Pistocchi: «C’è una questione meridionale anche nel calcio»

Maurizio Pistocchi (Sport Mediaset) legge e rilegge Dov’è la Vittoria, e dal suo profilo twitter pone ai followers la questione meridionale nel calcio.

Due squadre meridionali promesse ogni anno in Serie A?

Angelo Forgione Il Coronavirus ha fermato il calcio e gli ha dato la possibilità di riflettere sul futuro, che non si preannuncia roseo per i club professionistici e dilettantistici. In un calcio professionistico poco attraente in cui ci si indebita facilmente, con una Serie A senza pubblico e neanche più attesa in tempo di pandemia e lutti, i club del Sud rischiano di pagare anche più di quelli del Nord, perché la “questione meridionale” è anche questione calcistica. In questo panorama il #Napoli rappresenta un’eccezione e offre ormai solide garanzie per competenza manageriale e bilanci sani, pur con i due grandi limiti della disattenzione ai vivai e dell’assenza di impiantistica sportiva propria. Qualcuno spiffera, non senza smentite, che il Consiglio Federale del 20 maggio possa apparecchiare la riforma della Serie B (e di C e D), mettendo sul tavolo la proposta di una “cadetteria” composta da due gironi territoriali da 20 squadre ciascuno, uno del Centro-Nord e un altro del Centro-Sud, in modo da garantire sostenibilità all’intero movimento in affanno economico e anche un’equa distribuzione territoriale delle promozioni, due per ogni raggruppamento.
Ne ho parlato con Umberto Chiariello e Peppe Iannicelli a Campania Sport (Canale 21), in compagnia di Pino Aprile, con il quale si è ampliato il discorso al ribaltamento degli stereotipi generato dall’irruzione inaspettata (o quasi) del Covid-19.

Il Coronavirus al Nord che uccide il Sud

Angelo Forgione Eccoci dunque vicini al traguardo del 18 maggio che chiuderà il lockdown nazionale. Tutti fermi per due mesi, anche se l’emergenza sanitaria non aveva e non ha uguali aspetti per tutti. Blocco giusto da Bolzano a Pantelleria, per evitare la “migrazione” dei contagi da Nord a Sud. Il focolaio del Covid-19 ha avuto origine in Lombardia, causa le negligenze sanitarie, le pressioni del mondo dell’industria e l’inquinamento atmosferico, espandendosi nelle regioni confinanti in pochi giorni. Ma il Coronavirus non ha sfondato al Sud, nonostante i timori, le cassandre e pure le invidie di qualche giornalaccio che a inizio marzo già esultava precocemente per il “Virus alla conquista del Sud” e per l’unità d’Italia, sperando nella presunta indisciplina dei meridionali che poi si è rivelata il solito stereotipo.
Ancora oggi le prime cinque regioni per contagi (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto, Toscana) coprono tre quarti del totale dei casi e dei ricoverati in terapia intensiva e incidono per quattro quinti dei decessi. I nuovi casi continuano a riguardare il Nord, dove il tasso di letalità di tre regioni è oltre la media nazionale (13,9%). La Lombardia, secondo gli ultimi dati, è al 18,4%, la Liguria al 14,5%, l’Emilia Romagna al 14,3%, mentre al Sud il Molise è al 6,7%, la Basilicata al 6,8% e via fino al picco dell’Abruzzo con 11,4%.

coronavirus_fine_lockdown

In questo scenario di evidenza statistica ha senso parlare di una sola Italia? No, e il problema andrebbe affrontato con due regie separate e coordinate, una per il Nord e un’altra per il Centro-Sud, anche sulla base di un secondo presupposto, quello economico, perché gli indici dei Pil sono diversi ed è arcinoto quanto il Sud fosse in affanno già senza l’irruzione del Coronavirus, il cui tsunami pandemico lo affosserà ancora di più. Lo Svimez ha già avvisato che la probabilità di uscire dal mercato delle imprese meridionali è quattro volte superiore rispetto a quelle del Centro-Nord. L’impatto del Covid-19 sull’economia e sull’occupazione nel Mezzogiorno sarà certamente di gran lunga peggiore che altrove, perché il problema ora saranno le riaperture dei ristoranti e degli stabilimenti balneari, roba che anima il turismo, ciò di cui campa in buona sostanza il Meridione, a differenza del Settentrione, che è trainato anche dall’industria; ed è evidente che la stagione estiva sia fondamentale per le economie già fragili delle regioni del Sud, che stanno già implodendo per l’azzeramento delle prenotazioni turistiche e la chiusura di quelle attività commerciali e ristorative che ogni anno creano numerosi posti di lavoro durante l’alta stagione. Le disposizioni sanitarie per le riaperture costringeranno tantissimi ristoratori disperati a chiudere le loro attività anche di lungo corso, per non parlare delle difficoltà per i gestori di lidi, a molti dei quali non converrà aprire gli ombrelloni. C’è poi l’indotto dei matrimoni, un’economia stagionale prettamente meridionale completamente arenata. 17mila matrimoni cancellati solo tra marzo e aprile, e 50mila quelli che secondo le stime salteranno tra maggio e giugno. Bloccata una filiera fatta di sarti, operatori catering, wedding planner, fioristi, organizzatori di eventi, fotografi, location matrimoniali, musicisti, noleggiatori di auto da cerimonia, truccatrici e parrucchieri specializzati, che potranno rifarsi solo nei prossimi anni, ammesso che possano superare la crisi.

Eppure è evidente che il vero problema del Covid-19, rispetto ad altri virus, non è la letalità ma la contagiosità, che ha minacciato e allertato per l’affluenza nelle strutture sanitarie di una quantità di persone superiore alle disponibilità. Contagiosità che con il primo caldo, evidentemente, si sta già notevolmente attenuando, e si addolcirà decisamente, come sostengono diversi esperti, visto che i modelli fisico-matematici prevedono per l’estate in arrivo valori medi intorno ai 26°C, di un grado più alti della media. Qualche meteorologo l’ha già definita “la più calda estate di sempre”, e ci toccherà affrontarla con la mascherina alla bocca camminando per le strade roventi delle nostre città, con il rischio di non riuscire neanche a rimediare un posto sulla spiaggia. Dramma per il Sud, ma tutto ciò non conviene neanche al Nord, che può sì contare sulla ripresa industriale, ma ha comunque bisogno del potere d’acquisto dei meridionali. Il peggioramento della già fragile economia del Sud sottrarrà domanda alle imprese nordiche, per non parlare del sostegno ai redditi necessario che il governo dovrà offrire a milioni di cittadini, molti dei quali, soprattutto al Sud, sarebbero invece nelle condizioni di lavorare e fatturare senza bisogno di assistenza.
Il Sud turistico, dove il contagio, le temperature e l’inquinamento non sono come in Pianura Padana, è una risorsa per l’Italia tutta e la manovra più giusta sarebbe quella di spingerlo a una ripresa più veloce, almeno nella calda parentesi estiva. Invece, in un paese a due velocità, si è scelto di tenerlo zavorrato insieme al Nord.

La Commissione europea pare si stia attivando per salvare il turismo estivo e ha già invitato gli Stati membri a riaprire gradualmente le frontiere interne laddove la situazione sanitaria lo consenta, ma è chiaro che le problematiche di Italia e Spagna le condannino a restare fuori da eventuali “corridoi turistici” e dai flussi contingenti, che privilegeranno la spiagge e i ristoranti delle nazioni meno colpite come Grecia, Croazia, Malta e Portogallo. Eppure il Sud-Italia non ha problematiche maggiori di quei paesi, ed è chiaro anche da questo punto di vista che sconterà le problematiche del Nord, le colpe ampiamente conclamate della Lombardia e la volontà politica di non differenziare la ripresa in base alle diverse criticità per adottare un metro estivo uguale per tutti che porterà Nord e Sud a una recessione più profonda e i meridionali nel baratro.

dibattito con il giornalista e ristoratore Yuri Buono sullo scenario economico
che si prospetta a causa del Coronavirus

Come il Sud si è salvato dal disastro lombardo

gallera

Angelo Forgione Giulio Gallera, assessore al welfare della Regione Lombardia, in un’intervista rilasciata al quotidiano Libero, sostiene che la Lombardia ha salvato il Sud dal disastro sanitario:

«Se noi non ci fossimo opposti con rigidità al governo, il Sud non sarebbe stato chiuso. Invece abbiamo sbattuto i pugni sul tavolo chiedendo misure restrittive. Grazie a questo, le altre regioni ci hanno seguito e abbiamo ridotto il contagio».

Dichiarazione che si smonta con molta facilità, poiché il Sud, al momento, si è salvato da solo nonostante le fughe dal Nord che hanno aumentato i contagi, e ci è riuscito per tre sostanziali motivi:

1) L’inquinamento atmosferico da Pm10 inferiore a quello della Pianura Padana, che è la macroarea più inquinata d’Europa.
L’inquinamento influisce direttamente sulle difese immunitarie e sulle capacità respiratorie, messe a dura prova dal Covid-19. Come sostengono i ricercatori dell’Università di Siena e di Aarhus University, non è casuale il livello di letalità più alto al Nord, “legato al fatto che le persone che vivono in queste aree, con una esposizione prolungata all’inquinamento, hanno una predisposizione maggiore a sviluppare condizioni e patologie respiratorie croniche che con l’arrivo del virus possono portare più facilmente alla morte”;

2) Le decisioni tempestive dei governatori regionali che, come ha sottolineato Giovanni Rezza, capo del dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di Sanità, «hanno istituito delle zone rosse laddove ce n’era bisogno. Isolare i piccoli territori più colpiti ha funzionato». Contrariamente ai casi Lombardi della Bergamasca e del Bresciano, zone per troppo tempo lasciate aperte nonostante i problemi esplosi ad Alzano Lombardo, Nembro e Orzinuovi;

3) Il sostanziale rispetto del distanziamento sociale.

Fuori elenco per questione di assenza di prove scientifiche circa il Covid-19, il fattore climatico, che normalmente concorre a ridurre la potenzialità dei virus (le influenze di stagione sono sempre più violente in Pianura Padana).

Ognuno può farsi un’idea di ciò che è accaduto, ma una cosa è certa: il 28 febbraio scorso, mentre la situazione nella Bergamasca si aggravava, Giulio Gallera escludeva l’istituzione di una zona rossa per quei comuni: «Non riteniamo di gestire con ipotesi di zona rossa quella zona lì di Alzano Lombardo».

Contemporaneamente, Confindustria Bergamo, per tranquillizzare “i nostri partner internazionali”, pubblicava il video “#bergamoisrunning” dove si sbandierava che l’industria lombarda non si fermava affatto.

Si spingeva per tenere aperto il distretto industriale di Alzano-Nembro, uno dei primi cinque d’Italia per Comuni sotto i 300mila abitanti. Secondo i dati di Confindustria Bergamo, un’eventuale zona rossa in quell’area avrebbe riguardato 376 aziende, con una forza lavoro che varia dai 120 agli 800 dipendenti, per circa 850milioni di euro all’anno di fatturato.

Il 9 aprile, Marco Bonometti, presidente della sezione lombarda di Confindustria, ha rivelato:

«Nelle riunioni che abbiamo avuto con cadenza quasi quotidiana tra fine febbraio e i primi giorni di marzo, anche in sede di Patto di sviluppo con artigiani, commercianti, lega delle cooperative e sindacati, la Regione è sempre stata d’accordo con noi nel non ritenere utile, ma anzi dannosa, una eventuale zona rossa sul modello Codogno per chiudere i comuni di Alzano e Nembro».

Per Bonometti, «non si poteva fermare la produzione». Ma la colpa dei troppi contagi, secondo lui, non è da imputare al tardivo lockdown bensì… agli allevamenti di animali in Lombardia.

Appare chiaro che il Sud si sia per il momento salvato sa solo, anche facendo tesoro dei disastri della Regione Lombardia, che si è condannata con le sue stesse mani e si è rivelata, in tempo di pandemia, la palla al piede dell’intera Italia, costringendo il Centro e il Sud a difendersi dal bubbone lombardo lasciato crescere per non dover rinunciare al profitto produttivo. Altro che salvezza!
Tra minacce di secessione e arraganza padana, manca solo che la Lombardia chieda riconoscenza al Sud.

Fermiamo il contagio al Sud

Angelo Forgione Abbiamo scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per chiedere di evitare gli esodi dalle zone-focolaio della pandemia da #Covid19 verso Sud. Perché se è vero che le misure governative servono a limitare i movimenti allo stretto necessario, non si comprende perché sia consentito spostarsi dalle regioni più contagiate a quelle che ancora possono respingere il dramma, e devono farlo, vista la minore capacità delle strutture sanitarie.
Il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, ha informato che “al Sud i casi sono ancora limitati e se si agisce in un momento iniziale della curva epidemica si può intervenire in modo significativo. Ancora più cruciale, in tali aree, è dunque il rispetto delle misure. È possibile che al Sud possa esserci una circolazione più limitata del nuovo #coronavirus e che i picchi di pazienti che necessitano di terapia intensiva non siano così importanti come è stato al Nord, a patto che si rispettino le attuali misure stringenti di contenimento”.
Dunque, la possibilità di muoversi da regione a regione, appellandosi al senso di responsabilità individuale di chi viaggia, rischia di far saltare tutto e di far esplodere un dramma ancora più grande.

Abbiamo bisogno di te per fermare il contagio!

⬇️ Se condividi, firma la petizione e diffondi ⬇️

www.change.org/p/governo-italiano-fermi-i-treni-del-rischio-contagio-coronavirus

fermiamo_coronavirus

Il perverso intreccio che soffoca il Sud

Angelo Forgione Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho avvisa che Cosa nostra e ‘Ndrangheta sono cresciute grazie alla massoneria:

«È la massoneria che comanda e ha la forza di sviluppare economia. Rappresenta quella camera in cui le varie forze condividono progetti. Al suo interno ci sono mafia, politica, professionisti e anche magistrati. Il Legislatore dovrebbe interrogarsi sull’opportunità che nella nosta società possano esistere ancora organizzazioni segrete.»

Cose di cui sono perfettamente al corrente i più alti vertici massonici a Londra e chiunque mastichi la materia. Ma è importante che lo dica a gran voce il procuratore nazionale antimafia, dando l’esatta dimensione di quel perverso intreccio tra logge massoniche deviate, politica e mafie, che poi altro non sono che paramassonerie nate in epoca carbonara con riti, codici verbali e toccamenti.

Per comprendere certe dinamiche è il caso di fare un po’ di storia e di ricordare cosa accadde con l’Unità d’Italia. Il patto del Gran Maestro Giuseppe Garibaldi con i picciotti e i camorristi di allora è il simbolo di un abbraccio ancora esistente, di cui Londra è ben al corrente, poiché le mafie tornavano utili agli inglesi per destabilizzare il meglio geo-posizionato Regno delle Due Sicilie e minarne la politica mediterranea in vista dello scavo del Canale di Suez.
I massoni, nel secondo Ottocento, sentirono l’esigenza di muoversi nello scenario politico del proclamato dello Stato unitario in maniera riservata e segreta. Il Grande Oriente d’Italia si mosse per salvaguardare l’identità degli affiliati più in vista, e così, nel 1877, l’allora Gran Maestro, il pratese Giuseppe Mazzoni, costituì la loggia Propaganda massonica, sciolta dalla repressione fascista e poi ricostituitasi nel dopoguerra, dopo che gli anglo-americani si erano avvalsi del crimine organizzato per la “liberazione” dal Fascismo, che alle mafie e alle logge aveva tagliato i viveri. Nuovo nome: Propaganda 2, cioè la P2, poi completamente deviata dal Maestro venerabile Licio Gelli, pistoiese, manovratore di un club esclusivo di imprenditori e funzionari statali di ogni livello capaci di condizionare in modo occulto le alte istituzioni dello Stato.

Insomma, un perverso intreccio che tiene sotto scacco il Sud dalla nascita della nazione italiana, con conseguenze sull’intero paese. Mirabile, a tal proposito, un eccezionale sketch di un geniale Corrado Guzzanti del 2011, in epoca di celebrazioni del 150esimo anniversario dell’unità d’Italia. Un mafioso che manda al diavolo Berlusconi e poi riceve l’immediata telefonata di un massone che gli impartisce l’ordine di recarsi velocemente a Roma.
Quando la satira spiega meglio di ogni cosa cos’è l’Italia.

per approfondimenti: Napoli Capitale Morale (Angelo Forgione – Magenes, 2017)