Italia, ammore e malavita

 

Angelo Forgione Discutibili riflessioni su Napoli, Sicilia e Calabria di Daniele Piervincenzi dopo il pestaggio subito a Roma, anch’egli spiazzato dal fatto che la protervia mafiosa non appartenga solo al Mezzogiorno. La vicenda ha fatto emergere un problema di ignoranza e pregiudizio che ha profonde radici storiche. Il filtro distorto del Positivismo di fine Ottocento ha fatto supporre che solo al Sud sarebbero potute nascere e pascere le mafie, e dove se no? Se però riavvolgiamo il nastro del tempo scopriamo che il fare delinquenziale in Italia esplode enormemente nella stagione spagnola del Cinquecento, capace di lasciare evidenti segni nei territori italici conquistati, a Sud come a Nord, a Napoli come a Milano, accomunate da un vincolo di sottomissione alla corona di Spagna, tra controllo delle masse da parte dei governi ispanici, imposizione di pagamenti di gabelle inique e crescita di movimenti popolari protestanti. Basta leggere ‘I Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni per capire che quella Milano era violenta, molto violenta. Quella Milano sostituì il diritto con i Don Rodrigo e gli Azzecca-garbugli, e ai soprusi dei suoi nobili si trovava soluzione solo facendo ricorso alla protezione di altri nobili più potenti, che sguinzagliavano i Bravi, il loro braccio armato e prepotente. Contestualmente, a Napoli prese piede l’Organizzazione Segreta dell’Ordine per la tutela degli interessi della plebe, manovrata dai Compagnoni, arroganti malavitosi che replicavano i modi dei soldati e dei nobili spagnoli, secondo le regole della Garduña española, una confraternita criminale di cavalieri fondata a Siviglia e completamente votata al crimine. Insomma, niente Stato a Sud e niente Stato a Nord, e tutti iniziarono ad arrangiarsi come potevano. Non che nei territori pontifici andasse tanto meglio. A Roma, Caravaggio, già rissoso giovane a Milano, uccise il ternano Ranuccio Tommasoni, prepotente capo di una banda malavitosa di Campo Marzio.
Le cose, evidentemente, procedevano di pari passo, ma poi, nella prima metà dell’Ottocento, nacquero le mafie meridionali, in due città ricche come Napoli e Palermo, in piena degenerazione carbonara, come società segrete paramassoniche dedite al crimine e rispondenti alle logge inglesi, interessate a destabilizzare il Regno delle Due Sicilie. Queste, dopo aver contribuito a cancellare il pericoloso e nemico regno borbonico, si imposero nel sud del Regno dell’Italia unita, là dove lo Stato era meno presente, e dove la povertà iniziava ad essere maggiore che al Nord. Fu lasciata ad esse la gestione dell’economia di quei territori depressi, per i quali iniziarono a rappresentare veri e propri ammortizzatori sociali, ancor più nel dopoguerra, quando rialzarono la testa dopo la repressione fascista. Ma un cancro è un cancro, e non conosce confini. Un cancro si allarga, crea metastasi, e si estende oltre. Negli anni Sessanta le mafie sono approdate al Nord, nel territorio più ricco, alla ricerca di affari più remunerativi. Ora che la situazione è completamente sfuggita di mano, con chi ce la vogliamo prendere?

Roma Capat Mundi, capitale mafiosa di un paese mafioso

Angelo Forgione Roma si scopre nuovamente capitale mafiosa. Tra il matrimonio dei Casamonica e la testata di Roberto Spada la finzione di Suburra e poca narrazione di un problema concreto della capitale d’Italia, una città di attività terziarie in cui gli affari più lucrosi si fanno attraverso l’acquisizione e il controllo dei servizi e l’infiltrazione sistematica nei settori economici e commerciali, nei servizi pubblici, e dunque negli appalti pubblici. Ostia, nello specifico, è inquinata dal traffico di stupefacenti, dalle attività di usura ed estorsione, e soprattutto dal controllo di numerose attività commerciali e dalla gestione degli stabilimenti balneari sul litorale, dove i muri abusivi impediscono l’accesso alle spiagge pubbliche. Le organizzazioni criminali della Capitale si avvalgono del legame con alcuni personaggi dell’estrema destra romana, capaci di sfoderare inaudita violenza. Le vittime si aspettano il peggio in Sicilia, in Calabria, in Campania, e invece finiscono per scoprirlo dove non se l’aspettano. Più della testa di Roberto Spada, a colpire è la protervia esibita dallo stesso davanti le telecamere, dopo aver dissimulato con apparente tranquillità. Ed è proprio questa l’immagine simbolo del potere che comanda il Paese. Quantunque il ministro Minniti, dopo l’arresto di Spada, si sia affrettato a dire che lo Stato c’è, da Cosa Nostra alla Ndrangheta, dalla Sacra Corona Unita alle mafie foggiane, dalla Camorra a Mafia Capitale, il fenomeno mafioso si estende da Sud a Nord, dalla Sicilia a Milano, Torino, Genova e Bologna, con infiltrazioni nel mondo della politica e degli affari. Al Nord il fenomeno sembra meno gravoso semplicemente perché è più silenzioso. Lì, diversamente che al Sud, gli strumenti utilizzati sono prevalentemente la corruzione, il condizionamento delle istituzioni e lo scambio elettorale.
E casomai sfugga, visto che sfugge che le mafie sono ben oltre il Garigliano, sono roba concreta i collegamenti tra le organizzazioni autoctone e i terroristi, che dalla camorra ricevono documenti falsi per entrare in Europa e che con Cosa Nostra organizzano il contrabbando di petrolio nel Continente per finanziarsi; e poi con la criminalità cinese, con quella rumena e coi gruppi criminali di matrice nigeriana.
Questa è la fotografia di un Paese nato sul patto scellerato tra i padri della patria e i malavitosi meridionali per conquistare il Sud e farne colonia interna, e repubblicanizzato sul patto con le mafie, sdoganando definitivamente la malavita organizzata. Forse qualcuno credeva che il cancro sarebbe rimasto circoscritto alla colonia, e ha fatto male i calcoli.

Cambiano gli stereotipi ma Napoli continua ad attrarre. Che città trovano i turisti?

Quelli di Napoli da Vivere mi hanno chiesto di Napoli a tutto tondo. Ecco riportata l’intervista di Marco Palmieri.

Ha il dna Napoletano, profondo conoscitore e studioso della storia e cultura Partenopea da quando i primi esseri umani arrivarono nella Baia di Napoli. Proviamo a scoprire la passione e l’amore per questa città di Angelo Forgione, giornalista, scrittore e saggista. Buona lettura!

Quali sono i ricordi della tua infanzia? Ovviamente molto vaghi, ma ho avuto la grande fortuna di essere l’ultimo di cinque figli, e di vivere quindi i primi anni della mia vita in una famiglia numerosa, il che significa che almeno i racconti non mi mancano.

Cosa sognavi di fare da grande? Ricordo che mi piaceva giocare con gli sterzi, quelli finti e quelli veri. Mi facevo realizzare plance su tavole di legno dai miei fratelli maggiori e immaginavo di essere alla guida di qualche vettura. Mio padre mi faceva sterzare sulle sue gambe nel cortile condominiale. Credo di aver sognato di diventare un autista o un pilota.

Cosa ti appassiona di più del tuo lavoro? Della scrittura mi appassiona la ricerca, l’approfondimento degli eventi del passato non vissuti, cosa che mi consente di comprenderli e di conoscere le motivazioni che li hanno originati. La storia è scienza, e necessita di continua e rigorosa indagine. A me interessa operare da ricercatore storico per chiarire il presente e stimolare il miglioramento del futuro. 

Quali sono le tue fatiche letterarie, di cosa trattano? Tre saggi, scritti in sei anni di duro lavoro, due per ognuno.

Made in Naples, pubblicato nella primavera del 2013, con sottotitolo Come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo) e con prefazione dell’italianista francese Jean-Noël Schifano, che l’ha definito “la bibbia dei napoletani”. Un libro in cui sono andato ben al di là dei riconosciuti e ormai conosciuti primati storici partenopei per aggiungerne di nuovi e davvero insospettabili. Immediatamente segnalato tra i più interessanti lavori di rivisitazione della cultura napoletana, si è consolidato nel tempo sia per la validità di ricerca storica che per i dati di vendita. Nelle librerie di Napoli e provincia è di quelli immancabili negli scaffali di storia e cultura locale, e del resto basta digitare su Google “i migliori libri su Napoli” e trovarlo ormai in vista tra i classici di sempre.
Nella primavera del 2015 ho partorito Dov’è la Vittoria, sottotitolo Le due Italie nel pallone (aspetti sportivi della malaunità politico-economica), con prefazione del compianto Oliviero Beha, nel quale ho raccontato la storia del calcio italiano e inquadrato l’origine del divario delle performance sportive tra club del Nord e del Sud nella creazione della Questione meridionale. Perché il nostro calcio è specchio della situazione storico-politica, e ho voluto raccontare come il movimento sportivo del nascente “triangolo industriale” si sia appropriato di questo sport e abbia ghettizzato il resto del Paese finché non è intervenuto il nazionalismo fascista. Eloquente un passaggio della prefazione di Beha, uno che difficilmente metteva la sua firma su un lavoro altrui, e lo faceva solo quando condivideva appieno: “Ma lo ‘screanzato’ Forgione ha fatto benissimo a osare. È un libro che ha diritto di cittadinanza tra quelli che finora raramente sono stati capaci di intrecciare il Calcio con la società che lo contiene e di cui è espressione macroscopica”.
Ed eccoci all’estate 2017, con Napoli Capitale Morale, sottotitolo Dal Vesuvio a Milano – storia di un ribaltamento nazionale tra Politica, Massoneria e Chiesa, un lavoro in cui ho messo in parallelo e in relazione le storie di Napoli e di Milano dal Rinascimento a oggi, per fare luce completa sulle vicende all’origine della Questione meridionale e le ragioni delle differenti velocità tra Nord e Sud dell’Italia di oggi. Pure questo saggio, per l’attenta e dettagliata descrizione degli eventi e per i nuovi argomenti proposti, si è reso subito protagonista tra le letture di quest’estate e anche per esso vale la ricerca dei migliori libri su Google, che si digiti Napoli ma anche Milano.

Insomma, tre lavori molto apprezzati, come dimostrano le tante valutazioni, tutte a cinque stelle, dei clienti Amazon, cosa che, oltre a gratificarmi, mi stimola a continuare nel metodo di lavoro adottato sei anni fa.

Quando presenti i tuoi libri che differenze trovi tra Nord e Sud? Nessuna. Chi propone argomenti di interesse e stimoli culturali è sempre ben accolto, a prescindere da quel che può essere il punto “geografico” di vista. Chi si reca a una presentazione di un libro è già incuriosito del tema o dal titolo. L’importante è modulare la discussione in base al pubblico che si ha di fronte, ma ciò che davvero è fondamentale è coinvolgere e sorprendere. Qualche giorno fa, per esempio, a La Feltrinelli di Napoli, presentando l’ultimo mio lavoro a un pubblico evidentemente locale, ho parlato molto più di Napoli che di Milano, ma alla fine si sono avvicinati dei turisti milanesi che erano entrati casualmente in libreria e, attratti dal titolo del mio libro, avevano deciso di sottrarre tempo alla loro passeggiata per curiosare in sala. Sono rimasti fino al termine, avvicinandosi con libro alla mano per ringraziarmi e congratularsi. La cultura, se è presentata con serietà, vince sempre, anche se ha dei connotati apparentemente territoriali. Ecco perché dico che sono prevenuti tutti coloro che provano ad attaccare al meridionalismo intellettuale, che è scienza seria, l’etichetta di leghismo rovesciato.

Cosa puoi dirci sull’informazione di oggi riguardo a Napoli? È guasta, perché è interessata alle sue ombre e snobba le sue luci. L’elemento principale della narrazione attuale è la criminalità organizzata, che occulta i valori positivi dietro l’immagine imposta del male. Quella del bene è sempre più oscurata dalla propaganda di insistenti filoni giornalistici, letterari e cinematografici che non propongono speranza ma solo dannazione. L’immensa cultura di Napoli non è un dato diffuso e la Città non è neanche percepita unanimemente come una capitale di Cultura quale è, eppure è uno scrigno pieno di un ricchissimo patrimonio ed è ancora oggi la città più viva sotto il profilo artistico dello Stivale. Il problema è che, come dimostra la recente Mostra del Cinema di Venezia, le qualità degli artisti napoletani sono valorizzate ed evidenziate quando si prestano a una narrazione che non valorizza davvero la città ma la inchioda all’immagine della maledizione. I protagonisti si sforzano di dire che Napoli non è solo camorra, ma poi accade che un giornalista del quotidiano britannico The Sun inserisca Napoli tra le 11 città più pericolose del mondo solo perché suggestionato dalla lettura de La Paranza dei bambini di Saviano, salvo poi depennarla dalla lista una volta rimproverato di aver usato questo elemento di giudizio. Il problema, evidentemente, è ampio e non riguarda la sola informazione, e viene da molto lontano. Nel secondo Ottocento, mentre nascevano l’espressione “Questione meridionale” e il “triangolo industriale” Milano-Torino-Genova, fu diffusa tra le masse popolari Nord-Italia una presunta diversità antropologica di Napoli e del Mezzogiorno in genere, ad opera della scuola criminale del Positivismo, che caricò l’analisi di enormi pregiudizi. La guerra, poi, ha inginocchiato la città e ha fatto incancrenire la povertà, l’emigrazione e la malavita. Ora siamo di fronte a una mutazione degli stereotipi e della retorica, passati dal più innocente “pizza e mandolino”, che peraltro ha vilipeso due simboli di grande dignità, al più eclatante “gomorra e boss delle cerimonie”. 

Perché sui social Napoli è spesso usata per fare audience? Non solo sui social. La retorica su Napoli, a base di camorra che strizza l’occhio a tutto il mondo, fa vendere libri, crea interesse su serie-tv e film, ma è anche utile per scrivere titoloni sui giornali per venderli, e per alimentare dibattiti e talk-show televisivi che fanno crescere l’auditel. Nel mondo moderno, in cui non conta la realtà ma la percezione che se ne ha, la dimensione della devianza di Napoli è amplificata dal condizionamento dei mezzi di comunicazione di massa, ed è falsata da una narrazione pregna di significati deteriori che non si riscontra per altri luoghi. L’opinione pubblica è educata a quest’immagine, ha una percezione sbagliata, e gli utenti dei social, che amano sfogare le proprie repressioni e i propri istinti bassi dietro una tastiera, alimentano il pregiudizio e l’odio di cui si nutrono. La verità è che Napoli è la città più espressiva d’Italia, nel bene e nel male, ed è quindi una sorta di brand riconosciuto di cui tutti cercano di sfruttare l’immagine senza pagarle i diritti. 

Come ti spieghi che il turismo a Napoli è in crescita? È una questione contingente derivante dallo spostamento dei flussi turistici in Europa e nel mondo dettato dal terrorismo e non dipende da chissà quale strategia napoletana. Del resto ce l’ho fatto capire qualche mese fa lo spagnolo Josep Ejarque di FourTourism, esperto di management turistico, incaricato dal Comune di Napoli di dirigere un comitato tecnico per la redazione di un piano strategico del turismodicendo pubblicamente che «San Gennaro ha mandato i turisti a Napoli anche se non è stato fatto niente per attrarli». Ora, però, bisogna seriamente darsi da fare per incrementarli, per fare in modo che tornino e che siano nostri sponsor a casa loro, e non possiamo certo riuscirci finché presenteremo una Napoli sporca, degradata, inefficiente, perennemente cantierizzata e coi monumenti e gli edifici storici che cadono a pezzi e restano pure al buio di notte. Guardate le condizioni delle facciate del Real Teatro di San Carlo e della Galleria Umberto I, una vergogna che fa arrossire, soprattutto confrontando ad esse il teatro alla Scala e la Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. E nessuno si indigna! Oggi Napoli offre l’esperienza della napoletanità, che è un’esperienza unica e non standardizzata di vita gioiosa e buon umore, e piace tantissimo per questo, ma pesa negativamente sul buon giudizio finale la sua connotazione di città dall’aspetto decadente, dall’anarchia imperante e dall’inciviltà strisciante. Fatevi un salto su qualche scogliera di Posillipo o Mergellina e troverete di tutto. Fatevi un giro a San Martino il sabato sera, e troverete i resti del selvaggio bivacco. Oppure una passeggiata serale a via Toledo o via Chiaja, tra scatoloni e rifiuti di ogni sorta. Manca un vero governo della città. Manca un’idea di città. E mancano l’amore per la storia e per i luoghi, l’educazione e un civismo diffuso a ogni livello, e così offriamo la preziosa ma offesa Napoli ai turisti, i quali sanno misurare la distanza tra narrazione e realtà napoletana ma non per questo chiudono gli occhi come facciamo noi.

Cosa è per te la Napoletanità? È un’identità che si manifesta in molteplici forme, la più espressiva e antica che ci sia in Italia, dai tempi di Neapolis greco-romana, che già allora, col Foedus Neapolitanum, impose le sue tradizioni ellenistiche e la sua lingua greca a Roma latina. Volete che vi dimostri come tutto questo sia ancora vivo dopo duemila anni? Pensate alle corna, che i greci ci insegnarono essere simbolo di potenza, e chiedetevi perché per i napoletani una persona con una marcia in più tene ‘e ccorna!, mentre per gli italiani il cornuto è una persona senza dignità, ossia ‘o scurnacchiato napoletano. Ora capirete perché una grande vergogna, a Napoli, si definisce scuorno, l’atto di perdere le corna. Napoli si porta dietro i suoi millenni di storia stratificata, in moltissimi campi, stando a contatto con diversi popoli, ed è per questo che la canzone napoletana, la cucina napoletana, la sartoria napoletana, il teatro napoletano e altri sostantivi declinati alla napoletana sono vincenti nel mondo. Il problema è che la napoletanità è spesso confusa con la napoletaneria, che è l’esaltazione della sottocultura, della volgarità e della sciatteria di certi autocompiacenti napoletani ignoranti. È anche da questi che bisogna difendersi, perché certi napoletani, sia della città che della provincia, questa città la sporcano, la rendono plebea e randagia, a tratti invivibile.

L’orgoglio di essere Napoletano che vuol dire per te? Conoscere davvero quello che Napoli ha rappresentato e rappresenta per la Cultura occidentale, ovvero un faro, una volta abbagliante e oggi meno vistoso ma sempre acceso.

Come reagisci agli stereotipi su Napoli? Non mi scompongo. Ho gli strumenti e la conoscenza per azzittire gli ignoranti. Perché tali sono coloro che giudicano senza sapere.

Come dovrebbe reagire un Napoletano? Con la conoscenza, appunto, e quindi leggendo e approfondendo. Purtroppo non sono abbastanza quelli che lo fanno. I napoletani leggono poco, purtroppo, e c’è una grande ignoranza di fondo in giro. Non è certo per caso che i monumenti vengano imbrattati e le strade sporcate. 

Quali errori non deve commettere Napoli? Chiudersi e considerarsi portatrice di una cultura che non ha bisogno di confronto. Dico sempre a tutti che Napoli è stata faro abbagliante quando si è aperta al mondo e ha allacciato rapporti culturali e diplomatici con le maggiori città d’Europa e anche oltre. Una città chiusa in se stessa è una città che non cresce, e oggi Napoli non cresce. Quantomeno, se i napoletani riuscissero a capire le altre realtà, capirebbero anche in cosa sbagliano. Purtroppo siamo calati in un nuovo “rinascimento napoletano” che non tarderà a lasciare tutti nuovamente delusi.

Come si può esportare la “Napoli da Vivere” nel mondo? Bisogna raggiungere il mondo con informazioni della “Napoli da Vivere”. I social stanno dando una grande mano, ma bisogna attivare le strategie di marketing territoriale e andarsi a prendere la fiducia della gente. Vi faccio un esempio: a Napoli vediamo manifesti pubblicitari della Reggia di Venaria Reale con la campagna pubblicitaria “Fatevi la Corte”. Esiste una campagna pubblicitaria della Reggia di Caserta a Torino? Abbiamo sempre bisogno di dire al mondo quanto siamo belli.

Fatti una domanda e datti una risposta… Al netto delle difficoltà economiche e territoriali che vive, Napoli sta facendo quel che può per rilanciare l’immagine del suo centro storico? La risposta è no! 

Chi ci ha guadagnato dalla cessione di Higuain e perché? Certamente il Napoli, mettendo in cassa 90 milioni e trovando in casa un Mertens altrettanto efficace in area di rigore.

Ultima domanda, quale suggerimento daresti a De Laurentiis? Aurelio, datti da fare per uno stadio di proprietà. Senza quello, la crescita ha pochi e insufficienti margini.

Le Quattro Giornate di Napoli, l’inizio del declino morale d’Italia.

Angelo Forgione Era la mattina del 21 luglio 1941, ore seguenti il primo bombardamento degli Alleati anglo-americani su Napoli, quando i napoletani lessero un volantino di rivendicazione firmato dagli inglesi, su cui era scritto:

Noi inglesi, che mai finora fummo in guerra contro di voi, vi mandiamo questo messaggio.
Questa notte abbiamo bombardato Napoli. Non volevamo bombardare voi cittadini Napoletani perché non siamo in lite con voi. Noi vogliamo soltanto la pace con voi. Ma siamo stati costretti a bombardare la vostra città perché voi permettete ai Tedeschi di servirsi del vostro porto.
Finché partono da Napoli navi cariche di armi e materiali Tedeschi per le forze Germaniche in Libya, Napoli sarà ripetutamente bombardata.
Il bombardamento di questa notte è solo il primo rombo della tempesta che s’avvicina…

Una minaccia, insomma. Qualche giorno prima, il presidente degli Stati Uniti d’America Franklin Roosevelt aveva scritto al primo ministro del Regno Unito Winston Churchill:

[…] Noi dobbiamo sottoporre la Germania e l’Italia ad un incessante e sempre crescente bombardamento aereo. Queste misure possono da sole provocare un rivolgimento interno o un crollo.

Era iniziato l’accanimento bellico, una strategia psicologica, puramente terroristica a base di incursioni dal cielo finalizzate all’esasperazione popolare. Bisognava stimolare la sollevazione contro i tedeschi e la disapprovazione popolare nei confronti di Mussolini per la decisione di seguire la Germania di Hitler e trascinare l’Italia in una guerra proibitiva.
Roosevelt, tra il 1941 e il 1943, invitò più volte il primo ministro del Regno Unito Winston Churchill a sottoporre gli italiani ad un incessante e sempre crescente attacco aereo. Nell’ottobre del 1942, l’americano scrisse ancora all’inglese:

[…] deve essere nostro irrinunciabile programma un sempre maggior carico di bombe da sganciare sopra la Germania e l’Italia.

Nel luglio del ’43, sempre il presidente USA dichiarò:

Bombardare, bombardare, bombardare […] io non credo che ai tedeschi piaccia tale medicina e agli italiani ancor meno […] la furia della popolazione italiana può ora volgersi contro intrusi tedeschi che hanno portato, come essi sentiranno, queste sofferenze sull’Italia e che sono venuti in suo aiuto così debolmente e malvolentieri […]

volantino_alleatiLe bombe, dopo aver demolito i siti strategici, dovevano abbattere anche il morale della gente. Il piano, concertato tra Washington e Londra, fu accettato in modo occulto anche dalla Casa Reale Savoia a Roma e, soprattutto, dalla Massoneria italiana in cerca di riscatto dalla messa al bando fascista, cui era legato il maresciallo piemontese Pietro Badoglio, candidato a sostituire Mussolini alla guida del Governo, ruolo conferitogli poi, nel luglio del 1943, dal massone Vittorio Emanuele III, il quale ordinò l’arresto del Duce. Il Regno d’Italia concordò e siglò segretamente l’armistizio con gli Alleati anglo-americani, ma l’accordo fu reso noto solo l’8 settembre per insistere ancora qualche mese nella strategia psicologica, poiché la guerra non si poteva vincere senza convincere. Tutti corresponsabili di immotivate vessazioni sulla pelle dei napoletani pur di rovesciare il dittatore. Tra congiure di palazzo e bombardamenti sugli innocenti, Napoli fu messa letteralmente in ginocchio. Il porto fu raso al suolo e i monumenti risultarono gravemente danneggiati. Persino la Reggia di Caserta e gli scavi di Pompei furono ripetutamente, violentemente e selvaggiamente colpiti, perdendo reperti e preziosissimi dipinti.
Napoli, con tutto il Sud, fu colta di sorpresa dall’annuncio dell’armistizio, quando in città vi erano circa ventimila tedeschi. La situazione divenne di colpo caotica e il popolo, senza protezione alcuna, divenne ostaggio e vittima della furia vendicativa nazista. L’esacerbazione popolare diede soddisfazione agli Alleati con la rivolta delle Quattro giornate di Napoli del settembre 1943, in cui i partenopei, spazientiti dall’ordine di sfollare il centro urbano e rassicurati dall’avanzata degli anglo-americani da Salerno, poterono portare a compimento la cacciata dei nazifascisti tanto stimolata da Roosevelt. La Resistenza avrebbe trionfato nell’aprile del 1945, ma grazie alla positiva conclusione dell’operazione militare segreta “Sunrise”, occultata dalla storiografia ufficiale per non sminuire lo spirito partigiano, ma decisiva per la resa separata delle truppe tedesche in Italia e per risparmiare al Nord ulteriori distruzioni civili e industriali.
Migliaia di famiglie napoletane in lutto, un terzo degli edifici in macerie, il porto distrutto, mancanza di gas, carenza d’acqua e di viveri, condizioni igieniche pessime e tifo petecchiale insorto per la promiscuità nelle affollate cavità sotterranee adibite a ricoveri pubblici. In queste condizioni Napoli, la città più bombardata d’Italia (circa 200 raid di cui 120 a segno), inaugurò il suo dopoguerra molto prima che finisse la guerra e si inoltrò in un periodo senza terrore ma con mille angosce. Per ben un anno e mezzo, infatti, i napoletani furono costretti a badare a se stessi, rappresentando un mondo a parte, duramente martirizzato e umiliato, che si arrangiava alla meglio sotto il controverso controllo degli Alleati. La precoce liberazione segnò purtroppo l’avvio di una caduta morale e spirituale di un popolo che tanto ricco di dignità si era mostrato durante la cacciata dei nazisti.
Governatore di Napoli fu il colonnello americano Charles Poletti, riferimento per la mafia e già governatore in Sicilia, dove gli Alleati erano sbarcati e avevano sostituito i sindaci fascisti con mafiosi allontanati dal regime. Con atteggiamento utilitaristico, l’alto funzionario statunitense scelse come aiutante e interprete don Vito Genovese, socio del famigerato Lucky Luciano e boss di una delle cinque famiglie mafiose di New York, rifugiatosi in Italia per sfuggire a un processo per omicidio, passato opportunamente dalla parte degli antifascisti e resosi molto utile, grazie ai suoi particolari legami, allo sbarco sull’Isola degli Alleati, cioè all’inizio dell’invasione nazionale che portava la liberazione. Il boss, approfittando del razionamento dei viveri, fece prosperare il commercio clandestino dei generi alimentari a Napoli, coperto dagli ufficiali americani che ne favorivano gli affari.
La delinquenza dilagò enormemente. Centinaia di detenuti cui i tedeschi in fuga aprirono le celle nelle prigioni napoletane ebbero campo libero per depredare e alimentare la criminalità. La camorra fece un ulteriore salto di potere. Quando, nel 1945, la Criminal Investigation Division giunse a Napoli per indagare sulle connivenze tra la malavita locale e i militari americani, i loschi affari di don Vito Genovese si interruppero di fronte all’arresto e all’estradizione negli Stati Uniti. Il boss fu sottoposto al processo che aveva cercato di evitare fuggendo in Italia, durante il quale un testimone chiave morì avvelenato in circostanze “misteriose”. Don Vito fu assolto dalle accuse per mancanza di prove, e partì alla conquista dei vertici della mala statunitense. La sua repentina ascesa diede modo alla camorra napoletana di allacciare rapporti e collegamenti con la mafia d’America e con i poteri internazionali, orientando gli affari verso l’allettante traffico intercontinentale della droga. Riaffiorò più forte di prima la malavita organizzata, con drammatiche conseguenze morali e sociali nel futuro di Napoli, sulla cui pelle furono impresse le cicatrici di un lunghissimo periodo di anarchia e sostanziale autogestione.
Nella povertà napoletana degli anni Cinquanta guadagnò potere la camorra, ingannevolmente cancellata dal regime fascista ma maggiormente rinvigorita dal narcotraffico instaurato con le cosche statunitensi e dai rapporti con i politici repubblicani. Complici i clientelismi politici crescenti, le mafie del Sud aumentarono progressivamente il loro radicamento e la loro influenza sia nel tessuto sociale della plebe che negli ambienti più decisivi dell’amministrazione.
Molti malavitosi meridionali furono mandati al confino settentrionale dal ‘soggiorno obbligato’, una legge del 1956 con cui la classe politica del tempo pensò di allontanare dai territori d’origine i mafiosi senza condanna, nella convinzione che al Nord non sarebbero riusciti a ricreare una rete criminale. E invece l’operazione finì con il ribaltare l’assioma secondo cui le mafie erano esclusivo frutto della sottocultura meridionale e che il trapianto fosse impossibile in zone con un più alto tasso di civismo e di capitale sociale. A Milano e nei centri limitrofi furono relegati circa quattrocento uomini delle cosche, soprattutto calabresi, che sfruttarono le convenienti condizioni economiche del florido periodo postbellico e la maggiore autonomia d’azione rispetto alle lontane zone di origine, facendo di quei luoghi dei veri e propri quartieri generali del crimine organizzato. Nei favolosi anni Sessanta iniziarono ad allacciarsi i primi occulti rapporti fra mafiosi meridionali e imprenditori lombardi. Nella zona esplose il fenomeno dei sequestri di persona a scopo di estorsione, gestiti per lo più dalla ’ndrangheta, talora con l’appoggio entusiasta delle bande locali. Ben presto, il capoluogo lombardo divenne uno dei mercati più importanti per il traffico e il consumo di stupefacenti, e la nuova possibilità permise ai clan di acquisire ingenti capitali e liquidità utile a creare importanti legami con l’imprenditoria e la politica del posto. La zona si consacrò come cuore economico della malavita organizzata e si avviò a posizionarsi tra le peggiori d’Italia per numero di reati mafiosi.
Proprio in questi giorni si discute del maxi blitz contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia. “Milano come San Luca”, titolano i quotidiani di oggi, ma è così da decenni. Grazie alla “liberazione” americana, interessata a imporre la sua egemonia economica e commerciale in Europa, e alla fallimentare politica repubblicana d’Italia, per nulla diversa da quella del periodo monarchico, cioè da quell’ottantennio 1861-1945 in cui Napoli è passata dall’essere città più importante d’Italia, ordinata capitale, a emblema di un crollo morale ed economico tuttora drammaticamente in corso.

(brani essenziali dell’articolo tratti da Napoli Capitale Morale, Magenes 2017​)

Agnelli e De Laurentiis, esempi opposti di approccio al tifo deviato

Angelo Forgione Giunge la sentenza del Tribunale nazionale della Federcalcio nel processo ad Andrea Agnelli per i rapporti non consentiti con gli ultrà: un anno di inibizione per il presidente della Juventus e ammenda di 300 mila euro per il club bianconero. Solo parzialmente accolte le richieste del procuratore della FIGC Pecoraro, in quanto il Tribunale ha ritenuto che il patron bianconero era inconsapevole del presunto ruolo malavitoso dei soggetti incontrati. Strano, però, visto che in un’intercettazione telefonica del marzo 2014 qualcuno disse ad Alessandro D’Angelo, addetto alla sicurezza allo Juventus Stadium, «Il problema è che questo ha ucciso gente», riferendosi al milanese Loris Grancini, capo dei Viking, personaggio vicino ai clan siciliani e calabresi. Gli inquirenti informarono che quel qualcuno era Andrea Agnelli, ma poi si è fatto complicato capire se si trattasse del presidente o di Francesco Calvo, ex responsabile del marketing bianconero. In ogni caso, di dirigenti della Juventus si trattava.
Intanto sappiamo che le risorse derivanti dal bagarinaggio favorito da Agnelli e Calvo sono andate alla criminalità organizzata. Chissà se un giorno riusciremo a sapere anche perché Raffaello Bucci, capo del gruppo ultras bianconero dei Drughi, assunto dalla Juventus come consulente esterno ufficiale di collegamento tra la tifoseria e il club, in contatto con la Digos e servizi segreti, si suicidò dopo l’interrogatorio dei piemme che indagavano sulla ‘ndrangheta allo Stadium.
Atteniamoci però alla sentenza del Tribunale federale. Agnelli sapeva che erano ultras ma non sapeva che erano mafiosi. Ma la Juventus, in ogni caso, si segnala ancora una volta per violazione delle norme federali, stavolta quelle che vietano ai dirigenti delle società sportive di intrattenere rapporti con gli ultrà. E prosegue la non edificante tradizione della famiglia Agnelli, soprattutto quella del ramo di Umberto, il padre di Andrea, che avviò nel 1994, non appena conquistata la presidenza del club e dopo 8 anni di digiuno del club, l’era più macchiata della storia juventina, tra scandalo doping (prescrizione) e calciopoli.
Alla luce delle certezze fornite dalla sentenza, vale la pena ricordare quel che accadde più a sud nel 2004, quando Aurelio De Laurentiis si mise alla guida della SSC Napoli e tagliò ogni laccio con i rappresentanti degli ultrà delle curve dello stadio San Paolo. Dopo poco più di due anni, nel dicembre 2006, la prima ritorsione eclatante. Campionato di serie B: nel bel mezzo di Napoli-Frosinone improvvisa pioggia in campo di potentissimi petardi “cobra”, lanciati dal settore Distinti. Le intemperanze durarono diversi minuti e costrinsero l’arbitro Orsato a sospendere più volte la gara. La giustizia sportiva inflisse poi una giornata di squalifica al San Paolo. Le indagini scoperchiarono un fenomeno estorsivo ai danni del Napoli e appurarono che il club di De Laurentiis aveva tagliato la fornitura di biglietti alle sigle ultras capeggiate da pregiudicati. Per tutta risposta, gli “esagitati” avevano deciso di intervenire in maniera coatta, prima dando fuoco al “dirigibile” dello stadio destinato alla stampa e poi “manifestando” nella gara contro i ciociari. Uno dei responsabili così aveva minacciato un dirigente partenopeo: «Ho campato con il Napoli [di Ferlaino] per 50 anni, anche tu e Pierpaolo Marino (ex Dg) tenete i figli. Mi sono fatto quattro anni di galera, se ne faccio altri quattro non succede niente». Gli arrestati finirono a processo e condannati per associazione a delinquere, incendio doloso, lancio di esplosivi, minacce e tentata estorsione. E pagarono anche i danni al Napoli, che li chiese costituendosi parte civile. Tutto finito? Neanche per idea. Col Napoli in crescita, iniziarono a verificarsi strane rapine ai suoi calciatori e alle loro compagne. Un collaboratore di giustizia rivelò che le incursioni avevano un’unica matrice: gruppi di ultrà intenzionati a punire i giocatori che non partecipavano alle manifestazioni organizzate dai tifosi.
L’Antimafia, chiaramente, ha interrogato anche De Laurentiis nel corso delle indagini a tappeto sull’intero movimento calcistico italiano, contestandogli la presenza a bordo campo del rampollo del boss della camorra Lo Russo, ma esponendosi a una figuraccia con l’interrogato, che gli ha puntualmente ricordato che il sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli aveva già chiarito illo tempore che quell’uomo non era un latitante al momento dei fatti, che accedeva regolarmente sul rettangolo di gioco con pass da giardiniere procuratogli dalla ditta che curava il prato, e che la SSC Napoli aveva offerto la massima collaborazione alla Direzione Investigativa Antimafia, dimostrando la sua totale estraneità.
E poi la querelle tra De Laurentiis e Reina, col presidente che, alla cena sociale dello scorso maggio, invitò pubblicamente la moglie del portiere a controllarne “le distrazioni”, e pochi giorni dopo furono arrestati tre fratelli imprenditori in odor di camorra, amichevolmente disponibili nei confronti di Pepe.
Racconto tutto questo perché i buontemponi del tifo cieco continuano ancora oggi a citare a sproposito fatti di cui il Napoli è stato esempio e di cui Napoli è stata vittima in ambito mediatico.

Loris Grancini parla ai microfoni di Fanpage nel marzo 2017

Un ribaltamento nazionale tra politica, Massoneria e Chiesa che ha per paradigma l’entrata di Garibaldi a Napoli

Angelo Forgione È il 7 Settembre 1860: la “Piedigrotta” è in pieno svolgimento. Da più di un secolo è la festa delle feste, famosissima in tutt’Europa. Lo è almeno dal 1744, cioè da quando Carlo di Borbone, per celebrare la vittoria di Velletri contro gli austriaci, l’ha resa festa nazionale delle Due Sicilie e ha introdotto una parata militare oltre alla sfilata dei carri allegorici. I viaggiatori del Grand Tour l’hanno vista e narrata, ma questa volta i napoletani sono distratti da altro, perché l’evento coincide col culmine della risalita della Penisola da parte dei Mille garibaldini e Re Francesco II di Borbone, che ha appena lasciato Napoli per evitarle la guerra, sta andando a difendersi a Gaeta. Mentre il Re è in navigazione, a Napoli entra Garibaldi e si proclama dittatore delle Due Sicilie. Ad accoglierlo ci sono i capintesta della camorra del tempo e il prefetto di polizia borbonica e ministro degli Interni delle Due Sicilie, il trasformista Liborio Romano, che ha convertito i criminali in gendarmi di pubblica sicurezza, affidandogli il comando di una nuova Guardia cittadina. Il diplomatico inglese Henry George Elliot, del resto, ha già informato per tempo l’ufficio Esteri di Londra del fatto che diverse bande camorristiche sono pronte a contrastare con le armi la reazione dei fedeli alla dinastia borbonica, presidiando il porto in modo da facilitare l’ingresso dei volontari di Garibaldi. Il corteo al seguito del capo delle camicie rosse percorre via Marina, il Maschio Angioino, il largo di Palazzo (Plebiscito), poi su per via Toledo fino a Palazzo Doria D’Angri, dal quale il Generale si affaccia prendendone possesso come dimora.
Ad accompagnare Garibaldi c’è fra Giovanni Pantaleo da Castelvetrano, cappellano siciliano unitosi alla spedizione dei Mille e utilissimo per legittimare, attraverso la predicazione, l’impresa garibaldina presso le classi popolari e per favorire la coscrizione di volontari. Eppure il nizzardo è un gran massone, un rigidissimo anticlericale, e odia preti e uomini di Chiesa di ogni ordine e grado. E però vuole persino che si compia immediatamente il prodigio di San Gennaro in sua presenza, perché sa benissimo che solo così può guadagnarsi i favori incondizionati del popolo napoletano. Col Santo scontento non non può vedere completamente legittimato il suo potere. Del resto, è già accaduto sessant’anni prima, nel 1799, con i militari francesi di Championnet, ben informati dai giacobini napoletani, a “vigilare” sul compimento dello scioglimento del sangue.
Il giorno seguente, racconta Giacinto De Sivo, Garibaldi e i suoi trovano la Cappella del Tesoro sbarrata. Niente da fare. E allora, in serata, accompagnato dai camorristi, incrocia la processione della Madonna di Piedigrotta. Il massone, suo malgrado, si scappella di fronte all’Immacolata per non inimicarsi i napoletani, e viene giù un acquazzone fortissimo. Tocca aspettare il 19 settembre, giorno del Santo patrono, per timbrare di rosso garibaldino il prodigio. “Il sangue deve liquefarsi e si liquefarà – così dicono i predicatori garibaldini in largo di Palazzo – altrimenti a farlo liquefare ci penserà Garibaldi”. E così sia! Ancora un prodigio su ordinazione.
Liborio Romano viene confermato nel ruolo di Ministro dell’Interno e poi entra a far parte del Consiglio di Luogotenenza, per poi essere eletto deputato al nuovo parlamento di Torino. Ai camorristi della sciolta “guardia cittadina” viene assicurato un lauto vitalizio mensile in quanto “esempi inimitabili di coraggio civile nel propugnare la libertà”.
Quella dell’anno seguente sarà l’ultima Piedigrotta, organizzata dal luogotenente Generale Enrico Cialdini, uomo impegnato nel frattempo a massacrare i meridionali ribelli. La festa sarà sospesa nel 1862 dopo aver decretato nel febbraio di quell’anno la soppressione di tutti i conventi e la confisca dei beni mobili e immobili della Chiesa, compreso il santuario di Piedigrotta. Così tramonta la vera Piedigrotta, insieme a Napoli Capitale. Quella che riprenderà anni più tardi non sarà la grande festa nazionale di un tempo, e finirà per spegnersi, forse definitivamente. Il prodigio, invece, resta tradizione inossidabile, forse perché la Deputazione del Santo, dal 1811, è laica per volere del massone Gioacchino Murat.

Napoli pericolosa? Sì, perché fa innamorare.

Angelo Forgione Il The Sun di Londra bolla Napoli come una delle undici città più pericolose al mondo. Esagerazione!
Non siamo di fronte a un problema nuovo. Gli inglesi, nel solco della loro storica ambiguità, hanno sempre raccontato tutto il bello e tutto il brutto di Napoli. Siamo semmai di fronte a un sensazionalismo più spinto, a una narrazione della realtà che non corrisponde alla realtà, e che ne amplifica ancora di più la percezione, dettata da una narrazione cinematografica del Male napoletano di grande successo. Qui non si tratta di un reportage confezionato da un bravo giornalista che ha girato il mondo ma di un cimento estemporaneo, tipico del The Sun, di tale Guy Birchall, che certamente si è spostato dal divano del suo salotto alla scrivania prima di sentenziare.
Il problema ha chiaramente una radice interna. Gli stereotipi su Napoli hanno un’origine toscana. Già nel Quattrocento, il sacerdote fiorentino Piovano Arlotto scrisse nei suoi Motti e Facezie che “L’aria di Napoli opera bene in tutte le cose e male negli uomini che nascono di poco ingegno, maligni, cattivi e pieni di tradimenti. E senza dei quali Napoli sarebbe un paradiso”. Eppure allora si parlava di “Napoli gentile”, e non c’era ancora la camorra, e non tutti i mali italiani di cui è afflitta oggi la metropoli. Penso proprio si trattasse di rivalità tra Firenze e Napoli (non tra le due corti medicea e aragonese, in stretti rapporti), due grandi realtà rinascimentali d’Europa in un’Italia totalmente conflittuale e in un’epoca in cui i mercanti fiorentini, già dal Trecento, trafficarono nella Napoli angioina.
Dal momento che il male fa da sempre più sensazione del bene, certe metafore hanno evidentemente esercitato nei secoli la loro energia negativa in misura ben maggiore di quella positiva. Da lì si arriva al famoso “paradiso abitato da diavoli”, che poi trova terreno fertile nel Positivismo tardo ottocentesco, il vero propagatore degli stereotipi su Napoli in Italia e poi in ogni angolo del mondo. Del resto, anche i napoletani ripetono spesso il detto «‘O presebbio è bello ma ‘e pasturi nun so’ bbuoni». Ora, però, la notizia diffusa dal The Sun fa riflettere sul ruolo del giornalismo che si affida alle fiction che raccontano la cattiveria di certi napoletani, non alle fonti statistiche, e tantomeno all’esperienza diretta.
Napoli è malata, molto, non c’è dubbio, ma certamente non infettiva. Anzi.

Scrivo in Napoli Capitale Morale:

“Gli stereotipi italiani abbondano, e sono diventati anche i luoghi comuni degli stranieri circa l’Italia intera, nazione che si affanna a emanare di Milano un’immagine limitata alla sua benedetta modernità e di Napoli il racconto di un regno folcloristico e maledetto. Ad essere più penalizzata è certamente la capitale meridionale, capace di meravigliare il tradizionale turismo culturale ma snobbata dai nuovi flussi, quelli meno sapienti, che antepongono il lusso all’arte […] che puntano sul centro lombardo non principalmente per ammirarne le meraviglie artistiche e le testimonianze della storia ma attratti dal Quadrilatero della moda, smaniosi di andar per negozi nelle vie dalla capitale dello shopping, e di portare a casa il più costoso made in Italy da ostentare. Gli altri, i viaggiatori con conti in banca più asciutti, desiderosi di scoprire l’Italia, approdano a Napoli cercando la napoletanità e l’autenticità, vogliosi di immergersi nell’humus locale, protesi ai sapori e ai colori della tradizione, spesso ignorando la più nobile ricchezza partenopea. Da qui sorge l’effetto sorpresa, il classico stupore che ci si porta via concludendo l’esperienza sensoriale e inaspettatamente intellettuale all’ombra del Vesuvio. Napoli finisce per piacere in maniera imprevista, pur con tutte le sue criticità moderne, e con l’essere considerata una destinazione irripetibile, non globalizzata, una città con un patrimonio materiale ed immateriale che la rende unica. Solo allora svaniscono pregiudizi e paure di ritrovarsi in un far west del Duemila, e prendono il sopravvento percezioni diverse sui reali valori della città vesuviana.
[…]
Dal dopoguerra in poi, gli elementi dominanti della narrazione di Napoli e di Milano sono diventati la criminalità organizzata napoletana, autorizzata a sostituirsi allo Stato sul territorio, e la finanza milanese, che ambisce a prendere il posto di quella londinese nel dopo Brexit. Il paradosso […] di Napoli, assai pernicioso, è l’occultamento dei suoi enormi e positivi valori dietro l’immagine imposta del Male […].