Il dibattito giusto ma incompleto sul “colpo di stato napoletano” del 1799

repubblica_napoletanaAngelo Forgione Piccolo estratto del dibattito televisivo (Passato e Presente – Rai) sulla Repubblica Napoletana e sulla particolarità di una sommossa contro il riformismo borbonico e il popolo, condotta da una élite di altoborghesi.
Non una rivoluzione contro una tirannia, per nulla accostabile a quella francese, come ha voluto far intendere la retorica risorgimentale, ma un vero e proprio colpo di stato oligarchico compiuto da una élite napoletana protetta da un esercito straniero che segnò la fine del percorso di mutazione degenerativa della massoneria partenopea, fomentata da particolari sollecitazioni esterne.
Paolo Mieli e Lucio Villari centrano il tema ma non danno risposte sul perché quell’anomalo movimento sovversivo prese corpo a Napoli, dove prima Carlo di Borbone e poi Ferdinando e Maria Carolina, diversamente da Luigi e Maria Antonietta a Parigi, portavano avanti l’ammodernamento del loro Regno.


Le risposte vanno ricercate nell’operato oscuro di personaggi che la storiografia ufficiale non nomina. Il teologo Friederich Münter innanzitutto, e poi l’abate Antonio Jeròcades, sobillatori degli intellettuali e dei massoni di Napoli.
La storia e le risposte che nessuno fornisce le trovate su Napoli Capitale Morale, ma un piccolo anticipo lo potete avere cliccando sul link di seguito:

L’illuminato di Baviera che fece scoppiare il 1799 di Napoli

 

“Modello Milano”, ingegneria politico-mediatica per pulire l’Italia

Angelo Forgione Due date: martedì 13 e mercoledì 14 ottobre. La prima coincide con l’arresto del vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani, ex assessore alla Salute ma anche ex senatore e sottosegretario alle Infrastrutture del governo Berlusconi. L’ordinanza a suo carico si riferiva a una gara d’appalto da 11 milioni di euro sul trasporto dei malati dializzati che sarebbe stata truccata su richiesta del braccio destro del governatore Roberto Maroni, Massimo Garavaglia, responsabile del Bilancio. Il giorno dopo, a Napoli, durante una seduta del Consiglio Comunale, il consigliere Carlo Iannello di Ricostruzione democratica – Red, propose l’eliminazione dei biglietti omaggio per lo stadio a beneficio delle autorità comunali, pratica diffusa in tutta Italia che a Napoli qualcuno cercava invano di abbattere. La proposta fu bocciata con 22 voti contrari contro 5 favorevoli, ma soprattutto con una discussione dai toni a tratti grotteschi.
Milano e Napoli, arresto dei vertici della Regione Lombardia e figuraccia dei consiglieri comunali napoletani. Ora pesate i due eventi, stabilite quale fosse più grave e rispondete alla seguente domanda: quale notizia ha fatto più scalpore? Ebbene sì, si è parlato, e si continua a parlare, solo dei “fattarielli” di Napoli. Dei fattacci di Milano non si è saputo più nulla. Da Gramellini a Giletti, tutti a condannare i consiglieri partenopei, incapaci di rinunciare a ciò di cui non fa rinuncia nessun consiglio comunale dell’Italia del pallone. A metà ottobre nessuno avrebbe potuto immaginare cosa si prefigurava all’orizzonte.
28 ottobre: il presidente dell’Associazione Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone, ricevendo dal sindaco di Milano Giuliano Pisapia il “Sigillo” della città, investiva nuovamente Milano del ruolo di “capitale morale d’Italia”. Un do ut des con cui la città, a quattro giorni dalla chiusura dell’Expo dell’alimentazione, veniva associata alla nuova parolina magica “modello”. Cantone, nominato all’ANAC da Matteo Renzi, e dallo stesso Renzi mandato a vigilare sull’Expo milanese, si prendeva le critiche dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Rocco Sabelli: «troppo vicino alla politica». A partire da lui, tutti improvvisamente a rimpirsi la bocca del “modello Milano” dagli scranni del Governo Renzi. Il “modello Milano” da esportare a Roma, città che per Cantone non avrebbe gli anticorpi per sconfiggere la corruzione, diversamente dalla compatta Milano, o presunta tale. A soli due giorni dalle lusinghiere parole del magistrato napoletano, in sostituzione del decaduto sindaco di Roma Ignazio Marino, il Viminale nominama in qualità di Commissario straordinario dal Viminale il prefetto di Milano Francesco Paolo Tronca, persona che aveva vigilato sull’Esposizione universale in Lombardia. Era proprio lui a spiegare il “modello Milano”: «non è altro che un modo di lavorare avanzato, in piena sinergia e con unità di intenti, guardando agli obiettivi da raggiungere». Tradotto in soldoni, la serietà delle istituzioni, mica la rivoluzione milanese della governance politica! Altro che metodo avanzato, il “modello Milano” non è altro che la pulizia morale delle istituzioni che dovrebbe regolare la vita politica di ogni città, compresa Milano, dove gli arresti e le mazzette continuano a fare notizia senza fare notizia. La verità è che il “modello Milano” è una scopa con cui si è nascosto sotto al tappeto tutta la sporcizia del dietro le quinte dell’Expo, tutto il marcio degli scandali della vigilia che avevano fatto del capoluogo lombardo, città guida d’Italia, già la Milano di Tangentopoli, una delle capitali della corruzione e del malaffare, almeno finché il silenzio non calò su quei misfatti che stavano rovinando la già misera immagine del Paese. Creato il “modello”, ora torna utile per ripulire la disastrata Roma, perché il Giubileo romano ha da funzionare come l’Expo milanese. A distanza di poco più di un anno dalle tangenti meneghine tutto è cambiato. Per volontà superiore e col contributo mediatico di chi fu chiamato ad arginare l’emorragia, ma anche dell’informazione, per cui ora tutto ciò che è milanese è esemplare. Vogliamo crederlo o iniziamo a farci delle domande a televisore spento?

Se ne va Re Giorgio, garante dei poteri forti d’Europa

Angelo Forgione – Ha lasciato il Quirinale l’undicesimo Capo dello Stato, dal 1948 ad oggi. Otto anni e sette mesi, il periodo più lungo di presidenza, in cui la Costituzione del nostro Paese ha subito continui stravolgimenti e manomissioni. Giorgio Napolitano avrebbe dovuto essere il garante della Costituzione e invece ha avallato tutte le violazioni più gravi della sovranità del Parlamento, firmando una serie di leggi inique e decreti che sono stati annullati dalla Consulta perché evidentemente non costituzionali. È uscito più volte dal seminato del terreno costituzionale che aveva giurato di rispettare.
Nel nostro ordinamento, la figura del Capo dello Stato fu pensata dai padri costituenti come quella di un arbitro, di un soggetto estraneo alle sfide tra le forze politiche, in quanto supremo garante del funzionamento della democrazia parlamentare. Napolitano è invece intevenuto nel dibattito tra le forze democratiche del Paese, prendendo posizione nei confronti di questo e quel partito; ha agito da vero e proprio attore politico, condizionando pesantemente l’azione dei partiti in momenti delicatissimi in cui egli avrebbe dovuto attenersi al ruolo di silenzioso osservatore. Ha preso a riunire presso di sé i capigruppo della maggioranza, una prassi che nessun suo predecessore aveva mai adottato. Ha interagito direttamente con gli altri organi costituzionali a carattere decisionale (il Parlamento e l’Esecutivo) al fine di orientarne le scelte fondamentali, intimando loro l’adozione di precise scelte politiche attorno a questioni fondamentali in materia macroeconomica. E così ha decretato la fine del Governo Berlusconi e la successione a Palazzo Chigi, imponendo la formazione senza elezioni del Governo dei banchieri a guida Mario Monti (novembre 2011). Perché Napolitano non è stato supremo garante degli interessi del popolo italiano bensì il curatore degli interessi del capitalismo finanziario europeo e dei suoi organismi tecnocratici. Se l’Europa ci ha imposto serenamente stangate e austerità è grazie a Re Giorgio, che nel frattempo si aumentava lo stipendio. Il fallimento di Monti è stato surrogato dal Governo Letta, che ha fatto anche peggio del predecessore. Eppure Napolitano ha provato a tenerlo in piedi in ogni modo prima di affidare le redini dell’Esecutivo a Matteo Renzi. Tre governi non della Repubblica ma del Presidente. Dunque, la prassi di Napolitano suggerisce l’immagine di un Capo dello Stato che ha perseguito un indirizzo politico e, soprattutto, un preciso obiettivo sovranazionale con tutti i mezzi a sua disposizione. Tutto apparentemente normale, se non fosse che un Capo dello Stato non può avere indirizzi e obiettivi politici.
È importante sottolineare che, nell’arco di questi nove anni o quasi di presidenza, Napolitano si è reso protagonista della richiesta al C.S.M. della distruzione delle scottanti intercettazioni con Mancino che lo vedevano come (indiretto?) protagonista; ha intimato a Berlusconi (nel 2011) di dare il suo pieno avallo ai bombardamenti NATO sulla Libia di Gheddafi; ha condotto i festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia con una retorica stomachevole; non ha mai sollecitato delle politiche di riduzione del divario tra Nord e Sud del Paese; ha taciuto sul dramma della Terra dei Fuochi, lasciando senza risposte le mamme orfane dei loro figli, proprio lui che nel 1997, da ministro degli interni, aveva fatto secretare le dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone.
Si chiude una brutta stagione. Il monarca stanco, forse il peggior Capo dello Stato che l’Italia abbia mai avuto, se ne va, lasciando il Paese sull’orlo del baratro.

Leopardi e il colera di Martone che accende lo stereotipo

Angelo ForgioneHo visto con molta curiosità Il giovane favoloso, la pellicola firmata da Mario Martone in cui un bravo Elio Germano veste i panni di Giacomo Leopardi. Non era un’impresa facile realizzarla, e la sensazione è che, pur nel rigore assoluto del regista, non sia riuscita completamente.
Il racconto è diviso in tre parti. La prima si svolge ovviamente a Recanati, più odiata che amata, nell’austera casa-biblioteca di famiglia che ha libri per pareti e squarcio sul colle che apre all’immaginazione e dona tregua all’ossessività famigliare. La seconda parte, a Firenze e Roma, è quella della libertà acquisita, dove il protagonista incontra la delusione per il mondo idealizzato lontano dalle Marche e comprende di essere avulso da una società ottocentesca che inneggia al progresso, trovando morboso riparo nell’amicizia con l’esule napoletano Antonio Ranieri. La terza parte, a Napoli, è incentrata sul forte contrasto che il poeta percepisce nella città nobile e plebea governata dalla natura, alla quale si abbandona. Nella città italiana più importante dell’epoca, il trentacinquenne Giacomo, ormai piegato su sé stesso, impara a sorridere e a gustare i piaceri mondani da cui si fa circondare per verificare la vitalità che non ha trovato negli ambienti bigotti e artificiosi del suo passato, fino al punto di non poterne più e ritrovarsi travolto da ancor più grande inadeguatezza. E allora è lo spettacolo del Vesuvio in eruzione, del Golfo splendente e del cielo ammantato di stelle della grande Città ad assorbirlo. È il Creato, che in quel posto lascia a bocca aperta, a sgomentare la sua mente riflessiva, offrendogli la percezione delle forze superiori alle quali ogni cosa si piega, quelle forze che egli ha percepito fin dalla sua adolescenza nella piccola prigione di Recanati e con le quali entra finalmente in contatto nella notte vesuviana, dove recita La Ginestra, ovvero la natura che si piega alla natura.
Film coinvolgente, pur con un ritmo marcatamente rallentato che lo rende eccessivamente lungo. Altrettanto marcati sono i tratti folcloristici di una Napoli capitale alle cui aristocrazia e cultura, note in quell’Europa, è fatto qualche riferimento (il San Carlo, Donizetti, Rossini, salotto Guacci) senza che però risulti equilibrata la percezione scenografica rispetto alla più rappresentata città piegata e piagata. Condannata eternamente al binomio col colera, che la pellicola ha la colpa di far apparire come problema esclusivamente locale, mentre si trattò di epidemia che colpì tutt’Europa, scendendo da Nord, senza risparmiare Londra, Parigi e Vienna, le città del Nord-Italia e neanche il Granducato di Toscana della Firenze che il poeta frequentò tra il 1830 e il 1833. Certamente alcuni rioni di Napoli, la città più popolosa d’Italia, vivevano condizioni sanitarie problematiche, e i morti in città furono davvero tanti, ma la letalità rispetto ai casi di malattia fu inferiore, ad esempio, a città come Danzica e Bordeaux, grazie alla prevenzione e ai soccorsi, che furono migliori che altrove. Pandemia causata della buona quantità di acqua di cui disponevano i napoletani, assicurata da due acquedotti in sotterranea scavati nel tufo poroso, quindi non isolante dalle falde marine e dagli scarichi reflui. Fu l’acqua a sufficienza a trasformarsi nel punto debole di Napoli, non il tanto narrato sudiciume.
Eppure, nel film, la nobildonna toscana Fanny Targioni-Tozzetti, intima amica di Ranieri e Leopardi, invia ai due una lettera di saluti scrivendo che il colera è colpa del popolino napoletano. Appare quantomeno strano, visto che a Firenze e in gran parte della Toscana quella stessa pandemia giunse a far migliaia di vittime nell’estate del 1835 e solo un anno dopo, scendendo verso Sud, colpì la Napoli di Leopardi. Nitida invece l’immagine della civiltà di Firenze, benché Giacomo la definì nello Zibaldone sporchissima e fetidissima città, per li cui amabili cittadini ogni luogo, nascosto o patente, è comodo e opportuno per li loro bisogni”, sentendosi ammorbato dal suo “sudiciume universale”. Lo spettatore meno informato non può non avere, ancora una volta, la solita informazione subliminale (errata) su Napoli capitale non della cultura ma della sporcizia; e Martone, napoletano, avrebbe potuto aiutare a sgretolare questo luogo comune anziché rafforzarlo.
A proposito di colera e mistificazioni, la pellicola non si inoltra nella morte del protagonista, forse per non dover affrontare l’ingarbugliato mistero della causa del decesso. Quella ufficiale, diffusa da Antonio Ranieri, recitava ‘idropisia di cuore‘, ma è forte il dubbio che si sia trattato proprio di colera e che il corpo di Leopardi sia stato gettato in una fossa comune.

Lunga serie di killer settentrionali, ma il razzismo leghista è garantista

Lega Nord silente sul presunto assassino di Yara Gambirasio, bergamasco doc

Angelo Forgione – Brembate Sopra, provincia di Bergamo, 26 novembre 2010: la tredicenne Yara Gambirasio esce di casa alle 17:30 per recarsi in palestra. Non ha allenamenti, deve solo portare uno stereo alle maestre. Rimarrà con loro per circa un’ora. Poi andrà via, incontro al suo assassino. Sarà ritrovata morta nella zona industriale tra Chignolo d’Isola e Madone.
Sono passati tre anni e sette mesi, e spunta il nome del presunto assassino della ragazzina. Sarebbe Massimo Giuseppe Bossetti, 44enne muratore residente a Mapello, in provincia di Bergamo. Inzialmente, però, i sospetti erano caduti su una pista sbagliata che portava a Mohammed Fikri, immigrato marocchino. Senza alcuna prova, si riaccese la classica campagne politica della Lega Nord sul tema dell’immigrazione. Matteo Salvini, oggi segretario di partito, affermò che «da quando ci sono così tanti irregolari accadono più omicidi». Mario Borghezio chiese di raccogliere le impronte digitali e sollevò la «necessità di introdurre un’aggravante per i reati commessi dai clandestini». Lo stesso era accaduto a Novi Ligure, provincia piemontese di Alessandria, nel 2001, quando l’adolescente Erika De Nardo uccise la madre e il fratello con la collaborazione del fidanzatino Mauro “Omar” Favaro. Due presunti ladri slavi o albanesi finirono nel mirino dei leghisti, che organizzarono immediatamente una fiaccolata contro gli immigrati. E quando nel 2006 a Erba, in provincia di Como, Rosa Bazzi e Olindo Romano, snervati dai continui litigi coi vicini, massacrarono a coltellate e sprangate Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la nonna del bambino Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini, Radio Padania difese i colpevoli, orientando gli ascoltatori alla presunta colpevolezza del capofamiglia Azuz Marzouk, il marito di nazionalità tunisina di Raffaella, perché uscito dal carcere grazie ad un indulto in seguito a una condanna per per spaccio di droga. Sempre Borghezio dichiarò: «Quel che è successo a Erba può succedere, in ogni momento, dovunque personaggi non integrati semplicemente perché non integrabili, hanno trovato nel nostro territorio e, purtroppo, anche in Padania facile accoglienza, ottusa tolleranza, favoritismi politico-sociali d’ogni genere. È ora di finirla».
Oggi il presunto assassino di Yara Gambirasio è un bergamasco doc, non un extracomunitario, e il Carroccio non si pronuncia. Ma l’ideologia è chiara. Del resto, se oggi Salvini chiede la riapertura dei manicomi per ospitare Davide Frigatti, responsabile dell’accoltellamento di tre passanti a Cinisello Balsamo (uno deceduto e due ricoverati in gravi condizioni) mentre lo scorso anno augurò di «marcire in galera e mai più rivedere la luce del sole» ad Adam Kobobo, il ghanese che uccise tre passanti a picconate a Milano, vuol dire che per la Lega ci sono assassini di Serie A e altri di Serie B, e solo per i primi, in quanto “padani”, dovrebbe vigere il garantismo.
Loro sono gli stessi che dicono che Napoli e il Sud siano un far-west, ma intanto nel Meridione non è sicuramente più pressante l’ansia da passeggio. I killer, seriali o meno, sono evidentemente un prodotto più tipicamente settentrionale: Erika e Omar, Olindo Romano e Rosa Bazzi, Antonio Boggia, Sonya Caleffi, Ferdinand Gamper, Marco Furlan, Andrea Matteucci, Maurizio Minghella, Alessandro Mariacci, Roberto Succo, Giorgio Orsolano, il mostro di Firenze, il mostro di Foligno, il mostro di Bargagli, il mostro di Udine, il mostro di Terrazzo, il killer di Padova, Michele Profeta, Annamaria Franzoni, Milena Quaglini, le bestie di Satana, Guglielmo Gatti, “Acquabomber”, “Unabomber”, i delitti di Garlasco e di Perugia sono solo una parte del lungo elenco più o meno recente di una follia che pervade i territori del Centro-Nord. Forse si dovrà aggiungervi anche Giuseppe Bossetti. Non è teoria ma un dato effettivo fornito dal Ministero della salute, che indica le regioni settentrionali e centrali in testa per numero di ricoveri dovuti a disturbi mentali organici indotti, nevrosi depressive e dipendenze da alcol e droghe (mentre la Campania e altre regioni del Sud sono invece tra le ultime). Alla faccia delle teorie crimonologhe di Cesare Lombroso.

La bizzarra etica del Milan

Angelo Forgione – L’origine dell’inciviltà, spesso, è attribuibile a chi dovrebbe combatterla. L’esempio (al contrario), riferito al mondo del calcio, lo da il Milan, che ha deciso di non inoltrare ricorso per la squalifica di Mario Balotelli, reo di aver ingiuriato e, forse, minacciato l’arbitro “in nome dell’etica e del rispetto delle istituzioni”. Un po’ bizzarra come etica quella della società rossonera che invece ha deciso di ricorrere contro la chiusura della curva dei suoi sostenitori, rei di aver cantato cori razzisti contro i napoletani.
Anche l’informazione ci mette del suo, come nel caso del servizio del TG1, edizione delle 13 del 24 settembre, firmato da Fedele La Sorsa, il quale ha elogiato lo “Juventus Stadium” quale esempio di socialità, come se non si fosse mai macchiato di razzismo anti-napoletano. E come giudicare la riflessione di Lara Vecchio che su Il Sole 24 Ore ha scritto “la catalogazione delle sfumature sfiora il grottesco”? Il problema invece esiste, lo denunciamo da anni, e minimizzare significa essere ignoranti o in malafede. E chissà come si sentono oggi alcuni napoletani che parteggiano per le squadre da cui ricevono offesa.

Il nuovo Euro? Molto meridionale

euro_europaAngelo Forgione per napoli.com – Arriva il restyling dell’Euro, la tanto discussa cartamoneta che Mario Draghi sta per sdoganare rinnovata in tutto il Continente, più per un’operazione simpatia che per una vera esigenza anti-contraffazione. La curiosità, un po’ beffarda, è che la nuova banconota avrà una forte connotazione di Meridione e Grecia, proprio le due aree più povere dell’Eurozona. L’Eurosistema ha infatti deciso di apporre nella filigrana e nell’ologramma dei nuovi biglietti un ritratto di Europa, figura della mitologia greca. La sua effige è tratta da un vaso del 360 a.C., Europa e il toro, rinvenuto a Taranto e custodito dal 1825 al Louvre di Parigi. È ascritto al Pittore dell’Iliupersis, artista attivo proprio a Taranto nel secondo quarto del IV secolo a.C.
Nella mitologia greca, Europa era la figlia del re fenicio Agenore. Zeus, dall’alto del Cielo, notò la bella principessa insieme alle Ore, sue ancelle, sulla riva del mare e se ne innamorò. Per non intimorire le fanciulle, assunse la forma di un toro bianco, mettendosi a pascolare l’erba del prato. Le fanciulle, vedendolo calmo, lo accarezzarono ed Europa gli salì in groppa. Allora il toro prese a correre, con la spaventata principessa che si tenne aggrappata forte, e dopo ore di corsa giunsero nell’isola di Creta, dove il toro ritornò alle sembianze di Zeus, dichiarando il suo amore e facendo scendere da Cielo le ancelle, per celebrare l’unione. Questo mito ha indotto gli antichi Greci a utilizzare “Europa” come termine geografico. Per tutto il IV secolo il mito di Europa fu raffigurato in gran numero nei vasi prodotti nell’Italia meridionale.
euro_1L’impronta del Sud-Italia era già presente nella grafica del biglietto da 5€. I diversi tagli ripercorrono sin dal 2002 i periodi della storia dell’architettura europea, mostrando sul fronte porte o finestre, che simboleggiano l’apertura, e sul retro ponti, che rappresentano il collegamento tra le varie nazioni. Non costruzioni specifiche, euro_2ma costruzioni con elementi tipici del periodo architettonico rappresentato disegnati con la consulenza di ingegneri e storici dell’arte, per non creare disparità all’interno dei paesi dell’Unione Europea. Ebbene, il biglietto meno “ricco” è dedicato all’architettura classica, quindi all’antichissimo stile greco e romano, poi recuperato nel secondo Settecento partendo dalla Napoli degli scavi vesuviani e dalla rivoluzione neoclassica di Luigi Vanvitelli che, in tutt’Europa, mandò in soffitta il Barocco e il Rococò. Nella banconota si riconosce qualcosa di molto somigliante al Pont du Gard, l’acquedotto romano sul fiume Gard realizzato nel sud della Francia nel 19 a.C., modello d’ispirazione vanvitelliana del formidabile Acquedotto Carolino della valle di Maddaloni di trentasei secoli più tardi.
Qualcuno, in Italia, ha detto che con la cultura non si mangia. Il Sud-Europa, che di cultura ne ha evidentemente da vendere, perde sempre più potere d’acquisto. Che strana quest’Europa.

[youtube:http://www.youtube.com/watch?v=1d2AMMSR0Vo%5D