Addio a Giuseppe Galasso, grande storico ma non acuto meridionalista

Scompare Giuseppe Galasso. Napoli e l’Italia perdono un grande storico, figura d’alto profilo del mondo intellettuale nazionale. Tuttavia, della sua lezione non tutto è da promuovere. La sua visione della Questione meridionale, poco moderna, soffriva di una visione liberale di retaggio risorgimentale. Del resto, da Presidente della Società di Storia Patria, non poteva che essere uno schierato risorgimentalista.

Il ricordo a La Radiazza (Radio Marte).

 

La stantia narrazione attorno al Napoli che profuma di scudetto

antinelli

Angelo Forgione Il Napoli profuma di scudetto ed ecco che torna una certa narrazione invece un po’ rancida. Ci casca Antidoping, rubrica Rai di Alessandro Antinelli, che nella puntata dedicata a “il Regno di Napoli” mette le mani nei gangli tra malavita e calcio cittadino con eccessiva retorica gomorresca, e si scotta.

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Parlare di incursioni malavitose nel pianeta calcio ci sta tutto, certo che sì; anche a Torino lo sanno. Vero anche che vincere a Napoli è molto più difficile che altrove, e mai sapremo se la frenata scudetto del 1988 fu conseguenza di crollo atletico e rottura di “spogliatoio” o di un’operazione occulta diretta dalla camorra o da qualcos’altro. Vicenda degna di narrazione, ma perché riferirsi solo all’inchiodata per salvare gli allibratori della malavita dalla perdita di centinaia di miliardi di vecchie lire e omettere ancora una volta l’altra versione del misfatto? Perché non raccontare che per alcuni testimoni quel tricolore fu comprato dal rampante Silvio Berlusconi? Nel 1994, il pentito Pietro Pugliese raccontò di un accordo politico occulto per agevolare il Milan. Secondo la sua versione, Salvatore Lo Russo, capo dell’omonimo clan, gli aveva confidato che il presidente dei rossoneri, bramoso di vincere il suo primo tricolore per motivi di immagine e consenso, si era rivolto al suo amico Bettino Craxi, che a sua volta aveva attivato l’influente avanguardia della politica campana dell’epoca (Antonio Gava, Paolo Cirino Pomicino e Giulio Di Donato) per trovare il modo di fermare il Napoli attraverso i legami con l’entroterra. La Magistratura mai trovò conferme a questa silenziata versione, così come non le trovò a quella sempre raccontata del Totonero. Accertò solo che Maradona frequentava certi ambienti perché lì si procurava la droga – una dipendenza è pur sempre una dipendenza – ma lo scagionò dall’accusa di traffico internazionale di stupefacenti.
E poi, per spiegare la lunga sequela di rapine ai calciatori azzurri e alle loro compagne in tempi più recenti sarebbe bastato chiedere all’Antimafia, consapevole per deposizioni accolte che furono messaggi ai calciatori che prendevano le distanze dal tifo organizzato e che non partecipavano più alle iniziative dei gruppi, rispettando un decalogo interno voluto dal presidente De Laurentiis.
Vero, vincere a Napoli è molto più difficile che altrove, e magari si raccontasse che è per localizzazione geografica, perché è Sud, e la camorra è solo una delle tante conseguenze della malaunità ad incidere sulle possibilità di chi opera nel Mezzogiorno.
Magari si raccontasse una Napoli più completa, non solo quella popolare e delle percepite miserie. A Chiaia, al Vomero e a Posillipo si tifa per gli azzurri esattamente come nei quartieri più difficili, ma non interessa perché non sarebbe l’unica Napoli che conviene raccontare.

Parte della tifoseria contesta De Laurentiis, l’uomo che ha portato il Napoli al top

 

Angelo Forgione Finisce (finalmente) il calciomercato e piovono voti alti all’operato del Napoli da parte di direttori sportivi e addetti ai lavori. Mugugna invece una fetta di tifoseria partenopea, e spunta anche un vistoso striscione in città: “non si era mai visto… fai passare un rinnovo per un grande acquisto… ADL buffone”. Dove sta la verità? In questo caso non nel mezzo, perché l’ottica degli esperti di finanza calcistica non è la stessa dei tifosi, che vogliono vincere, non vogliono vedere le sfumature gestionali se non per fare i conti in tasca al conducente, e non vogliono entrare nei dettagli vivi… e più la loro squadra del cuore va vicino al grande traguardo più pretendono che lo faccia. Guai se l’attesa dura troppo.
La verità, dunque, è che la SSC Napoli ha raggiunto davvero l’apice delle sue potenzialità economiche e sta spremendo tutte le proprie risorse. È un club, uno dei pochi in Italia, che fa affidamento sulle sue energie economiche e non si indebita con banche e fondi internazionali, garantendosi il futuro. Insomma, ciò che il Napoli incassa il Napoli spende. Il club si è attestato a 130 milioni di fatturato strutturale da qualche anno, e il problema, ora, è aumentare le entrate per alzare l’asticella. Questo può passare solo attraverso uno stadio di proprietà con strutture ricettive, che ad oggi, ahimè, in una città difficile di teatrini, è solo una chimera. Bisogna dunque abituarsi a questo standard continuo raggiunto, che poco non è, visto che si tratta di uno dei club mai così assiduamente al vertice, un club tra i più in vista in Europa anche grazie al suo progetto tecnico. Ma non ci si può attendere di più.
I rinnovi? Certo che sono cosa grossa, anzi grossissima, quelli di Mertens e Insigne, i cui ingaggi pesano per circa un settimo del bilancio del club, ed è davvero tantissimo! Gli sforzi economici, il Napoli, li sta facendo, certamente commisurati alle proprie possibilità, e quest’estate li ha fatti anche rischiando qualcosa, perché non aveva la certezza ma solo la convinzione di passare il preliminare di Champions League. I diritti tivù e quelli della Champions sono proprio la linfa vitale del Napoli ad alti livelli, e l’alto standard è subordinato al raggiungimento della massima competizione continentale. Ad esempio, se il club non dovesse raggiungerla il prossimo anno dovrebbe certamente rinunciare a parte del patrimonio tecnico. Si può allora discutere di scelte tecniche, non di scelte economiche. Si può discutere di mancanza di una vera alternativa a giocatori fondamentali come Callejon, o di un ricambio in porta che faccia riposare Reina, ma qui entra in gioco la volontà di Sarri, che non ha voluto alterare l’equilibrio perfetto raggiunto lo scorso gennaio, ovvero da quando il Napoli è diventato un meccanismo svizzero. Il resto sono chiacchiere da bar, ma la gestione di un club è una cosa complessa, che va ben al di là del carattere di un presidente e coinvolge anche la realtà territoriale. Ecco, appunto, ve lo ricordo sempre, stiamo parlando del Napoli, Sud Italia, Mezzogiorno, Meridione o che dir si voglia.

Juventus-Napoli, un film già visto e che rivedremo ancora

Angelo Forgione Non mi ha affatto stupito l’atteggiamento dell’arbitro di Juventus-Napoli di Coppa Italia, tipico di chi vuol fare carriera e, per riuscirvi, non può contrariare il potere. Credetemi, ma credetemi davvero… scrivere un libro paradigmatico dei circa 120 anni di calcio marcio d’Italia ti fa vedere tutto il passato ma anche tutto il futuro, anche se non c’eri, anche se non ci sarai. E quando ci sei, sorridi amaramente.
Ieri, in quell’azione di gioco tra le due aree di rigore, si è assistito alla replica di un film già visto, un classico che sarà replicato anche prossimamente. Certo, il servilismo degli arbitri verso la Juventus è sempre latente, a volte manifesto, e l’ “ajutino” viene fuori puntualmente quando un Valeri in versione Ceccarini 1998 fischia rigore per i bianconeri (che non c’è, palla deviata da Reina) dopo un rigore non fischiato per gli azzurri (dubbio). Si tratta di un fischietto evidentemente mediocre che non ha visto la spinta da rigore di Strinic su Dybala, perché se l’avesse vista non ci avrebbe pensato un secondo.
Polemiche sulla Rai? Non sono il vero problema, e non si può neanche ignorare che la tivù di Stato sia espressione di una Nazione che tollera i cori razzisti e chiude i settori degli stadi, limitando la “libera” circolazione degli individui, non sapendo risolvere nessuno dei suoi problemi. Attenzione a limitare l’ottica alla superficialità del calcio. Le criticità sono ben più profonde.
E però, il Napoli non è entrato in campo nella ripresa. E se ti fai sorprendere da rimessa laterale… e se il tuo portiere fa l’assenteista del Loreto Mare… e se lasci due uomini ripartire sul tuo corner, non puoi che perdere la partita, come a Madrid.
Solito calcio italiano, non vale la pena arrabbiarsi. E sbaglia il Napoli per primo a farlo. Reagire vincendo!

De Laurentiis, fortuna o danno per il Napoli?

Napoli costantemente competitivo, una delle pochissime società solide e sane del Calcio italiano, pur trattandosi di un club del Sud. Eppure il suo presidente divide come non mai l’opinione, così come tutti quelli che esprimono pubblicamente il loro parere sulla sua gestione. Altro problema è il personaggio, che fa ben poco per essere popolare e benvoluto.
Ne abbiamo parlato a Fuori Gara, su Radio Punto Zero, con Michele Sibilla e Fabio Tarantino.

Lo strano complesso del tifoso napoletano che nasce a Torino

Angelo Forgione Spuntano striscioni spinti contro Aurelio De Laurentiis in varie zone di Napoli e sale la contestazione di quella parte di tifoseria avversa al patron azzurro. La traversata in apnea di Higuain in direzione della sponda nemica, quella bianconera, ha sconquassato la piazza e dato fiato ai contestatori, in sordina tra ottobre e giugno scorsi. La verità è che si tratta di sindrome di Toto Cutugno, nel senso che i tifosi napoletani, come tutti i tifosi delle squadre al vertice, vogliono vincere e parte di questi non sopportano di vedersi precedere dalla Juventus. È un’ossessione bianconera, reale quanto insensata. A certa parte di tifosi azzurri, il Napoli costantemente al vertice non basta. Non basta che sia la squadra che abbia vinto di più (tre coppe nazionali) dopo la schiacciante Juventus dell’ultimo lustro, alla quale ha tolto due trofei sul campo e sotto al naso. Non basta che, dopo la Juventus, sia il Napoli la squadra che abbia fatto più punti di tutte nelle ultime cinque stagioni. Non bastano i secondi posti, la tre qualificazioni dirette alla Champions League, il record italiano in fieri di partecipazioni alle competizione europee (7), la finale UEFA scippata dagli arbitri, il prestigioso ranking UEFA (pos. 17) secondo in Italia solo alla Juve, i conti in ordine di una società che è tra le prime 30 nel mondo per solidità finanziaria. Insomma, il vero problema del Napoli non è De Laurentiis ma la Juventus. Oggi gli azzurri rappresentano l’alternativa più autorevole ai bianconeri perchè da diverse stagioni sempre al vertice, seppur con fortune alterne. Ma, paradossalmente, questo ruolo crea tensioni e aspettative soverchie.

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Per certi tifosi napoletani, il Napoli deve vincere, ma non si comprende per chissà quale elezione divina debba farlo. «Siamo il Napoli!», dicono, come se si trattasse del Real Madrid o del Barcellona. Insomma, il tifoso napoletano sovradimensiona le potenzialità della squadra del cuore commisurandole al bacino d’utenza, il quarto d’Italia,  ma ignorando beatamente la storia. Eppure non ci vuole un matematico per contare quanti trofei importanti abbia messo il Napoli in bacheca. 10, solo 10 in novanta anni di competizione nazionale più quattro di emarginazione meridionale. I tre più importanti (2 scudetti e 1 Coppa Uefa) strappati al potere da Sua Maestà El Diego dopo oltre sessant’anni di vita del sodalizio azzurro. 5 trofei griffati Maradona, anche se oggi vengono stranamente attribuiti a Corrado Ferlaino, che Maradona se lo ritrovò in pacco regalo dalla politica democristiana nel bel mezzo delle tensioni sociali post-sisma irpino e dovette assecondarne le aspirazioni, incassando 20 miliardi stagionali e spendendone 35 solo per gli ingaggi dei calciatori che l’argentino pretese per vincere. E infatti l’ingegnere, nei precedenti diciotto anni di presidenza, aveva vinto solo una Coppa Italia. Consumato il lungo e profondo effetto sportivo e sociale prodotto da Maradona, il suo Napoli piombò nuovamente nell’anonimato, zavorrato dai debiti prodotti negli anni dei trionfi, e non solo non vinse più nulla ma finì estinto dal tribunale fallimentare dopo una lunga agonia più che decennale. Eppure oggi alcuni ti dicono che baratterebbero uno scudetto con gli anni dell’oblio, con un fallimento, forse perché hanno dimenticato cosa significa, o forse non l’hanno vissuto. Troppi se ne infischiano di una società che si è assestata solidamente al vertice del calcio italiano e fa pronunciare il suo nome, e quello della città, nell’Europa che conta. Eppure oggi sembra che ci si sia dimenticati degli striscioni e delle scritte disseminate sui muri della città per anni, alcune ancora leggibili, quei “Ferlaino vattene” urlati anche allo stadio, le molotov lanciate nella sua villa tra via Tasso e il corso Vittorio Emanuele, le auto incendiate nel suo giardino. Perché è così che funziona a Napoli, quando assapori la vittoria, o magari la annusi, e poi le cose non vanno nel verso sperato. Se non vinci, a Napoli, finisci nel mirino della contestazione, e che la squadra sia seconda o ultima poco importa. Tuttavia, oggi Ferlaino è anche rivalutato da qualcuno perché il suo Napoli maradoniano ha vinto, e lui stesso va in tivù a pontificare, a dire che De Laurentiis deve rischiare, ben sapendo che non lo avrebbe mai fatto se non fosse stato costretto dal sicuro linciaggio all’eventualità della cessione di Maradona, e per trattenerlo a Napoli dovette creare i presupposti per le successive tragedie sportive.
La mia posizione è netta e coerente da tempo, perché so bene cosa gira dietro le quinte del Calcio italiano, avendone studiata la storia e la struttura. Incasso spesso le ormai classiche volgari accuse che toccano a chi cerca di elevare il ragionamento sulla condizione e sulla conduzione del Napoli. Detesto certi modi di Aurelio De Laurentiis e la sua tracotanza, ma è una questione caratteriale che lede evidentemente la sua persona. Di errori gestionali ne commette, tanti, ma, al netto delle evidenti carenze di una conduzione familiare, è persona che ha garantito un percorso sportivo stabile e di alto livello. Inutile continuare a sperare che piova dal cielo uno sceicco e venga a prendersi una società il cui limite reale non è l’assenza di impianti propri e di un settore giovanile strutturato. Quelli, chi ha vagonate di soldi da investire, li tira su quando e come vuole, se vuole. Il vero limite, lo ribadisco ancora una volta, è territoriale; è l’assenza nel territorio napoletano, tra i più depressi d’Europa, di quelle reali opportunità che i grandi investitori cercano quando acquistano un club continentale, quelle opportunità di investimenti immobiliari con regimi fiscali agevolati, ma anche opportunità certe di accredito presso la grande finanza internazionale, che da Napoli è decisamente distante. Ed è per i suoi limiti territoriali che il grande Napoli, in un Calcio nato e dominato al Nord, ha vinto poco nella sua storia. Pertanto sarebbe bene disilludersi in questo senso, e pure di smetterla di soffrire la forza indigena della Juventus, che è un’egemonia superiore, un potere che, nel 2000, è stato capace di portare nella propria orbita il Torino e di farlo fallire pur di prendersi l’area contesa del vecchio stadio Delle Alpi per costruirvi lo Stadium di proprietà. Non si tratta di pensare in piccolo ma di mettere a fuoco la realtà italiana e capire che gli eredi Agnelli, Andrea e il cugino John Elkann, sedati i contrasti dinastici nel 2010 dopo la morte dei due patriarchi Gianni e Umberto, hanno assunto l’uno la gestione della Juventus e l’altro quello della Fiat, con giurisdizione sportiva sulla Ferrari. Andrea ha deciso da allora che il club bianconero dovesse tornare a dominare dopo lo schiaffo di Calciopoli, annullando totalmente la concorrenza interna. Ha puntato tutto sul record consecutivo di scudetti nazionali, per spazzare via l’impresa d’epoca fascista del nonno Edoardo. Nei suoi sogni c’era e c’è anche la Champions League, e dopo averla accarezzata a Berlino prova ora a giocarsela a suon di clausole milionarie e ingaggi top, e a dare una strombazzata internazionale proprio mentre la Ferrari di Marchionne sta fallendo la sua annunciata rinascita. Ci sono in ballo le gerarchie di una famiglia sdoppiata e in evoluzione di delicati equilibri. I due giovani discendenti stanno gareggiando a chi consegue più risultati e lustro nelle loro aziende, e non c’è niente di più efficace che incassare credito dimostrando la propria leadership al mondo attraverso i risultati nel ricco mondo dello sport, dove è polarizzata l’attenzione di milioni di appassionati che chiedono solo di vincere e dove i trionfi possono spostare gli equilibri al ricco tavolo della Exor. Restare schiacciati dagli effetti di certi giochi di potere, utili alla deteriore personalità di un ex bomber azzurro bramoso di allori, significa solo alimentare complessi di inferiorità inutili, che di certo non si sgonfiano con striscioni ostili e contestazioni cervellotiche al Napoli tra i due più forti della storia.

Auguri SSC Napoli, ma nascondi l’età

Angelo Forgione 1 agosto 2016, giorno di festeggiamenti per i 90 anni del Napoli che si misura contro il Nord del Calcio. È questa la reale definizione della ricorrenza, perché in realtà il Napoli, in questo agosto, festeggia di fatto 94 anni di vita, quattro in più di quelli che ci suggerisce la storia mal narrata. Faccio chiarezza, ancora una volta, dopo aver già divulgato nel mio libro Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015) e in diverse altre occasioni, anche allo stesso presidente Aurelio De Laurentiis in una mia conferenza sulla storia del caffè al Mostra Agroalimentare Napoletana M.A.G.N.A., il quale mi rispose alla sua maniera: «Il Napoli è nato nel 2004».
magna_adl_dlv_cutInganna tutti la data del 1926, che non è la data di fondazione del club ma quella del cambio di denominazione per motivi politici. Dal nome inglese a quello italiano, dettato dall’applicazione della Carta di Viareggio, uno statuto ufficializzato proprio nell’agosto 1926 dal commissario straordinario della FIGC e presidente del CONI Lando Ferretti per mettere letteralmente il movimento calcistico italiano nelle mani del Fascismo e ricondurre il Calcio al processo di “nazionalizzazione” mussoliniana. Il Napoli, questo Napoli, era già nato nell’agosto del 1922, quando si realizzò la fusione tra Naples Foot-Ball Club e l’U.S. Internazionale Napoli e si costituì l’Internaples Foot-Ball Club, che elesse come presidente Emilio Reale (patron anche della vecchia U.S. Internazionale) e scelse il colore azzurro. Quella squadra, il primo Napoli, militava nella Lega Sud della Prima Divisione Nazionale, divisa in due competizioni distinte del Nord e del Sud. internaplesDal 1898, infatti, anno di fondazione della Federazione Italiana Foot-Ball, poi FIGC, il Nord-Italia monopolizzava il campionato italiano, rendendolo espressione del “triangolo industriale” appena nato e relegando le squadre centro-meridionali al ruolo di comprimarie, prima escludendole dai tornei che assegnavano il titolo di campione d’Italia e poi fingendo, nel 1912, di ascoltarne le proteste con la concessione di una finalissima tra le squadre vincitrici di un Girone Nord (con Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto) e di un Girone Sud (con Toscana, Lazio e Campania). Finali pro forma, perché tutti, compresa la FIGC, erano ben consci del divario creato tra i due movimenti calcistici – uno in cui i soldi delle zone industrializzate avevano condotto al semiprofessionismo e l’altro ancora fermo al totale dilettantismo – e sapevano che le finalissime non avrebbero espresso alcun significato tecnico-agonistico.
Nel 1925, la precaria situazione finanziaria dell’Internaples convinse Emilio Reale a cedere il club al facoltoso commerciante Giorgio Ascarelli, più adatto a garantire sicurezza al club. Il nuovo presidente, il secondo della storia del club (non il primo come si racconta), ingaggiò l’allenatore lombardo Carlo Carcano, già calciatore della Nazionale, e la giovane promessa piemontese Giovanni Ferrari. Dalle giovanili fu promosso in prima squadra un certo Attila Sallustro. Quella compagine arrivò a giocarsi, con esito infelice, la finale di Lega Sud contro l’Alba Roma, valevole per l’accesso all’inutile finalissima nazionale per lo scudetto.
Lì irruppe il regime fascista, impegnato nel processo di “nazionalizzazione” del Regno d’Italia. Mussolini, non consentendo che il Calcio italiano restasse spaccato tra Nord e Sud e mostrasse disgregazione sociale, impose d’ufficio alla FIGC, tramite il CONI, l’unificazione delle due leghe territoriali in un’unica ‘Divisione Nazionale’. Bisognava però pur tener conto dell’abissale divario generato tra le squadre settentrionali e le altre, e la fusione fu attuata in modo graduale, privilegiando inizialmente e politicamente i sodalizi delle grandi città, Roma, Napoli e poi Firenze, fin lì impossibilitate a misurarsi con quelle di Milano, Torino e Genova. La Divisione Nazionale si sarebbe articolata in 20 squadre, di cui 17 sarebbero state del Nord e 3 del Sud, e più precisamente: le prime 16 squadre della Lega Nord; la diciassettesima dello stesso campionato da designare con un torneo tra le retrocesse (vinse l’Alessandria); le restanti tre dalla ex Lega Sud, ossia le due finaliste Alba Roma e Internaples, più la Fortitudo Roma, quest’ultima ammessa perché presieduta da Italo Foschi, uno degli ideatori della riforma fascista del Calcio. I sodalizi del Nord protestarono per le decisioni superiori, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano, ritenendo le tre squadre di Napoli e Roma inadeguate alla competizione e usurpatrici di posti spettanti al Calcio settentrionale. L’ostracismo, però, dovette piegarsi alla volontà politica. A Napoli, a quel punto, si pose un problema serio. Mussolini detestava gli inglesismi, e pur italianizzando il nome Internaples ne sarebbe venuta fuori la “Internazionale”, che ricordava l’Internazionale comunista, avversaria politica del Fascismo. Il presidente Ascarelli, di origine ebraica, suggerì allora la più opportuna adozione del semplice nome italiano della città.intenaples_napoliL’assemblea dei soci formalizzò semplicemente un cambio di nome di una società che era stata fondata nel 1922: da Internaples Foot-Ball Club ad Associazione Calcio Napoli. Il giorno 2 agosto, la Commissione di Riforma dell’Ordinamento della Federazione emanò ufficialmente la ‘Carta di Viareggio’, con cui nacque finalmente il campionato unito. Il 3 agosto l’A.C. Napoli ottenne l’affiliazione alla nuova Lega Nazionale. articolo_corriere_viareggioL’8 agosto, il settimanale Tutti gli Sport pubblicò un articolo in cui si leggeva di “interessamento benevolo del Governo nella questione che non si sarebbe risolta se non fra molti anni di umiliazioni, di abile politica del Sud verso i papaveri del Nord“, di “eguaglianza dei diritti e dei doveri di tutte le società italiane”, di “sacrificio iniziale” delle “società di testa in favore di quelle finora ingiustamente trascurate”, di “legittima aspirazione a progredire” della squadre e dei calciatori del Sud.
stemma_sscnapoli_1926Il Napoli si presentò con un nuovo stemma: il Corsiero del Sole, un cavallo sfrenato, emblema della città capitale dal XIII secolo, simbolo dell’indomito popolo partenopeo. A conferma che non si trattò di fondazione ma di semplice cambio di denominazione, nella nuova rosa figurarono otto elementi della stagione precedente, compreso quell’Attila Sallustro che sarebbe diventato in seguito l’idolo dei tifosi. I risultati della stagione (solo 1 punto in classifica), disastrosi nell’impatto col “Calcio industriale”, trasformarono, per tradizione orale, il cavallo rampante in ciuccio malandato. Il Regime non si arrese e ripescò più volte le retrocesse pur di supportare il processo di unificazione tra Nord e Sud del Calcio italiano. Anzi, nel 1927 si verificò la fusione delle due squadre romane, anch’esse a fondo classifica, e nacque l’attuale AS Roma, ammessa alla Prima Divisione.
Tra sali e scendi dalla A alla B, il 25 giugno del 1964 l’ A.C. Napoli, soffocata dai debiti, cambiò ancora denominazione in Società Sportiva Calcio Napoli, sodalizio che venne decretato fallito il 2 agosto 2004 e poi rilevato il successivo 6 settembre, attraverso l’acquisto del titolo sportivo, dall’attuale proprietà, che lo denominò provvisoriamente Napoli Soccer. La precedente denominazione fu ripristinata il 24 maggio 2006, con l’acquisizione del marchio e dei trofei più importanti della storia azzurra. Insomma, si tratta di un’unica società nata nel 1922 e rinominata quattro volte nel corso degli anni (1926, 1964, 2004, 2006). E non é perché nei suoi primi quattro anni di attività non le era consentito misurarsi direttamente con i club del Nord che bisogna considerarla più giovane di quanto non sia. Così le sottraiamo sì quattro anni di discriminazione settentrionale ma anche il primo periodo di vita.

 contributo video concesso da Giammarino Editore

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