‘Ndrangheta, cancro dell’Italia piemontese come mafia e camorra

Angelo Forgione – «Lei ha detto parole terribili». Così uno sgomento Corrado Augias, durante la trasmissione Quante Storie di sera, commenta quanto detto da Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica a Catanzaro, che gli ha appena sbattuto in faccia la verità dei malviventi meridionali assoldati dai garibaldini e dell’impiego dei danari delle massonerie per corrompere gli alti ufficiali borbonici nella risalita del Sud dalla Sicilia verso Napoli.
Augias è consapevole che l’Italia sia nata male, ma non perché il Nord ha forzato il Sud e ha legittimato le mafie, avvalendosene. No, l’Italia, secondo la sua visione, è nata male perché «la bella mela rossa aveva un baco dentro, ed era nel Mezzogiorno».
Terribile è il parto dell’Italia, e terribile è il bigottismo di chi pure parla di retorica scolastica ma non ha saputo leggere la storia degli ultimi 158 anni e finge di cascare dal pero, di fronte a chi rivede in modo critico la storia e la riscrive, attribuendo ai veri responsabili, i “padri” della patria e i vari governi d’Italia, le colpe dell’affermazione delle mafie meridionali, cancro dell’Italia piemontese.

Il vero potere mafioso in Calabria, come quelli in Sicilia e in Campania, è nato proprio dal perverso abbraccio tra la politica piemontese, la massoneria e la delinquenza meridionale.
L’evoluzione del potere economico e finanziario delle cosche calabresi inizia proprio nel 1869, durante le elezioni amministrative a Reggio Calabria, quando il blocco dell’alta borghesia legata ai latifondisti assoldò la “picciotteria” (il termine ‘ndrangheta si impose solo dal 1929) per compiere attentati e vessazioni ai danni del blocco dei borghesi filo-borbonici e della Chiesa, in procinto di vincere la tornata elettorale. Era già successo in Sicilia e a Napoli, per volontà di Garibaldi, in occasione dello sbarco dei Mille e del plebiscito per l’annessione del Sud al regno sardo dei Savoia. Il potentato latifondiario vinse, e la malavita venne messa al servizio dei partiti governativi in tutta la provincia di Reggio Calabria, ma i brogli furono talmente evidenti che il prefetto fu costretto a invalidare il consiglio comunale, il primo ad essere sciolto per mafia quando ancora non esisteva il reato di associazione mafiosa o la legge per lo scioglimento dei comuni.

Nel ‘900 la relazione tra mafia e politica divenne sempre più stretta. Per il terribile terremoto del 1908 a Messina e Reggio Calabria, il Governo dell’epoca stanziò 180 miliardi di lire. La classe dirigente locale pretese la gestione di quei soldi, e il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, altro statista piemontese di grande spicco, volle in cambio che il popolo fosse tenuto a bada. Fu il primo atto di un Governo centrale per soggiogare i meridionali, e da quel momento si susseguirono continue leggi per il Sud che sarebbero servite solo ad alimentate dipendenza dallo Stato.
La ‘ndrangheta, ancora oggi, fa riferimento alla massoneria con affiliazioni in cui si nominano personaggi del Risorgimento: Mazzini, Garibaldi e Cavour. Tutti nemici del legittimismo borbonico e dei borbonici, come gli inglesi e la loro massoneria, i veri mandanti della cancellazione delle Due Sicilie dalla geopolitica mediterranea. Il patto del Gran Maestro Giuseppe Garibaldi con i picciotti siciliani e calabresi e i camorristi napoletani di allora è il simbolo di un abbraccio ancora esistente voluto da Londra. Perché le mafie ci furono inoculate dagli inglesi per destabilizzare la nazione napolitana e minarne la politica mediterranea in vista dello scavo del Canale di Suez verso l’Oriente ed il Nord Africa.
I mafiosi tornarono utili anche agli Alleati anglo-americani nel corso della “liberazione” dal Fascismo, che alle mafie e alle logge aveva tagliato i viveri. È un’eredità cancerogena, finalizzata a privare il Meridione della possibilità di sfruttare il suo enorme potenziale.
Nel mio saggio Napoli Capitale Morale, tra i vari argomenti che spiegano il ribaltamento nazionale, parlo anche di massoneria, della sua evoluzione storica, del suo ruolo fondamentale nelle vicende d’Italia, delle dipendenze dalle logge britanniche quanto delle parentele con le mafie meridionali, cioè con società segrete di tipo paramassonico piramidale nate intorno al 1830, in piena degenerazione carbonara e all’incoronazione dell’anti-inglese Ferdinando II, ma in due città ricche per quella che era l’Italia dell’epoca quali erano Napoli e Palermo, mica povere come oggi. E non è un dettaglio.

Mario come Gino

Angelo Forgione – “Il rispetto si ottiene lavorando, non con la violenza. Quello non è rispetto”. Così Mario Granieri, pizzaiuolo di Forcella, che il 4 gennaio ha trovato la porta del suo locale crivellato da proiettili di pistola. Il giorno seguente qualcuno è andato a rivendicare l’azione casco in testa, intimando di non denunciare. Ma Mario, che il sogno di aprire una pizzeria tutta sua l’ha cullato per tanto tempo, è andato dritto alla Polizia.
Chissà quante di queste storie scorrono in silenzio nel cuore di Napoli in crescita turistica, attraversato da un nuovo fiume di soldi che si ingrossa sull’onda delle pizzerie, dei ristoranti, delle pasticcerie, dei bar, delle botteghe e dei tanti B&B spuntati come funghi. E forse la bomba dedicata a Gino Sorbillo, colpendo il simbolo del buon cibo di Napoli, la pizza, e il massimo protagonista in zona, voleva fare proprio rumore come non sono riusciti a fare certi spari a Mario e pure a Biagio, proprietario di un minimarket. Forse qualcuno voleva far esplodere un messaggio con l’ordigno. Forse è il caso di pensare che c’è chi reclama una fetta.
Oggi toccherà all’ennesima passerella di un ministro degli Interni. Prometterà ancora di sradicare il male, ma l’unico sradicamento è quello dei napoletani perbene, la stragrande maggioranza, che finiscono per andar via anche per la malefica minoranza che nessuno lassù ha realmente intenzione di azzerare.
La moglie di Mario, magari per le figlie, vorrebbe abbandonare. Ma lui no, vuole restare, anzi, non ci pensa proprio a rinunciare a quella pizzeria tanto sognata alla quale ha dato un nome significativo: “Terra mia”. Non di chi spara e piazza bombe. Che poi lo fa a volto coperto, su una moto potente o dandosela a gambe. Capirai che coraggio.

Pistole puntate sui calciatori

Angelo ForgioneL’attaccante del Napoli Milik rapinato del Rolex in zona Varcaturo, solita storia di incursioni predatorie ai danni dei calciatori e solito clamore quando accade a Napoli e dintorni, come se si trattasse di un inferno a parte. Ho visto la solita sfornata di servizi televisivi e giornalistici che mai ho il dispiacere di vedere quando simili episodi si verificano altrove. Tutti a sottolineare che è assai lunga, lunghissima, la lista di calciatori del Napoli, un tempo idoli intoccabili e poi improvvisamente e stranamente finiti nel mirino dei banditi, che sanno perfettamente chi vanno a colpire e spesso fanno ritrovare la refurtiva. Uno dei rapinatori di Insigne, dopo averlo spaventato con la pistola, gli dice “La prossima partita dedicami un gol”.
Nessuno però a evidenziare che la sequela si verifica, non casualmente, da quando è iniziata l’era De Laurentiis, precisamente dal ritorno in Serie A, dopo che il presidente ha tagliato ogni laccio tra il club e certi soggetti delle curve imponendo un decalogo col quale ha “consigliato” ai suoi di sciogliere l’abbraccio e di non partecipare più alle iniziative dei gruppi organizzati. Il collaboratore di giustizia Salvatore Russomagno, nel corso del processo per la rapina di un orologio a Behrami nel 2012, disse in aula che esisteva una strategia di un gruppo ultras della Curva A per punire i calciatori azzurri che, su divieto della SSC Napoli, non presenziano più ai loro eventi. La Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli aprì un procedimento, senza però riuscire a produrre prove. Fatto sta che certe intimidazioni al club esplosero con una pioggia di petardi “cobra” voluta da alcuni soggetti della Curva B nel corso della partita Napoli-Frosinone al San Paolo del dicembre 2006. Le intemperanze durarono diversi minuti e costrinsero l’arbitro Orsato a sospendere più volte la gara. Le indagini scoperchiarono un fenomeno estorsivo ai danni del Napoli e appurarono che il club di De Laurentiis aveva tagliato la fornitura di biglietti alle sigle ultras capeggiate da pregiudicati. Per tutta risposta, gli “esagitati” avevano deciso di intervenire in maniera coatta, prima dando fuoco al “dirigibile” dello stadio destinato alla stampa e poi “manifestando” nella gara contro i ciociari. Uno dei responsabili così aveva minacciato un dirigente partenopeo: «Ho campato con il Napoli (di Ferlaino) per 50 anni, anche tu e Pierpaolo Marino (ex Dg) tenete i figli. Mi sono fatto quattro anni di galera, se ne faccio altri quattro non succede niente». Gli arrestati finirono a processo e condannati per associazione a delinquere, incendio doloso, lancio di esplosivi, minacce e tentata estorsione. E pagarono anche i danni al Napoli, che li chiese costituendosi parte civile.
Tutto finito? Neanche per idea. Il Napoli chiuse il campionato con la promozione in Serie A, e dal ritorno nella Massima Serie, coincidenza che sia, sono iniziate le rapine ai suoi calciatori e alle loro compagne.

rapine_calciatori.jpg

E mentre le rapine ai calciatori del Napoli si susseguivano come mai in passato, Andrea Angelli e altri dirigenti della “restaurata” Juventus violavano le norme federali intrattenendo rapporti con ultras (mafiosi), agevolando – secondo la sentenza di colpevolezza – “le perduranti e non episodiche condotte illecite” nella gestione dei tagliandi dello Stadium. Ancora avvolta nel mistero la morte dell’ultrà Raffaello Bucci, ex collaboratore della Juve, morto suicida, o così pare. Ne sapremo forse di più il 22 ottobre, grazie all’annunciata inchiesta di Report.
Ma il giornalismo all’acqua di rose difetta ampiamente di approfondimento e trova molto più congeniale parlar di rapine continue ai calciatori del Napoli, come se si trattasse di un problema esclusivo di una città più sudamericana che europea. Poi ci sono i sensazionalisti della radio e della tivù, magari imposti da qualche ufficio comunicazione davvero influente, quelli che Napoli la detestano e sguazzano in certe notizie, definendola l’unica città dove si puntano le pistole in fronte ai calciatori. “Non succede da nessun’altra parte la stessa cosa, in nessun’altra città!”, tuona il solito Cruciani, per il quale è goduria piena poter cavalcare il clamore che si genera ad arte quando accade a Napoli, ma non quando accade anche lì, e là pure.
A Milano, per esempio, dove Icardi si è visto puntare al volto una pistola, nei pressi dell’Arena Civica.
A Roma, dove Panucci è stato rapinato davanti casa con pistola puntata alla tempia. Come Mexes, al quale hanno addirittura portato via la figlia piccola.
A Torino, dove l’impavido Bonucci ha pure reagito a un uomo a viso scoperto che gli ha puntato una pistola ad altezza del viso.
A Madrid, dove Koke è stato rapinato con pistola in volto nel parcheggio di Plaza de Olavide.
E potremmo continuare con gli scippi senza minaccia o i furti negli appartamenti dei bersagliati calciatori, di cui le cronache sono piene ad ogni latitudine, ma l’elenco l’ho già fatto più volte e mi stufa fare il copia, incolla e aggiungi. Se mi ripetessi ancora sarebbe come dire che non esistono più le mezze stagioni. Ce n’è una sola, quella degli stereotipi, e dura tutto l’anno.

I 100 poliziotti di Salvini sul pianerottolo

Angelo Forgione – Matteo Salvini è tornato a Napoli, ma da ministro dell’Interno, per partecipare alla riunione del comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza. Nel mirino c’è il Vasto, il quartiere in cui si sono create le condizioni di esasperazione che in altri luoghi del Paese hanno portato il vicepremier e ministro a imporsi elettoralmente. Situazione da risolvere urgentemente e occasione imperdibile, perché il nemico da combattere non è più il meridionale ma l’extracomunitario… bisogna sempre commisurare il bersaglio in base al ruolo ricoperto. Ma ce lo vedete un ministro degli interni dire «prima il Nord»? Non può, ma può dire «prima gli italiani» per non scontentare il suo elettorato.
Il Vasto, dunque, ma c’è una città intera che da un secolo è in scacco alla camorra. La ricetta annunciata è di quelle già ascoltate: più agenti e telecamere. Ed è acqua che non leva sete.
«Vogliamo sradicare, deportare, cancellare e isolare la camorra. Andremo quartiere per quartiere, via per via, pianerottolo per pianerottolo. Porterò a Napoli 100 poliziotti, forse 150», ha detto il ministro. 150 poliziotti se va bene. E a cosa servono? Ma lo sa Salvini (lo sa!) che il Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia ha denunciato proprio in questi giorni che a Napoli operano solo 4.500 poliziotti, un organico sottodimensionato di almeno 600 unità? Dunque, c’è bisogno di 600 uomini e ne vengono promessi 100. Magari qualcuno applaude ma i poliziotti impiegati nella trincea napoletana ridono per non piangere. Sapete quante volanti hanno a disposizione nelle fasce notturne? Sette quelle che garantisce la Questura, alle quali si aggiunge qualcosina dei commissariati. E così si lotta contro i circa cinquanta clan camorristici della città e contro la microcriminalità. A proposito di pianerottoli, forse ci sono più portieri di condominio che poliziotti in città.
Ben vengano i rinforzi, ma il problema vero non è tanto garantire la sicurezza per le strade quanto piuttosto contrastare profondamente e alla radice le attività delle organizzazioni criminali. Lo Stato non lo fa, non l’ha mai fatto e non lo farà, perché le mafie sono ammortizzatore sociale per il Sud colonizzato e impoverito. Se lo facesse si troverebbe ad affrontare non pochi problemi di indigenza di interi pezzi di Meridione. Sarebbe una miscela esplosiva, una bomba sociale. Resti invece il degrado, resti il Sud nelle sue sabbie mobili, resti Napoli l’unica metropoli d’Europa in mano alla criminalità organizzata. Non hanno sortito nulla i ben sei ministri dell’Interno di origini napoletane e campane, tra il 1988 e il 1999; può mai essere un ministro leghista l’artefice di una battaglia epocale? Sfoltiamo un po’ il Vasto di clandestini e non ne parliamo più.

La dissanguata città dei sangui

Angelo Forgione – E prodigio fu compiuto! Penso che la ricorrenza di san Gennaro trascenda la religione e si insinui nell’identità del popolo napoletano perché da sempre questo popolo avverte lo scollamento da chi governa, e urla a “Faccia gialla” la propria speranza di soluzioni.
L’omelia del Cardinale di turno (Sepe da 12 anni) è inevitabilmente stuccevole, più o meno sempre la stessa, ricalcabile anno su anno. Un duplice appello, sangue sciolto alla mano, ad arrestare il sangue che scorre nelle strade e a creare lavoro per fermare l’emorragia di giovani. E questo rende di Napoli città di un’eterna attesa, sospesa tra speranza e fatalismo, ingredienti che spengono la progettualità e sui quali la politica nazionale impernia il mantenimento dello status quo. Non sono serviti ben sei ministri dell’Interno di origini napoletane e campane, tra il 1988 e il 1999, a ridurre il fenomeno criminale.
La grande metastasi, la camorra, non regredisce, e non regredisce perché è ammortizzatore sociale senza il quale una provincia così popolosa, alla quale non è dato sviluppo, diverrebbe una pericolosa polveriera sociale. E poi l’illegalità diffusa e il fievole senso civico, altri tumori che non possono essere attribuiti solo a chi muove i fili del palazzo. Il riscatto incarnato da san Gennaro dipende anche da una mentalità collettiva di popolo che non c’è, da un’idea di città che non esiste e dall’amore per un magnifico luogo troppo spesso maltrattato anche da chi si appella al Santo.
Mentre il sangue di Gennaro si scioglie, e non solo il suo, la città resta sempre raggrumata, ferma nel suo percorso verso la modernità, unicamente a specchiarsi nella sua bellezza sfregiata. Napoli, solida e immobile, ha bisogno di iniziare a sciogliersi! È ormai necessario.

Guida Feltrinelli “Bocca style”

Angelo Forgione – Se non fosse defunto anni fa, ci sarebbe da pensare che la guida “Italia del Sud e Isole” di Feltrinelli, di cui si parla in queste ore circa le stroncature a #Caserta, i suoi dintorni e la Reggia, l’abbia scritta Giorgio Bocca, che anni fa, in una puntata di Passepartout di Philippe Daverio, definì il Real Palazzo borbonico “una reggia da Re Sole in un paese di Re merda”, prendendosela con i sovrani napoletani, “dei megalomani” perché invece di dedicarsi alle poste e telegrafi realizzarono palazzi e musei.
Alla stessa maniera, gli autori di casa Feltrinelli sostengono che la Reggia di Caserta è “una struttura piuttosto monotona nella quale la dimensione supplisce all’ispirazione artistica”, e che gli appartamenti stessi “sono una grandiosa sfilata di stanze sovraccariche di dipinti e stucchi e arredate con qualche mobile in stile Impero, moda importata dalla Francia, con grandi, imperiose statue classiche e ritratti compiaciuti della dinastia borbonica”.
Vorrei dire al miope allievo di Bocca di casa Feltrinelli che l’ispirazione artistica di Luigi Vanvitelli è cosa sacra, e che il genio settecentesco ha lasciato ai posteri il monumento napolitano per il mondo. E gli direi che gli arredi in stile Impero furono una conseguenza del trono di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, che Ferdinando di Borbone, rientrando col Congresso di Vienna, mantenne, facendo rimuovere i soli ritratti dei predecessori. E li mantenne perché più alla moda del tempo ottocentesco, una moda francese nata però sotto l’influenza di Napoli e degli scavi vesuviani. Una moda che aveva imposto Napoleone per celebrare la sua ascesa, facendo sì che il neoclassicismo di matrice ercolanese-pompeiana (ispirato proprio da Vanvitelli e applicato dai suoi allievi) fosse declinato dagli architetti transalpini in maniera più maestosa, riprendendo i primi stilemi ispirati alle romanità vesuviane, poi indirizzati da Giovan Battista Piranesi all’architettura greca di Paestum. Napoleone si era innamorato del Neoclassicismo vedendo i nuovi monumenti costruiti a Milano da Giuseppe Piermarini, allievo di Vanvitelli (prima a Roma e poi a Napoli-Caserta) che aveva portato i fermenti di Napoli nella città lombarda. Da Napoli a Milano, da Milano a Parigi, da Parigi di nuovo a Napoli.
Su tutto il resto soprassiedo. L’ignorante allievo di Bocca di casa Feltrinelli ha data sfoggio del suo spessore culturale e non è il caso di dibattere d’altro. Non soprassiedo invece su Feltrinelli, che prima di mandare in libreria una pubblicazione ne dovrebbe verificare i contenuti e vietare la pubblicazione di contenuti offensivi che potrebbero recare danno all’immagine turistica, e non solo, di un territorio.

Luigi Necco, un napoletano perbene

Angelo Forgione Non mi piace la retorica dei lutti. Di Luigi Necco è superfluo dire che è stato, per i napoletani, il volto più atteso delle domeniche pomeriggio fatte di un calcio romantico. Non era un giornalista sportivo ma un uomo di cultura e amore per la verità prestato allo sport, ma lui non vi si abbandonò. Lo gambizzarono a colpi di pistola una domenica di novembre del 1981, all’uscita di un ristorante di Mercogliano prima di recarsi allo stadio di Avellino, perché aveva raccontato qualcosa di scomodo. Nel novembre del 1980, qualche giorno prima del tragico sisma irpino, il proprietario dell’Avellino, Antonio Sibilia, un ricco costruttore edile di Mercogliano, era passato a prendere il calciatore brasiliano Juary e lo aveva portato con sé al tribunale di Napoli, dove era in corso il processo al boss della camorra Raffaele Cutolo. Sibilia si era avvicinato alla cella con la giustificazione che il boss fosse un supertifoso dell’Avellino, lo aveva salutato con tre baci sulle guance prima di presentargli l’ignaro calciatore, cui era stato dato l’incarico di consegnargli una medaglia d’oro con incisa una dedica: “Con stima dalla società e dai suoi giocatori”. Necco aveva raccontato tutto e ne subì ritorsione. Nonostante la disavventura continuò a raccontare il calcio giocato col suo sorriso.
Amava l’archeologia e amava Napoli, ma questo lo sanno un po’ tutti. Quello che non si sa è che venne a presentare il mio libro sulla storia del calcio italiano qualche ora dopo un delicato intervento all’occhio cui si era sottoposto. Non si negò, nonostante fosse visibilmente frastornato e debilitato. Quel libro lo riteneva vero, come era lui, perché ricostruiva la verità del calcio, compreso il suo episodio, di cui non volle parlare ai presenti. Disse: «hai scritto tutto tu, qui parliamo di cose più allegre».
Era un Cittadino che si muoveva senza paura tra malavita, inciviltà e calcio, sempre, o quasi, col sorriso in volto e disponibile con tutti. 
Il 90° è scaduto anche per lui.
Grazie di tutto Gigi… a voi studio.