Quando in piena psicosi da “terra dei fuochi” dicevamo che l’agroalimentare campano era sicuro

Angelo Forgione – Striscia la Notizia torna sul prodotto agroalimentare della Campania, quello colpito dalla psicosi da inquinamento della “Terra dei fuochi”, per chiarire che anche in zone contaminate da inquinanti e metalli pesanti non è in discussione la qualità di frutta e verdura, e lo fa con il supporto degli esperti, per i quali anche in terreni che dovessero risultare contaminati le piante crescono sane.

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Peccato, perché ricordo bene quanto fosse scorretta l’informazione fornita in piena esplosione del fenomeno criminale che causò una drammatica flessione di domanda di prodotto e la chiusura di centinaia di piccole e medie imprese per un danno, calcolato per difetto, di circa cento milioni di euro.

In quel periodo in cui nessuno voleva più mangiare frutta e verdura campana, e mentre il pentito Carmine Schiavone, ex boss dei Casalesi, diventava ospite fisso delle trasmissioni radical-chic preconizzando un’ecotombe da guerra atomica in pochi anni, sarebbe bastato dare voce agli agronomi e agli scienziati, gli stessi che si interpellano oggi. Io lo feci e, sfidando tutti, risposi all’appello della ricercatrice Paola Dama per provare a far capire che i prodotti campani erano sicuri a tavola, perché i frutti sono capaci di assorbire dalle piante ciò che serve loro per crescere e in quantità tali da non risultare nocivi. Sarebbe bastato chiarire che il vero problema per la salute, nei territori tra Caserta e Napoli, era (ed è) respirarne l’aria o berne l’acqua se attinta da falde acquifere inquinate, non certo mangiare i prodotti coltivati.

A quel tempo mettemmo in piedi il Festival del Pomodoro a Caivano e fummo i “pazzi” che andavano controcorrente, mentre tutti si alimentavano più di terrore che di prodotti della terra, nonostante il RASFF (Rapid Alert System for Food and Feed), il sistema comunitario di allerta rapido per alimenti e mangimi, non lanciasse alcun tipo di allarme sui prodotti campani esportati.

Il nostro megafono non era né potente né sufficientemente amplificato, ma almeno continuammo a mangiare serenamente campano, e ci andava storto solo quando aziende come la cremonese Pomì pubblicavano l’immagine “pubblicitaria” dello Stivale italiano con un bel pomodoro tondo, lucido e rosso, a cavallo tra Lombardia ed Emilia, zona del comparto Nord del pomodoro da industria, nel bel mezzo della Pianura Padana, e il messaggio “Solo da qui. Solo Pomì”. E pazienza se la distesa padana era già stata indicata dall’Agenzia Comunitaria per l’Ambiente quale zona con l’aria più inquinata d’Europa, altro che fazzoletto di campagne tra Caserta e Napoli.
Proprio su quel palco di Caivano decisi di scrivere presto un libro sulla storia del pomodoro, veicolo di tanta insospettabile storia di Napoli, e che Dio benedica i napoletani per aver insegnato al mondo intero di quale ricchezza alimentare si trattasse, mentre un po’ tutti lo consideravano nocivo. Corsi e ricorsi storici.

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La malaunità agroalimentare

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Angelo Forgione – Di seguito l’elenco dei 26 prodotti italiani IGP e DOP protetti dal recentissimo mutuo riconoscimento tra Unione Europea e Cina contro la contraffazione agroalimentare. Solo 2 sono del Sud:

Aceto balsamico di Modena
Asiago
Asti
Barbaresco
Bardolino Superiore
Barolo
Brachetto d’Acqui
Bresaola della Valtellina
Brunello di Montalcino
Chianti
Conegliano-Valdobbiadene – Prosecco
Dolcetto d’Alba
Franciacorta
Gorgonzola
Grana Padano
Grappa
Montepulciano d’Abruzzo
Mozzarella di bufala
Parmigiano Reggiano
Pecorino Romano
Prosciutto di Parma
Prosciutto di San Daniele
Soave
Taleggio
Toscano/a
Vino nobile di Montepulciano

Niente pomodoro San Marzano, uno dei più imitati e contraffatti al mondo. Niente Pomodorino del Piennolo del Vesuvio e Pachino. Nessun vino campano, siciliano, pugliese, lucano o calabrese. Niente Pasta di Gragnano o Melannurca campana. Niente cipolla di Tropea e Nduja di Spilinga. Niente lenticchie di Altamura o Arance di Sicilia. Per la macroregione del Mezzogiorno, solo il Montepulciano d’Abruzzo e la Mozzarella di bufala (tra l’altro anche prodotta indiscriminatamente al Nord, basta che non abbia il marchio del consorzio “Campania DOP”), che ha quote trascurabili nel mercato cinese per la storica avversione, da quelle parti, al latte e ai suoi derivati.

E questi sono invece i 32 prodotti inseriti nel CETA, l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada, di cui solo 5 del Sud:

Aceto Balsamico di Modena
Arancia rossa di Sicilia
Asiago
Bresaola della Valtellina
Cappero di Pantelleria
Cotechino di Modena
Culatello di Zibello
Fontina
Gorgonzola
Grana Padano
Kiwi Latina
Lardo di Colonnata
Lenticchia di Castelluccio di Norcia
Mela Alto Adige
Mortadella di Bologna
Mozzarella di bufala campana
Parmigiano Reggiano
Pecorino Romano
Pecorino Sardo
Pecorino Toscano
Pesca e Nettarine di Bologna
Pomodoro di Pachino
Prosciutto Modena
Prosciutto di Parma
Prosciutto San Daniele
Prosciutto Toscano
Provolone Valpadana
Ricciarelli di Siena
Radicchio rosso di Treviso
Riso nero Vialone Veronese
Speck Alto Adige
Taleggio

E anche qui niente pomodoro San Marzano. Il pomodoro italiano più famoso nel mondo non solo non è protetto dalla contraffazione in Cina ma non è neanche promosso in Canada.

Così, mentre la trasmissione Report smaschera i furti di Stato alle città del Sud e il Rapporto Svimez 2019 “avverte” ancora una volta che lo Stato italiano ha abbandonato il Mezzogiorno, appare chiaro che anche l’Unione Europea da un lato richiama l’Italia alla mancata distribuzione dei fondi strutturali europei destinati al Sud e dall’altro approva quanto proposto dalla politica italiana, finendo per supportare accordi commerciali internazionali che rispecchiano la malaunità italiana e penalizzano fortemente il prodotto del Sud Italia.

I massacri del Risorgimento non sono una fiction

Imma Tarantanni, produzione Rai ambientata a Matera, in una scena trova l’occasione per raccontare senza veli la triste verità del Risorgimento e della guerra al brigantaggio.

«Ma ti rendi conto che questi… “galantuomini” sono finiti nei libri di storia come gli eroi del Risorgimento? I “grandi” che hanno fatto l’Italia»

Tratto da Napoli Capitale Morale:

La formazione scolastica di base, assegnata a ministri massoni quali Francesco De Sanctis, Michele Coppino e Guido Baccelli, fu la prima cura dell’Italia unita, dottrina d’ingegneria sociale della Massoneria del secondo Ottocento, impegnata nell’obiettivo di diffondendo la fede laica nell’Unità. Nacque una narrazione del Mezzogiorno calunniosa e una romanzata Storia Patria di tutti, che in realtà non apparteneva a nessuno, riempita di un tronfio spirito dei miti fondanti della Nazione e delle battaglie che avevano condotto all’indipendenza. Tutto passava per la celebrazione dei Padri della Patria italiana, cioè ladri della patria napolitana, massoni elevati a somme figure morali della moderna storia nazionale nei libri di storia, negli odonimi stradali e sui basamenti monumentali dello Stivale, dove ancora li si ritrova ben saldi a indicare ai meno sprovveduti quanto influente sia la Massoneria in un paese di profonde radici cattoliche.

Ma la realtà non è una fiction. La puoi sotterrare, ma è un seme che prima o poi germoglia.

Alta criminalità al Nord, e il Ministero smentisce che il Sud denuncia meno

Angelo ForgioneIndici di criminalità elaborati da Il Sole 24 Ore in base ai dati forniti dal dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno e relativi al numero di delitti commessi e denunciati nel 2018. La maglia nera per numero di reati riportati nel corso del 2018 spetta alla provincia di Milano che, con 7.017 denunce ogni 100mila abitanti, mantiene la leadership poco lusinghiera fotografata già nei due anni precedenti. Subito dietro, Rimini e l’incalzante Firenze (in forte crescita), rispettivamente con 6.430 e 6.252 illeciti rilevati. Poi Bologna, Torino, Roma, Prato, Livorno, Imperia, Genova, Savona, Parma, Pisa, Venezia, Ravenna e Modena davanti alla prima città meridionale in classifica, Napoli, al diciassettesimo posto. Non è una novità, così come non è nuova l’analisi applicata: «Nord criminale, ma al Sud si denuncia poco», dicono quelli bravi. Ma sono veramente così bravi?
Che al Sud si denunci di meno lo sostengono i media, e così finisce per pensarla l’opinione pubblica. Lo ha detto persino il Tgr Campania, nell’edizione pomeridiana del 14 ottobre. Titolo: “Nella classifica criminalità del Sole 24 Ore, Napoli diciassettesima ma lo scarso numero di denunce condiziona il dato”. Guardi con attenzione il servizio e comprendi che si tratta di un dubbio (insinuato), non di uno studio del fenomeno:
«La fotografia è stilata tenendo conto delle denunce. È qui il primo nodo: risulta difficile credere che, nella classifica sulla criminalità, Napoli venga dopo Parma o Modena. Al Sud si denuncia molto meno rispetto al Centro-Nord».
Ma nessuna prova di tale teorema, che teorema resta.


Credere che Napoli venga dopo Parma o Modena risulta difficile perché siamo tutti abituati a credere che Napoli e il Sud siano il regno del crimine. È una visione discriminatoria della cosa non suffragata dai dati e neanche dallo stesso Ministero dell’Interno, che, nel recente Rapporto Criminalità, informa testualmente come il teorema delle mancate denunce al Sud sia falso e retaggio del razzismo positivista del secondo Ottocento, quello dei Lombroso, dei Niceforo e dei propagandisti della borghesia settentrionale che plasmarono l’opinione pubblica anti-meridionale, cioè il pregiudizio settentrionale, nei primi anni dell’Italia unita, e che ancora oggi sono pretesto per discutibili mostre che sbattono in faccia ai visitatori le faccia dei “delinquenti napoletani”.
Leggiamo, dunque, cosa è scritto nel Rapporto Criminalità del Ministero dell’Interno, perché magari l’autorevolezza della fonte, la stessa consultata da Sole 24 Ore, può aiutare a riflettere più profondamente:

Ogni reato ha una sua precisa distribuzione a livello territoriale che è riconducibile a quelle caratteristiche che distinguono i borseggi dagli scippi e dai furti in appartamento. Ad esempio, questi ultimi sono più diffusi al Nord, mentre al Sud si rileva un maggiore numero di scippi.
Questa è un’osservazione importante da tenere a mente perché smentisce l’opinione comune che tutti i reati siano in larga misura più frequenti nel Sud rispetto al Nord Italia. Si tratta di una credenza piuttosto diffusa e duratura nel tempo che si può far risalire alla scuola positivista italiana alla fine del XIX secolo quando venivano attribuiti i più alti tassi di delinquenza – sia violenta che contro la proprietà – al meridione sulla base di aspetti razziali e indicatori socioeconomici delle due aree geografiche. È invece possibile distinguere storicamente tra i reati contro la proprietà effettivamente più frequenti nel Nord e i reati violenti più diffusi al Sud. Nel caso dei furti, furti in appartamento e borseggi avvengono di più al Nord e gli scippi al Sud. Ciò non dipende, come sostengono alcuni, da una diversa propensione a denunciare i reati subiti da parte dei cittadini sulla base di un supposto maggior senso civico di chi vive nelle regioni settentrionali. Le indagini di vittimizzazione hanno infatti mostrato che si denuncia di più quanto più alto è il valore della refurtiva e quando è stata stipulata una relativa assicurazione. I diversi tassi di furti, scippi e borseggi tra Nord e Sud si spiegano meglio sulla base delle opportunità che si presentano sul territorio e in base agli stili di vita e alle attività della popolazione.

Tradotto in soldoni, il Ministero degli Interni avverte che i reati sono più frequenti al Nord perché lì c’è più benessere che al Sud, e questo alletta il crimine. Ciò accadeva anche a fine Ottocento, quando il positivismo plagiava le teste degli italiani, e lo mise nero su bianco il politico Napoleone Colajanni analizzando la delinquenza della città di Napoli in confronto a quella di Milano, dimostrando che, complessivamente, dati del triennio 1896-1898 alla mano, i reati nella città lombarda, allora senza meridionali ed extracomunitari, erano in numero maggiore che in quella campana, nonostante l’eccessiva pressione daziaria del Regno d’Italia dei Savoia cui erano stati sottoposti i napoletani, superiore a quella esercitata sui milanesi, avesse comportato, tra il 1872 e il 1899, sofferenti condizioni di povertà e parassitismo. I dati furono commentati da Francesco Saverio Nitti nella sua pubblicazione Napoli e la questione meridionale del 1903.

Qualche anno fa, anche un’indagine svolta dall’Università Suor Orsola Benincasa, fondazione Polis e centro Res Incorrupta, evidenziò che le denunce nel Meridione erano in linea con i dati europei, smentendo la teoria del Sud più restio del Nord a denunciare. Roba da lombrosiani che ancor ci travolge, e travolge anche le redazioni dei telegiornali locali, che dovrebbero essere invece in prima linea nel riportare, almeno in casa, quel che il Ministero degli Interni e le ricerche accademiche hanno evinto per ripristinare l’equilibrio di giudizio.

Qualcuno provi dunque a sfidare i luoghi comuni e a sostenere che Milano è la città della delinquenza, più di Napoli, e che il Nord è più criminale del Sud, come statistiche e rapporti dimostrano. Perché un conto è la criminalità reale e un altro è la criminalità percepita.

90 anni fa nasceva la Serie A. A Napoli la prima “radiocronaca”

Angelo Forgione6 ottobre 1929, esattamente 90 anni fa. Era domenica, come oggi, e partiva il primo campionato italiano di calcio a girone unico, denominato Serie A, voluto dai gerarchi fascisti, che esercitavano il loro effetto anche sul Foot-ball, pardon, calcio. Già, perché a Mussolini i termini stranieri proprio non andavano giù e conveniva cancellarli, come tutto ciò che richiamava nel nome l’Internazionale comunista. L’Internazionale si era rinominata Ambrosiana, l’Internaples aveva optato per la più semplice denominazione Napoli, il Genoa in Genova, e via così. 18 squadre, quasi tutte del Nord, tranne il Napoli, la Roma e la Lazio, più o meno come oggi, per la gioia dei gerarchi a capo di CONI e FIGC, ai quali una parvenza di Italia unita almeno nel calcio, come non lo era mai stata, faceva gioco alla proiezione del nazionalismo imperante.
In realtà, il girone unico avrebbe dovuto partire già dal 1926, ma la volontà del regime di integrare il Sud nel campionato aveva fatto rinviare il progetto di altri tre anni. Il movimento meridionale, emarginato per 28 anni, non aveva potuto svilupparsi come quello settentrionale, monopolizzato dagli uomini del Nord a capo della Federazione, e allora le squadre di Roma e Napoli avrebbero dovuto avere il tempo di adattarsi, a suon di fusioni e ripescaggi.
Nell’estate 1928, Leandro Arpinati, fascista di spicco in quel di Bologna, una volta impossessatosi della Federazione, pensò al “girone unico” e stabilì che la stagione 1928/29 avrebbe qualificato 16 squadre per la successiva “Divisione Nazionale di Serie A”, ovvero le prime otto classificate di ognuno dei due gironi di Nord e Sud. Solo che a fine campionato le già ripescate Napoli e Lazio conclusero appaiate all’ultimo posto disponibile al Sud per la nuova Seria A. Gli azzurri, all’ultima giornata, uscirono indenni dalla trasferta sul campo dei biancocelesti e riuscirono a guadagnarsi lo spareggio in campo neutro, che si disputò a Milano una settimana dopo, il 23 giugno.
Quella domenica di primissima estate fu molto calda a Milano, per la presenza di cinquemila sostenitori laziali e, in maggioranza, napoletani. E fu caldissima nella Roma biancoceleste ma soprattutto a Napoli, non solo per la temperatura ma anche per la già smisurata passione dei tifosi azzurri, radunati in centro dal giornale locale Il Mezzogiorno Sportivo, che inviò un giornalista a San Siro per seguire la partita e poi trasmettere in diretta la narrazione della partita ai colleghi a Napoli, che avrebbero raccontato minuto per minuto le fasi salienti della partita ai tifosi. L’esperimento era stato già provato con successo sette giorni prima, e il giornalista Felice Scandone, fondatore della testata, ne aveva decretato il successo dalle pagine dello stesso giornale, raccontando che durante il match di Roma “la folla era diventata imponente, fino a interrompere il servizio pubblico a Piazza S. Ferdinando (oggi Trieste e Trento), ove aveva sede la redazione. I giornalisti napoletani si erano inventati il primo “live” per una squadra di club.
galleria_umberto_serieaA quel tempo non esisteva Tutto il calcio minuto per minuto e nemmeno la figura dell’inviato sportivo, e quella trovata fu talmente pionieristica e innovativa che i trepidanti tifosi napoletani si riunirono in massa sotto la sede del quotidiano, fino a riempire la vicina Galleria Umberto I, per avere notizie dell’importante spareggio in tempo reale.
Michele Buonanno, a Milano, comunicava i suoi resoconti a Felice Scandone, a Napoli, il quale avvisava dal balcone la folla sottostante. Apprensione al vantaggio della Lazio al 17′, tenuto fino all’intervallo, ma l’azzurra marea esplose di gioia due volte in un quarto d’ora del secondo tempo per il pareggio e il vantaggio del Napoli tra il 55′ e il 69′, prima del pari amaro degli aquilotti romani all’80’ che fissò il risultato sul 2-2, anche dopo i tempi supplementari. Partita da ripetere e verdetto rimandato di sette giorni.
Si verificò, tuttavia, una situazione molto italiana, tutta una serie di compromessi durante la settimana che portava al secondo spareggio. Una delegazione di dirigenti della Triestina, approfittando della situazione, si recò in Federcalcio, chiedendo di ammettere la squadra giuliana alla nascente Serie A come prima retrocessa del Nord nella stagione appena conclusa, adducendo la provenienza da una zona che da sempre aveva rappresentato un «focolaio di patriottismo», fin dai tempi della Prima Guerra Mondiale contro l’Austria. I dirigenti di Napoli e Lazio, appreso della richiesta triestina, pressarono per non tornare a spareggiare in campo, ben sapendo tutti quale valore avesse il patriottismo per Mussolini e per il fascismo. Triestina, Venezia e Fiumana, infatti, l’estate precedente, erano state ammesse d’ufficio al Girone Nord per portare nel calcio le rappresentanze dei territori della Venezia Giulia annessi all’Italia nel 1919 dopo la Grande Guerra e simboli dell’Unità completata.
A rallegrare tutti, napoletani, laziali e triestini, ci pensò Arpinati, che, con il benestare del Duce, decise di ammettere i tre club nel massimo campionato di Serie A, allargandolo a 18 squadre. Fece comodo che fosse proprio la Triestina la prima da ripescare del Nord, per evidenti questioni patriottiche. Così fu garantita una maggiore rappresentanza sia alle squadre meridionali che alla Venezia Giulia, da un decennio riscattata dal Regno d’Italia.
La prima stagione a girone unico, la Serie A, partì appunto il 6 ottobre 1929. Prima giornata e fu subito Juventus-Napoli, con vittoria di misura dei bianconeri (3-2). Dopo 34 giornate, a spuntarla per la terza volta fu l’Inter, pardon, Ambrosiana, negando al Genoa, pardon, Genova, lo scudetto della stella (del Nord) mai acciuffato. Il Calcio del Sud si fece finalmente onore, conquistando il quinto posto col Napoli e il sesto con la Roma. Lazio salva, come la Triestina. Accadeva 90 anni fa.
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per approfondimenti: Dov’è la Vittoria (Angelo Forgione)

180 anni fa partiva il primo treno napoletano. Così furono sabotate le “Ferrovie Meridionali”

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Angelo Forgione – Il 3 ottobre 1839 partiva il primo treno della penisola italiana, da Napoli verso Portici. Quattordici anni prima, nel 1825, il nuovo mezzo di locomozione a vapore aveva fatto la sua comparsa in Inghilterra.

Il giovane re delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone, salito al trono nel 1830, appassionato di meccanica, si dimostrò incline alle novità che il progresso stava producendo e particolarmente attratto dalle nuove macchine locomotive.
Il 25 febbraio del 1836, accolse la richiesta dell’ingegnere francese Armand Joseph Bayard de la Vingtrie per la concessione di una strada ferrata da Napoli a Nocera, verso Salerno. Due anni dopo, il 27 marzo 1838, l’ingegnere Bayard presentò al governo la proposta tecnica ed economica per la tratta da Napoli a Torre del Greco, caratterizzata da alcune opere assai ardite, tra cui un ponte a sei arcate da 7,90 metri in uscita da Torre del Greco e un viadotto a 59 arcate che correva al di sopra della spiaggia di Torre Annunziata e che costituiva il manufatto più spettacolare della linea. Il progetto di Bayard comprendeva anche il tratto verso Nocera dove, all’ambiente marino, si sostituiva la fertile campagna dominata dalla sagoma del Vesuvio. Qui, nei pressi delle rovine romane da poco riscoperte, si trovava la stazione di Pompei. Da qui, la strada ferrata, con un tragitto pianeggiante, attraversava il fiume Sarno presso Scafati, entrando prima in Angri e poi a Pagani per affrontare l’ultimo tratto e raggiungere la stazione di Nocera. La linea comprendeva anche una diramazione per Castellamare che partiva alla fine del viadotto di Torre Annunziata attraversando terreni incolti e valicando il fiume Sarno con un ponte a tre archi di 5,50 metri di luce. I lavori iniziarono ad agosto, e quattordici mesi dopo, il 3 ottobre 1839, fu inaugurato solennemente il primo tratto del percorso, dalla strada dei Fossi di Napoli (oggi corso Garibaldi) al Granatello di Portici. Fu un giorno festoso e di grande orgoglio per la Capitale e per i suoi territori.

Alla prima linea ferroviaria della Penisola seguì, dieci mesi più tardi, la seconda, la Milano-Monza, concessa in appalto a un costruttore austriaco e progettata con tecnologia identica a quella della strada ferrata vesuviana.

Qualcuno ancora oggi racconta che quel treno era un giocattolo del Re, ma la realtà era ben diversa. Il Re inserì la prima strada ferrata in un più ampio progetto che prevedeva la realizzazione di due assi costieri, uno sul Tirreno e uno sull’Adriatico, da congiungere con linee interne, e tre linee in Sicilia. Tutto partiva da Napoli, collegata a Caserta tra il 1840 e il 1843, e poi a Capua due anni dopo, con finanziamento statale.
Lo sviluppo della rete ferroviaria procedette senza particolari ansie, rispettando un programma di risanamento del bilancio statale, gravato dal cosiddetto “debito galleggiante”, il persistente debito contratto con l’Austria e le sue truppe per tenere il trono di Napoli al riparo da ulteriori ribaltamenti dopo il Congresso di Vienna del 1815. Il Regno di Napoli, contando sulle già sviluppate vie del mare e sulla sua importante flotta, aveva già come spostare le merci. Lo sviluppo della rete ferroviaria poté procedere senza particolari ansie, rispettando un programma di risanamento del bilancio statale, gravato dal cosiddetto “debito galleggiante”, il persistente debito contratto con l’Austria e le sue truppe per tenere il trono di Napoli al riparo da ulteriori ribaltamenti dopo il Congresso di Vienna del 1815.

Il Borbone, convinto che il suo trono fosse esclusivamente quello del Sud, non pensò a diventare il Re d’Italia ma a sanare le finanze del suo regno e ad emanciparlo dalle dipendenze straniere, affrancandosi dalla smodata competizione liberista appena abbracciata dei paesi europei e dal perverso indebitamento progressivo presso le banche private che alimentava gli affari dei grandi finanziatori (Rothschild); e intraprese un programma di sviluppo autonomo del tutto svincolato dalla nuova finanza internazionale, che garantì una spesa verificata necessaria a ridurre la crisi del debito. Per dare avvio alla produzione siderurgica interna, estese la produzione di motori a vapore per le navi nel nuovo Real opificio di Pietrarsa, presso Portici, a rotaie, carri-merci e locomotive, tutto made in Naples. Tutto in sinergia con le Reali ferriere di Mongiana, in Calabria, dalle quali uscirono i primi ponti sospesi in ferro d’Italia e le rotaie per le prime tratte ferroviarie. I prodotti erano di qualità eccellente, e nulla avevano da invidiare a quelli francesi e inglesi.
Nel 1860-61 circolavano nella Penisola 75 locomotive made in Italy, di cui 60 erano costruite nelle Due Sicilie. Quattro a uno il rapporto produttivo del treno che alcuni Stati stranieri e lo stesso Piemonte acquistarono dal Regno delle Due Sicilie.

Il risanato Stato napoletano si presentò all’appuntamento con l’Unità del 1861 con il debito pubblico più esiguo d’Europa. Il Regno di Sardegna, al contrario, fortemente indebitato con i banchieri europei anche per l’accelerato sviluppo della propria rete ferroviaria che sopperiva all’assenza di rotte marittime interne, ebbe necessità di invadere il Sud e incamerarne le buone finanze. E allora il piano di sviluppo ferroviario borbonico fu cancellato in corsa e fra i primi provvedimenti del parlamento di Torino vi fu la sospensione dei lavori della ferrovia Tirreno-Adriatica tra Napoli e Brindisi, iniziata nel 1855. Eppure, le gallerie e i ponti erano già stati realizzati, ma a nulla valsero le proteste degli ingegneri convenzionati. Le “Ferrovie Meridionali” furono poi cedute a una compagnia finanziaria privata del banchiere livornese Pietro Bastogi, amico di Cavour e ministro delle Finanze, il quale le subappaltò clandestinamente a un’altra società, ripartendo il capitale tra banche di Milano, Torino e la sua Livorno, per una speculazione sulla costruzione della rete ferroviaria al Sud che coinvolse diversi governi del Regno d’Italia e aprì uno scandalo per il quale Bastogi fu costretto a dimettersi, ma fu “premiato” col titolo di conte da Vittorio Emanuele II. Mentre Pietrarsa e Mongiana venivano cedute a speculatori privati per essere poi smantellate, le Ferrovie Meridionali restarono al palo e quelle settentrionali si svilupparono intensamente con la regia di un’altra guida delle banche del Nord, un altro amico di Cavour, quel Carlo Bombrini che, da comproprietario dell’Ansaldo, coordinò le banche di Torino e Genova nel finanziamento delle imprese settentrionali.

Nacque una narrazione di Napoli e del Mezzogiorno lontana dalla realtà, calunniosa e ingigantita nei problemi che pure affliggevano il Sud pur di convalidarne l’invasione. L’arretratezza meridionale, che equivaleva all’arretratezza settentrionale, fu tradotta in immobilismo, massimo esempio del quale fu resa la sproporzione di estensione delle reti ferroviarie delle due Italie, al netto dei collegamenti marittimi. Falsità smentite dal presidente della Fondazione FS Mauro Moretti, non certo un meridionale e meridionalista, nel suo discorso al pubblico di inaugurazione del Museo nazionale di Pietrarsa del 31 marzo 2017:

«Ferdinando II fu un sovrano illuminato e lungimirante, che volle emancipare le Due Sicilie dalla dipendenza inglese e fece di Pietrarsa la Silicon Valley della tecnologia dell’epoca. I lavoratori di Pietrarsa, consapevoli del patrimonio industriale qui installato e della relativa superiorità tecnologica raggiunta, lottarono contro la delocalizzazione delle attività a vantaggio dell’industria del nord voluta dai sabaudi, fino alla carica dei bersaglieri che causò numerosi morti e feriti gravi».

Distante dai canoni narrativi della storia risorgimentale. Una diversa e più corretta lettura del Re che industrializzò il Regno delle Due Sicilie prima dell’invasione piemontese.

 

per approfondimenti: Made in Naples e Napoli Capitale Morale