati, cioè all’inizio dell’invasione nazionale che portava la liberazione. Il boss, approfittando del razionamento dei viveri, fece prosperare il commercio clandestino dei generi alimentari a Napoli, coperto dagli ufficiali americani che ne favorivano gli affari.
La delinquenza dilagò enormemente. Centinaia di detenuti cui i tedeschi in fuga aprirono le celle nelle prigioni napoletane ebbero campo libero per depredare e alimentare la criminalità. La camorra fece un ulteriore salto di potere. Quando, nel 1945, la Criminal Investigation Division giunse a Napoli per indagare sulle connivenze tra la malavita locale e i militari americani, i loschi affari di don Vito Genovese si interruppero di fronte all’arresto e all’estradizione negli Stati Uniti. Il boss fu sottoposto al processo che aveva cercato di evitare fuggendo in Italia, durante il quale un testimone chiave morì avvelenato in circostanze “misteriose”. Don Vito fu assolto dalle accuse per mancanza di prove, e partì alla conquista dei vertici della mala statunitense. La sua repentina ascesa diede modo alla camorra napoletana di allacciare rapporti e collegamenti con la mafia d’America e con i poteri internazionali, orientando gli affari verso l’allettante traffico intercontinentale della droga. Riaffiorò più forte di prima la malavita organizzata, con drammatiche conseguenze morali e sociali nel futuro di Napoli, sulla cui pelle furono impresse le cicatrici di un lunghissimo periodo di anarchia e sostanziale autogestione.
Nella povertà napoletana degli anni Cinquanta guadagnò potere la camorra, ingannevolmente cancellata dal regime fascista ma maggiormente rinvigorita dal narcotraffico instaurato con le cosche statunitensi e dai rapporti con i politici repubblicani. Complici i clientelismi politici crescenti, le mafie del Sud aumentarono progressivamente il loro radicamento e la loro influenza sia nel tessuto sociale della plebe che negli ambienti più decisivi dell’amministrazione.
Molti malavitosi meridionali furono mandati al confino settentrionale dal ‘soggiorno obbligato’, una legge del 1956 con cui la classe politica del tempo pensò di allontanare dai territori d’origine i mafiosi senza condanna, nella convinzione che al Nord non sarebbero riusciti a ricreare una rete criminale. E invece l’operazione finì con il ribaltare l’assioma secondo cui le mafie erano esclusivo frutto della sottocultura meridionale e che il trapianto fosse impossibile in zone con un più alto tasso di civismo e di capitale sociale. A Milano e nei centri limitrofi furono relegati circa quattrocento uomini delle cosche, soprattutto calabresi, che sfruttarono le convenienti condizioni economiche del florido periodo postbellico e la maggiore autonomia d’azione rispetto alle lontane zone di origine, facendo di quei luoghi dei veri e propri quartieri generali del crimine organizzato. Nei favolosi anni Sessanta iniziarono ad allacciarsi i primi occulti rapporti fra mafiosi meridionali e imprenditori lombardi. Nella zona esplose il fenomeno dei sequestri di persona a scopo di estorsione, gestiti per lo più dalla ’ndrangheta, talora con l’appoggio entusiasta delle bande locali. Ben presto, il capoluogo lombardo divenne uno dei mercati più importanti per il traffico e il consumo di stupefacenti, e la nuova possibilità permise ai clan di acquisire ingenti capitali e liquidità utile a creare importanti legami con l’imprenditoria e la politica del posto. La zona si consacrò come cuore economico della malavita organizzata e si avviò a posizionarsi tra le peggiori d’Italia per numero di reati mafiosi.
Proprio in questi giorni si discute del maxi blitz contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia. “Milano come San Luca”, titolano i quotidiani di oggi, ma è così da decenni. Grazie alla “liberazione” americana, interessata a imporre la sua egemonia economica e commerciale in Europa, e alla fallimentare politica repubblicana d’Italia, per nulla diversa da quella del periodo monarchico, cioè da quell’ottantennio 1861-1945 in cui Napoli è passata dall’essere città più importante d’Italia, ordinata capitale, a emblema di un crollo morale ed economico tuttora drammaticamente in corso.

(brani essenziali dell’articolo tratti da Napoli Capitale Morale, Magenes 2017​)

L’antica Porta Reale dello Spirito Santo a Toledo

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Antonio Joli – Porta dello Spirito Santo prima della demolizione

lapide_porta_spirito_santoAngelo Forgione A metà del Seicento, alla vigilia dall’implacabile peste, Napoli, con i suoi circa 300.000 abitanti, risultò la più popolosa città d’Occidente. L’incremento demografico fu stimolato dalle primissime estensioni attuate nel Cinquecento dal viceré spagnolo Pedro de Toledo, che attirò l’aristocrazia in città assicurandogli l’esenzione di alcune tasse, sradicandola così dalle sedi feudali, con lo scopo di addomesticarla e tenerla sotto controllo.
Il “viceré urbanista”, al suo arrivo nel 1532, per migliorare l’aspetto della città, concepì un piano di sventramento, allargamento e fortificazione, e dispose la demolizione della murazione aragonese per farne alzare una nuova, con perimetro ben più allargato, coinvolgendo nello sviluppo urbano le pendici collinari. Il progetto ebbe nella nuova strada di Toledo uno dei cardini principali, realizzata nel 1536 per bonificare il Chiavicone, la fogna ad alveo aperto che da Montesanto che, convogliando le acque reflue e i liquami della collina del Vomero, proseguiva verso il mare, e per collegare agevolmente la vecchia città alla nuova residenza vicereale, che poi sarebbe stata demolita nel 1600 per fare spazio al nuovo Palazzo Reale di Domenico Fontana. La nuova strada, sul cui declivio della collina di San Martino furono edificati i nuovi quartieri militari, fu un vero successo e fu ben accolta dalla cittadinanza.
L’asse stradale venne iniziato da una porta edificata nel 1538 tra il Mercatello (attuale piazza Dante) e il largo dello Spirito Santo, segnando un nuovo ingresso in città da nord e dall’area collinare. Fu chiamata Porta Reale Nuova, per differenziarla dalla vecchia di età angioina, che era sita nella zona dove oggi si trova il liceo Genovesi. Sulla porta, semplice nella sua fattura, sul lato del Mercatello, fu apposta l’aquila bicipite di Carlo V d’Asburgo, sotto le cui ali erano lo scudo del viceré e un altro di dubbia decifrazione, e un’epigrafe latina che segnalava l’operato di Don Pedro. La costruzione fu in seguito abbellita da sculture e da una statua di San Gaetano da Thiene, accolto a Napoli nel 1533 proprio da Don Pedro, che gli concesse la basilica di San Paolo Maggiore, e morto in città nel ’47. In seguito alla costruzione della basilica dello Spirito Santo, nel 1562, la nuova porta fu riconosciuta anche come Porta dello Spirito Santo.
La murazione toledina fu abbattuta nel Settecento, inizialmente da Carlo di Borbone per la costruzione della nuova strada di Marina, e poi dall’erede Ferdinando per il nuovo Foro Carolino al largo del Mercatello e il largo delle Pigne (piazza Cavour). Il giovane Re, nel 1775, fece buttare a terra anche la Porta Reale, ormai fatiscente e di intralcio al traffico, e gli edifici attigui, allineati in asse con la strada di Toledo. Con l’incremento dell’Avvocata e il completamento del Foro Carolino, l’emiciclo vanvitelliano con cui fu sistemato il Mercatello, la porta divenne un imbuto d’intralcio alla vista prospettica della strada e al passaggio, soprattutto a tarda sera, al ritorno dalle passeggiate, orario in cui il popolo era costretto ad attendere per molto tempo il passaggio delle carrozze e infilarvisi con gran ressa. La statua di San Gaetano fu spostata all’apice della risistemata e ampliata Port’Alba e nel luogo della demolizione, sulla facciata di un palazzo all’ingresso di via Toledo, all’altezza dei civici 4 e 6, fu apposta una targa coronata dallo stemma cittadino che ricordava in latino l’atto sancito dagli uomini preposti alle mura e agli acquedotti, mentre più a destra, sul palazzo Pedagna, era possibile notare la lapide d’epoca vicereale prima sulla porta demolita e anche un’iscrizione d’epoca angioina in caratteri gallo-franchi, in ricordo della più antica porta abattuta nel Cinquecento.
Se vi inoltrate per via Toledo da piazza Dante alzate gli occhi. Le tracce di questo piccolo frammento di storia napoletana sono ancora lì.

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In ricordo di Giancarlo Siani… 30 anni dopo

Angelo Forgione23 settembre 1985, 30 anni fa. Eravamo vicini di casa, ma non ci conoscevamo; tu più grande di me. Io pensavo a giocare in strada e tu sgomitavi per guadagnarti un lavoro. Quella sera rincasavi per una doccia, e poi via, allo stadio San Paolo per il concerto di Vasco. E invece ti portarono via con la tua sana incoscienza, la tua giovinezza, le tue speranze e persino i sogni di scudetto del Napoli di cui eri tifoso. Il rumore sordo degli spari silenziati non lo sentii dalla mia stanza, ma quello delle sirene di Polizia e ambulanza sì, quelle sì. Lo ricordo come fosse ieri. Un ragazzino che si trova davanti agli occhi quella scena finisce col rendersi conto delle difficoltà ambientali in cui è immerso, anche se vive in un quartiere bene assai lontano dalla provincia insanguinata e dai rioni bui dalla Napoli di piombo degli anni Ottanta, nella Campania in cui piovono i miliardi per la lenta, lentissima ricostruzione delle zone colpite dal terremoto. Anche il nostro idolo Diego Maradona era servito per stemperare le tensioni sociali, pensa un po’, ma credo che neanche tu, più maturo di me, potevi capirlo. Lì ho iniziato a crescere, a capire, senza mai dimenticare il tuo esempio di purezza e ingenuità, ed è anche per quel che ho visto quella sera che oggi amo raccontare la verità, scavare oltre le apparenze.
Eri un precario, mica un giornalista di punta! Ma lavoravi in modo impeccabile, e raccontavi con puntualità come la camorra, infiltrata nella vita politica, condizionava decisioni ed elezioni. Avevano deciso di amazzarti molti giorni prima, sicuramente dopo la pubblicazione di un tuo articolo su Il Mattino del 10 giugno in cui avevi rivelato che il boss di Torre Annunziata Valentino Gionta era stato arrestato per una soffiata ai Carabinieri fatta partire dal suo alleato Lorenzo Nuvoletta, al quale un terzo boss, Antonio Bardellino, aveva imposto invece l’omicidio del Gionta. Gli facesti fare una figuraccia a quel re ormai nudo che decise di mettere fine alla tua vita. Sì, non ti uccisero perché sapevi qualcosa di grosso e incutevi preoccupazione. Ti uccisero per una questione di onore, una volgarissima questione di onore. E perciò non immaginavi neanche lontanamente che potessero arrivare a tanto. C’era forse dell’altro, chissà?
A quel muro davanti al quale ti hanno zittito porto sempre il pensiero che mi stringe la mente. Disarmato e di spalle, in quell’angolo isolato e oscuro, ti colpirono due vigliacchi. Due contro uno. Due armati contro un disarmato. Alle spalle. Triplice codardia che non dimentico e non dimenticherò mai!

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Napoli colera nei fumetti del fenomeno Sio

Angelo ForgioneIl veronese Simone Albrigi, in arte Sio, è un nome che gli appassionati di fumetti hanno conosciuto in rete. Scottecs, il suo canale YouTube, conta oltre 750mila iscritti e i suoi video arrivano ad avere oltre 1 milione di visualizzazioni. La pagina Facebook di Scottecs, con i suoi 414mila fan e le sue vignette virali, lo rende il fumettista italiano più seguito sui social. Dopo questo successo in rete, Sio ha conquistato anche le edicole con la rivista trimestrale Scottecs Megazine, uscita con il primo numero a febbraio. Il secondo numero, in edicola in questi giorni, ha riservato un’amara sorpresa a un ragazzino napoletano di 11 anni, trovatosi di fronte a una vignetta che l’ha fatto davvero arrabbiare: un vecchio muore a Frosinone pronunciando il detto “vedi Napoli e poi muori”, ricordando al suo giovane interlocutore che è stato a Napoli nel settembre 1973. Che è poi il tempo del colera, ma non viene specificato… il che rende il tutto ancor più pericoloso, poiché molti lettori neanche si chiederanno il perché dell’associazione tra la morte differita per causa napoletana e la data indicata.
Certo, l’ironia, il “black humor” di una vignetta realizzata da un fumettista, ma cosa deve pensare un ragazzino che ama la sua città, e che già percepisce il peso degli stereotipi? E cosa devono pensare tutti i ragazzi non napoletani, che a Napoli non ci sono mai stati, e che certamente non sanno che quell’epidemia di colera non colpì solo Napoli, e che Napoli fu la prima a debellarla? Forse è proprio così, anche per incauta ironia, che si alimentano i luoghi comuni e le intolleranze, colpendo le fasce più deboli, destinate a portarsi dietro un’associazione infondata tra Napoli e la morte, tra Napoli e il colera.
Il padre del lettore mi ha scritto indignato e disturbato dalla reazione del figliolo, il quale, dopo aver letto e guardato la striscia, ha avuto voglia di stracciare la rivista. E così ha protestato con un post sulla fanpage di Sio, il quale si è giustificato così: Porca vacca che megasfortuna, ho scelto un mese e anno a caso ed è proprio così. Ti chiedo scusa e farò del mio meglio per farlo anche sul Magazine“. Un mese e un anno a caso, certo… evidentemente Sio crede di potersi prendere gioco dell’undicenne napoletano, suo lettore.
Il numero 2 di Scottecs, per la cronaca, è stato presentato in anteprima proprio al Napoli Comicon.

vignetta

Il colpo di cannone a mezzodì che non c’è più e gli orologi scomparsi

Quando in città tutti segnavano l’ora esatta. Oggi Napoli non vede l’ora.
“Metropolitana di Napoli SpA” smantella i cantieri ma spariscono gli arredi.

Orologio storico EAV

Angelo Forgione – Inaugurata la stazione Toledo della metropolitana ed ecco ripetersi il mistero di Piazza VII Settembre, lo Spirito Santo per i napoletani più radicali. Anche l’orologio storico una volta presente a Via Diaz è sparito! Pezzi di storia del Novecento napoletano di cui non si hanno più notizie. Erano sinonimo di precisione gli orologi dell’Ente Autonomo Volturno in ghisa fusi nella prestigiosa fonderia di Enrico Treichler all’Arenaccia, che pure fanno ancora capolino nelle strade di Napoli. Sopravvissuti ai violenti bombardamenti della guerra, ne erano rimasti 12 dei 40 installati intorno agli anni ’20, denominati “impianti dell’ora unica” perché indicavano tutti, sincronizzati tramite un segnale radiotrasmesso da Norimberga, la medesima ora. Nel dopoguerra furono restaurati ma poi, ad uno ad uno, si fermarono definitivamente per mancanza di pezzi di ricambio ormai obsoleti e quindi irreperibili.
Nel 2008 quei 12 esemplari furono portati in laboratorio per un restauro. Si trovavano al Museo Nazionale, in Piazza VII Settembre a Toledo, in Piazzetta Duca d’Aosta, a Piazza Cavour, Via Diaz, Via del Sole, Via Duomo, a Montesanto, Via Filangieri, Via Santa Lucia, Via Mezzocannone e Piazza Vanvitelli. Pian piano ne furono ripiazzati 10 negli stessi posti, con un quadrante diverso dall’originale e ormai senza più il dispositivo elettrico che una volta captava il segnale tedesco. Il risultato attuale è che la precisione di una volta è solo un ricordo perchè gli orologi non sono più sincronizzati e quindi non portano più la stessa ora, ignorano la differenza tra ora legale e ora solare perchè nessuno li aggiorna e qualcuno si ferma ogni tanto (attualmente è guasto quello di Piazza Vanvitelli). orologi_protE gli altri due che fine hanno fatto? Scomparsi nel nulla! Sono quelli rimossi e, secondo la precedente amministrazione comunale, trasferiti in rimessa da “Metropolitana di Napoli S.p.A.” per l’apertura dei cantieri sull’asse di Via Toledo, quelli di Piazza VII Settembre e Via Diaz, che una volta chiusi hanno restituito nuovi spazi ma non gli antichi orologi. Che neanche il Comune di Napoli riesce a rintracciare, più volte sollecitato da V.A.N.T.O. che del restauro e della ricerca dei 12 pezzi ne ha fatto una vera e propria battaglia. Lo staff del sindaco, sulla scorta di una ricerca avviata dall’assessorato alla viabilità, informa da tempo che “nessuno ne sa nulla”.
La precisione perduta riporta romanticamente ad un’usanza napoletana in voga fino alla soglia del 1960 che solo i più anziani possono ricordare. Allo scoccare di mezzogiorno veniva sparato un suggestivo colpo di cannone da Castel Sant’Elmo udibile in tutta la città. Chi non aveva l’orologio al polso veniva avvisato dell’orario e chi ce l’aveva lo controllava per verificare se portasse l’ora esatta. Quel colpo era preciso, affidabile e di riferimento per tutti perchè era collegato alla misurazione del tempo con lo “strumento dei passaggi” di Bamberg, un macchinario della seconda metà dell’Ottocento che rilevava l’istante di passaggio di una stella sul meridiano del luogo di osservazione, registrandone la posizione esatta. Era il congegno con cui si misurava l’ora precisa all’epoca, brevettato da Carl Bamberg, imprenditore tedesco figlio di un orologiaio autodidatta. Il suo telescopio nacque https://i2.wp.com/www.oacn.inaf.it/museo/strumenti/44.jpgda una particolare montatura di lente detta “a cannocchiale spezzato” ideata dall’astronomo ungherese Franz Xaver von Zach, chiamato a Napoli da Gioacchino Murat nel 1815 per dirigere l’Osservatorio di Capodimonte. Istituto che oggi mostra lo strumento nel padiglione Bamberg del suo museo.
Provate a chiudere gli occhi e ad immaginare il rombo improvviso dalla collina del Vomero, ogni giorno, a mezzodì. Sfumature sbiadite di una Napoli neanche troppo lontana.

Bravo Pino Aprile, scelta giusta!

lo scrittore al servizio del Sud con un giornale nazionale

Angelo Forgione – Sala consiliare del Municipio di Bari piena per apprendere della risposta di Pino Aprile circa l’appello sottoscritto da intellettuali, artisti e movimenti per il Sud affinchè lo scrittore assumesse il ruolo di guida dell’universo meridionalista in vista delle prossime elezioni politiche. In tanti speravano in un “si” ma Aprile ha cambiato il tiro, preso applausi ma anche deluso qualcuno, inevitabilmente.
«Le persone ordinarie fanno cose straordinarie», così ha esordito nella sua dichiarazione d’intenti, indiziando e indirizzando la sua risposta. «Il Sud non ha la possibilità di essere raccontato. Se si racconta, come dice Angelo Forgione, viene censurato. Il Sud deve poter parlare e non deve essere descritto attraverso una visione distorta e piena di pregiudizi come avviene nell’informazione di oggi». Quindi l’annuncio: «So cosa c’è al primo posto delle cose da fare: fondare un giornale quotidiano da Sud nazionale, slegato dai partiti e fatto da noi. Risponderemo a tutte le stupidaggini che ci vengono rivolte e faremo incazzare tutti. Da oggi in poi mi dedicherò a questo».
In tanti speravano che Pino Aprile si calasse nei panni del leader politico ma io non l’ho mai pensato e sin dal momento della mia sottoscrizione ho avvisato i promotori dell’iniziativa (fruttifera nel suo risultato) che non avrei mai spinto con insistenza la sua candidatura perchè la politica è una cosa seria e deve farla chi sente di farla, chi ne ha la vocazione, non chi è spinto a farla. Un vero movimento politico non può aggrapparsi ad un solo uomo seppur sia necessario che sia guidato da persone di valore e spessore. Sapevo che Pino non nutriva aspirazioni politiche e del resto lo si capiva anche solo leggendo i suoi libri. Certo, tutto può cambiare, ma nel corso del tempo neanche ho avvertito nascere un suo intento. Sono andato a Bari, pur sapendo che un Aprile partitico non sarebbe stato, per dirglielo con franchezza e serenità, ad esprimergli il mio pensiero davanti a tutti e non in privato come avrei potuto con una email e una telefonata. Da persona impegnata anche nella (contro)informazione e nella dura battaglia contro gli attacchi mediatici da Nord, gli ho espresso le mie perplessità sulla costituzione di un’entità politica in un contesto in cui il Sud non ha quotidiani e network televisivi che ne amplifichino la voce, anzi censurata. E Pino, da persona intelligente e umile, ha risolto brillantemente il suo conflitto interiore rimandando discorsi elettorali e convertendo la sua disponibilità in qualcosa di più consono ai tempi, più coerente con la sue attitudini e di più appagante per il sottoscritto.
Non è ancora tempo di partiti che finirebbero per essere scambiati per secessionisti. Men che meno di partiti su piattaforma ancora frammentaria in cerca di un collante per non sfaldarsi sul nascere. La rabbia ultracentenaria dei meridionali è tanta e si sta destando sempre più, ed è quindi comprensibile qualche delusione; ma va controllata. È ancora il tempo di seminare, accelerando certamente, per diffondere su tutto il territorio nazionale le istanze meridionaliste. Pino l’ha capito, sapendo come essere davvero utile alla causa e come veicolare davvero la voce del Sud, oltre i suoi libri. Le persone ordinarie fanno cose straordinarie, non la persona. Inutile dirlo, e lui lo sapeva riflettendo alla soluzione del dilemma, non sarà solo!

L’orologio è sparito e nessuno ne sa nulla

L’orologio è sparito e nessuno ne sa nulla

Piazza VII Settembre, un mistero napoletano continua

La vicenda dell’orologio storico dell’Ente Autonomo Volturno rimosso da Piazza VII Settembre per far posto al cantiere della Metropolitana e mai più rinvenuto alla chiusura dello stesso continua ad essere rivestita di mistero. Lo staff del sindaco De Magistris ci informa che “nessuno ne sa nulla”, mentre Metropolitana di Napoli e Sovrintendenza non rispondono sull’argomento.
Intanto, da una pubblicazione editoriale sui palazzi nobili di Napoli, recuperiamo una foto del “Doria D’Angri” che testimonia sulla presenza e sull’esistenza di un oggetto in piazza di cui forse qualcuno sperava ci si dimenticasse.

intervista del Dicembre 2011

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intervista del Dicembre 2008, prima che orologio e lampioni tornassero a mostrarsi…