Emergenza babygang, tra vuoto di valori e ‘cattiva maestra televisione’

Angelo Forgione – Emergenza babygang diffusa, con Napoli in prima pagina. Di chi le colpe? È chiaro che le cause siano riconducibili allo Stato, con la sua assenza ormai atavica e con la sua perniciosa tolleranza, e alla crisi di valori delle famiglie, soprattutto di quelle disagiate, più a rischio, ma non solo quelle. IIl problema è particolarmente sentito anche in Inghilterra, dove Scotland Yard si sta dando da fare per contrastare il fenomeno crescente delle babygang che si affrontano per il controllo dello spaccio di droga nelle periferie delle grandi città, Londra compresa. Stato, Famiglia e Scuola, questi sono i cardini dell’educazione civica, e quando i primi due vengono meno finisce per indebolirsi anche il terzo, al quale si sostituiscono i mass-media. I ragazzini che aggirano la scuola dell’obbligo corrono facilmente il rischio di preferire i modelli offerti dalla televisione al valore dell’insegnamento didattico, e in tal caso non trovano i genitori a dirgli cosa è giusto e cosa non lo è. Fanno da soli, scelgono in totale autonomia senza avere la facoltà di farlo, ed è qui che nasce il delicatissimo dibattito sulla serie di successo ‘Gomorra‘, che non è causa, certo che no, ma è certamente aggravante.
La denuncia del Male è esercizio giusto, giustissimo, ma romanzando il torbido mondo della camorra e isolandolo dalla realtà in cui è immersa, spettacolarizzando eccessivamente il Male denunciato, si è finito col sottrarre forza persuasiva alla denuncia stessa e parte dei consensi nei confronti di chi l’ha promossa. Gomorra uno, due, tre, e poi quattro. E poi ‘La paranza dei bambini’, “Zero Zero Zero”, tutto con incarichi di supervisione e diritti di autore. Ecco perché, per i suoi detrattori, Saviano non è più considerato un martire, non più emblema vivente di riscatto ma corresponsabile di aver reso il luogo da cui estirpare il Male esso stesso il Male inestirpabile. Saviano, che ha compreso da tempo di avere fedelissimi ammiratori ma anche coriacei detrattori, ha lasciato il proscenio alla dannazione, contribuendo a togliere la speranza da lui stesso accesa col suo primo libro. Il simbolo della lotta al malaffare è diventato al tempo stesso icona della dannazione, emblema della stessa marcescenza che denuncia. Critiche gli piovono anche dal mondo della Magistratura, che gli imputa di predicare bene con le parole e di razzolare male con la fiction televisiva, la quale ha un potere di fascinazione enorme sulle menti dei ragazzi più giovani, soprattutto quelli più a rischio. E chi si ostina a considerla innocua, a negare che Gomorra sia un’aggravante della condizione di disagio causata da Stato e Famiglia, a ripetere continuamente che Don Matteo non ha allevato chierichetti, farebbe bene a studiare l’opera del filosofo Karl Popper, che già nel secondo Novecento metteva tutti in guardia dalla capacità della tivù di condizionare le masse e il pericolo derivante dalla violenza spettacolarizzata, sia pure recitata.

Libero saluta Napoli con provocazione

L’eliminazione del Napoli dalla Champions League ha consentito lo “sfottò” al solito Libero. Senza soffermarmici troppo su, una risposta ironica non poteva mancarmi:

Tu che cogli l’occasione per mostrarmi l’avversione,
col sarcastico sorriso leggi bene questo avviso.
Dall’Europa me ne esco, ma festeggio con l’Unesco.
Della pizza sono ghiotto, della Champions me ne fotto.

Le Quattro Giornate di Napoli, l’inizio del declino morale d’Italia.

Angelo Forgione Era la mattina del 21 luglio 1941, ore seguenti il primo bombardamento degli Alleati anglo-americani su Napoli, quando i napoletani lessero un volantino di rivendicazione firmato dagli inglesi, su cui era scritto:

Noi inglesi, che mai finora fummo in guerra contro di voi, vi mandiamo questo messaggio.
Questa notte abbiamo bombardato Napoli. Non volevamo bombardare voi cittadini Napoletani perché non siamo in lite con voi. Noi vogliamo soltanto la pace con voi. Ma siamo stati costretti a bombardare la vostra città perché voi permettete ai Tedeschi di servirsi del vostro porto.
Finché partono da Napoli navi cariche di armi e materiali Tedeschi per le forze Germaniche in Libya, Napoli sarà ripetutamente bombardata.
Il bombardamento di questa notte è solo il primo rombo della tempesta che s’avvicina…

Una minaccia, insomma. Qualche giorno prima, il presidente degli Stati Uniti d’America Franklin Roosevelt aveva scritto al primo ministro del Regno Unito Winston Churchill:

[…] Noi dobbiamo sottoporre la Germania e l’Italia ad un incessante e sempre crescente bombardamento aereo. Queste misure possono da sole provocare un rivolgimento interno o un crollo.

Era iniziato l’accanimento bellico, una strategia psicologica, puramente terroristica a base di incursioni dal cielo finalizzate all’esasperazione popolare. Bisognava stimolare la sollevazione contro i tedeschi e la disapprovazione popolare nei confronti di Mussolini per la decisione di seguire la Germania di Hitler e trascinare l’Italia in una guerra proibitiva.
Roosevelt, tra il 1941 e il 1943, invitò più volte il primo ministro del Regno Unito Winston Churchill a sottoporre gli italiani ad un incessante e sempre crescente attacco aereo. Nell’ottobre del 1942, l’americano scrisse ancora all’inglese:

[…] deve essere nostro irrinunciabile programma un sempre maggior carico di bombe da sganciare sopra la Germania e l’Italia.

Nel luglio del ’43, sempre il presidente USA dichiarò:

Bombardare, bombardare, bombardare […] io non credo che ai tedeschi piaccia tale medicina e agli italiani ancor meno […] la furia della popolazione italiana può ora volgersi contro intrusi tedeschi che hanno portato, come essi sentiranno, queste sofferenze sull’Italia e che sono venuti in suo aiuto così debolmente e malvolentieri […]

volantino_alleatiLe bombe, dopo aver demolito i siti strategici, dovevano abbattere anche il morale della gente. Il piano, concertato tra Washington e Londra, fu accettato in modo occulto anche dalla Casa Reale Savoia a Roma e, soprattutto, dalla Massoneria italiana in cerca di riscatto dalla messa al bando fascista, cui era legato il maresciallo piemontese Pietro Badoglio, candidato a sostituire Mussolini alla guida del Governo, ruolo conferitogli poi, nel luglio del 1943, dal massone Vittorio Emanuele III, il quale ordinò l’arresto del Duce. Il Regno d’Italia concordò e siglò segretamente l’armistizio con gli Alleati anglo-americani, ma l’accordo fu reso noto solo l’8 settembre per insistere ancora qualche mese nella strategia psicologica, poiché la guerra non si poteva vincere senza convincere. Tutti corresponsabili di immotivate vessazioni sulla pelle dei napoletani pur di rovesciare il dittatore. Tra congiure di palazzo e bombardamenti sugli innocenti, Napoli fu messa letteralmente in ginocchio. Il porto fu raso al suolo e i monumenti risultarono gravemente danneggiati. Persino la Reggia di Caserta e gli scavi di Pompei furono ripetutamente, violentemente e selvaggiamente colpiti, perdendo reperti e preziosissimi dipinti.
Napoli, con tutto il Sud, fu colta di sorpresa dall’annuncio dell’armistizio, quando in città vi erano circa ventimila tedeschi. La situazione divenne di colpo caotica e il popolo, senza protezione alcuna, divenne ostaggio e vittima della furia vendicativa nazista. L’esacerbazione popolare diede soddisfazione agli Alleati con la rivolta delle Quattro giornate di Napoli del settembre 1943, in cui i partenopei, spazientiti dall’ordine di sfollare il centro urbano e rassicurati dall’avanzata degli anglo-americani da Salerno, poterono portare a compimento la cacciata dei nazifascisti tanto stimolata da Roosevelt. La Resistenza avrebbe trionfato nell’aprile del 1945, ma grazie alla positiva conclusione dell’operazione militare segreta “Sunrise”, occultata dalla storiografia ufficiale per non sminuire lo spirito partigiano, ma decisiva per la resa separata delle truppe tedesche in Italia e per risparmiare al Nord ulteriori distruzioni civili e industriali.
Migliaia di famiglie napoletane in lutto, un terzo degli edifici in macerie, il porto distrutto, mancanza di gas, carenza d’acqua e di viveri, condizioni igieniche pessime e tifo petecchiale insorto per la promiscuità nelle affollate cavità sotterranee adibite a ricoveri pubblici. In queste condizioni Napoli, la città più bombardata d’Italia (circa 200 raid di cui 120 a segno), inaugurò il suo dopoguerra molto prima che finisse la guerra e si inoltrò in un periodo senza terrore ma con mille angosce. Per ben un anno e mezzo, infatti, i napoletani furono costretti a badare a se stessi, rappresentando un mondo a parte, duramente martirizzato e umiliato, che si arrangiava alla meglio sotto il controverso controllo degli Alleati. La precoce liberazione segnò purtroppo l’avvio di una caduta morale e spirituale di un popolo che tanto ricco di dignità si era mostrato durante la cacciata dei nazisti.
Governatore di Napoli fu il colonnello americano Charles Poletti, riferimento per la mafia e già governatore in Sicilia, dove gli Alleati erano sbarcati e avevano sostituito i sindaci fascisti con mafiosi allontanati dal regime. Con atteggiamento utilitaristico, l’alto funzionario statunitense scelse come aiutante e interprete don Vito Genovese, socio del famigerato Lucky Luciano e boss di una delle cinque famiglie mafiose di New York, rifugiatosi in Italia per sfuggire a un processo per omicidio, passato opportunamente dalla parte degli antifascisti e resosi molto utile, grazie ai suoi particolari legami, allo sbarco sull’Isola degli Alleati, cioè all’inizio dell’invasione nazionale che portava la liberazione. Il boss, approfittando del razionamento dei viveri, fece prosperare il commercio clandestino dei generi alimentari a Napoli, coperto dagli ufficiali americani che ne favorivano gli affari.
La delinquenza dilagò enormemente. Centinaia di detenuti cui i tedeschi in fuga aprirono le celle nelle prigioni napoletane ebbero campo libero per depredare e alimentare la criminalità. La camorra fece un ulteriore salto di potere. Quando, nel 1945, la Criminal Investigation Division giunse a Napoli per indagare sulle connivenze tra la malavita locale e i militari americani, i loschi affari di don Vito Genovese si interruppero di fronte all’arresto e all’estradizione negli Stati Uniti. Il boss fu sottoposto al processo che aveva cercato di evitare fuggendo in Italia, durante il quale un testimone chiave morì avvelenato in circostanze “misteriose”. Don Vito fu assolto dalle accuse per mancanza di prove, e partì alla conquista dei vertici della mala statunitense. La sua repentina ascesa diede modo alla camorra napoletana di allacciare rapporti e collegamenti con la mafia d’America e con i poteri internazionali, orientando gli affari verso l’allettante traffico intercontinentale della droga. Riaffiorò più forte di prima la malavita organizzata, con drammatiche conseguenze morali e sociali nel futuro di Napoli, sulla cui pelle furono impresse le cicatrici di un lunghissimo periodo di anarchia e sostanziale autogestione.
Nella povertà napoletana degli anni Cinquanta guadagnò potere la camorra, ingannevolmente cancellata dal regime fascista ma maggiormente rinvigorita dal narcotraffico instaurato con le cosche statunitensi e dai rapporti con i politici repubblicani. Complici i clientelismi politici crescenti, le mafie del Sud aumentarono progressivamente il loro radicamento e la loro influenza sia nel tessuto sociale della plebe che negli ambienti più decisivi dell’amministrazione.
Molti malavitosi meridionali furono mandati al confino settentrionale dal ‘soggiorno obbligato’, una legge del 1956 con cui la classe politica del tempo pensò di allontanare dai territori d’origine i mafiosi senza condanna, nella convinzione che al Nord non sarebbero riusciti a ricreare una rete criminale. E invece l’operazione finì con il ribaltare l’assioma secondo cui le mafie erano esclusivo frutto della sottocultura meridionale e che il trapianto fosse impossibile in zone con un più alto tasso di civismo e di capitale sociale. A Milano e nei centri limitrofi furono relegati circa quattrocento uomini delle cosche, soprattutto calabresi, che sfruttarono le convenienti condizioni economiche del florido periodo postbellico e la maggiore autonomia d’azione rispetto alle lontane zone di origine, facendo di quei luoghi dei veri e propri quartieri generali del crimine organizzato. Nei favolosi anni Sessanta iniziarono ad allacciarsi i primi occulti rapporti fra mafiosi meridionali e imprenditori lombardi. Nella zona esplose il fenomeno dei sequestri di persona a scopo di estorsione, gestiti per lo più dalla ’ndrangheta, talora con l’appoggio entusiasta delle bande locali. Ben presto, il capoluogo lombardo divenne uno dei mercati più importanti per il traffico e il consumo di stupefacenti, e la nuova possibilità permise ai clan di acquisire ingenti capitali e liquidità utile a creare importanti legami con l’imprenditoria e la politica del posto. La zona si consacrò come cuore economico della malavita organizzata e si avviò a posizionarsi tra le peggiori d’Italia per numero di reati mafiosi.
Proprio in questi giorni si discute del maxi blitz contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia. “Milano come San Luca”, titolano i quotidiani di oggi, ma è così da decenni. Grazie alla “liberazione” americana, interessata a imporre la sua egemonia economica e commerciale in Europa, e alla fallimentare politica repubblicana d’Italia, per nulla diversa da quella del periodo monarchico, cioè da quell’ottantennio 1861-1945 in cui Napoli è passata dall’essere città più importante d’Italia, ordinata capitale, a emblema di un crollo morale ed economico tuttora drammaticamente in corso.

(brani essenziali dell’articolo tratti da Napoli Capitale Morale, Magenes 2017​)

Napoli pericolosa? Sì, perché fa innamorare.

Angelo Forgione Il The Sun di Londra bolla Napoli come una delle undici città più pericolose al mondo. Esagerazione!
Non siamo di fronte a un problema nuovo. Gli inglesi, nel solco della loro storica ambiguità, hanno sempre raccontato tutto il bello e tutto il brutto di Napoli. Siamo semmai di fronte a un sensazionalismo più spinto, a una narrazione della realtà che non corrisponde alla realtà, e che ne amplifica ancora di più la percezione, dettata da una narrazione cinematografica del Male napoletano di grande successo. Qui non si tratta di un reportage confezionato da un bravo giornalista che ha girato il mondo ma di un cimento estemporaneo, tipico del The Sun, di tale Guy Birchall, che certamente si è spostato dal divano del suo salotto alla scrivania prima di sentenziare.
Il problema ha chiaramente una radice interna. Gli stereotipi su Napoli hanno un’origine toscana. Già nel Quattrocento, il sacerdote fiorentino Piovano Arlotto scrisse nei suoi Motti e Facezie che “L’aria di Napoli opera bene in tutte le cose e male negli uomini che nascono di poco ingegno, maligni, cattivi e pieni di tradimenti. E senza dei quali Napoli sarebbe un paradiso”. Eppure allora si parlava di “Napoli gentile”, e non c’era ancora la camorra, e non tutti i mali italiani di cui è afflitta oggi la metropoli. Penso proprio si trattasse di rivalità tra Firenze e Napoli (non tra le due corti medicea e aragonese, in stretti rapporti), due grandi realtà rinascimentali d’Europa in un’Italia totalmente conflittuale e in un’epoca in cui i mercanti fiorentini, già dal Trecento, trafficarono nella Napoli angioina.
Dal momento che il male fa da sempre più sensazione del bene, certe metafore hanno evidentemente esercitato nei secoli la loro energia negativa in misura ben maggiore di quella positiva. Da lì si arriva al famoso “paradiso abitato da diavoli”, che poi trova terreno fertile nel Positivismo tardo ottocentesco, il vero propagatore degli stereotipi su Napoli in Italia e poi in ogni angolo del mondo. Del resto, anche i napoletani ripetono spesso il detto «‘O presebbio è bello ma ‘e pasturi nun so’ bbuoni». Ora, però, la notizia diffusa dal The Sun fa riflettere sul ruolo del giornalismo che si affida alle fiction che raccontano la cattiveria di certi napoletani, non alle fonti statistiche, e tantomeno all’esperienza diretta.
Napoli è malata, molto, non c’è dubbio, ma certamente non infettiva. Anzi.

Scrivo in Napoli Capitale Morale:

“Gli stereotipi italiani abbondano, e sono diventati anche i luoghi comuni degli stranieri circa l’Italia intera, nazione che si affanna a emanare di Milano un’immagine limitata alla sua benedetta modernità e di Napoli il racconto di un regno folcloristico e maledetto. Ad essere più penalizzata è certamente la capitale meridionale, capace di meravigliare il tradizionale turismo culturale ma snobbata dai nuovi flussi, quelli meno sapienti, che antepongono il lusso all’arte […] che puntano sul centro lombardo non principalmente per ammirarne le meraviglie artistiche e le testimonianze della storia ma attratti dal Quadrilatero della moda, smaniosi di andar per negozi nelle vie dalla capitale dello shopping, e di portare a casa il più costoso made in Italy da ostentare. Gli altri, i viaggiatori con conti in banca più asciutti, desiderosi di scoprire l’Italia, approdano a Napoli cercando la napoletanità e l’autenticità, vogliosi di immergersi nell’humus locale, protesi ai sapori e ai colori della tradizione, spesso ignorando la più nobile ricchezza partenopea. Da qui sorge l’effetto sorpresa, il classico stupore che ci si porta via concludendo l’esperienza sensoriale e inaspettatamente intellettuale all’ombra del Vesuvio. Napoli finisce per piacere in maniera imprevista, pur con tutte le sue criticità moderne, e con l’essere considerata una destinazione irripetibile, non globalizzata, una città con un patrimonio materiale ed immateriale che la rende unica. Solo allora svaniscono pregiudizi e paure di ritrovarsi in un far west del Duemila, e prendono il sopravvento percezioni diverse sui reali valori della città vesuviana.
[…]
Dal dopoguerra in poi, gli elementi dominanti della narrazione di Napoli e di Milano sono diventati la criminalità organizzata napoletana, autorizzata a sostituirsi allo Stato sul territorio, e la finanza milanese, che ambisce a prendere il posto di quella londinese nel dopo Brexit. Il paradosso […] di Napoli, assai pernicioso, è l’occultamento dei suoi enormi e positivi valori dietro l’immagine imposta del Male […].

Nessuno tocchi Cialdini e la Guerra al Sud

Angelo Forgione La recente revoca della cittadinanza napoletana onoraria al generale dell’esercito sardo Enrico Cialdini, conferita nel 1861 dal Decurionato di Napoli, ha prodotto la reazione di alcuni accademici, ancor più preoccupati dalla mozione del Movimento 5 Stelle che, nelle regioni del Sud, ha proposto una giornata della memoria per le vittime meridionali del Risorgimento.
A opporsi al “linciaggio” nei confronti di Cialdini è stato inizialmente Perluigi Romeo di Collaredo, dalle pagine di Storia in Rete n. 139 di maggio, accusando il consiglio comunale di Napoli  di seguire “una moda tanto ridicola quanto diffusa” che tende a sotterrare le figure dei protagonisti del Risorgimento sotto una montagna di luoghi comuni e invenzioni propagandistiche. Nel suo scritto, lo storico romano, oltre a dare una notizia infondata asserendo che “anche la Camera di Commercio ha deciso di togliere un busto del generale” (in realtà è il consiglio comunale ad aver deciso di chiedere la rimozione alla Camera di Commercio, che non pare averne intenzione), definisce l’atto finale della battaglia sferrata deliberatamente all’esercito napoletano da quello piemontese-lombardo, come “da entrambe le parti, una bella prova del valore italiano”, cioè indicando l’assedio di Gaeta, ovvero la conclusione di una  guerra voluta da italiani verso altri italiani, come dimostrazione di alto spirito italico. E assolve Cialdini non perché non abbia compiuto quel che gli si imputa, ovvero la repressione della resistenza meridionale in nome del diritto di rappresaglia, ma perché “fu duro come erano duri i generali nel suo secolo e non si comportò diversamente dai suoi contemporanei”. Romeo di Collaredo non nasconde certamente la parola “assedio”, la più corretta per descrivere la conclusione della conquista del Sud: “Oggi c’è chi si permette di accusare Cialdini di «crimini di guerra» per aver bombardato Gaeta, come se un assedio si faccia in modo diverso”. Ed è proprio l’assedio il punto nodale, perché il presupposto sta proprio nel considerare normale quello che non fu un processo democratico di Unità, che le gran parte delle masse popolari del Mezzogiorno non volevano, ma una vera e propria guerra piombata sulla testa di una legittima nazione di diritto. Aveva forse, il Regno di Sardegna, il divino diritto di invadere il Regno delle Due Sicilie senza dichiarazione di guerra? Certo che no, e perciò mandò avanti una spedizione irregolare, quella garibaldina, che avesse le finte spoglie di una rivoluzione popolare della quale raccogliere il testimone nel momento in cui l’opinione internazionale si fosse convinta che la volontà degli italiani fosse l’Italia Unita sotto la corona dei Savoia.
Alla reazione filo-risorgimentale si è accodato con due interventi in tre giorni su la Repubblica anche il salernitano Francesco Barbagallo, docente universitario a Napoli, dove vive. Il primo scritto contro il “neo-sudismo antiunitario”, nel quale si legge di obiettivo del Regno di Sardegna limitato all’Alta Italia. Non era quello un obiettivo dei piemontesi bensì dei protettori francesi, secondo gli accordi segreti di Plombières tra Cavour e Napoleone III, che erano subordinati alla volontà dell’Imperatore di cancellare gli austriaci dalla penisola italiana e instaurare la propria egomonia anche al Sud, magari sostituendo il Borbone con Luciano Murat, figlio di Gioacchino. Barbagallo non racconta che il piano fallì quando Napoleone III, preoccupato dalla possibile espansione del conflitto ingaggiato contro gli austriaci, concluse un armistizio con Francesco Giuseppe a Villafranca di Verona e gli lasciò il Veneto, violando gli accordi sardo-francesi e facendo venir meno in modo indiretto la necessità di preservare la legittimità e la sopravvivenza del Regno delle Due Sicilie. Nel secondo intervento, Barbagallo stigmatizza l’ignoranza su Cialdini del consiglio comunale di Napoli come e quanto Romeo di Collaredo, e se la prende col Movimento 5 Stelle per la richiesta d’istituzione di una giornata della memoria per il Sud, dove per Sud non si intende necessariamente briganti ma anche cittadini inermi, cioè bambini, donne, anziani trucidati, e pure i soldati che giurarono fedeltà per l’esercito del loro regno. Anche Barbagallo ammette che “fu una guerra feroce, da entrambe le parti”, una guerra che “fece più morti delle guerre d’indipendenza”. Possibile che si debba ancora considerare normale il presupposto di una guerra tra italiani, ai napolitani, più sanguinosa di quelle agli austriaci? Possibile che non si comprenda che il concetto di guerra, anche dopo un secolo e mezzo, non può aiutare a conseguire la necessaria unità ma semmai continua dividere per l’ostinata giustificazione a un’invasione e alle azioni di personaggi che del Sud avevano la peggiore considerazione?
Ciò detto, Romeo di Collaredo e Barbagallo hanno ragione a condannare il neo-sudismo che si accontenta della “guerra” a Cialdini, il quale era un esecutore. Che senso ha revocargli cittadinanza e cancellarlo dalle toponomastiche del Sud mentre i mandanti restano degli intoccabili nelle pagine di storia e sui piedistalli delle piazze d’Italia? Cialdini sta diventando il Moggi del Risorgimento. Certamente colpevole, ma non unico colpevole, tra tanti anche più colpevoli e impuniti.

Quando Garibaldi fu “licenziato” da Vittorio Emanuele II

Tratta dal portale Vesuvio Live, una mia analisi sui reali significati dello storico incontro del 26 ottobre 1860 tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano, o meglio a Vairano.

► Clicca qui per leggere.

vairanoRicostruzione del “licenziamento” di Garibaldi da parte di Vittorio Emanuele II nello sceneggiato Garibaldi il Generale del 1987

La galleria che Napoli non sa meritarsi

gallerie_milano_napoliAngelo Forgione Confronto tra gallerie urbane più belle d’Italia, quelle di Milano e Napoli. La ‘Vittorio Emanuele II’ e la ‘Umberto I’, eleganti passaggi commerciali del secondo Ottocento sotto forma di camminamento coperto da vetro e ferro. Portano nomi sabaudi per questioni di opportunismo edilizio più che per convinta devozione ai Savoia, in particolar modo a Milano, che di Torino era ed è tuttora rivale. I permessi di espropriazione dei vecchi edifici che sorgevano al posto dei due salotti cittadini erano rilasciabili solo per decreto reale e timbrare ad imperitura memoria piemontese le nuove opere apriva una corsia preferenziale per i regi decreti. Milano accelerò sviolinando all’inviso monarca, primo Re d’Italia. Napoli ne ossequiò il figlio in epoca di Risanamento, bisognoso di simpatie dopo che l’anarchico meridionale Giovanni Passannante, rabbioso per le disillusioni risorgimentali, aveva tentato di ucciderlo in via Toledo. In entrambi i casi l’esigenza pubblica fu quella di riattare delle aree cittadine centrali in pessime condizioni. A Milano sorgeva un complicato, sudicio e insicuro quartiere medievale, al posto del quale si invocava una collegamento diretto tra la piazza del Duomo e il Teatro alla Scala. A Napoli c’era da bonificare l’antico rione tra via Toledo, il Teatro San Carlo e il Maschio Angioino, dove tra il 1835 e il 1883 erano scoppiate ben nove epidemie di colera.
Progetti avveniristici per l’epoca, di respiro internazionale, e pure costosi. La milanese fu progettata in stile neorinascimentale da Giuseppe Mengoni, avviata a costruzione nel 1865, inaugurata nel 1867 e completata nel 1876, ma solo grazie all’imposizione del Re, che obbligò il Comune al completamento dell’opera a proprie spese, dopo che l’impresa privata che ne aveva avuto la concessione era finita in gravissime difficoltà finanziarie. Quella napoletana fu edificata in modo sicuramente più spedito, avviata nel 1887 e inaugurata nel 1890. Il progetto di Emmanuele Rocco si ispirò al modello milanese ma risultò più ricercato e sfarzoso nelle decorazioni in stile Liberty, un vero trionfo dell’architettura tardo-ottocentesca. La maggiore bellezza, però, sarebbe stata umiliata nel tempo dalla presenza dei popolari quartieri a ridosso e da un’amministrazione dissennata dello spazio, divenendo l’emblema della sciatteria napoletana, a partire dal frazionamento della proprietà privata che ancora oggi rende impossibile la gestione organica degli immobili.
Il raffronto è impetoso per Napoli, e non dal punto di vista della bellezza, che appartiene a entrambe, o dell’abbondanza che intercettano, ma del decoro che offrono. Certo, la Galleria ‘Vittorio Emanuele II’ è sede di alberghieri di alto livello, tra cui il Seven Stars, un esclusivissimo 7 stelle, con sette suite che affacciano direttamente all’interno. Insomma, un vero salotto del lusso, che nella Napoli di oggi non avrebbe senso di esistere, o forse sì. E però sul decoro non si discute, quello dovrebbe essere garantito anche nella ‘Umberto I’. Basta raffrontare la cartellonistica commerciale e l’illuminazione dei due luoghi per capire come vengano intesi dalle amministrazioni comunali. A Milano le insegne sono tutte regolamentate, su fondo nero con marchi in oro, e illuminate da lampioni storici lungo le pareti laterali; a Napoli gli spazi appositi, cui gli architetti del tempo pure avevano provveduto, sono completamente ignorati, ognuno fa come gli pare, e l’illuminazione è fornita da fari moderni che, tra l’altro, a chiusura delle attività, consegnano il luogo alla penombra delle lampade sull’altissima copertura, più alta di quella meneghina. Ma a Milano operano anche boutique di grandi marchi (Prada, Luis Vuitton, Versace, Tod’s, Mercedes); a Napoli, attorno al monopolio di un solo lussuoso marchio familiare (Barbaro), peraltro lontano dalla grande tradizione sartoriale napoletana, ruotano esercizi commerciali del tutto normali. A Milano si danno da fare rinomati ristoranti (il Savini), bar d’epoca (Biffi, Camparino, Motta, etc.) e caffè letterari, ognuno con una tettoia rigorosamente uguale all’altra e rispettando gli spazi concessi; a Napoli i banali bar organizzano tavolini senza criterio e ordine.
Il fatto è che se le hai viste entrambe ti accorgi di quanto sia bella e sciatta quella di Napoli. Ti accorgi che quella partenopea è il tempio del liberismo, dove le varie amministrazioni comunali si arrendono alla complessità sociale del centro cittadino, in cui borghesia e popolo minuto convivono come non accade né a Milano né altrove, e non riescono a impedire ai venditori ambulanti di esporre la loro merce sui mosaici e agli scugnizzi dei dirimpettai Quartieri Spagnoli di giocare a pallone, sbeffeggiare i turisti e vandalizzare alberi di Natale.
Entrambe interessate da recenti restauri. La ‘Vittorio Emanuele II’, grazie all’Expo, in 13 mesi di lavori con un ponteggio semovente che ha limitato al minimo i disagi, ha riscoperto l’originaria bicromia delle facciate e si è rafforzata nel suo già marcato ruolo centrale nella vita commerciale e turistica della città. La ‘Umberto I’, dopo i continui crolli  (ancora in corso) e la morte del povero quattordicenne Salvatore Giordano, è una galleria sfregiata dalle impalcature di un intervento senza fine e ritinteggiata con diversi colori, o non ritinteggiata, a causa di una cervellotica lite tra condomini inadempienti.
Passerà alla storia un sindaco di Napoli che riuscirà a regolamentare il salotto della città e a dargli splendore come fosse quello di casa sua.

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