Padovan: «a Napoli stupidi pagliacci». Ma la città ancora lo attende in pellegrinaggio.

Angelo ForgioneDuro attacco di Giancarlo Padovan al Napoli per il tweet del club di De Laurentiis dopo la sconfitta della Juventus contro il Manchester: “Siamo l’unica squadra italiana imbattuta in Champions League”.
Tweet che lascia il tempo che trova, anche discutibile per tempismo, ma che non mente, non racconta bugie, ed esprime un dato di fatto quantunque effimero. Ma il giornalista veneto, ex direttore di Tuttosport, lo giudica come espressione di una società ridicola, “intellettualmente stupida”, composta da “nesci”, cioè ignoranti, mentre in Italia un club davvero si auto-attribuisce traguardi illegittimi e li mostra nel suo “salotto” in barba alle sentenze di revoca dei tribunali sportivi.
A proposito di serietà, stiamo ancora attendendo il pellegrinaggio a piedi di Padovan da Milano a Napoli, promesso lo scorso maggio per pagare il pegno della incredulità circa l’approdo di Ancelotti all’ombra del Vesuvio. Carlo c’è arrivato mentre Giancarlo, dopo quasi sei mesi, nei dintorni della meta pagana del San Paolo pare proprio di no, e nessuno l’ha visto. Anzi, non si è proprio avviato. È ancora a Milano, sempre lì, a deridere il Napoli. Eppure aveva avvisato in pompa magna di mantenere la promessa, ammonendo che lui era persona seria.
La stoltezza è inesauribile, la serietà no.

Sono io il vostro Cavani… e vi adoro

Matador CavaniAngelo Forgionecosì, immenso Edi, ci ritroviamo da avversari. Che tu possa perdere questa battaglia del cuore, ammirare una delle nostre proverbiali feste calcistiche che ben conosci e dover rimpiangere, per un attimo, di non avere più l’azzurro addosso. E forse la voglia di riprendertelo crescerà un po’ di più.
Poi torneremo ad ammirarti, a sostenerti, a sognarti ancora, perché tu sei il bomber con la media-gol più alta della nostra storia. Perché in questi cinque anni, nonostante gli ingenerosi fischi d’amore che hai ricevuto quella troppo immediata sera d’agosto, ci hai recapitato sempre messaggi di amore. E noi napoletani, lo sai, pur umorali, non dimentichiamo chi ama; alla fine sappiamo distinguere tra un professionista destinato ad ottimizzare la propria carriera e un volgare traditore.
Questa, Edi, è e sarà sempre casa tua. In fondo, col cuore non te ne sei mai andato. Qui non è cambiato niente. E neanche tu.

Ancelotti e la bellezza di Napoli

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Angelo ForgioneSono il primo a diffidare dalle spesso facili dichiarazioni d’amore per Napoli e a criticare l’assegnazione di medaglie al valore al forestiero che fa abuso del troppo inflazionato slogan “amo Napoli”.
L’ultima delle belle frasi è arrivata da Carlo Ancelotti, i cui apprezzamenti per la bellezza di Napoli (non la sua vivibilità) non li evidenzierei se non li ritenessi spontanei. La dichiarazione resa a Il Mattino («Per capire quanto è bella Napoli dovete aver vissuto prima a Londra, Parigi, Monaco… e dopo capirete») è considerata una furba sviolinata da qualcuno. Chi ha visto il video dell’incontro dei giornalisti del quotidiano napoletano con l’allenatore del Napoli avrà notato che quest’affermazione non è stata sollecitata da una domanda sulla città ma è venuta dopo che gli era stato chiesto se si fosse lasciato bene con quelli del Bayern Monaco. Chi non l’ha visto e lo vedrà, osserverà (al minuto 27:22) che è giunta una risposta evidentemente sarcastica con la quale Ancelotti sottolineava il disappunto nei confronti dei bavaresi. Dopo le risate dei presenti e qualche istante di riflessione, improvvisamente il mister si lanciava, spontaneamente, ad esprimere un concetto che gli era balenato in mente pensando probabilmente alla cordial Baviera: «Volevo dire una cosa su Napoli…».
Se la mia esegesi del pensiero ancelottiano non vi convince, provate allora a vedere cosa ha detto Re Carlo a un amico spagnolo incontrato nella sede dell’UEFA di Nyon che gli ha chiesto come si stesse trovando a Napoli. Altro che operazione simpatia.

Lettera all’UNESCO: “la Juventus non può affiancarvi nella lotta al razzismo”

agnelli_unescoSe non si intende arrestare i cori contro Napoli, che almeno non si faccia paladino della battaglia contro i razzismi chi non lo è.

Lettera inviata all’UNESCO (italiano e inglese)

Gentile Comitato UNESCO,
Gentile Direttrice Generale Audrey Azoulay,

Vi scrivo in merito alla Vostra partnership con lo Juventus Football Club in tema di lotta al razzismo negli stadi.
Recentemente, lo Juventus FC ha subito un turno di squalifica del settore dello stadio occupato dai gruppi di tifosi organizzati per cori di discriminazione territoriale nei confronti di Napoli durante la partita Juventus-Napoli del 29/09/18. Si tratta di cori che si ripetono continuamente un po’ in tutta l’Italia ma più ampiamente nell’impianto sportivo del club torinese, durante ogni partita, non solo quando è in campo il Napoli. I cori invocano tragiche eruzioni del Vesuvio e l’uso del sapone da parte del popolo napoletano, definito “coleroso”, mentre invece ha insegnato l’igiene personale all’Italia e anche oltre, come ci testimonia Miguel de Cervantes con la citazione del “pregiato sapone di Napoli” nel suo Don Chisciotte.
Al termine della partita Juventus-Napoli, l’allenatore bianconero, Massimiliano Allegri, ha risposto ai giornalisti di non aver sentito certi cori, invece ascoltati in modo nitido da tutti i telespettatori a casa. La dirigenza del club ha poi incaricato il suo avvocato, Luigi Chiappero, di presentare ricorso presso la corte sportiva nazionale. Il legale ha definito il comportamento dei tifosi bianconeri “indifendibile”, ma ha contestato la sentenza perché certi cori sono tipici di tante tifoserie e non solo dei tifosi juventini, e infatti altre squalifiche sono state inflitte a diversi club in passato.
La Corte Sportiva Nazionale ha respinto il ricorso della Juventus e ha anche aggravato la sanzione: le gare da disputare con il settore interdetto sono passate a due.
Questo è il club che l’UNESCO ha abbracciato come partner nella lotta al razzismo nei stadi qualche anno fa, e che proprio ieri, sempre in tandem, ha lanciato il video “Football’s power to overcome discrimination” in occasione della campagna promossa da Fare (“Football Against Racism in Europe”), partner UEFA.
Dal sito della Juve, beffa delle beffe nella giornata della figuraccia, si legge che “la Juventus crede nel potere del calcio come strumento di lotta a ogni tipo di discriminazione, legata a sesso, razza, religione, disabilità, età, etnia, origine o status economico (…)”.

http://www.juventus.com/it/news/news/2018/il-calcio-contro-la-discriminazione–juventus-e-unesco-con–footballpeople-weeks-.php

È questo lo stesso club che nell’autunno 2012 non ha preso le distanze dai alcuni sui tifosi e da un giornalista della Rai che, all’esterno dello stadio torinese, prima di Juventus-Napoli, registravano un servizio televisivo in cui si diceva che i napoletani si riconoscono dalla puzza, come i cinesi (La Rai chiese scusa a tutti gli italiani per questo).

www.youtube.com/watch?v=eagfgenZhtc

È lo stesso club che nell’autunno del 2015 ha presentato presso la Vostra sede di Parigi la ricerca Colour? What Colour? (https://www.youtube.com/watch?v=ZbR_4r7A2NY) in cui si legge che “la decisione più saggia sulla discriminazione territoriale consiste forse nel tollerare, temporaneamente, queste forme tradizionali di insulto catartico”.
Definire “catartico” un coro discriminatorio verso altri italiani è vergognoso, così come è vergognoso invitare a tollerarlo perché “tradizionale”.

pag. 73: http://www.juventus.com/media/native/csr/Report%20UNESCO_ita.pdf

Concludendo, Vi chiedo se l’UNESCO si sia reso conto che un club che è suo partner nella lotta al razzismo non contrasta il razzismo dei suoi tifosi verso altri italiani e piuttosto prova a nasconderlo. Questo club, Vostro partner nella lotta al razzismo, ha presentato ricorso contro una sanzione per razzismo e l’ha perso malamente. Questo club è ipocrita e non può essere esempio in tema di discriminazione, soprattutto perché in Italia i cori negli stadi contro i napoletani si ascoltano più di quelli contro i neri.
Vi chiedo infine se vi siete resi conto che una partnership con lo Juventus Football Club è imbarazzante per un’organizzazione mondiale che tutela l’educazione e la cultura.
Un club che finge di lottare contro il razzismo, che non ne prende le distanze, che finge di non sentire i cori contro Napoli, che ricorre contro le punizioni per discriminazione territoriale, che si nasconde dietro a una indegna abitudine diffusa, che è presieduto da un manager squalificato dalla giustizia sportiva per connessioni con tifosi legati alla ‘ndrangheta, come si evince dell’inchiesta “Alto Piemonte”, non può essere partner dell’UNESCO.
Indignato, attendo una Vostra risposta quanto prima.
Cordiali saluti,

Angelo Forgione
Napoli

Dear UNESCO Committee,
Dear Director-General Audrey Azoulay,

I am a journalist and historical writer and researcher, with a special interest in promoting Naples and its culture.
I am writing to you with regard to your partnership with Juventus Football Club concerning the fight against racism in stadiums.
Recently Juventus FC was hit with a one-match closure of the “ultrà” fans’ stand because of territorial discrimination chants against the city of Naples during the Juventus-Napoli game (29/09/18). These chants are continuously repeated all over Italy and to an even greater degree by Juventus fans during every game, not just when SSC Napoli is playing at the Juventus Stadium. The chants refer to tragic eruptions of Vesuvius and call for the use of soap by Neapolitans, defined as “cholera people”, who instead taught personal hygiene to others in Italy and beyond, as Miguel de Cervantes teaches us with the quotation about the “prized soap of Naples” in his Don Quixote.
At the end of the Juventus-Napoli match, Juventus coach Massimiliano Allegri told journalists that he had not heard the chants, which had, however, been clearly heard by all the viewers who had been watching at home. The club’s management then instructed their lawyer, Luigi Chiappero, to appeal to the National Sports Court. The lawyer called the behaviour of the Juventus fans “indefensible”, but he argued against the sentence because certain chants are typical of many clubs’ fans and not just Juventus fans, and in fact other Italian clubs have had stand closures in the past.
The National Sports Court rejected the appeal by Juventus FC and also made the penalty more severe: the number of matches to be played with the stand closed has increased to two.
This is the club that UNESCO embraced as its partner in the fight against racism in stadiums a few years ago. Just yesterday, again jointly, it launched the video “Football’s power to overcome discrimination” as part of the campaign promoted by Fare (“Football Against Racism in Europe”), a partner of UEFA.
On the Juventus site, really taking the biscuit on the day they made fools of themselves, we read that “Juventus believes in the power of football as a tool to fight against any form of discrimination linked to sex, race, religion, disability, age, ethnicity, origin or economic status (…)”.

http://www.juventus.com/it/news/news/2018/il-calcio-contro-la-discriminazione–juventus-e-unesco-con–footballpeople-weeks-.php

It is the same club that in autumn 2012 did not distance itself from some of its fans and a RAI journalist who, outside the Juventus Stadium, before a Juventus-Napoli game, recorded a TV report stating that you can recognise Neapolitan fans from their smell, like the Chinese (Rai apologised to all Italians for this; Juventus did not).

www.youtube.com/watch?v=eagfgenZhtc

It is the same club which in the autumn of 2015 presented the Colour? What Colour? research at your Paris office (https://www.youtube.com/watch?v=ZbR_4r7A2NY), which states that “the wisest decision concerning territorial discrimination would probably be to tolerate for the time being these traditional forms of cathartic insult“.

pag. 73: http://www.juventus.com/media/native/csr/Report%20UNESCO_ita.pdf

To define as “cathartic” a racist chant directed towards other Italians is shameful, just as it is shameful to invite people to tolerate it because it is “traditional”.
In conclusion, I would ask you whether you have noticed that a club that is your partner in the fight against racism is not combatting the racism of its own fans towards other Italians and is instead hiding it. This club, your partner in the fight against racism, appealed against a racism penalty and it went very badly. This club is hypocritical and cannot serve as an example when it comes to discrimination, especially because in Italian stadiums chants against Neapolitans are now heard as often as those against black people.
Lastly, I would ask you whether you have realised that your partnership with Juventus is an embarrassment for a global organisation that safeguards education and culture.
A club which pretends to fight racism, which says nothing to distance itself from it, which pretends not to hear chants against Naples and which appeals against punishments for territorial discrimination, hiding behind a shameful widespread habit, which is chaired by a manager disqualified by the sporting court about link with supporters belonging to the mafia “ndrangheta” in the “High Piemonte” investigation, cannot be a UNESCO partner.
Indignant, I await your prompt reply.

Yours sincerely,
Angelo Forgione
Naples – IT

Discriminazione territoriale: cronistoria della resa del calcio italiano

Angelo Forgione Ancora a parlar di cori di discrimazione territoriale negli stadi, e il disco andrà avanti per molto altro tempo ancora, tra chi si indigna, chi sorvola serenamente e chi promette impegno per risolvere il problema. La verità è che nessuno vuole più provarci peché il problema è culturale, ha radici storiche, fa parte della “cultura” italiana e non è risolvibile senza un’educazione al rispetto. Chi è nelle stanze dei bottoni lo sa benissimo e preferisce non mettervi mano. L’unico tentativo compiuto è misaremente fallito, e si è rivelato un boomerang per l’immagine del calcio italiano, che ha quindi preferito sotterrare tutto e silenziare il problema.
Fu l’UEFA a chiedere provvedimenti a tutte le 53 federazioni europee, dopo aver approvata la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo durante il 37° Congresso Ordinario di Londra del maggio 2013, in cui il Parlamento del Calcio europeo decise di inasprire le pene per i casi di razzismo. Partirono gli ormai famosi spot coi volti dei calciatori a pronunciare «No to racism», e la FIGC recepì le nuove direttive, modificando il proprio codice di giustizia sportiva e stabilendo la chiusura dei settori degli stadi in caso di manifestazioni discriminatorie. L’effetto finì col peggiorare il problema e squalificare l’Italia agli occhi del mondo, col susseguirsi di chiusure di porzioni di impianti a Milano, Torino, Roma e non solo, dove i tifosi dimostrarono alle società di infischiarsene e di reggere serenamente un braccio di ferro da vincere ad ogni costo contro la Giustizia Sportiva. Toccò a Carlo Tavecchio, appena eletto, dar sfogo alle pressioni dei dirigenti dei grand club e a riconvertire le sanzioni in semplici multe a danno delle società sportive, ben disposte a darsi il piccolo pizzicotto sulla pancia pur di spegnere le polemiche. Solo che Tavecchio esordì malissimo e il fantomatico Opti Poba lo fece squalificare in ogni sede internazionale, prima dall’UEFA e poi dalla FIFA. Per salvare la faccia al calcio italiano si immolò Andrea Agnelli, con uno studio presentato all’UNESCO nel novembre 2015 in cui l’insulto discriminatorio veniva ritenuto innocuo e definito “catartico”.
È in questi passaggi che è racchiusa la cronistoria della resa del calcio italiano alla storia d’Italia. Pagano i napoletani, non tutti i meridionali, e continueranno a incassare perché la storia ha voluto così.

De Laurentiis ha smesso di ridere di “discriminazione territoriale” nel paese degli struzzi

Angelo Forgione Furia De Laurentiis ai microfoni di Mediaset Premium nel post Napoli-Real. Gli basta una scintilla per accendere un fuoco e alimentarlo a benzina, una domanda di Francesca Benvenuti sul rapporto con Sarri, dopo i travagli dell’andata madrilena: «È tutto a posto col suo allenatore?». E da lì parte la discriminazione territoriale della stampa, l’assoluzione del Corriere dello Sport e la dura reprimenda per la Gazzetta dello Sport, senza neanche citare Tuttosport e tutto il fronte più estremo dell’informazione settentrionale. «Poiché i giornalisti del Nord mi odiano, e odiano il Napoli, tutti al servizio del Nord. È da Camillo Benso di Cavour che il Nord odia il Sud, anche se poi la Juventus è una squadra molto sudista. Sono venuti a scasinare i nostri rapporti e abbiamo perso con l’Atalanta, ma poi ci siamo ripresi con la Roma». Sandro Sabatini, dagli studi di Milano, cerca di riparare all’uso della parola “odio”, all’indomani del vile danneggiamento dell’automobile di Mimmo Malfitano, penna della rosea. Ma non c’è verso di placare il patron azzurro, e va allora in scena la contrapposizione tra l’uomo vulcanico che tira fuori il suo pensiero, senza girarci intorno, e il bravo giornalista che parla alla Nazione ed è quindi costretto a calarsi nella retorica ecumenica. E allora Aurelio alza i toni e sbatte in faccia al suo interlocutore, ma in realtà all’Italia del pallone intera, tutta la verità di una divisione imperante. «E mi dispiace che lei che è un giornalista non se ne renda conto, ma siccome siamo in regime silente in cui dobbiamo dire quello che non pensiamo, voi volete che io non dica quel che penso e mi tappi la bocca». Il conduttore prende ad aggrapparsi allo specchio, un bel po’ deformato, di un Napoli amato da Bolzano a Pantelleria. «Dopo dodici anni di calcio – incalza il presidente – mi sono anche stancato, perché andare nei vari stadi e sentire “lavali col fuoco” è molto antipatico, e vedere che gli italiani non si ribellano a questo è molto volgare e cafone. Le prime volte che lo sentivo mi veniva da sorridere, ma ora vorrei che il pubblico che va allo stadio crescesse culturalmente, come stanno dimostrando i napoletani». Sabatini va trincerandosi sulla necessità di non dar risalto e pubblicità ai cori razzisti, e proprio qui inciampa, mostrando tutte le pecche del sistema giornalistico italiano, che invece avrebbe l’obbligo di sollecitare soluzioni efficaci tanto alla Federazione quanto al Governo. Non è che tutto il Nord odi Napoli e il Napoli, chiaro che vi sia molta gente sana e con intelletto intaccato, ma manca proprio l’analisi del vuoto culturale e legislativo che non consente di cancellare, a partire dalle scuole, quel Settentrione alimentato e avvelenato da pregiudizi e sentimenti razzisti, che esiste in diversi ambiti della cancrena sociale d’Italia, e chi lo nega è complice. De Laurentiis non sbaglia affatto a sottolinearlo, come ha fatto anche Maurizio De Giovanni ventiquattr’ore prima a Tiki Taka. Dopo certi titoli di giornale, al di là delle polemiche sportive, la misura è colma ed è evidentemente esplosa la voglia di dirla tutta.
Che il patron azzurro si sia stufato di una certa stasi non pare falso sentimento. È infatti vero che per anni abbia sorvolato, ridendoci su. Nell’autunno del 2013, al convegno “Cittadinanza sportiva” presso il Maschio Angioino, disse proprio di divertirsene: «Quando vedo migliaia di persone negli stadi che insultano un popolo con frasi che non voglio ripetere non lo trovo disgustoso, lo vedo come uno sfottò, ci rido sopra e mi diverto. Li prendo come un incitamento alla città per risvegliarsi». Nel frattempo cosa è accaduto? È accaduto che la FIGC ha fatto marcia indietro nella lotta al razzismo contro Napoli negli stadi, ha tirato il freno a mano e ha parcheggiato. Riavvolgiamo il nastro e capiremo perché.
Il 22 ottobre 2012 scoppia il
caso TGR Piemonte, la grande vergogna del cronista Giampiero Amandola, cinquantottenne di Nizza Monferrato, recatosi ai cancelli dello Juventus Stadium prima del match Juventus-Napoli per ascoltare le due tifoserie in affluenza. Un servizio condito da cori «o Vesuvio lavali tu» intonati da due giovani al microfono e dallo scivolone dello stesso giornalista Rai, cui uno juventino spiega che i napoletani sono inestinguibili perché «ovunque, a Nord e a Sud, un po’ come i cinesi»; risatine sarcastiche a denigrare i napoletani e pure i cinesi, e poi la geniale imbeccata di Amandola: «I napoletani li distinguete dalla puzza, con grande signorilità». Compiaciuto dell’insperato assist, il tifoso raccoglie e rilancia: «Molto elegantemente, certo!»… e ancora risate. Giornalismo spazzatura figlio della sottocultura italiana applicata al calcio. Amandola paga col licenziamento lo scandalo che ne segue, e la redazione torinese, in diretta regionale, deve chiedere scusa a tutti gli italiani. Mai accaduto prima!
Anche per tutto questo, nella primavera del 2013 la FIGC, allertata dall’UEFA per la degenerazione degli eventi italiani, deve recepirne le nuove direttive, diramate il 23 maggio nel XXXVII Congresso Ordinario di Londra in cui il parlamento del calcio europeo ha adottato la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo con cui sono state inasprite le pene per i casi associati agli eventi internazionali. La UEFA e le 53 Federazioni affiliate si sono impegnate a uno sforzo maggiore per debellare il fenomeno dal mondo del pallone. La tolleranza zero ispira il nuovo Regolamento disciplinare UEFA. Vietate le forme di propaganda ideologica; punizioni per i tifosi che insulteranno la dignità umana per ragioni di razza e origine etnica, dalla chiusura di un settore a quella dell’intero stadio, fino alla sconfitta a tavolino, alla detrazione di punti e, in estrema conseguenza, alla squalifica dal campionato. Da Londra, l’organo europeo pretende altrettanta severità da ogni Federazione affiliata, chiedendo di impegnarsi per favorire l’adozione di identiche politiche sanzionatorie “in relazione alle manifestazioni nazionali”, lasciando cioè a ognuna la libertà di allargare le tipologie di discriminazione in base alle diverse problematiche presenti nei vari paesi. Si adegua la FIGC, modificando il Codice di Giustizia Sportiva e tarandolo alla nuova normativa UEFA, con un inasprimento delle sanzioni in materia di razzismo. Gli ispettori federali sono chiamati a non tapparsi più le orecchie. La prima società a farne le spese è il Milan, ma è solo l’apertura di una pagina molto triste per il Calcio italiano, smascherato e inchiodato al suo razzismo interno contro Napoli. Chiudono settori a Milano, Torino, Roma, e scoppia il caos. La soluzione, rendendo tutti i tifosi ostaggi di quelli razzisti, non è quella giusta. E allora, inizia la retromarcia, prima con la “sospensione condizionale”, una sorta di ammonizione per le società, le cui pene saranno congelate per un anno solare e applicate in modo cumulativo solo nel caso di una seconda violazione da parte di medesimi supporters nel periodo interessato, e infine con la cancellazione delle chiusure dei settori degli stadi per responsabilità oggettiva, cotta e mangiata all’elezione alla FIGC di Carlo Tavecchio, l’uomo della buccia di banana del fantomatico Optì Pobà, subito interdetto dalle attività internazionali dell’UEFA e della FIFA. Con questa reputazione, quale credibilità avrà il nuovo presidente federale nell’accodarsi alla campagna contro il razzismo? Con quale faccia potrà prendere le distanze da cori e striscioni razzisti e di “discriminazione territoriale” ascoltati e visti negli stadi di mezza Italia? Che idea ci si farà all’estero dell’Italia alla vista delle curve della Serie A sbarrate e vuote per razzismo? E allora via alla modifica del Codice di Giustizia Sportiva, stabilendo l’applicazione di ammende invece delle tanto contestate chiusure parziali degli stadi. Solletico per le società sportive, un dazio tollerato per cancellare la vergogna dei cori contro i napoletani.
Insomma, un doppio passo indietro invece che uno nella giusta direzione, verso una soluzione davvero efficace. L’incapacità di trovarla produce la tolleranza più vergognosa e l’autorizzazione sostanziale per tutti gli ultras a cantare vittoria nel braccio di ferro con le istituzioni e a urlare contro i napoletani a pagamento delle società, a loro volta in silenzio e senza rivalersi sui colpevoli. Ciro Esposito, a Roma, ci rimette la vita, per quell’odio territoriale indegno oggi denunciato da De Laurentiis. Andrea Agnelli, padrone di casa allo Juventus Stadium, definisce tutto questo «campanilismo, che fa parte della nostra cultura e non è razzismo ma una peculiarità italiana», e per somma beffa, nel dicembre 2015, prende l’iniziativa catartica e se ne va all’Unesco a farsi paladino della lotta al razzismo nel calcio, rispondendo in conferenza, a chi gli chiede cosa accada in Italia, che la situazione è in miglioramento. In realtà è solo silenziata, insabbiata, con la complicità dei media.
Tavecchio, l’uomo del “rinnovamento” che non c’è, l’ha votato anche De Laurentiis nell’estate del 2014, per accontentare una pressione del laziale Lotito. Nel corso degli anni, il napoletano se n’è pentito, per diversi motivi, e qualche giorno fa, alla rielezione dell’uomo che vuole proseguire lo svecchiamento neanche partito, è stato l’unico presidente di club astenutosi dal voto. Forse l’altro candidato, Abodi, neanche lo aveva convinto, e però dalla tivù ha poi dimostrato di essersi sganciato dall’attuale sistema. Dai media del Nord già lo era da tempo. Il futuro parlerà.

Il Napoli, la storia di un club che rispecchia una città

(l’articolo riprende alcuni passi del libro Dov’è la Vittoria, Magenes, 2015)

Angelo Forgione – 1 Agosto 1926, 1 Agosto 2015: 89 anni di storia azzurra ufficialmente contati all’anagrafe. La Società Sportiva Calcio Napoli entra nel suo novantesimo anno di vita e lo fa alla vigilia del sua partecipazione numero 73 alla massima divisione nazionale, che dal 1929 si disputa con la formula del girone unico (la Serie A). 2 Scudetti, 5 secondi posti e 9 terzi posti, questi i migliori risultati, al netto delle 5 Coppe nazionali vinte, delle 2 Supercoppe italiane e della 1926Coppa Uefa. È tra i 15 club almeno una volta Campioni d’Italia, il quarto della Penisola per bacino d’utenza. È il primo per passione, molto più di una squadra di calcio per il suo innamorato popolo, interpretato come unico vessillo sotto il quale cercare una dignità cancellata; è un’entità ingombrante che condiziona anche troppo gli umori cittadini; è il simbolo dell’auto-riconoscimento in una precisa identità culturale, in una squadra che porta il nome della propria città, della propria provincia, del territorio di appartenenza. La squadra azzurra è spesso indicata come veicolo di riscatto della Città, ruolo cui non può assolvere il Calcio, le cui emozioni non hanno alcun potere di risolvere seri problemi sociali. Il Napoli è invece a pieno titolo un simbolo di appartenenza e legame territoriale, il riferimento principe di una vasta provincia che, coi suoi 3 milioni di abitanti circa, è la terza d’Italia per popolazione; e non condivide il territorio con nessuno, diversamente da quanto accade a Roma, Milano, Torino e in tutti i maggiori centri del Vecchio Continente. Quella di Napoli è infatti una delle due grandi aree metropolitane europee che esprimono una sola squadra (l’altra è quella di Parigi). Nessuna delle 8 squadre di Londra rappresenta la grande metropoli britannica, ma è ognuna espressione delle differenze dei suoi quartieri. Roma è certamente un feudo giallorosso e i romanisti vivono con l’Urbe un legame solidissimo, ma il discorso si riequilibra allargando i confini, dove la coinquilina Lazio, che porta il nome della regione, raccoglie buon seguito. Gli juventini sono in ogni dove d’Italia, ma non più numerosi dei granata nell’area urbana di Torino, dove si è bianconeri soprattutto se figli o nipoti di immigrati del Sud. Spaccata in due è anche Milano, così come la più piccola Genova. A Napoli, invece, quella azzurra è religione identitaria monoteista, attorno alla quale gravitano culti esotici minori. In realtà il Napoli di anni ne ha quattro in più, quindi 93, perché il conteggio convenzionale parte dal cambio di denominazione da inglese ad italiano, dettato dall’applicazione della Carta di Viareggio, uno statuto ufficializzato proprio nell’agosto 1926 dal commissario straordinario della FIGC e presidente del CONI Lando Ferretti per mettere letteralmente il movimento calcistico italiano nelle mani del Fascismo. La storia del Napoli è dunque legata anche alla storia del Calcio tricolore e dello stesso Stivale. Ripercorriamola, partendo proprio dall’estate del ’26. Per ben 25 stagioni, il Nord-Italia ha monopolizzato il campionato italiano, rendendolo espressione del “triangolo industriale” appena nato e relegando le squadre centro-meridionali al ruolo di comprimarie, prima negandogli la possibilità di partecipare ai tornei che dal 1898 assegnavano il titolo di campione d’Italia e poi fingendo di ascoltarne le proteste nel 1912 con la concessione di una finalissima tra le squadre vincitrici di un Girone Nord (con Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto) e di un Girone Sud (con Toscana, Lazio e Campania). In realtà la FIGC di allora è ben conscia del divario esistente tra i due movimenti calcistici – uno in cui i soldi delle zone industrializzate hanno condotto al semiprofessionismo e l’altro ancora fermo al totale dilettantismo – e sa che le finalissime possono solo avere un valore pro forma senza alcun significato tecnico-agonistico. Il regime fascista, impegnato nel processo di “nazionalizzazione”, non può consentire che il Calcio italiano resti spaccato e mostri disgregazione sociale. Così, a prescindere dal divario tecnico esistente, sancisce l’unificazione delle leghe Nord e Sud in un’unica ‘Divisione Nazionale’. In modo coatto, le diverse squadre di Roma e Napoli vengono azzerate da varie fusioni imposte dall’alto, finalizzate alla creazione di sodalizi più solidi e più forti tecnicamente. Sotto al Vesuvio sgambettano i calciatori di squadre minori e quelli del più importante Internaples (nato dalla fusione sancita nell’estate del 1922 tra il Naples Football Club e l’U.S. Internazionale Napoli), che a luglio ha perso la finale Sud contro l’Alba Roma, a sua volta massacrata dalla Juventus nella doppia finalissima nazionale dell’8 e 22 agosto.

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articoli digitalizzati dell’agosto 1926

Proprio in quel caldo mese, l’assemblea dei soci scrive e formalizza il cambio di nome: da Foot Ball Club Internaples ad Associazione Calcio Napoli. Il regime fascista non gradisce gli inglesismi e il termine “Internazionale” ricorda l’Internazionale comunista, avversaria politica. Il presidente Giorgio Ascarelli, ricco commerciante napoletano di origine ebraica, suggerisce la più opportuna adozione del nome italiano della città. Il giorno 2 agosto la Commissione di Riforma dell’ordinamento della Federazione emana ufficialmente la ‘Carta di Viareggio’, e il 3 agosto l’A.C. Napoli ottiene l’affiliazione alla Lega Nazionale. I sodalizi del Nord protestano per le decisioni superiori, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano, ritenendo le 3 squadre di Napoli e Roma (a fronte di 17 settentrionali) inadeguate alla competizione e usurpatrici di posti spettanti al Calcio settentrionale. L’ostracismo, però, deve arrendersi alla volontà politica. Alle squadre meridionali tocca la resa sul campo, disastrose nell’impatto col “Calcio industriale”. Il Napoli conta sul veloce attaccante Attila Sallustro, un idolo, il primo idolo… e si identifica in uno stemma con il Corsiero del Sole, un cavallo rampante e sfrenato, emblema della città capitale durante il Regno delle Due Sicilie, ma retrocede insieme all’Alba Roma e alla Fortitudo Roma, rimediando un solo punto in graduatoria. In un bar di ritrovo di via Santa Brigida, Raffaele Riano, uno sconfortato sostenitore azzurro, urla: «Ma quale cavallo! Sta squadra nostra me pare ‘o ciuccio ‘e Fichella: 33 piaghe e ‘a coda fracida». È quella l’immagine del Napoli, ma anche dell’intero Calcio meridionale. A quel pittoresco sfogo tipicamente partenopeo fanno seguito le fragorose risate dei presenti, che lo suggeriscono alla redazione di un giornale umoristico. Nei giorni seguenti, le edicole di Napoli diffondono l’illustrazione di un asinello incerottato e con una miserabile coda. Per espressione di popolo, il nobilissimo cavallo napoletano si trasforma in “ciucciariello”. Il Regime non si arrende e ripesca più volte le retrocesse pur di supportare il processo di unificazione tra Nord e Sud del Calcio italiano. Ascarelli garantisce investimenti e nel 1929 decide di abbandonare lo stadio militare dell’Arenaccia, prima casa azzurra, commissionando a proprie spese la costruzione di un nuovo impianto sportivo al Rione Luzzatti, in zona Gianturco, con tribune in legno per oltre 15mila spettatori. Viene inaugurato col nome di Vesuvio il 23 febbraio 1930, diciassette giorni prima della prematura scomparsa del presidente (a 34 anni), cui, a furor di popolo, viene poi intitolato il nuovo stadio. La stagione si chiude con gli azzurri al 5° posto, finalmente competitivi. Scomparso Ascarelli, lo stadio viene requisito dal Regime, che, in vista dei Mondiali del 1934 in Italia, lo ristruttura in cemento armato, ne muta l’aspetto con una facciata imponente e maestosa in stile fascista e ne aumenta la capienza portandola a circa 40mila spettatori. È ribattezzato Stadio Partenopeo poiché il nome di un ebreo non è gradito per un simbolo fascista della modernità, nonché uno dei più fulgidi esempi di propaganda del regime al Sud. L’arena ospiterà la finale per il 3° e 4° posto del torneo iridato. Ma gran parte del movimento meridionale è ancora finanziariamente impreparato a sostenere le spese di gestione dei campionati, con gli incassi che al Sud sono di cinque volte inferiori di quelli del Nord. Il Napoli si ritrova ben presto ricoperto di debiti e l’ancora di salvezza giunge nuovamente dall’alto, per mano del Governo fascista: il segretario federale di Napoli Nicola Sansanelli incarica del salvataggio il ‘Comandante’ Achille Lauro, noto armatore sorrentino, uno dei più importanti imprenditori italiani, che ha potuto ingrandire la propria flotta grazie agli agganci politici e pertanto non può di certo disobbedire alle volontà superiori. È il 1936 quando deve acquistare il club partenopeo per risanarlo e condurlo per circa 30 anni. Lo sfrutterà per ottenere gran popolarità e raggiungere importanti obiettivi politici e imprenditoriali. La prima retrocessione de facto in Serie B avviene nella stagione 1941-42, conclusa con un 17° posto, proprio mentre la Roma vince il primo tricolore, interrompendo il monopolio settentrionale. Se i capitolini si avvantaggiano della Guerra, i napoletani ne risultano fortemente penalizzati. I tanti calciatori italiani chiamati alle armi sono obbligati a pesanti trasferimenti nella Capitale, così abbandonando gli allenamenti, mentre quelli della Roma possono beneficiare del vantaggio di non doversi impegnare in faticosi viaggi e di potersi allenare col resto della squadra in una città immune dai bombardamenti fino al luglio del 1943. Le strategie belliche anglo-americane, particolarmente intense nei territori meridionali, colpiscono pesantemente l’apparato industriale e infrastrutturale di Napoli, la città più bersagliata, rasa al suolo da un centinaio di bombardamenti degli Alleati, che designano la città quale principale obiettivo strategico nel Mediterraneo. È raso al suolo anche lo stadio Partenopeo, andando incontro ad un triste saccheggio prima di essere abbattuto definitivamente. Contrariamente alla Roma campione, il Napoli, impossibilitato ad allenarsi a dovere (i calciatori neanche dormivano la notte) e destinato alla retrocessione dal travaglio di una stagione tormentata, è costretto a trasferirsi al Campo sportivo del Littorio al Vomero (del 1929), poco dopo requisito dalle forze armate tedesche e utilizzato come campo di concentramento per i napoletani da deportare in Germania, uno dei luoghi simbolici delle Quattro giornate di Napoli. Finita la guerra, i partenopei tornano a giocare in quell’impianto, ormai al limite dell’agibilità, e durante l’incontro Napoli-Bari del ‘46 (Serie A) una tribuna cede per l’esultanza accesa da un gol della squadra di casa: 114 feriti finiscono all’ospedale. Ci vogliono ben 13 anni per abbandonare una simile precarietà e inadeguatezza. Il 22 dicembre 1949, nonostante le invidie e le proteste di una casta milanese che governa la Lega Calcio, è deliberata dal Comune di Napoli, col supporto del CONI e del Governo (un miliardo di lire assegnato), la costruzione di un colossale stadio, ormai necessario. Achille Lauro si presenta alle elezioni comunali del 1952 e per attrarre consensi e voti si mette in testa di accendere la fantasia e i sogni dei tifosi napoletani. Con la cifra record di 105 milioni di lire brucia la concorrenza dell’Inter e mette a segno il colpo a sensazione all’hotel Gallia di Milano, acquistando dall’Atalanta Hasse Jeppson, centravanti della Nazionale svedese (terza ai mondiali del ‘50). Un ulteriore rinforzo è l’argentino Bruno Pesaola, prelevato dal Novara. Lauro riesce a vincere alle urne, prendendosi la fascia di sindaco, ma la sua squadra non riesce a vincere il campionato. Nel 1955, a far coppia con Jeppson, arriva in azzurro il brasiliano Luis Vinicio, battezzato dai tifosi ‘o Lione. Ma neanche l’ingaggio del grintoso e possente centravanti serve affinché il Napoli lotti per lo Scudetto. La partita Napoli-Fiorentina (2-4) del 31 dicembre sul neutro dello stadio Olimpico di Roma (stadio del Vomero di Napoli squalificato) è la prima trasmessa in diretta televisiva al Sud. 7 giorni prima, esattamente alla vigilia di Natale, le trasmissioni televisive sono state estese fino a Napoli, immettendo un’importantissima superficie di 3 milioni di abitanti nella rete dei programmi Rai. Per vedere l’inaugurazione del nuovo stadio si deve attendere il 6 dicembre 1959, giorno in cui il Napoli prende possesso della sua nuova comoda casa, l’imponente stadio del Sole di Fuorigrotta, nuovo tempio del Calcio per circa 90.000 spettatori, poi ribattezzato San Paolo in ricordo dello sbarco dell’apostolo sulle coste flegree nel febbraio dell’anno 61, durante il suo viaggio dalla Giudea a Roma. Miglior battesimo non può celebrarsi: sconfitta la Juventus di Omar Sivori (2-1), in una “assolata” giornata di fine autunno. Il primo trofeo nazionale giunge nel 1962, al culmine di una stagione in Serie B che regala la promozione e la Coppa Italia. Guidato in panchina da Bruno Pesaola, il club azzurro eguaglia il Vado vincendo la Coppa pur militando in cadetteria. Per affrontare la Serie A Lauro ingaggia per sua decisione Faustinho Jarbas Cané, brasiliano d’ebano di Rio de Janeiro. È tra i primi atleti di pelle nera a calcare i campi italiani e ad ascoltare le offese da parte dei tifosi del Nord. Dalle giovanili viene promosso in prima squadra un promettentissimo Antonio Juliano. Tra sali e scendi dalla A alla B, Il 25 giugno del 1964 l’ A.C. Napoli soffocata dai debiti si trasforma in Società Sportiva Calcio Napoli. Primo presidente della SSC è nominato Roberto Fiore, mentre Achille Lauro, ancora “coinvolto”, non versa una lira nel nuovo capitale sociale ma ottiene comunque il 40% delle azioni per i crediti vantati e il titolo di presidente onorario. La nuova denominazione porta decisamente bene, perché finalmente il Napoli si fa davvero competitivo con gli acquisti di Josè Altafini dal Milan e di Omar Sivori dalla Juventus. Arrivano un terzo posto e la vittoria della Coppa delle Alpi, un trofeo internazionale di livello minore (abolito nel 1987), ma anche le invidie di Lauro per Fiore, che non intende fermarsi: porta in dote pure 69mila abbonati e sfiora l’acquisto dal Cagliari del capocannoniere Gigi Riva. Finisce che al suo posto viene nominato Giacchino Lauro, rampollo del ‘Comandante’. Il secondo posto del campionato 1967-68, con in porta l’angelo azzurro Dino Zoff, alle spalle dell’irraggiungibile Milan, significa il miglior risultato mai raggiunto, mentre tra i dirigenti spunta lontano dai riflettori la figura di un giovane ingegnere, borbonico convinto, di padre calabrese e madre milanese, che ama le auto da corsa e i motoscafi veloci, spinto dall’ormai defilato Achille Lauro all’acquisto della maggioranza del club per beffare i soci nemici. Il 18 gennaio del 1969, a soli 37 anni, Corrado Ferlaino è eletto presidente. È un uomo scaltro, capace di tessere rapporti con le teste più importanti dell’ambiente calcistico e politico. Il club è sull’orlo del fallimento e nell’estate del 1972 cede alla Juventus Altafini e Zoff, quest’ultimo ormai elemento fisso della Nazionale, strappando al manager juventino Italo Allodi una promessa: un giorno dovrà lavorare per lui al Napoli. La squadra si piazza sul podio nel ’71 e nel ’74, e sfiora lo Scudetto nel ’75, con l’ex calciatore Vinicio in panchina. ‘O Lione, nel solco del Calcio totale all’olandese, per primo attua il pressing, il fuorigioco e 4 difensori a zona nella patria del “catenaccio”, e sfiora il colpaccio, perdendo lo scontro decisivo a Torino contro la Juventus per un goal siglato a 2 minuti dal termine dall’ex Altafini, perciò soprannominato dai napoletani Core ‘ngrato. Fallito il tentativo, Ferlaino acquista dal Bologna il bomber Beppe Savoldi, sollevando scalpore per l’esborso della cifra record di 2 miliardi. Mister 2 miliardi da il suo contributo per la vittoria della Coppa Italia (’76), la seconda della storia azzurra (insieme alla Coppa di Lega Italo-Inglese). I tifosi inaugurano il canto di ‘O surdato ‘nnammurato, ma lo Scudetto resta una chimera. L’ingegnere va alla caccia del calciatore che possa fare la differenza per sovvertire le gerarchie tra Nord e Sud. Nell’estate del 1978, in pieni Mondiali argentini, il tecnico del Napoli Gianni Di Marzio gli segnala un giovane campioncino dell’Argentinos Juniors di nome Diego Armando Maradona, ma le frontiere in Italia sono chiuse e Ferlaino non accetta di “parcheggiarlo” in Svizzera per un paio d’anni. Vuole calciatori affermati, e tenta l’acquisto del bomber Paolo Rossi dal Perugia. «A Napoli non andrò mai», dichiara in segreto l’attaccante italiano ad alcuni amici, facendosi intercettare dal giornalista Mimmo Porpiglia, pronto a pubblicare la notizia. L’affronto finisce in contestazione: il 20 ottobre ‘79, 89.992 spettatori paganti (record nella storia della Serie A) con fischietti alla bocca riempiono il San Paolo per lo sfizio di contestare l’autore del gran rifiuto sceso a Napoli con la maglia del Perugia. La caccia al fuoriclasse decisivo non si arresta e nell’estate del 1980, in pieno scandalo Totonero, alla riapertura delle frontiere, Corrado Ferlaino e il D.G. Antonio Juliano ingaggiano dai canadesi del Vancouver Whitecaps Ruud Krol, faro difensivo dell’Olanda dal gioco totale con licenza di offendere. È a fine carriera ma ha ancora classe da vendere. Si innamora delle donne napoletane e delle mozzarelle di bufala, a tal punto da non poter disputare un’amichevole durante il ritiro in Toscana per un’indigestione. Con lui il Napoli sfiora nuovamente lo Scudetto, ma il sogno si incrina in primavera contro il Perugia già retrocesso, che espugna il San Paolo grazie ad uno sciagurato autogol iniziale di Moreno Ferrario, e si spezza con un’altra autorete di Mario Guidetti nello scontro diretto in casa alla penultima giornata contro la Juventus che getta nello sconforto una città intera pronta ad esplodere. Niente da fare, sembra proprio che per qualche maledizione lo Scudetto non debba mai scendere a Napoli. Krol, provato dagli infortuni, lascia Napoli nell’estate del 1984 proprio mentre il dirigente dell’Avellino Pierpaolo Marino viene a sapere tramite un mediatore argentino che quel campione argentino, finito al Barcellona due anni prima, è in rotta con il club catalano. Informa prima la Juventus, che rifiuta di trattarlo, e poi il Napoli. Maradona, già considerato il più talentuoso degli astri nascenti, vuole lasciare la Catalogna e si fionda senza esitazioni sulla prima squadra italiana che gli fornisce l’occasione di evadere dalla ricca prigione spagnola e volare nel campionato più importante del Globo (in quel momento). Il Barça pure vuole disfarsene, ma a caro prezzo. La trattativa è estenuante e si conclude in extremis, anzi oltre i termini consentiti. Il prezzo è oltre i 13 miliardi di lire, e il Napoli quei soldi non ce li ha. Ma nell’estate del 1984, in piene ruberie post-sisma nella Campania dei terremotati, dei disoccupati e dei cassintegrati, la politica democristiana decide di dare ai napoletani il calciatore dei sogni e il benefico divertimento. Nel Consiglio di Amministrazione del club figurarono i democristiani Clemente Mastella, Alfredo Vito e Guido D’Angelo, rispettivamente in quota De Mita, Gava e Cirino Pomicino; uno per ogni corrente della Democrazia Cristiana. Il sindaco DC Enzo Scotti attiva un pool di banche per fornire la copertura finanziaria dell’operazione; il D.G. Juliano tratta a Barcellona e Ferlaino, con astuto blitz all’ultimo giorno utile, consegna una busta vuota negli uffici della Lega per poi volare in Spagna per le firme. Torna a Milano a notte fonda e, con l’aiuto di una compiacente guardia giurata, riesce a sostituire la busta vuota con una contenente il contratto firmato da Maradona. La città esplode in una festa improvvisa, e non ha vinto ancora nulla. Il 5 luglio il San Paolo è pieno come un uovo per vedere Maradona palleggiare e calciare lontano un pallone. Si inaugura così l’era d’oro del Napoli, ma nessuno sa ancora a che prezzo. Tutti intuiscono che ora, con el pibe de oro, il Napoli può vincere. Tutti comprendono che il più forte calciatore del mondo, se ben assecondato, può far saltare gli equilibri precostituiti e può condurre la collassata metropoli partenopea nella competizione con i potentati economici del Nord Italia. Anche Italo Allodi capisce nel giugno del 1985 che è il momento giusto per onorare la promessa fatta a Ferlaino tredici anni prima. Lo affianca Pier Paolo Marino, proprio il dirigente dell’Avellino che ha dato la grande soffiata. Allodi, però, è improvvisamente coinvolto in uno scandalo bis del Totonero. Si parla di “sistema Allodi”, di partite sistemate, e il manager scoppia in lacrime per le accuse. Ne esce assolto “con qualche motivo di perplessità”, ma anche sconvolto: nel gennaio del 1987 viene colto da ictus ed è costretto ad uscire lentamente dal mondo del Calcio. Dopo quattro mesi tutto sembra dimenticato quando gli azzurri riescono a mettere finalmente le mani sullo Scudetto, sul primo storico tricolore. Maradona esulta con Bruno Giordano, Salvatore Bagni, Andrea Carnevale, Fernando De Napoli, Alessandro Renica, Claudio Garella e l’esordiente Ciro Ferrara. È l’apoteosi per il popolo partenopeo che prepara la festa come una Piedigrotta d’altri tempi e si riversa nelle strade al fischio finale di Napoli-Fiorentina del 10 maggio ’87. È un evento anche per la RAI, che manda in prima serata e sulla rete ammiraglia uno show celebrativo condotto da Gianni Minà. Qualche giorno dopo si compie l’accoppiatta Scudetto-Coppa Italia, riuscita prima di allora solo a Juventus e Torino. Il Napoli sostituisce Allodi con il suo allievo Luciano Moggi, scafato manager in grande ascesa che aveva mosso i primi passi alla Juventus proprio all’ombra dell’ormai “pensionato” e malato Italo. Il bis Scudetto sembra cosa fatta con la MA.GI.CA. Maradona-Giordano-Careca, un tridente formidabile completato dal funambolico e imprendibile fuoriclasse brasiliano, che sceglie Napoli e si libera dal suo San Paolo perché vuole a tutti i costi giocare con il fenomeno argentino. Il Napoli vola e sembra non avere rivali a tre quarti del campionato, ma ecco spuntare il Milan di Berlusconi e Sacchi, bravo a spingere sul finale e ad approfittare della brusca e improvvisa frenata degli azzurri. Il giocattolo sembra essersi rotto sotto le accuse di aver perso lo Scudetto di proposito. Si parla di un accordo politico occulto per far vincere il Milan ma anche di scommesse al mercato nero, di forti puntate sul bis tricolore degli azzurri che avrebbe fatto perdere agli allibratori della malavita qualcosa come 260 miliardi di lire. Alla fine pagano alcuni giocatori, cacciati dal club al contrario di Maradona, che inizia a mostrare insofferenza e fastidio nei confronti di Ferlaino, il quale continua a non mantenere la promessa fatta nel 1984 di accasarlo in una villa con piscina e a lasciarlo “recluso” in un appartamento di via Scipione Capece a Posillipo. Ma il ciclo del Napoli è ancora incompleto e così giungono la Coppa Uefa nel 1989 e il secondo Scudetto nel 1990, tra una richiesta e l’altra di Maradona di lasciare il club per campionati meno stressanti. Ma lui stesso sa che è prigioniero di Ferlaino e della venerazione che i napoletani gli riservano. Un fanatismo al confine col feticismo. Egli stesso si è fatto capopopolo, accostando i napoletani agli argentini e denunciando il razzismo italiano verso i “terroni”, lo stesso che ha provato in Spagna sentendosi additato come “sudaca”. Anche per questo ha odiato Barcellona e ora detesta Verona e tutti i campi del Nord dove legge striscioni su cui è scritto “lavatevi” e sente volgarità indegne. E detesta le tre “big” del Nord, polo di un potere che si diverte a sabotare sul campo. Arriva anche la prima Supercoppa, con un sonoro 5-1 alla Juventus dopo i Mondiali italiani, quelli che segnano la definitiva rottura tra l’Italia e il campione argentino, ormai troppo inviso ai vertici federali cui ha sottratto la finalissima e offeso durante l’inno argentino a Milano, Torino e Roma. È l’ultimo bagliore di una squadra che crolla sotto la tossicodipendenza del suo leader. Una tossicodipendenza nata a Barcellona e degenerata a tal punto da bloccare troppo spesso Maradona in casa, anche quando c’è da volare a Mosca per la Coppa dei Campioni. Le maglie dei controlli antidoping sono larghissime da anni ma stranamente si fanno strette e il campione argentino ci casca solo nell’aprile 1991, proprio nel giorno in cui Moggi annuncia alla stampa che il ciclo del Napoli è finito e lui andrà via a fine stagione. Tenere in squadra un Maradona allo sbando che non incide più non conviene alle casse del club, che, per accontentare il suo fuoriclasse e mettergli attorno altri campioni negli anni, ha speso in ingaggi il 30% in più di quanto incassato. Ma neanche si può vendere l’idolo assoluto dei napoletani, l’orgoglio massimo della storia azzurra, più prezioso dei trofei portati alla bacheca azzurra, pena la sommossa popolare. La storia napoletana di Diego si conclude nel modo meno “catastrofico”. Il suo erede l’ha portato in casa proprio Moggi, e si chiama Gianfranco Zola. Gli sforzi economici, senza una grande holding alle spalle ma architettati da uno smaliziato costruttore edile, stanno per presentare il conto. Inizia una crisi che dura oltre un decennio, con continui passaggi della maggioranza a imprenditori incapaci di risollevare il club, uscite e rientri di Ferlaino, cessioni dolorose (Ciro Ferrara prima e Fabio Cannavaro poi), qualche soddisfazione targata Claudio Ranieri e Marcello Lippi, e tanta Serie B, dopo 33 anni consecutivi di permanenza nella massima serie. Il televenditore riminese Giorgio Corbelli e l’imprenditore alberghiero napoletano Salvatore Naldi liquidano l’ingegnere ma a tentare il disperato salvataggio resta solo il secondo, che cede nell’estate 2004 e porta i libri contabili in tribunale. Il 2 agosto 2004 la Società Sportiva Calcio Napoli viene decretata fallita. È questo il prezzo differito che il club paga per aver portato a Napoli il miglior calciatore del mondo, gli scudetti e le coppe. L’iscrizione al campionato di B è impossibile. Resta percorribile la strada dell’iscrizione alla Serie C1, ma bisogna assicurare una nuova proprietà e grandi investimenti. 6 possibili acquirenti si fanno avanti. La curatela fallimentare snobba la proposta d’acquisto del plateale presidente del Perugia Luciano Gaucci e si orienta verso quella più seria del proprietario dell’Udinese Giampaolo Pozzo, il quale ha tutto l’interesse a portare la regina del Sud in orbita friulana. Ma ecco che all’improvviso compare sulla scena il cineasta romano di famiglia napoletana Aurelio De Laurentiis, che con un blitz convincente fa suo il club. Il nuovo proprietario riporta subito a Napoli Pierpaolo Marino e, in tre stagioni, la Serie A. Il 10 giugno 2007, col pareggio in trasferta contro il Genoa, esplode una nuova festa in Città. Stavolta sono i più giovani ad animarla, quelli che negli anni Ottanta non erano nati, e che sono cresciuti vedendo la squadra del cuore arrancare nelle serie minori. Il Napoli di De Laurentiis cresce e raggiunge anche l’Europa, prima quella minore e poi quella dei Grandi. Torna pure il profumo di Scudetto con il trio Cavani-Lavezzi-Hamsik diretto da Walter Mazzarri, ma il primo trofeo della nuova Era è la Coppa Italia, la quarta della storia, nell’indimenticabile finale del 20 maggio 2012 a Roma contro la Juventus. Due anni dopo, il 3 maggio 2014, sempre a Roma, anche la quinta coppa nazionale contro la Fiorentina, macchiata dall’aggressione a mano armata che causa la morte del tifoso Ciro Esposito. Stavolta in panchina c’è il vincente tecnico spagnolo Rafa Benitez, tra i più quotati del mondo, che ha il compito di accompagnare il Napoli in una crescita di respiro internazionale. Ma le sue aspettative e quelle dei tifosi non vengono appagate fino in fondo, nonostante la vittoria della seconda Supercoppa in un’interminabile finale a Doha conclusa ai rigori contro la rivale di sempre: la Juventus. Il monte ingaggi è cresciuto con 70 milioni di investimento e 135 milioni per i cartellini di calciatori importanti, su tutti l’argentino Gonzalo Higuain, uno dei più completi attaccanti al mondo, chiamato a sostituire il partente Cavani. Due mancate partecipazioni alla Champions League creano un danno alle floride casse sociali e fanno rinunciare al progetto, anche se la squadra accede all’Europa per il sesto anno consecutivo (record corrente della Serie A) e prosegue in un ciclo che, in quanto a risultati e vittorie, è secondo solo a quello oneroso dell’Era Maradona. L’abiura si chiama Maurizio Sarri, una scommessa che segna un nuovo corso tutto da scoprire, mentre il club targato De Laurentiis divide i tifosi per l’impostazione aziendale a carattere familiare e per la parsimonia che tiene lontano lo spettro del dissesto; uno spauracchio ora esorcizzato ma che ha accompagnato l’azzurro per ottant’anni, compresi quelli d’oro degli Scudetti in cui la bigliettazione allo stadio rappresentava il 90% del fatturato (altri tempi). È la prima volta che accade nella storia di un club che è massima espressione calcistica di un territorio, quello meridionale, che non supera il 20% di presenza delle proprie squadre al Massimo Campionato, capace di vincere solo 8 scudetti contro i 103 del calcio settentrionale. La storia insegna che non si impara nulla da essa, ma quella azzurra deve invece inorgoglire i suoi tifosi a prescindere dai traguardi raggiunti, dai grandi campioni che l’hanno scritta e dai tanti travagli vissuti. Essere tifosi del Napoli, in ogni parte del mondo, vuol dire sostenitore un club unico come la Città che rappresenta, e dei cui affanni è specchio fedele, così come della sua ineguagliabile volontà di non chinare la testa, nonostante tutto. Auguri, Napoli. Auguri, passione azzurra.