Anche i Mazzoleni hanno la tosse

Angelo ForgioneMario Mazzoleni da Bergamo, ex fenomeno dell’AIA, tifoso dell’Atalanta e fratello del discusso VAR Paolo Silvio Mazzoleni, interpellato dal Corriere di Bergamo sulle polemiche attorno al match di Serie A tra il Napoli e l’Atalanta, ha dichiarato che i napoletani sono ingiustificabili perché non hanno nulla di cui lamentarsi, ma sono abituati alle sceneggiate.

Dite a Mario Mazzoleni che i casi da rigore in Napoli-Atalanta sono tre, non uno, di cui uno indiscutibile, e non è quello del placcaggio di Kjaer su Llorente ma quello del tocco di braccio di Toloi al 93′.

Ditegli che non più di dieci giorni fa, l’allenatore della sua squadra del cuore, Gasperini, si lamentava pesantemente dei rigori assegnati alla Lazio nella partita pareggiata 3-3 all’Olimpico, e che sempre all’Olimpico, qualche mese prima, dopo la finale di Coppa Italia, era stato ancora Gasperini a lamentarsi del rigore non fischiatogli per fallo di mano del laziale Bastos.

Dite a Mario Mazzoleni che le sceneggiate, nel calcio, le abbiamo viste negli stadi in cui giocava l’Atalanta di Doni e nelle strade di Bergamo, dove i tifosi orobici sfilarono per gridare il loro sostegno all’amato capitano implicato in associazione a delinquere dedita alla manipolazione dei risultati sportivi, salvo poi abbandonarlo quando le accuse si fecero schiaccianti.

Ditegli che ricordiamo tutti quell’anziano tifoso bergamasco davanti le telecamere di La7 che gridava «L’Atalanta è una società seria, noi non siamo napoletani…» per sostenere la presunta innocenza del truffatore Cristiano Doni, antitesi dell’onestissimo napoletano Fabio Pisacane, che diveniva ambasciatore FIFA per aver denunciato un tentativo di combine e aperto così le indagini sul calcioscommesse.

Per non parlare del bergamasco di sangue Beppe Signori, radiato dalla Giustizia sportiva (da ritirato) per riciclaggio di denaro sporco e rinviato a giudizio penale per associazione a delinquere, poiché capo di un gruppo di scommettitori incalliti che istigavano vari calciatori a combinare le partite e sostenevano economicamente un altro gruppo operativo composto da calciatori e faccendieri slavi.

Diteglielo a Mario Mazzoleni; hai visto mai che abbia dimenticato la penalizzazione di 6 punti che l’Atalanta subì per le sceneggiate del capitano Doni e dei suoi tifosi. L’ingiustificabile Atalanta, non il Napoli.


Mario Mazzoleni provò la strada politica del secessionismo leghista dopo essere uscito dall’AIA, candidato al consiglio comunale di Alzano Lombardo. Finì di arbitrare dopo essere stato sospeso per quattro mesi nel maggio del 2007 per aver violato le norme del regolamento AIA che richiamavano alla rettitudine al di fuori dall’attività arbitrale. Lui chiarì a “Striscia la Notizia” di essere stato invitato dall’allora designatore Mattei di “irretire” i giocatori della Lazio contro il Cagliari, visto che Lotito si lamentava troppo. La partità finì 1-1 con due espulsioni per i laziali. Finita la sospensione, ne ricevette subito un’altra, fermato per sei mesi per aver fatto il gesto dell’ombrello e urlato “bastardo” all’indirizzo di Claudio Lotito al termine della partita Atalanta-Lazio alla quale assistette da spettatore in tribuna.
Lui dice di aver sbattuto la porta e di essersene andato spontaneamente, e con piacere, perché non condivideva la gestione per nulla trasparente dell’AIA.
Carriera a parte, sostiene, Mario Mazzoleni, che che l’episodio più sporco della storia del calcio è “la mano de Dios” di Maradona, simbolo del Napoli, non della Juventus o delle milanesi. Scorrettissimo, vero, ma almeno Diego non ne ha mai fatto mistero, anzi, se ne vanta ancora per questioni politiche. Poi se il goal di mano lo fa Rapaic e non aiuta l’orbo Nicchi che gli chiede di confessare, e lui dice di averla presa con la guancia, è solo un Rapaic qualsiasi, neanche simbolo del Perugia, mica Maradona, simbolo del Napoli e del calcio, che ha bisogno dei Maradona, non dei Doni, dei Moggi e dei Mazzoleni vari.

Il razzismo positivista-leghista dei tifosi bergamaschi a Napoli

lombroso

Angelo Forgione Guardavo la partita Napoli-Atalanta di Coppa Italia quando le telecamere della RAI indugiavano sui tifosi della squadra orobica, bergamaschi della cosiddetta “Città dei Mille”, in trasferta a Napoli. Immediatamente trasalivo individuando quell’uomo barbuto su sfondo nerazzurro esposto in bella vista. Cesare Lombroso sbattuto in faccia ai napoletani, proprio lui, il teorizzatore dell’inferiorità dei meridionali, della loro tendenza a delinquere, diffusa dalla scuola antropologica criminale del Positivismo, l’uomo che caricò di pregiudizi l’analisi della situazione di arretratezza socio-economica in cui venne a trovarsi il Sud dopo l’Unità.

Avevo trattato il personaggio nel mio libro Dov’è la Vittoria, per chiarire ai lettori come fosse esploso il razzismo interno italiano, poi manifestato anche negli stadi dagli anni del boom economico del dopoguerra. Ed eccolo lì lo scienziato della vergogna, puntualmente finito sullo stendardo di una delle tifoserie più razziste d’Italia, quella dei bergamaschi identitari, ai quali, per restare in abito calcistico, conviene dimenticare che il bergamasco di sangue Beppe Signori fu radiato dalla Giustizia sportiva (da ritirato) per riciclaggio di denaro sporco e rinviato a giudizio penale per associazione a delinquere, poiché capo di un gruppo di scommettitori incalliti che istigavano vari calciatori a combinare le partite e sostenevano economicamente un altro gruppo operativo composto da calciatori e faccendieri slavi. Entrambi i clan erano dei livelli piramidali di una vasta associazione criminale con vertice a Singapore, dedita all’alterazione dei risultati di partite in tutto il mondo. Per non parlare dello storico capitano dell’Atalanta Cristiano Doni, anch’egli implicato in associazione a delinquere dedita alla manipolazione dei risultati sportivi, mentre il napoletano Fabio Pisacane diveniva ambasciatore FIFA per aver denunciato un tentativo di combine e aperto così le indagini sul calcioscommesse.

Il razzismo di retaggio postivista è penetrato lentamente in certe curve del Nord sull’onda leghista dell’ultimo trentennio. L’antropologa francese Lynda Dematteo, studiosa del fenomeno leghista, autrice del libro ‘L’idiota in politica – Antropologia della Lega Nord’ (Feltrinelli, 2011), ha analizzato i punti in comune tra alcune tifoserie lombarde – quella atalantina in testa – e la Lega Nord, dalle simbologie adoperate all’anti-meridionalismo.
E allora eccolo di seguito un sunto di quel che ho evidenziato nel mio libro, per chi avesse voglia di capire come funziona l’Italia dalla sua origine.

— capitolo ‘La discriminazione territoriale’ —

[…] L’asservimento dei popoli delle ex Due Sicilie passò per l’affermazione della teoria dell’inferiorità del Mezzogiorno, diffusa dalla scuola antropologica criminale del Positivismo. La dottrina si avvalse delle teorie scientifiche sulla fisiognomica del criminologo socialista Cesare Lombroso, con le quali si intese inchiodare i meridionali a una presunta predisposizione alla delinquenza. Lombroso, veronese, osservò i crani dei cosiddetti briganti, braccati dalle milizie piemontesi, oggetto di autopsia nonostante le leggi che già dal 1883 imponevano la sepoltura dei cadaveri dei detenuti. L’antropologo giunse alla personalissima conclusione che i meridionali avessero una vocazione naturale all’omicidio che mancava nei settentrionali. Indicò questa tendenza nella presenza della “fossetta occipitale mediana”, riscontrabile su molti crani del Sud Italia. E bollò come delinquenti la gente del Sud come espressione di sottocultura e di una razza ritenuta inferiore, tendente a delinquere atavicamente. Così scrisse nella sua principale opera, ‘L’uomo delinquente’, nel 1876:

È agli elementi africani e orientali (meno i greci), che l’Italia deve, fondamentalmente, la maggior frequenza di omicidii in Calabria, Sicilia e Sardegna, mentre la minima è dove predominarono stirpi nordiche (Lombardia).

Dopo la sua morte, Lombroso fu sottoposto a un’autopsia che tenne conto delle sue stesse teorie: “Soggetto afflitto da cretinismo perpetuo”, fu l’esito dei risultati. Fu proprio il suo corpo a smentirne le sue teorie razziste e sarebbe stata poi la storia d’Italia a invalidarne abbondantemente gli studi, tra delitti di serial killer, mitomani, “mostri” e truffatori d’alta finanza del Settentrione.
Certe argomentazioni, però, furono riprese da altri sostenitori dell’inferiorità razziale dei meridionali e ispirarono l’opera dell’antropologia positivista del secondo Ottocento. A cominciare dal lombardo di sinistra Enrico Ferri, pure direttore de ‘l’Avanti!’, teorizzatore del “tipo napoletano”, secondo cui il popolo meridionale era propenso a delinquere per atavica inferiorità biologica e non doveva mescolarsi alle razze del Nord d’influenza celtica. Particolare incidenza l’esercitò il criminologo siciliano Alfredo Niceforo, che ricalcò la teoria della distinzione etnica in Italia e la configurò in due diverse razze: l’euroasiatica ariana al Nord e l’euroafricana negroide al Sud e nelle isole. Onesti, presentabili, laboriosi e cooperativi quelli appartenenti alla prima; truffatori, sudici, oziosi e individualisti gli altri. Nel saggio ‘L’Italia barbara’ contemporanea del 1898, Niceforo coniò per la seconda categoria l’espressione “razza maledetta”, condannando con asprezza i meridionali a un cronico sottosviluppo e a uno stadio primitivo di evoluzione psichica, tali da meritarsi di essere trattati “col ferro e col fuoco”. All’innata brutalità di siciliani e sardi accostò il congenito servilismo dei napoletani, descritti come individui senza alcuna personalità:

I segni dell’inferiorità e dello stato ancor primitivo che affettano la psiche del popolo napoletano si palesano con mille altre manifestazioni della sua vita sociale e in specie col servilismo. Nessuna plebe è così servile come quella delle provincie napoletane […]. L’uomo servile è un individuo senza personalità e le società servili sono società in cui il carattere non esiste […].

Con la pubblicazione ‘Per la razza maledetta’, sempre del 1898, Napoleone Colajanni si contrappose alle teorie dei positivisti e al conterraneo Niceforo, ricordandogli che egli stesso era siciliano e apparteneva, per origine, alla “razza maledetta”, quella “dannata alla morte come le razze inferiori dell’Africa, dell’Australia, ecc. che i feroci e scellerati civilizzatori dell’Europa sistematicamente distruggono per rubarne le terre”.
Le tesi degli antropologi Lombroso, Ferri e Niceforo, e poi quelle di Giuseppe Sergi, Pasquale Rossi e altri, ancora oggi sostenute dal britannico Richard Lynn, professore di psicologia all’University of Ulster (http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=32817), configuravano un rapporto tra Nord e Sud simile a quello che le potenze coloniali riservavano ai popoli conquistati, costruendo l’inferiorità razziale del meridionale per legittimare il dominio settentrionale. Il vero problema non era la distinzione ma la classificazione scientifica tra razza superiore e “razza maledetta” tracciata dai positivisti, che influenzarono il pensiero di psichiatri, medici, politici e magistrati, e plasmarono l’opinione pubblica del Nord, adeguando il linguaggio all’ideologia delle classi dirigenti e avviando una più diffusa e metodica negazione ideologica della dignità del popolo del Sud.
I più noti meridionalisti unitari dell’epoca non stettero a guardare e contestarono la teoria della “razza maledetta”, denunciando che era stata formulata per giustificare le disuguaglianze territoriali e nasconderne la creazione a tavolino. Oltre a Napoleone Colajanni, anche Ettore Ciccotti, Gaetano Salvemini e Giustino Fortunato puntarono i piedi e si opposero al fronte positivista, stimolando il dibattito sulle disparità economiche e sociali che si erano create con l’Unità. Il progresso civile dell’intero Paese passava attraverso l’integrazione dei popoli, ma la classe dirigente, in buona parte settentrionale, deresponsabilizzata dai positivisti, strumentalizzò la teoria della “razza maledetta” per distrarre la discussione sulla “Questione meridionale”, che era soprattutto una questione economica da confondere in altre complicazioni sociali.
Le disillusioni postrisorgimentali portarono, tra il 1870 e il 1920, a una massiccia emigrazione meridionale e veneta alla volta delle Americhe, beneficiarie delle braccia della undesirable people per i lavori più pesanti. All’arrivo dei bastimenti nel porto dell’isolotto newyorchese di Ellis Island, la distinzione tra italiani del Nord e italiani del Sud riprendeva significativamente quella teorizzata da Alfredo Niceforo: veneti da una parte, meridionali da un’altra.
Nella prosecuzione del peccato originale ebbero precise responsabilità la scuola, la borghesia, la stampa e la politica nazionale di trapasso tra Ottocento e Novecento. Sul periodico ‘L’Ordine Nuovo’ del 3 gennaio 1920, Antonio Gramsci scrisse che la “Questione meridionale” si sarebbe potuta risolvere solo con un’alleanza antiborghese tra gli operai rivoluzionari del Nord e i contadini del Mezzogiorno, evidenziando che i primi nutrivano pregiudizi per i secondi perché subivano l’influenza della società in cui vivevano. L’ideologo sardo, nel suo saggio sulla “Questione meridionale” del 1926, accusò il Partito Socialista dell’errore di aver alimentato un diffuso preconcetto sulla gente del Mezzogiorno tra la stessa classe operaia del Nord, cavalcando e supportando le teorie del Positivismo:

È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con l’esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto. Il Partito Socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il Partito Socialista diede tutto il suo crisma a tutta la struttura “meridionalista” della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano, e i minori seguaci, che in articoli, in bozzetti, in novelle, in romanzi, in libri di impressioni e di ricordi, ripetevano in diverse forme lo stesso ritornello; ancora una volta la “scienza” era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta si ammantava dei colori socialisti, pretendeva di essere la scienza del proletariato.

Le disparità create avevano generato una nuova miseria del Mezzogiorno, storicamente inspiegabile per le masse popolari d’Alta Italia, che non sapevano e non comprendevano che l’Unità era avvenuta per imporre l’egemonia colonialistica del Nord sul Sud e che il Settentrione cresceva in rapporto diretto con l’impoverimento meridionale. Il ragionamento popolare fu che se il Sud non riusciva a progredire sotto il profilo economico-industriale era per cause endemiche, scritte nel codice genetico meridionale. Il popolo settentrionale finì con l’abbracciare ciecamente il Positivismo sposato alla politica, acquisendo per mentalità la teoria della “razza maledetta”. […]

Il seguito lo troverete nel libro, se vorrete, o lo osserverete negli stadi italiani e non solo, se avrete occhio.

La stantia narrazione attorno al Napoli che profuma di scudetto

antinelli

Angelo Forgione Il Napoli profuma di scudetto ed ecco che torna una certa narrazione invece un po’ rancida. Ci casca Antidoping, rubrica Rai di Alessandro Antinelli, che nella puntata dedicata a “il Regno di Napoli” mette le mani nei gangli tra malavita e calcio cittadino con eccessiva retorica gomorresca, e si scotta.

Clicca qui per vedere Antidoping “Il Regno di Napoli”

Parlare di incursioni malavitose nel pianeta calcio ci sta tutto, certo che sì; anche a Torino lo sanno. Vero anche che vincere a Napoli è molto più difficile che altrove, e mai sapremo se la frenata scudetto del 1988 fu conseguenza di crollo atletico e rottura di “spogliatoio” o di un’operazione occulta diretta dalla camorra o da qualcos’altro. Vicenda degna di narrazione, ma perché riferirsi solo all’inchiodata per salvare gli allibratori della malavita dalla perdita di centinaia di miliardi di vecchie lire e omettere ancora una volta l’altra versione del misfatto? Perché non raccontare che per alcuni testimoni quel tricolore fu comprato dal rampante Silvio Berlusconi? Nel 1994, il pentito Pietro Pugliese raccontò di un accordo politico occulto per agevolare il Milan. Secondo la sua versione, Salvatore Lo Russo, capo dell’omonimo clan, gli aveva confidato che il presidente dei rossoneri, bramoso di vincere il suo primo tricolore per motivi di immagine e consenso, si era rivolto al suo amico Bettino Craxi, che a sua volta aveva attivato l’influente avanguardia della politica campana dell’epoca (Antonio Gava, Paolo Cirino Pomicino e Giulio Di Donato) per trovare il modo di fermare il Napoli attraverso i legami con l’entroterra. La Magistratura mai trovò conferme a questa silenziata versione, così come non le trovò a quella sempre raccontata del Totonero. Accertò solo che Maradona frequentava certi ambienti perché lì si procurava la droga – una dipendenza è pur sempre una dipendenza – ma lo scagionò dall’accusa di traffico internazionale di stupefacenti.
E poi, per spiegare la lunga sequela di rapine ai calciatori azzurri e alle loro compagne in tempi più recenti sarebbe bastato chiedere all’Antimafia, consapevole per deposizioni accolte che furono messaggi ai calciatori che prendevano le distanze dal tifo organizzato e che non partecipavano più alle iniziative dei gruppi, rispettando un decalogo interno voluto dal presidente De Laurentiis.
Vero, vincere a Napoli è molto più difficile che altrove, e magari si raccontasse che è per localizzazione geografica, perché è Sud, e la camorra è solo una delle tante conseguenze della malaunità ad incidere sulle possibilità di chi opera nel Mezzogiorno.
Magari si raccontasse una Napoli più completa, non solo quella popolare e delle percepite miserie. A Chiaia, al Vomero e a Posillipo si tifa per gli azzurri esattamente come nei quartieri più difficili, ma non interessa perché non sarebbe l’unica Napoli che conviene raccontare.

Dov’è la Vittoria a Radio Goal

A Radio Goal (Radio Kiss Kiss Napoli) due chiacchiere con Lucio Pengue su Dov’è la Vittoria (Magenes).

Lacrime di gioia per Pisacane, un napoletano che ce l’ha fatta!

pisacane_cagliariAngelo Forgione 18 settembre 2016, data da ricordare per chi ama lo sport pulito, proprio nella domenica in cui il calendario di Serie A ha proposto Inter-Juventus, ri-edizione in campo dell’aspro conflitto di Calciopoli, a dieci anni di distanza dal grande scandalo del Calcio italiano. Non l’ultimo, perché a seguire, nel 2011, ne è spuntato un altro, quello di Scommessopoli, battezzato “Last Bet” nell’inchiesta della Procura di Cremona aperta dalla denuncia alla Procura Federale di Fabio Pisacane, napoletanissimo dei quartieri spagnoli, difensore venticinquenne in forza al Lumezzane che rifiuta l’offerta clandestina di 50.000 euro da parte del direttore sportivo del Ravenna, Giorgio Buffone, lui che in Lega Pro ne guadagna poco più in una stagione intera. Fabio, detto “Faffolino”, sogna la Serie A. Ha pure superato un bruttissimo dramma personale: una mattina, all’alba della carriera, si sveglia completamente paralizzato. Il sistema nervoso in avaria, il coma e poi la sentenza: sindrome di Guillain-Barré. Tre mesi in ospedale. Un incubo, fortunatamente a lieto fine. Strada tutta in salita per riprendersi la salute, e poi per scalare le categorie minori del professionismo con in testa l’obiettivo di arrivare alla massima.
Il gesto esemplare di Fabio viene pure stranamente eclissato dalla stampa, che manda sulle prime pagine il solo Simone Farina, difensore romano del Gubbio, encomiabile anch’egli per la denuncia di una tentata combine che segue quella del napoletano. “Faffolino” se ne sta in silenzio ma pochissimi tra gli attenti, tra cui chi scrive, incalzano perché gli siano restituiti i giusti meriti. Il tempo è galantuomo, cosicché inizia pian piano a farsi luce sull’esempio del ragazzo dei quartieri spagnoli. Va a finire che addirittura la FIFA, nell’aprile 2012, nomina entrambi i calciatori ambasciatori del Calcio pulito nel mondo, con un conferimento ufficiale a Roma. Fabio, intanto, è salito di categoria, promosso in Serie B con la Ternana. Poi all’Avellino, ancora in “cadetteria”, prima di passare al Cagliari con mister Massimo Rastelli, torrese, e disputare un campionato da protagonista nella stagione della promozione. La conferma nella rinforzata rosa del Cagliari 2016/17 gli schiude il sogno dell’esordio in Serie A, cullato nelle prime tre partite. Lo incontro in un giorno di fine agosto nel cuore dei quartieri spagnoli, reduce dal bel pareggio della sua squadra contro la Roma al Sant’Elia, e mi mostra la nuova attività commerciale che sta per inaugurare col padre: prodotti tipici sardi, umbri e irpini in vendita lì dove è partito per la sua scalata. Gli dico «Forza Cagliari», che è per dirgli che tifo per lui.
E oggi, a trent’anni, contro l’Atalanta, Fabio ha coronato il suo sogno, undici dopo il suo esordio da professionista. 80 minuti da titolate, contro un cliente scomodo di nome Alejandro Gomez. I due si scontrano al 35′ alle soglie dell’aria di rigore cagliaritana, con i sardi sul punteggio di 1-0, quando l’atalantino, tra i più vivaci dei suoi, viene sgambettato da “Faffolino” e messo a terra. Fuori area, e però l’arbitro Fabbri fischia un rigore che può rovinare la giornata. Paloschi lo fallisce, e giustizia è fatta. Finisce 3-0, con doppietta di Marco Borriello, altro napoletano giunto in estate a rinforzare i rossoblu.
Fabio abbraccia Rastelli al triplice fischio. Nel dopo gara, va in mixed-zone e non trattiene l’emozione al microfono di Vittorio Sanna (Videolina): «(…) Stava succedendo l’impossibile ma non poteva finire così. Oggi il destino mi ha dato una grossa mano. Da quattro mesi pensavo notte e giorno a questo momento e a tutte le difficoltà che ho attraversato. Però non ho mai mollato un secondo». La voce si rompe. «Non ce la faccio».

Qualche minuto per drenare le lacrime di gioia e “Faffolino” torna ai microfoni. «Nell’ultima settimana ho cercato di non pensare, ma durante la notte la testa mi portava indietro nel tempo di 10, 11 anni. Scene particolari. Un carico di emozioni che per fortuna sono riuscito a gestire. Era una partita che sognavo da tempo, ho mangiato tanta polvere, ma ce l’ho fatta. Adesso l’importante è mantenere i piedi per terra anche a trent’anni e continuare a lavorare come ho fatto fino ad oggi. Se poi aggiungiamo che abbiamo vinto, non potevo chiedere veramente di più. Ringrazio tutti, a partire dai miei genitori, fino a mia moglie che mi sopporta tutti i giorni e mio figlio che mi dà una grandissima forza. E non dimentico Massimo Rastelli, un grande uomo, uno di quelli che mantengono le promesse».
Poi Fabio torna a casa, tra i suoi affetti, e descrive la gioia sui social network: W la vita!“, scrive in chiusura. Marco Borriello commenta su Instagram: “Complimenti, Fabio!!! Un altro figlio di Napoli che conquista la Serie A. Sei una bella persona ed un professionista esemplare… goditela tutta”.
Forse
la notizia dell’esordio in Serie A di un ambasciatore FIFA del Calcio pulito meriterebbe maggiore evidenza. Anzi, levo il forse, perché la carica va rispettata. Ad ogni modo, raccontare la storia di un ragazzo che ce l’ha fatta sarebbe certamente un messaggio importante per i più giovani.
Qualcuno disse di meritar fiducia perché altoatesino e non napoletano; e finì squalificato per doping. Qualcun altro, silenziosamente, insegna i valori della vita da napoletano fiero. Grazie e complimenti sinceri, Fabio, volto pulito di Napoli e del Calcio. Sai che sono sinceramente felice per te.

Dov’è la vittoria, a “San Paolo Show” anteprima con dibattito

Dov’è la vittoria, in uscita il 13 maggio in libreria, presentato in anteprima a San Paolo Show, la trasmissione di Tv Luna condotta da Paola Mercurio. Coinvolti nel dibattito che ne è nato anche Beppe Bruscolotti, Patrizio Oliva, Rino Cesarano, Massimo D’Alessandro e Angelo Pompameo.

DOV’È LA VITTORIA – le due Italie nel pallone

Dov’è la Vittoria – Le due Italie nel pallone (Aspetti sportivi della malaunità politico-economica) è un saggio di indagine sulle cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nell’ottica del divario interno italiano su cui convergono da sempre la politica e la finanza nazionale, e approfondisce le dinamiche oscure che – da sempre – regolano il “dietro le quinte” del Calcio italiano.

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copertina Edizione 2015

Il Calcio italiano fa i conti con la sua credibilità. È influenzato, in modo fin troppo evidente, dalle pulsioni che attraversano la nostra società: le crisi economiche, i giochi della finanza, la corruzione politica, la sfiducia nelle istituzioni, le polemiche sui giudici (arbitri), le strutture inadeguate, l’insicurezza, i localismi, l’intolleranza. E poi, il divario Nord-Sud. L’Italia continua a non perseguire una vera unità e il suo divario interno, che è un unicum nel panorama dei paesi economicamente avanzati, continua a squilibrare anche il movimento calcistico nazionale. Insomma, il Calcio italiano, di fatto, riflette perfettamente la condizione del Paese, il suo regresso, che è anche, e soprattutto, causato dalla sua divisione interna che lo indebolisce.

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copertina Edizione 2017

La centocinquantennale “Questione meridionale” è un aspetto latente e mai analizzato a fondo – eppure assai decisivo – del Pallone italiano, dominato storicamente da tre squadre del Nord, espresse dal “triangolo industriale”, che sfruttano i vantaggi di localizzazione e attingono dal serbatoio di passione del Centro-Sud, un’altra forma di emigrazione meridionale, diversa da quella fisica di studenti e lavoratori. Sull’altro fronte, solo il Napoli e le squadre di Roma riescono a competere, a cicli alterni e diradati nel tempo.
Perché il Nord ha vinto più di 100 scudetti mentre il Sud non è arrivato neanche in doppia cifra? Perché le squadre del Sud faticano ad affacciarsi alla Serie A? Come hanno fatto le squadre settentrionali a prendere il pallino del gioco? E come l’hanno mantenuto? Cosa ha consentito a Cagliari, Napoli, Roma e Lazio di raccogliere le briciole lasciate dalle squadre del Nord? Perché Juventus, Milan e Inter sono squadre “nazionali”? E perché sono le più amate ma anche la più odiate? Perché il Napoli gode di una passione smisurata ed è considerata la vera nazionale dal suo popolo? Quando e come nasce la discriminazione territoriale? Chi ha manipolato la passione degli italiani? Tutti quesiti cui dare adeguate risposte, individuabili con una macrovisione dello show-business, fondamentale per comprendere il significato del fenomeno calcistico nella vita della Nazione unita e nel contesto storico, politico ed economico d’Italia.
La squadra più vincente d’Italia è legata a una famiglia piemontese che ha fatto la storia dell’industrializzazione italiana del Novecento. È una delle squadre di Torino, prima capitale del Regno e città dei Savoia, la dinastia che forzò un più corretto percorso di Unità nazionale e “piemontesizzò” la Penisola nel secondo Ottocento. Mentre si realizzava l’Unità geografica, in Inghilterra nasceva il Foot-ball, lo sport che, come tutti i costumi britannici, sarebbe divenuto uno strumento di affermazione egomonica della “Perfida Albione” nel mondo. Il Regno Unito, che esercitò la sua forte influenza nel piano sabaudo di unificazione monarchica della Penisola, avrebbe caricato i palloni da calcio a bordo delle proprie navi piene di merci e li avrebbe portati nei porti di mezzo mondo, compresi quelli italiani, importanti nella rotta verso il nuovo Canale di Suez, realizzato per accorciare le distanze con l’Oriente. Non a caso il Foot-ball di casa nostra vide la luce a Torino e in quella Genova che ne era il principale sbocco sul mare, per poi abbracciare Milano. Il “loro” campionato fu precluso alle squadre del Sud per circa trent’anni e l’Albo d’Oro contempla scudetti esclusivamente settentrionali, siglati prima che il Ventennio fascista aprisse la contesa anche al resto del Paese, procurando fastidio al movimento di quel Settentrione che nel frattempo riceveva massici favori nell’industrializzazione. Il dopoguerra consacrò il Calcio industriale. E oggi cosa accade?
Dov’è la Vittoria è un’indagine a carattere storico-sociologico-antropologico supportata da studi di economisti, docenti universitari e istituti di ricerca, per individuare le cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nello scenario del divario interno italiano. Anche attraverso la ricostruzione dei maneggi oscuri nel “dietro le quinte” della grande passione degli italiani – su cui convergono la politica e la finanza nazionale – ne viene fuori una fotografia del Calcio tricolore che illustra con completezza un aspetto poco dibattuto dell’annosa “Questione meridionale”. I veri protagonisti sono l’Italia e gli italiani, che in realtà non esistono, e trovano anche nel Football un linguaggio comune per dimostrarselo.

Capitoli

  1. Un affare da “screanzati” – prefazione di Oliviero Beha
  2. Divide et impera – introduzione dell’autore
  3. Una Questione nazionale – il divario Nord-Sud
  4. Prima il Nord – la Federazione con la palla al piede
  5. Fatta l’Italia, facciamo i tifosi – il tifo nel Paese dei campanile
  6. Sudditi di Sua Maestà – impronte anglosassoni sul pallone
  7. Stringiamci a Coorte – il triangolo Genova-Torino-Milano
  8. Il Regno d’Italia – il matrimonio Juventus-Fiat
  9. Fratelli d’Italia – la discriminazione territoriale
  10. Libera frode in libero Calcio – un secolo di scandali italiani del pallone
  11. L’Italia chiamò – il maxiflop nazionale dei Mondiali ‘90
  12. Siam pronti alla morte – conclusioni dell’autore

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