Real-Napoli: dialogo impossibile tra Carlo e Ferdinando

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carlo_ferdinando“Padre, ma Vi hanno detto che i napoletani stanno venendo in massa a Madrid?”

“Sì, sono informato, caro Ferdinando… credi che sia solo caccia e presepi, io? Il calcio mi interessa. Tutto mi interessa!”

“Scusatemi, padre, non volevo mancarvi di rispetto. E ditemi un po’, per chi tiferete?”

“Figliolo, lo sai che Napoli ce l’ho nel cuore e che i napoletani me li sono portati in Spagna per governare e costruire. Ho governato da “napoletano” qui. Ma io sono nato a Madrid, ci sono cresciuto prima di andarmene a Parma, e ci sono morto. E poi, qui la squadra porta la corona. Voi, a Napoli, ve ne siete dimenticati, e portate pure la enne napoleonica sulle maglie.”

“Me ne rendo conto, e potete capire che rabbia. Però, sapete che c’era il Corsiero del Sole sulle maglie del 1926. E però, pure nel calcio il nostro Sud è stato umiliato, e quando ha iniziato a misurarsi coi sabaudi e gli austriacanti è stato un disastro. Però molta gente porta le nostre bandiere allo stadio. Il popolo non si è dimenticato dei tempi migliori, nonostante tutto. Che bella rivincita!”

“Sì, Ferdinando, vedo… vedo… e mi fa piacere, ma i simboli del Regno coi simboli di Napoleone sull’azzurro mi sembra una follia. Ma a chi è venuto in mente?”

“Ai torinesi.”

“Che cosa?”

“Sì. Quelli producono l’abbigliamento del Napoli e si sono inventati una linea borbonica. Hanno venduto assai. Alla gente piace il nostro stemma.”

“Mi fa piacere, figliolo. Quelli, i torinesi, ne sanno una più del diavolo. Ma dimmi un po’, che ci facevano i calciatori al Real Museo?”

“Hanno posato per il calendario ufficiale del club tra i tesori della Collezione Farnesiana.”

“Ferdinando, io te lo dicevo che non era il caso di togliere i vincoli di famiglia alla collezione di tua nonna e donare tutto quel ben di Dio alla città.”

“Padre, state tranquillo, non si è danneggiato nulla. E poi, permettetemi di dirvelo, Voi siete un sovrano illuminato, ma tutti quei marmi, se non fosse stato per me, stavano ancora a Roma. L’impresa per trasportarli a Napoli sulle navi l’ho voluta io. Voi neanche ci pensaste.”

“Stai al posto tuo, Ferdinando. Io ho portato la pinacoteca della Collezione da Parma e Piacenza, e se non fosse per me, tutti quei quadri starebbero a Vienna, accidenti! E poi ho iniziato gli scavi vesuviani. Io ho fatto tantissimo per l’amata Napoli.”

“Certo, e chi dice il contrario? La città Vi ricorda ancora con tanto affetto. Siete considerato il miglior re che Napoli abbia mai avuto.”

“E pure a Madrid, caro mio.”

“Però voi siete nato a Madrid, e siete pure tifoso del Real, a quanto pare.”

“E quindi?”

“E quindi il vero napoletano sono io. Jammo, padre… lo sapete benissimo che avete fatto costruire la Reggia di Caserta perché non pensavate di dover tornare a Madrid. Credevate che sareste morto a Napoli e che quello sarebbe stato per sempre il Vostro regno. Se il Vostro fratellastro Ferdinando VI non fosse scomparso prematuramente voi non sareste mai tornato in Spagna.”

“E che vuoi dire con questo?”

“Che siete madrileno, e tifoso del Real, e che il vero napoletano sono io.”

“Sei sempre stato un insolente, Ferdinando. Io mi sento napoletano, a tutti gli effetti. E ricordati che tuo fratello Carlo Antonio, napoletano come te, è stato Re di Spagna dopo di me.”

“Ecco, appunto. Parliamo di Carlo Antonio. Per chi tifa? Ditelo che tifa anche lui per il Real.”

“Te lo ripeto, lui è napoletano come te.”

“Sì, ma è venuto con Voi a Madrid a undici anni. Chissà quanto è rimasto napoletano.”

“Ha sempre ricordato tutto dei luoghi della sua infanzia. E poi, vuoi condannare chi non tifa Napoli?”

“Per carità! Io ho firmato lo Statuto di San Leucio, sono il primo sovrano d’Europa ad aver bandito le discriminazioni. Tranne giacobini e juventini, a casa mia sono tutti i benvenuti. Voi, che siete considerato il miglior sovrano di Madrid e di Napoli, non siete arrivato a tanto.”

“Uh… basta, Ferdinà! Lo Statuto leuciano è tutto merito dell’austriaca, che ho voluto metterti vicino io per assicurarti il trono. Questo è il ringraziamento. Tornatene da lei, va’, che ora ho perso la pazienza.”

“Preferisco sempre la siciliana.”

“Vai da chi vuoi tu, basta che te ne vai.”

“Padre, un’ultima cosa…”

“Dimmi…”

“Vincerà il Napoli!”

“Il solito sbruffone. Una squadra del povero Mezzogiorno d’Italia contro il club più ricco è blasonato del mondo. Neanche lo stadio di proprietà riuscite a farvi. Da quando siamo andati via noi non si è capito più niente laggiù. Se fosse stato per me, avrei fatto costruire il Real Stadio di San Carlo, una reggia del calcio, e sarebbe stato certamente il più bello del mondo.”

“Vi state vantando del San Carlo? Meglio che Vi vantiate della Reggia di Caserta, perché il teatro l’ho fatto ricostruire io, più bello di prima, e se è il più bello del mondo lo si deve a me e al mio architetto Niccolini.”

“Era un epigono del mio Vanvitelli. Tu non cambierai mai.”

“Mai, Maestà. Napoletano per l’eternità. Stàteve buono… e forza Napoli!”

Il Teatro San Carlo compie 279 anni

204 anni per l’edificio dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte

Angelo Forgione 4 Novembre, data di ricorrenze per Napoli Capitale. Giorno di San Carlo, e il pensiero corre subito al cuore della Cultura Napoletana, il Real Teatro inaugurato con l’Achille in Sciro (musiche di Domenico Sarro e libretto di Pietro Metastasio) nel giorno dell’Onomastico del Re, che lo volle nel 1737, come prima reggia, ben 279 anni or sono. Soli 270 giorni di lavori per un capolavoro firmato Antonio Medrano e Angelo Carasale che quel giorno si presentò con un aspetto completamente diverso da come lo conosciamo oggi: la sala era in stile rococò (vedi dipinto a destra) e aveva un ingresso a portale sul corpo di fabbrica laterale del vecchio palazzo reale, anch’esso ancora nelle vecchie sembianze del periodo vicerale. Solo 41 anni più tardi, l’architetto Giuseppe Piermarini, allievo di Luigi Vanvitelli a Napoli, avrebbe portato la sua esperienza napoletana a Milano e avrebbe inaugurato il Teatro “Alla Scala”, superato in bellezza dalla ricostruzione ottocentesca del San Carlo, partendo dalla nuova facciata e giungendo, dopo un terribile incendio, alla nuova splendida sala, entrambe neoclassiche, firmate da Antonio Niccolini. Un nuovo San Carlo, ancor più bello e capace di abbagliare Stendhal con una cromia argento-azzurro esclusiva, prima che divenisse oro-rosso. Riconosciuto universalmente e nel tempo il teatro più bello del mondo, oltre che di fatto il più antico lirico esistente.
4 Novembre di celebrazione anche per l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte che festeggia il giorno della posa della prima pietra di 204 anni fa. Il primissimo edificio in Italia completamente adibito allo misurazione del tempo esatto e alla rilevazione meteorologica per poi aprirsi alle diverse scienze, avviato a costruzione proprio il 4 Novembre 1812 da Gioacchino Murat in perfetto stile neoclassico. In realtà festeggia l’edificio ma non l’Istituto che ha “solo” 197 anni. Fu infatti completato e inaugurato nel 1819 da Ferdinando I di Borbone che già nel 1791 aveva avviato dei lavori per adibire una sezione del Museo Archeologico ad osservatorio astronomico. Lavori poi sospesi perché la zona infossata non si prestava allo scopo; e il primissimo osservatorio operante fu ospitato nel 1807 nel monastero di San Gaudioso, poi soppresso, che rimase attivo fino all’inaugurazione dell’edificio di Capodimonte ospitante da allora una tradizione scientifica lunga 209 anni.

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vecchia facciata del Real Teatro San Carlo nel Settecento

1864, Napoli capitale d’Italia. Ma Vittorio Emanuele II disse «no».

Angelo Forgione  Tra gli ideali che ispirarono l’Unità italiana, quello laicista fu sicuramente uno dei più importanti. Rifacendosi alle più avanzate nazioni protestanti europee, gli artefici dell’annessione di Napoli e Roma al Regno d’Italia piemontese dovevano rendersi protagonisti della diffusione di un’ideologia svincolata dalla fortissima tradizione cattolica d’Italia, e contribuire ad allentare lo stretto rapporto con la Chiesa di Roma che aveva sempre caratterizzato la vita degli stati italiani.
A preservare l’autorità del Papa ci pensò un francese, non un italiano. Napoleone III, imperatore di quella Francia “figlia primogenita della Chiesa” piena di cattolici e di un consenso da preservare, piazzò le sue truppe in territorio romano mentre il Piemonte incamerava parte dello Stato Pontificio, e fu un bel problema per Garibaldi ma anche per  la pletora sabauda. Vi era bisogno di tutta la scaltrezza piemontese per risolvere la rogna, anche perché la posizione geografica di Torino, troppo vicina al confine nemico, la condannava a non essere per troppo tempo la capitale d’Italia. Le trattative diplomatiche portarono alla Convenzione di settembre del 1864, con cui il Re di Francia si impegnò a ritirare gradualmente i suoi uomini in cambio dell’impegno a non invadere il territorio pontificio. A garanzia degli impegni presi dai piemontesi, il sovrano francese impose il trasferimento della capitale in un’altra città, cosa che avrebbe dovuto provare la definitiva rinuncia alle seducenti mitologie di Roma capitale dell’Italia laica. I piemontesi miravano semplicemente a far sloggiare i garanti di Pio IX, per poi rompere i patti alla loro maniera. C’era solo da rinunciare in anticipo ai ministeri di Torino, alle ambasciate e ai fiumi di danaro pubblico, e da affrontare la rivolta dei cittadini torinesi, convinti che in assenza di Roma dovesse farne le veci solo la loro città, ormai pienamente interessata dagli investimenti per l’edilizia espansiva. Sommossa repressa nel sangue di cinquantacinque uomini disarmati, ma ormai tutto era già deciso: la capitale doveva trasferirsi altrove. Furono proposte Firenze, sostenuta dal Consiglio dei generali perché non esposta all’aggressione marittima, e Napoli, preferita dal Consiglio dei ministri in quanto maggior metropoli italiana, lontana dal confine e meno esposta a un eventuale intervento austriaco richiesto dal Papa, ex capitale rispettata in Europa, la terza più popolata del Continente e già pronta a ricevere i dicasteri senza necessità di grandi spese, città di cultura degna delle grandi capitali europee. Tale scelta, secondo i sostenitori dell’ipotesi, avrebbe potuto contribuire a sradicare il brigantaggio meridionale che metteva a rischio la compattezza geografica. Prevalse la piccola Firenze, ma la volontà fu più che altro sovrana. Vittorio Emanuele II sapeva quanto fosse rilevante il peso di Napoli agli occhi dell’Europa e cercò di evitare che tornasse capitale. Il Re, invitato ad esprimere il suo pesante parere ai ministri, indirizzò la scelta verso la città toscana:

«Andando a Firenze, dopo due anni, dopo cinque, anche dopo sei se volete, potremo dire addio ai fiorentini e andare a Roma; ma da Napoli non si esce; se vi andiamo, saremo costretti a rimanerci. Volete voi Napoli? Se ciò volete, badate bene, prima di prendere la risoluzione di andare a stabilire la capitale a Napoli, bisogna prendere quella di rinunziare definitivamente a Roma.»

Tutti a Firenze! Una città di poco più di centomila abitanti invasa dalle istituzioni, dal Parlamento, dal Re, dalla corte e di tutto ciò che necessitava una capitale. Trentamila burocrati piemontesi a sconvolgerne le abitudini, le tradizioni e l’urbanistica. Ma gli uomini del “Re Galantuomo”, che gli accordi li prendevano per romperli, attesero che Roma fosse defrancesizzata e, dopo cinque anni e mezzo, invasero lo Stato Pontificio. Pio IX si ritirò in Vaticano, dichiarandosi “prigioniero d’Italia” fino alla morte, e si rifiutò di riconoscere la legge delle Guarantiglie, con cui il Regno d’Italia dei Savoia intese regolare i rapporti con la Santa Sede. Il Pontefice vietò ai cattolici di partecipare all’attività politica italiana e scomunicò tutti coloro che avevano partecipato al processo risorgimentale, a partire dai Savoia, ma si trovò di fronte l’ambigua figura di Vittorio Emanuele II, ricorso ai poteri forti d’Europa e alla Massoneria internazionale per coronare l’unificazione nazionale anche contro il Cattolicesimo, nonostante fosse riconosciuto religione di Stato dall’articolo 1 dello Statuto Albertino del Regno di Sardegna, poi esteso all’Italia unita. Pio IX scomunicò il primo re d’Italia per ben tre volte lungo l’arco della sua trono tricolore, ma ritirò il provvedimento nel 1878, in punto di morte del baffuto piemontese, inviando un sacerdote al suo capezzale per impartirgli l’assoluzione, poiché il primo sovrano dello stato nazionale italiano, comunque cattolico, non poteva e non doveva morire senza sacramenti.
Il Vaticano e l’Italia restarono separati in casa fino all’avvento del Fascismo, nel primo Novecento, mentre a rappresentare il rafforzato potere laico contrapposto alle forze conservatrici e clericali ci pensò la Massoneria. Il Potere temporale fu in qualche modo riabilitato dai negoziati tra Benito Mussolini e Pio XI, culminati nei Patti Lateranensi, con cui fu siglato un reciproco riconoscimento tra Regno d’Italia e Stato Vaticano. Fallita sul nascere la creazione di un Paese condiviso e giusto, naufragava  anche lo scopo fondante di sradicare la sua appartenenza religiosa.

La Collezione Farnese che Carlo di Borbone salvò da Vienna

Il ministro Franceschini ipotizza il ritorno in Emilia di ciò che appartiene a Napoli

Angelo Forgione Bisogna essere davvero in malafede, se non ignoranti, per ipotizzare un ritorno della Collezione Farnese a Parma e a Piacenza, da dove fu trasferita a Napoli. Ad ipotizzare una simile follia è l’emiliano Dario Franceschini, il ministro dei Beni Culturali, che ha annunciato l’istituzione di una commissione per ridistribuire le opere d’arte nella Penisola, allo scopo di favorire il turismo attraverso “una ricollocazione di pezzi d`arte nei loro luoghi d`origine”. Chiariamoci: Franceschini si riferisce ad alcuni arredi e ai quadri di Ilario Giacinto Mercanti, detto lo Spolverini (non Lorenzo, come si legge nell’intervista al Ministro), attualmente conservati nei depositi di Capodimonte in attesa di rotazione espositiva, che giustamente potrebbero trovare un giusto spazio permanente. Ma in ogni caso i pezzi farnesiani appartengono a Napoli, e da lì non si muovono. Vediamo perché.
I beni farnesiani non appartenevano alle città emiliane ma erano pezzi di una raccolta privata, ereditata da Carlo di Borbone, il sovrano di Napoli che rinunciò al Ducato di Parma e Piacenza per prendere “la più bella corona d’Italia”, come la definì la madre. E chi era? La parmigiana Elisabetta Farnese, regina consorte di Filippo V di Spagna, ultima erede della famiglia visto che lo zio Antonio Farnese era morto nel 1731 senza eredi diretti. Al di là della piena facoltà detenuta da Carlo di Borbone di trasportare ovunque riteneva più giusto quel patrimonio di sculture, tele, armature, arredi e oggetti di ogni tipo, quello che a Parma chiamano furto, e che Dario Franceschini lascia intendere come tale, è in realtà un salvataggio di cui l’Italia ancora oggi deve essere riconoscente. Secondo i trattati che misero fine alla Guerra di Successione Polacca, l’Austria aveva scambiato nel 1735 i più vicini territori ducali di Parma e Piacenza (e Toscana) con quelli meridionali di Napoli e Sicilia e, soprattutto, con la scissione della dinastia borbonica in due rami distinti: quello di Spagna e quello di Napoli. Sempre per gli stessi trattati, la parte emiliana della Collezione Farnesiana, ereditata per intero dalla madre Elisabetta, sarebbe finita nelle mani asburgiche. Carlo, con iniziativa autonoma, evitò la perdita del tesoro di famiglia trasferendo quasi tutto a Napoli, e solo col trattato di pace del 1738 l’Austria rinunciò definitivamente a quanto si custodiva all’ombra del Vesuvio. Quest’atto fu certamente un sacrificio per Parma, che avrebbe in ogni caso salutato la Collezione, ma una provvidenza per l’Italia, senza la quale quel patrimonio sarebbe oggi a Vienna.
Da proprietà privata a proprietà di Napoli, il passo fu compiuto dal successore Ferdinando IV, che, per dare alla capitale dei degni musei, rinunciò alla proprietà privata dell’eredità di famiglia, concessagli in anticipo dal padre Carlo al momento di salire al trono di Madrid, pur di lasciare i tesori a Napoli. Ferdinando rese pubbliche le collezioni che il predecessore aveva fin lì custodito nelle regge. Tolse dai vincoli romani anche la preziosissima parte romana della Collezione Farnesiana, ereditata dalla nonna Elisabetta Farnese e custodita nell’omonimo palazzo romano di famiglia, ricca di sculture della Roma antica rinvenute nel Cinquecento da papa Paolo III Farnese nelle terme di Caracalla.
Insomma, la proposta di Franceschini non sta in piedi. Altro che furto, che tuttalpiù fu agli austriaci. I furti, semmai, li commisero, in sequenza, i napoleonici prima (nel 1799) e i sabaudi poi (nel 1860), e continuano ancora oggi. Proprio come i soldi e le riserve auree del Banco di Napoli, gli arredi delle regge borboniche – porcellane, specchi e mobili di pregio – furono trasferiti nelle residenze sabaude, sostituiti da un brutto riarredo tardo-ottocentesco, mentre Francesco II abbandonò Napoli lasciando tutto inviolato. Presiosi mobili, porcellane e piatti appartenenti alle regge di Caserta e Portici si trovano nei cataloghi d’arte, venduti all’asta a Milano e Londra, dalle case internazionali Christie’s e Sotheby’s. Già 138 dipinti della stessa Collezione farnesiana sono stati riportati in Emilia in epoca fascista, e persino un gruppo scultoreo vanvitelliano del parco della Reggia di Caserta fu trasferito nel giardino del Quirinale a Roma, risistemato dallo scultore Giulio Monteverde come Fontana delle Bagnanti, anche detta Fontana di Caserta. E che dire dei preziosi incunaboli, pezzi unici, della biblioteca del complesso dei Girolamini tanto cara a Giambattista Vico, sottratti con perpetui blitz notturni dal direttore Massimo Marino De Caro, persona legata al senatore e noto bibliofilo Marcello Dell’Utri? E gli strani furti nella storica biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella? Attenzione a parlare di furti quando si parla di storia d’Italia.

«Dracula è sepolto a Napoli. Sappiamo dov’è la sua tomba»

«Il conte Dracula è morto a Napoli, è stato sepolto nel cuore della città ed è ancora qui». Di questo è convinto un gruppo di ricercatori che da due anni lavora sulla presunta sepoltura napoletana di Vlad III di Valacchia. Da qualche giorno gli esperti, serissimi studiosi dell’università di Tallin in Estonia, accompagnati da un’equipe italiana, sono a Napoli, sulle tracce del conte vampiro, convinti di avere in mano i documenti che proverebbero la loro teoria ma di necessitare solo del luogo della sepoltura. E così sono andati dritti al chiostro di Santa Maria la Nova, lavorando davanti a una lapide marmorea con simbologie che riportano al Cinquecento. Sono certi che Dracula sia lì. Sarà vero?

Referendum per la Repubblica del ‘46, sangue su Napoli

11 Giugno ’46: fine della monarchia, a Napoli è l’inferno

Angelo Forgione – 2 e 3 giugno 1946, il referendum sancisce un passaggio storico per la Nazione italiana dopo la guerra: la fine della monarchia e la nascita della Repubblica. I Savoia, dopo 86 anni di regno e di danni, perdono per sempre il trono.
Alla vigilia, il Nord del Paese spinge per la Repubblica ma gli italiani del Sud e delle Isole sono nella stragrande maggioranza monarchici. Dietro le tendenze monarchiche si nasconde il timore che le forze di sinistra possano mutare l’Italia a proprio piacimento, forti del forte legame tra il Partito Comunista Italiano e l’Unione Sovietica. In realtà gli aiuti poi stanziati dal Piano Marshall, tra il 1948 e il 1951, ricostruiranno le fabbriche del Nord a patto di licenziare gli operai comunisti.
Il 4 giugno è il giorno degli spogli e a metà delle operazioni la monarchia sembra in vantaggio; la previsione parla di vittoria del re Umberto II nonostante i misfatti del padre Vittorio Emanuele III nella guerra appena conclusa. È a questo punto che Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista, decide di intervenire direttamente assegnando ai funzionari addetti alle circoscrizioni «autonoma gestione dei voti al di fuori di ogni controllo». Tradotto in soldoni, bisogna far vincere la Repubblica a tutti i costi. All’alba del 5 giugno, senza risultati ufficiali, lo stesso Togliatti comunica l’esito pro-repubblicano ad Umberto II. Dopo un durissimo scontro tra i servizi segreti americani favorevoli alla Repubblica e quelli inglesi favorevoli alla Monarchia, nella notte tra il 5 ed il 6 giugno i risultati si capovolgono in favore della Repubblica con l’immissione di una valanga di voti di dubbia provenienza.
Nonostante i ricorsi presentati alla Cassazione sui cui giudici Togliatti fa pressioni, lunedì 10 giugno vengono comunicati i risultati: 12.672.767 voti per la Repubblica, 10.688.905 per la monarchia. In un clima di forti tensioni, tra denunce di schede mai verificate e nascoste nelle cantine del Viminale (altre verranno poi ritrovate non scrutinate nei luoghi più disparati e distrutte), Umberto II parte il 15 giugno per l’esilio in Portogallo parlando di colpo di Stato nel suo comunicato: «Questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. Proclamo pertanto lo scioglimento del giuramento di fedeltà al Re, non a quello verso verso la Patria, di coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove».
Lo spargimento di sangue, in verità, c’è già stato, e il Re non vuole che continui. Accade
 l’11 giugno del 1946, a Napoli, la città più monarchica d’Italia, psicologicamente e politicamente sottomessa, aggrappata al potere della sciagurata monarchia sabauda presente nel centrale Palazzo Reale e nella posillipina Villa Rosebery. Nella città piegata ottantasei anni prima il voto è ampiamente a favore di Umberto II: 903.651 voti contro 241.973. L’esito del referendum e l’ombra dei brogli spingono i monarchici napoletani a scendere in piazza tra le autoblinde quando, attraversando via Medina, una frangia si dirige verso la sede del PCI dove sono state da poco esposte la bandiera rossa e il tricolore privo dello stemma sabaudo. Spunta una scala che viene piazzata per raggiungere la bandiera italiana ma un marinaio che vi sale è fatto precipitare, perdendo la vita il giorno dopo in ospedale. La polizia fa muro per proteggere il portone del palazzo che ospita il PCI e, sotto ordine giunto da Roma, inizia a sparare sulla folla inferocita. È una carneficina: in 7 arrivarono morti all’ospedale Pellegrini, 1 agli Incurabili e 10 tra i circa 150 feriti muoiono in agonia. Tutti giovani, alcuni sono anche bambini, tra i 12 e i 14 anni. Su queste morti cala il silenzio e nessun processo rende giustizia a quelli che vengono definiti teppisti. Per placare gli animi e “risarcire” la città, il 28 giugno l’Assemblea Costituente elegge un monarchico napoletano a Capo dello Stato, Enrico De Nicola.
Un’altra vicenda che i libri di scuola non riportano, utile a testimoniare come la storia d’Italia sia costellata di cambi di potere imposti con la forza. Prima l’invasione al Sud della monarchia Sabauda, poi il fascismo, e ancora il comunismo repubblicano… Tutte forme di governo ricche di misfatti per affermare il potere e far vegetare il popolo sulla menzogna.
Napoli, in ogni epoca, ha versato il suo tributo di sangue. La strage di Via Medina somiglia a quella di Pietrarsa del 1863, quando Bersaglieri, Carabinieri e Guarda Nazionale di parte piemontese spararono sugli operai napoletani che difendevano il lavoro. Ottanta anni dopo circa, quello stesso popolo si fece sparare addosso per difendere chi gli aveva sparato contro. Il referendum del 1946, nelle sue modalità poco trasparenti, ricorda molto i più spudoratamente falsi plebisciti sabaudi del 1860. I “teppisti” di Via Medina non sono differenti dai “briganti” antisabaudi, i primi sotto il fuoco della monarchia, i secondi sotto quelli della Repubblica.
Dinamiche perverse che testimoniano la perdita di memoria dei popoli, frutto di una pianificata costruzione della coscienza storica italiana basata sulla sottrazione della verità. La confusione contemporanea è l’unico esito possibile, alimentata da Giorgio Napolitano, figlio politico di Togliatti, che in quei giorni era segretario federale del PCI a Napoli e Caserta e oggi è Presidente della Repubblica capace di festeggiare il 17 marzo monarchico-sabaudo e il 2 giugno repubblicano. “Tutto cambia affinché nulla cambi“, insegna Il Gattopardo.

La “liberazione”, insorgenza europea che partì da Napoli

La “liberazione”, insorgenza che partì da Napoli

le “quattro giornate” movimento di un popolo mai veramente libero

La festa della liberazione d’Italia, celebrazione della “Resistenza”, è anche detta “Secondo Risorgimento”. Non per caso, visto che la data del 25 Aprile corrisponde alla fine dell’occupazione nazifascista di Torino e Milano nel 1945. E così come il 17 Marzo viene identificato come data dell’Unità d’Italia (1861) perchè proclamata a Torino quando in realtà mancavano Roma (la Capitale!) coi suoi territori pontifici e tutto il Veneto, anche il 25 Aprile è data simbolica riferita al Nord poiché altre città furono liberate dopo e la liberazione completa è databile solo al 1° Maggio ’45.
Fu vera liberazione o si passò da un’occupazione militare tedesca ad un’altra coloniale americana? Revisionismo a parte, di fatto l’insurrezione europea contro il nazismo vide nel Meridione d’Italia la sua origine nel Settembre del 1943 e fu Napoli la prima grande città del vecchio continente ad insorgere e a cacciare i feroci invasori con un movimento di popolo senza supporto militare che vale per la città partenopea il grande onore della decorazione al “Valor Militare”, ma sarebbe più giusto definirlo “Civile”, con la seguente motivazione: «Con superbo slancio patriottico sapeva ritrovare, in mezzo al lutto ed alle rovine, la forza per cacciare dal suolo partenopeo le soldatesche germaniche sfidandone la feroce disumana rappresaglia. Impegnata un’impari lotta col secolare nemico offriva alla Patria, nelle “Quattro Giornate” di fine Settembre 1943, numerosi eletti figli. Col suo glorioso esempio additava a tutti gli Italiani, la via verso la libertà, la giustizia, la salvezza della Patria».
Memorabili le strategie di guerriglia dei furbi napoletani, arroccatisi nelle loro case a tirare dai balconi ogni tipo di arredo e suppellettile per colpire dall’alto i soldati tedeschi intenti a raggiungere la zona collinare (guarda il video).
Il politico comunista Luigi Luongo, nel suo libro “Un popolo alla macchia”, scrisse nel 1947 che “dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana”.
Una settimana prima di Napoli insorse Matera e il movimento risalì l’Italia ingrossandosi di aiuti militari fino a concludersi completamente nel Maggio di due anni più tardi.
Da poco Vittorio Emanuele III di Savoia, dopo la caduta di Mussolini, era fuggito vilmente da Roma alla volta di Brindisi lasciando disorientato l’esercito e scoprendo lo stesso Stato.
Certo, gli Alleati angloamericani erano rassicuranti alle porte, dopo aver bombardato violentemente la città, le sue fabbriche e i suoi monumenti, per sollevare il popolo partenopeo, ma i napoletani esasperati dettarono la via all’Italia e all’Europa liberandosi della ferocia nazista, la più grande che l’umanità abbia mai conosciuto. Non sarebbero però mai riusciti a liberarsi della subdola colonizzazione italiana e conseguenti povertà e disoccupazione; e mai sono riusciti a liberarsi della camorra, così come il Sud intero delle mafie, che proprio in quel periodo rialzarono la testa dopo che la repressione fascista mussoliniana pure era riuscita a mettervi qualche argine; con la complicità degli Alleati i quali, sbarcati in Sicilia (sempre lì) nel Luglio del 1943, misero a capo delle amministrazioni locali dei dichiarati mafiosi in quanto antifascisti per ovvie ragioni. Nè più e nè meno ciò che accadde nel “primo” Risorgimento con mafiosi e camorristi assoldati da Garibaldi.