Le Quattro Giornate di Napoli, l’inizio del declino morale d’Italia.

Angelo Forgione Era la mattina del 21 luglio 1941, ore seguenti il primo bombardamento degli Alleati anglo-americani su Napoli, quando i napoletani lessero un volantino di rivendicazione firmato dagli inglesi, su cui era scritto:

Noi inglesi, che mai finora fummo in guerra contro di voi, vi mandiamo questo messaggio.
Questa notte abbiamo bombardato Napoli. Non volevamo bombardare voi cittadini Napoletani perché non siamo in lite con voi. Noi vogliamo soltanto la pace con voi. Ma siamo stati costretti a bombardare la vostra città perché voi permettete ai Tedeschi di servirsi del vostro porto.
Finché partono da Napoli navi cariche di armi e materiali Tedeschi per le forze Germaniche in Libya, Napoli sarà ripetutamente bombardata.
Il bombardamento di questa notte è solo il primo rombo della tempesta che s’avvicina…

Una minaccia, insomma. Qualche giorno prima, il presidente degli Stati Uniti d’America Franklin Roosevelt aveva scritto al primo ministro del Regno Unito Winston Churchill:

[…] Noi dobbiamo sottoporre la Germania e l’Italia ad un incessante e sempre crescente bombardamento aereo. Queste misure possono da sole provocare un rivolgimento interno o un crollo.

Era iniziato l’accanimento bellico, una strategia psicologica, puramente terroristica a base di incursioni dal cielo finalizzate all’esasperazione popolare. Bisognava stimolare la sollevazione contro i tedeschi e la disapprovazione popolare nei confronti di Mussolini per la decisione di seguire la Germania di Hitler e trascinare l’Italia in una guerra proibitiva.
Roosevelt, tra il 1941 e il 1943, invitò più volte il primo ministro del Regno Unito Winston Churchill a sottoporre gli italiani ad un incessante e sempre crescente attacco aereo. Nell’ottobre del 1942, l’americano scrisse ancora all’inglese:

[…] deve essere nostro irrinunciabile programma un sempre maggior carico di bombe da sganciare sopra la Germania e l’Italia.

Nel luglio del ’43, sempre il presidente USA dichiarò:

Bombardare, bombardare, bombardare […] io non credo che ai tedeschi piaccia tale medicina e agli italiani ancor meno […] la furia della popolazione italiana può ora volgersi contro intrusi tedeschi che hanno portato, come essi sentiranno, queste sofferenze sull’Italia e che sono venuti in suo aiuto così debolmente e malvolentieri […]

volantino_alleatiLe bombe, dopo aver demolito i siti strategici, dovevano abbattere anche il morale della gente. Il piano, concertato tra Washington e Londra, fu accettato in modo occulto anche dalla Casa Reale Savoia a Roma e, soprattutto, dalla Massoneria italiana in cerca di riscatto dalla messa al bando fascista, cui era legato il maresciallo piemontese Pietro Badoglio, candidato a sostituire Mussolini alla guida del Governo, ruolo conferitogli poi, nel luglio del 1943, dal massone Vittorio Emanuele III, il quale ordinò l’arresto del Duce. Il Regno d’Italia concordò e siglò segretamente l’armistizio con gli Alleati anglo-americani, ma l’accordo fu reso noto solo l’8 settembre per insistere ancora qualche mese nella strategia psicologica, poiché la guerra non si poteva vincere senza convincere. Tutti corresponsabili di immotivate vessazioni sulla pelle dei napoletani pur di rovesciare il dittatore. Tra congiure di palazzo e bombardamenti sugli innocenti, Napoli fu messa letteralmente in ginocchio. Il porto fu raso al suolo e i monumenti risultarono gravemente danneggiati. Persino la Reggia di Caserta e gli scavi di Pompei furono ripetutamente, violentemente e selvaggiamente colpiti, perdendo reperti e preziosissimi dipinti.
Napoli, con tutto il Sud, fu colta di sorpresa dall’annuncio dell’armistizio, quando in città vi erano circa ventimila tedeschi. La situazione divenne di colpo caotica e il popolo, senza protezione alcuna, divenne ostaggio e vittima della furia vendicativa nazista. L’esacerbazione popolare diede soddisfazione agli Alleati con la rivolta delle Quattro giornate di Napoli del settembre 1943, in cui i partenopei, spazientiti dall’ordine di sfollare il centro urbano e rassicurati dall’avanzata degli anglo-americani da Salerno, poterono portare a compimento la cacciata dei nazifascisti tanto stimolata da Roosevelt. La Resistenza avrebbe trionfato nell’aprile del 1945, ma grazie alla positiva conclusione dell’operazione militare segreta “Sunrise”, occultata dalla storiografia ufficiale per non sminuire lo spirito partigiano, ma decisiva per la resa separata delle truppe tedesche in Italia e per risparmiare al Nord ulteriori distruzioni civili e industriali.
Migliaia di famiglie napoletane in lutto, un terzo degli edifici in macerie, il porto distrutto, mancanza di gas, carenza d’acqua e di viveri, condizioni igieniche pessime e tifo petecchiale insorto per la promiscuità nelle affollate cavità sotterranee adibite a ricoveri pubblici. In queste condizioni Napoli, la città più bombardata d’Italia (circa 200 raid di cui 120 a segno), inaugurò il suo dopoguerra molto prima che finisse la guerra e si inoltrò in un periodo senza terrore ma con mille angosce. Per ben un anno e mezzo, infatti, i napoletani furono costretti a badare a se stessi, rappresentando un mondo a parte, duramente martirizzato e umiliato, che si arrangiava alla meglio sotto il controverso controllo degli Alleati. La precoce liberazione segnò purtroppo l’avvio di una caduta morale e spirituale di un popolo che tanto ricco di dignità si era mostrato durante la cacciata dei nazisti.
Governatore di Napoli fu il colonnello americano Charles Poletti, riferimento per la mafia e già governatore in Sicilia, dove gli Alleati erano sbarcati e avevano sostituito i sindaci fascisti con mafiosi allontanati dal regime. Con atteggiamento utilitaristico, l’alto funzionario statunitense scelse come aiutante e interprete don Vito Genovese, socio del famigerato Lucky Luciano e boss di una delle cinque famiglie mafiose di New York, rifugiatosi in Italia per sfuggire a un processo per omicidio, passato opportunamente dalla parte degli antifascisti e resosi molto utile, grazie ai suoi particolari legami, allo sbarco sull’Isola degli Alleati, cioè all’inizio dell’invasione nazionale che portava la liberazione. Il boss, approfittando del razionamento dei viveri, fece prosperare il commercio clandestino dei generi alimentari a Napoli, coperto dagli ufficiali americani che ne favorivano gli affari.
La delinquenza dilagò enormemente. Centinaia di detenuti cui i tedeschi in fuga aprirono le celle nelle prigioni napoletane ebbero campo libero per depredare e alimentare la criminalità. La camorra fece un ulteriore salto di potere. Quando, nel 1945, la Criminal Investigation Division giunse a Napoli per indagare sulle connivenze tra la malavita locale e i militari americani, i loschi affari di don Vito Genovese si interruppero di fronte all’arresto e all’estradizione negli Stati Uniti. Il boss fu sottoposto al processo che aveva cercato di evitare fuggendo in Italia, durante il quale un testimone chiave morì avvelenato in circostanze “misteriose”. Don Vito fu assolto dalle accuse per mancanza di prove, e partì alla conquista dei vertici della mala statunitense. La sua repentina ascesa diede modo alla camorra napoletana di allacciare rapporti e collegamenti con la mafia d’America e con i poteri internazionali, orientando gli affari verso l’allettante traffico intercontinentale della droga. Riaffiorò più forte di prima la malavita organizzata, con drammatiche conseguenze morali e sociali nel futuro di Napoli, sulla cui pelle furono impresse le cicatrici di un lunghissimo periodo di anarchia e sostanziale autogestione.
Nella povertà napoletana degli anni Cinquanta guadagnò potere la camorra, ingannevolmente cancellata dal regime fascista ma maggiormente rinvigorita dal narcotraffico instaurato con le cosche statunitensi e dai rapporti con i politici repubblicani. Complici i clientelismi politici crescenti, le mafie del Sud aumentarono progressivamente il loro radicamento e la loro influenza sia nel tessuto sociale della plebe che negli ambienti più decisivi dell’amministrazione.
Molti malavitosi meridionali furono mandati al confino settentrionale dal ‘soggiorno obbligato’, una legge del 1956 con cui la classe politica del tempo pensò di allontanare dai territori d’origine i mafiosi senza condanna, nella convinzione che al Nord non sarebbero riusciti a ricreare una rete criminale. E invece l’operazione finì con il ribaltare l’assioma secondo cui le mafie erano esclusivo frutto della sottocultura meridionale e che il trapianto fosse impossibile in zone con un più alto tasso di civismo e di capitale sociale. A Milano e nei centri limitrofi furono relegati circa quattrocento uomini delle cosche, soprattutto calabresi, che sfruttarono le convenienti condizioni economiche del florido periodo postbellico e la maggiore autonomia d’azione rispetto alle lontane zone di origine, facendo di quei luoghi dei veri e propri quartieri generali del crimine organizzato. Nei favolosi anni Sessanta iniziarono ad allacciarsi i primi occulti rapporti fra mafiosi meridionali e imprenditori lombardi. Nella zona esplose il fenomeno dei sequestri di persona a scopo di estorsione, gestiti per lo più dalla ’ndrangheta, talora con l’appoggio entusiasta delle bande locali. Ben presto, il capoluogo lombardo divenne uno dei mercati più importanti per il traffico e il consumo di stupefacenti, e la nuova possibilità permise ai clan di acquisire ingenti capitali e liquidità utile a creare importanti legami con l’imprenditoria e la politica del posto. La zona si consacrò come cuore economico della malavita organizzata e si avviò a posizionarsi tra le peggiori d’Italia per numero di reati mafiosi.
Proprio in questi giorni si discute del maxi blitz contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia. “Milano come San Luca”, titolano i quotidiani di oggi, ma è così da decenni. Grazie alla “liberazione” americana, interessata a imporre la sua egemonia economica e commerciale in Europa, e alla fallimentare politica repubblicana d’Italia, per nulla diversa da quella del periodo monarchico, cioè da quell’ottantennio 1861-1945 in cui Napoli è passata dall’essere città più importante d’Italia, ordinata capitale, a emblema di un crollo morale ed economico tuttora drammaticamente in corso.

(brani essenziali dell’articolo tratti da Napoli Capitale Morale, Magenes 2017​)

Il Teatro San Carlo compie 279 anni

204 anni per l’edificio dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte

Angelo Forgione 4 Novembre, data di ricorrenze per Napoli Capitale. Giorno di San Carlo, e il pensiero corre subito al cuore della Cultura Napoletana, il Real Teatro inaugurato con l’Achille in Sciro (musiche di Domenico Sarro e libretto di Pietro Metastasio) nel giorno dell’Onomastico del Re, che lo volle nel 1737, come prima reggia, ben 279 anni or sono. Soli 270 giorni di lavori per un capolavoro firmato Antonio Medrano e Angelo Carasale che quel giorno si presentò con un aspetto completamente diverso da come lo conosciamo oggi: la sala era in stile rococò (vedi dipinto a destra) e aveva un ingresso a portale sul corpo di fabbrica laterale del vecchio palazzo reale, anch’esso ancora nelle vecchie sembianze del periodo vicerale. Solo 41 anni più tardi, l’architetto Giuseppe Piermarini, allievo di Luigi Vanvitelli a Napoli, avrebbe portato la sua esperienza napoletana a Milano e avrebbe inaugurato il Teatro “Alla Scala”, superato in bellezza dalla ricostruzione ottocentesca del San Carlo, partendo dalla nuova facciata e giungendo, dopo un terribile incendio, alla nuova splendida sala, entrambe neoclassiche, firmate da Antonio Niccolini. Un nuovo San Carlo, ancor più bello e capace di abbagliare Stendhal con una cromia argento-azzurro esclusiva, prima che divenisse oro-rosso. Riconosciuto universalmente e nel tempo il teatro più bello del mondo, oltre che di fatto il più antico lirico esistente.
4 Novembre di celebrazione anche per l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte che festeggia il giorno della posa della prima pietra di 204 anni fa. Il primissimo edificio in Italia completamente adibito allo misurazione del tempo esatto e alla rilevazione meteorologica per poi aprirsi alle diverse scienze, avviato a costruzione proprio il 4 Novembre 1812 da Gioacchino Murat in perfetto stile neoclassico. In realtà festeggia l’edificio ma non l’Istituto che ha “solo” 197 anni. Fu infatti completato e inaugurato nel 1819 da Ferdinando I di Borbone che già nel 1791 aveva avviato dei lavori per adibire una sezione del Museo Archeologico ad osservatorio astronomico. Lavori poi sospesi perché la zona infossata non si prestava allo scopo; e il primissimo osservatorio operante fu ospitato nel 1807 nel monastero di San Gaudioso, poi soppresso, che rimase attivo fino all’inaugurazione dell’edificio di Capodimonte ospitante da allora una tradizione scientifica lunga 209 anni.

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vecchia facciata del Real Teatro San Carlo nel Settecento

‘E quatt’ ‘e maggio

il giorno dei traslochi nella Napoli di una volta

 

Il 4 maggio è, nella tradizione popolare napoletana, sinonimo di traslochi e sfratti che in passato avvenivano tutti in questo giorno. Tutto ha origine con l’usanza dei meridionali di compiere l’operazione il 10 Agosto, fortemente contestata dei facchini costretti a lavorare con il gran caldo. Così, nel 1587, il viceré Juan de Zunica conte di Morales, spostò la data al 1° maggio, festività dei santi Filippo e Giacomo; i napoletani, devoti dei due santi ai quali dedicavano una festa con processione, non obbedivano alla data designata e facevano di testa loro. A rimettere ordine fu il viceré Don Pedro Fernandez de Castro conte di Lemos, stabilendo nel 1611 che traslochi e sfratti si tenessero il 4 maggio, giorno dal quale decorreva anche il pagamento del canone mensile di locazione detto in napoletano mesata o pesone da cui “pigione”. In quella data precisa, quasi come un evento, si vedevano in città tantissime persone chiassose andare da un capo all’altro portandosi dietro carretti carichi di suppellettili e arredi vari.
Per questo, ‘o quatt’ ‘e maggio, nel linguaggio napoletano corrente per frasi fatte, significa fare un trasloco ma indica anche un grande cambiamento oppure la fine di un rapporto di amore o di amicizia, e può sottolineare anche un evento rumoroso e chiassoso nelle strade di Napoli.
Certamente, come ogni fatto della tradizione napoletana, anche questo è stato immortalato in una canzone classica. Armando Gill, il primo cantautore della storia della musica italiana, neanche a dirlo napoletano, scrisse nel 1918 proprio ‘E quatt’ ‘e maggio (proposta nella versione contemporanea di Ciro Sciallo), giorno in cui perde bottega, casa e fidanzata… ma da buon napoletano non si dispera affatto.

In ricordo di MASSIMO TROISI… il sessantunenne

(Ricordo di Massimo Troisi già proposto in passato. Per non dimenticare)

Sessantuno anni fa nasceva un vero Napoletano. All’alba del 1994, Massimo Troisi, affetto da problemi cardiaci, si recava negli Stati Uniti per dei controlli e apprendeva che doveva sottoporsi con urgenza a un nuovo intervento chirurgico, ma decideva di non rimandare le riprese del suo nuovo film “Il postino”, terminate con enorme fatica e con il cuore stremato, facendosi sostituire in alcune scene da una controfigura. Troisi moriva il 4 Giugno 1994 nel sonno, 12 ore dopo aver terminato le riprese, nella casa della sorella Annamaria e in compagnia del suo più grande amico d’infanzia, Alfredo Cozzolino, a Ostia. A 41 anni, lasciava un vuoto incolmabile nella cinematografia italiana e nel cuore dei Napoletani. Lasciava Napoli orfana di un vero paladino, un artista consapevole che non aveva mai umiliato la napoletanità, mai svendendola ai soliti luoghi comuni e imponendola invece a tutto il paese anche attraverso l’uso spregiudicato e orgoglioso della lingua madre.

Massimo Troisi meridionalista sul palco


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La napoletanità di Troisi

(di Claudia Velardi)

Troisi, nonostante fosse per un ribaltamento del classico cliché napoletano (tipologia dei personaggi, recitazione, idee…), auspicava ad un recupero ed a una valorizzazione della napoletanità.  Uno degli scopi principali di Massimo Troisi era quello di riuscire ad essere popolare in tutt’Italia, nonostante le grandi differenze regionali del nostro Paese, e questo perché era convinto che il patrimonio artistico e culturale non può esser limitato da latitudini o steccati.  Far ridere é sempre stato difficile, ma non bisogna mai analizzare troppo il substrato, i meccanismi e le motivazioni della comicità.
Nella comicità partenopea, Troisi è stato un innovatore ed è stato prima specchio di se stesso e poi della sua gente. La fisicità di questo attore si esprimeva indubbiamente al meglio con le esibizioni dal vivo, che gli permettevano un rapporto col pubblico più caldo e diretto.  Troisi si rinnovava in continuazione, utilizzando per la rappresentazione della nuova napoletanità, nuovi linguaggi e forme espressive originali. La napoletanità di Troisi è un processo che va avanti per antitesi e per opposti: da una parte la rinnega e dall’altra la ricerca continuamente e disperatamente.  Il rapporto che Troisi, quindi, intraprende con Napoli e con la “napoletanità” è essenzialmente d’amore, ma è un amore vissuto da lontano, come tutti quelli più grandi c’è una punta d’odio, che gli consente però di capire quanto ami la sua città e quanto sia importante preservare il patrimonio artistico e culturale, pur cambiandolo e rinnovandolo.
Napoli è inserita in ogni sketch, in ogni film di Troisi, ed è un po’ un filo conduttore che attraversa la sua produzione.  Massimo Troisi, come disse lui stesso in un’intervista, era una parte di Napoli e, a sua volta, Napoli era una parte di se stesso. Anche quando non compariva direttamente, c’era, non come realtà specifica o particolare, ma come frammento di una realtà di più ampio respiro che varca i confini regionali.  Napoli, la napoletanità, sono per Troisi non solo folklore: sono anche lo specchio dello smarrimento esistenziale, del crollo di certe ideologie e dell’inaccettabile rassegnazione che appartengono al vissuto di tutti e non solo dei napoletani. Del resto i personaggi interpretati da Troisi parlano, è vero, napoletano ma potrebbero parlare qualsiasi altro dialetto.  Napoli è stata sempre una città complessa e difficile da capire e interpretare, ma Troisi lo ha fatto, anche sfruttando i moltissimi stimoli creativi provenienti da essa.
Troisi nella sua napoletanità, ci ha immesso qualcosa di veramente innovativo, anche rispetto ai grandi del passato: il superamento dei confini linguistici, razziali, interpersonali, ma specialmente amorosi. Sembra, infatti, strano che una ragazza possa dirigere le fila di un rapporto di coppia con un ragazzo del sud; ma invece è cosi, e quindi, anche in questa relazione si estrinseca una nuova maniera di essere napoletani ed accettare certe “nuove” situazioni; c’è, però, a questo punto un fatto fondamentale da chiarire: nei primi film di Massimo Troisi, ci troviamo quasi sempre di fronte a storie che raccontano il modo di essere napoletani e non Napoli come città.
La napoletanità vera e propria incarnata dall’attore è molto più evidente (come elemento di confronto e scontro con altri tipi di culture) nei personaggi di altri film girati da Massimo con altri registi, come i tre con Ettore Scola e “Hotel Colonial” della Torrini.  L’attore nei suoi film, ci dice che le banalità che si dicono e si scrivono su Napoli e i suoi abitanti, sul suo mare e sul suo Vesuvio, sono decisamente troppe. La vita a Napoli è, invece, ben altra cosa: è un’arte sottile.
W.A. Goethe diceva che solo a Napoli ognuno vive in una inebriante dimenticanza di sè. Napoli e tutto il suo cinema, con il sorriso ed il sentimento, aiutano l’intelligenza nel mestiere di vivere.

I 100 bombardamenti di Napoli

americani e inglesi sfregiarono la memoria artistica della città e le sue industrie

Angelo Forgione – Napoli città dal destino avverso. Uno dei periodi più tragici è stato sicuramente quello bellico, quando la città pagò (ancora una volta) la sua posizione di privilegio nel Mediterraneo e la presenza delle sue industrie. Finì con l’essere designata quale obiettivo strategico da colpire, il più bombardato d’Italia: più di cento raid aerei, in gran parte degli Alleati anglo-americani, circa venticinquemila vittime civili e un tessuto sociale e urbano devastato nelle abitazioni civili, nei monumenti, negli ospedali e nelle fabbriche. La popolazione napoletana fu vittima di una strategia del terrore, esasperata di proposito nel morale per essere condotta alla sollevazione e alla resistenza che sfociò nelle Quattro giornate del ‘43 con cui furono scacciati i nazisti. Tutto questo è dimostrato da una lettera dal presidente USA Franklin Roosevelt al primo ministro del Regno Unito Winston Churchill, datata luglio 1941:
“[…] Noi dobbiamo sottoporre la Germania e l’Italia ad un incessante e sempre crescente bombardamento aereo. Queste misure possono da sole provocare un rivolgimento interno o un crollo.”
Nell’ottobre del 1942, Roosevelt scrisse ancora a Churcill:
“[…] deve essere nostro irrinunciabile programma un sempre maggior carico di bombe da sganciare sopra la Germania e l’Italia.”
Nel luglio del ’43, sempre il presidente USA affermò:
“Bombardare, bombardare, bombardare […] io non credo che ai tedeschi piaccia tale medicina e agli italiani ancor meno […] la furia della popolazione italiana può ora volgersi contro intrusi tedeschi che hanno portato, come essi sentiranno, queste sofferenze sull’Italia e che sono venuti in suo aiuto così debolmente e malvolentieri […]”
Alla fine, la città fu messa in ginocchio. I monumenti furono gravemente danneggiati, uno scempio studiato a tavolino, ed emblematico è il caso della basilica di Santa Chiara che perse tutta la ricercatezza artistica del periodo barocco (vedi a lato) e gli affreschi settecenteschi nella ricostruzione del dopoguerra che si rifece all’aspetto originale del Trecento. Le macerie diedero un’ulteriore spallata all’industria dell’ex-capitale che s’incamminò verso il declino completo avviato con l’Unità d’Italia. Fortunata Napoli.