Tavecchio sanzionato anche dalla Fifa

Angelo ForgioneLa sanzione Uefa inflitta a Tavecchio per la famosa gaffe sul fantomatico Opti Pobà è stata applicata anche dalla Fifa, per violazione dell’articolo 3 dello statuto e perché “la discriminazione non deve aver posto nel gioco del Calcio”. È bene ricordare che l’organo continentale e quello mondiale hanno ritenuto colpevole colui che la procura federale della Figc assolse, ovvero fu la stessa Federazione ad autoassolsversi. Come dire innocente in Italia ma colpevole nel mondo. Il danno d’immagine per il Calcio e le istituzioni italiane è sicuramente maggiore degli effetti pratici della sanzione che colpisce Tavecchio, il quale sostiene ancora oggi di aver cancellato la chiusura dei settori per discriminazione territoriale esclusivamente per adeguarsi all’Uefa, che invece aveva chiesto più rigore alle varie federazioni nazionali. Meditate gente.

40 anni dopo, il colera del 1973 a “Speciale Tg1”. Quali intenti?

Domenica 25 agosto andrà in onda una puntata di “Speciale Tg1” che rivisiterà i drammatici eventi del colera a Napoli del 1973, a quarant’anni dall’epidemia che colpì non solo la città partenopea ma anche altre città del bacino del Mediterraneo.
«Dopo quarant’anni Napoli si ritrova nelle medesime condizioni di allora, se non peggio». Il giudizio tranchant sarà espresso del regista napoletano Francesco Rosi nel documentario curato dal vicedirettore della testata, il napoletano Gennaro Sangiuliano. E in effetti le condizioni igieniche di Napoli sono ancora oggi al di sotto degli standard europei e indegne di una città di grandissima storia e cultura. Nessuno lo neghi e lo nasconda, ma c’è da chiedersi quali siano gli intenti nel “celebrare” quegli eventi a otto lustri di distanza, riproponendo presumibilmente le inchieste realizzate all’epoca dei fatti che non furono certamente obiettive ed equilibrate. Quell’epidemia, infatti, non fu causata dalle pur precarie condizioni igieniche della Napoli degli anni Settanta, non dalle cozze coltivate nel mare napoletano cui furono attribuite le colpe, ma da una partita di mitili provenienti dalla Tunisia, da cui transitò la pandemia proveniente dalla Turchia via Senegal, cozze che furono sdoganate anche a Palermo, Bari, Cagliari e Barcellona, colpite anch’esse dal vibrione del colera. A questo proposito, si legge dalle pagine online dell’Espresso che lo speciale del Tg1 racconterà “una pagina cupa della storia di Napoli, troppo presto dimenticata, decine di morti e migliaia di contagiati, con casi che si estesero a Bari e ad altre località del Mezzogiorno”. Scritto così, sembra che le altre città furono contagiate dal focolaio di Napoli. E del resto, in quei giorni, fu proprio L’Espresso a titolare in copertina “Bandiera gialla”, schiaffeggiando la città insieme a tutta la stampa, nazionale e internazionale, che perse il senso della misura, speculando sulla città partenopea con racconti di fantasia sui napoletani e diffondendo notizie non verificate. Una biologa inglese, ricoverata al Cotugno per altri motivi, scrisse un reportage per il Times ricco di ricami sulle condizioni igieniche dell’ospedale, in cui parlò di un’esperienza da incubo. Poi ritrattò.
Il presidente dell’Ente Porto e l’Ufficiale Sanitario vennero indiziati di epidemia colposa dalla magistratura, per poi essere scagionati proprio dalla cozza tunisina. L’epidemia, a Napoli, fu debellata velocemente, e l’emergenza fu ufficialmente dichiarata chiusa in meno di due mesi dall’OMS, a tempo di record grazie alla più imponente profilassi della storia europea e ad un’ammirevole compostezza della popolazione nelle operazioni di vaccino, mentre le altre città, Barcellona compresa, ci misero due anni per liberarsene completamente. Tutto questo è raccontato con grande precisione ed equilibrio da uno speciale de “La storia siamo noi” del 2011 (guarda il video), a cura di “Village Doc&Films” di Sergio Lambiase e Aldo Zappalà, in cui anche Paolo Mieli dichiara che “la criminalizzazione di Napoli fu davvero sproporzionata”.
I media dell’epoca alterarono la realtà, consegnandola al pregiudizio, rompendo le ossa all’immagine della città. Solo quando dopo trenta giorni a Napoli tutto finì fu reso noto che il vibrione era nelle cozze tunisine. Nessuno però descrisse più l’epidemia che perdurava altrove, mentre Napoli si ritrovò orfana di turisti, ormai convinti che fosse una Calcutta italiana. Negli stadi d’Italia, luogo di crescente calciocentrismo nazionale, il Napoli di Vinicio fu da allora accolto al grido di “colera”, e fu proprio in quel momento storico che nacque quel coro/slogan razzista ancora ben radicato e mai contrastato dagli ipocriti organi preposti al contrasto dei fenomeni razziali negli impianti sportivi. Baresi, palermitani, cagliaritani e catalani non sono apostrofati come “colerosi”, e neanche i tifosi delle squadre di Milano, Genova, Torino, Verona, Treviso, Venezia, Trieste, Parma, Modena, Como, Bergamo, Brescia e altre città del Nord non bagnato dal mare ma colpite nell’Ottocento da diverse pandemie di colera per le scarse condizioni igieniche e non per delle cozze importate.
Bisogna augurarsi che “Speciale Tg1” sia equilibrato e corretto quanto “La storia siamo noi”, evitando di calcare la mano sulla cassa di risonanza che da sempre Napoli offre ai romanzieri dell’informazione ma, al contrario, cogliendo l’occasione per ricostruire la realtà dei fatti del settembre 1973 e riattribuire a Napoli quanto in quel periodo fu tolto sotto il profilo dell’immagine. In caso contrario, il documentario produrrebbe il solo risultato di alimentare stereotipi e pregiudizi, danneggiando nuovamente l’immagine di una città che faticosamente sta di nuovo intercettando il turismo internazionale, dando tra l’altro ulteriore fiato al volgare razzismo anti-Napoli negli stadi. Che poi la Napoli di oggi abbia più o meno gli stessi gravi e irrisolti problemi, come sostiene Rosi, non c’è alcun dubbio; ma questa è un’altra storia, che anche all’epoca dei fatti del colera fu strumentalizzata per vendere giornali, quotidiani e inchieste televisive.
La carente igiene di Napoli e del Sud-Italia esposto al mare di certo non aiutò a respingere il colera, che partì nel 1961 dall’isola indonesiana di Sulawesi e travolse un po’ tutto il Globo (vedi immagine in basso tratta da “Principi di Microbiologia Medica” – La Placa XII edizione). Si auspica che il vicedirettore Sangiuliano, napoletano, vorrà descriverlo.

colera

Stadio “San Paolo” ferro vecchio

Napoli e il paese pagano ancora gli scandali di “Italia 90”

Angelo Forgione per napoli.com Dura da cinque anni il dibattito su un nuovo stadio a Napoli. Nuova realizzazione o demolizione e ricostruzione del “San Paolo”, un ping-pong di idee che restano tali. All’orizzonte ancora un grosso punto interrogativo e l’unica certezza è che neanche il tanto richiesto tabellone può essere installato nel fatiscente impianto di Fuorigrotta. Il terzo anello è inagibile, andrebbe smontato prima di piazzare il display elettronico. Inagibile nel senso che è l’unica parte di Fuorigrotta ben piazzata al suolo mentre tutto intorno trema. Quando i tifosi vi accedevano, ad ogni goal del Napoli provocavano vibrazioni che si propagavano attraverso i sostegni della copertura, scendendo a terra e raggiungendo i palazzi circostanti. Veri e propri micro-terremoti che hanno aperto anche lesioni negli appartamenti prima che la commissione provinciale di Vigilanza, nel 2005, intervenisse a inibire l’accesso agli spalti in acciaio durante le partite di calcio. Finì anche l’epoca dei concerti con l’allarme lanciato nel Luglio del 2004 durante l’esibizione di Vasco Rossi quando alle 21.30, orario d’inizio, il segnale monocromatico dell’osservatorio cominciò a registrare un “fenomeno di rilievo” lungo quanto tutto il concerto. Ballavano i fans del “Blasco” ma anche i residenti di Fuorigrotta che abbandonarono le loro case. Un “miracolo” di ingegneria da dimenticare nato nel 1988 dall’esigenza di una copertura rivelatasi inutile da subito. Un disastro estetico partorito per una costosa, sproporzionata e brutta struttura in ferro costruita secondo criteri climatici nord-europei, una copertura alta con aperture laterali che non teneva in considerazione la direzione di caduta delle piogge mediterranee, ventose e quindi non perpendicolari ma trasversali.
Quei lavori pregiudicarono l’impianto, stravolgendo l’opera architettonica originale dell’architetto razionalista Carlo Cocchia e tutta l’armonia stilistica del quartiere legata alle altre strutture similari e contemporanee (Arena Flegrea, fontana dell’Esedra, edifici della Mostra d’Oltremare e facoltà di Ingegneria), alcune delle quali firmate dallo stesso architetto. Eppure il progetto di adeguamento del 1988 fu preparato da Fabrizio Cocchia, figlio di Carlo, con la supervisione del direttore dei servizi tecnici del “Comitato Organizzativo Locale” Paolo Teresi, e consegnato all’architetto Giuseppe Squillante che lo migliorò pensando ad una copertura più elegante e più economica di quella poi realizzata  (clicca sull’immagine a lato). Della bellezza e, soprattutto, del risparmio non importava a nessuno e il vantaggioso taglio di spese falciò le gambe a Squillante cui fu revocato l’incarico. L’interess
e sovrano era il ferro perchè la gara d’appalto prevedeva un costo fisso del materiale al chilo e uno variabile in base a quanto ne fosse stato utilizzato. Più se ne impiegava e più si guadagnava. Il progetto di Squillante prevedeva circa 2 milioni di chili di ferro, troppo pochi rispetto ai circa 8,5 milioni poi riversati attorno al “San Paolo”. L’architetto dovette farsi da parte, consapevole dello scempio che si stava per compiere. La magistratura napoletana piombò ben presto sulla vicenda accusando 11 tra politici e costruttori di aver fatto elaborare agli uffici tecnici comunali un progetto di massima con costi contenuti poi portato all’approvazione del consiglio comunale e al ministero per i finanziamenti, per poi indicare come indispensabili delle costose varianti di stravolgimento del progetto originale che tali invece non erano. Un ingente danno patrimoniale per il Comune che fu costretto ad affrontare una spesa di gran lunga superiore a quella preventivata, dai 51 miliardi di lire iniziali del progetto Squillante ai 140 miliardi finali. Il processo durò 14 anni e si concluse con assoluzioni e prescrizioni. A dare ragione a Squillante sono stati però i napoletani, legati affettivamente ad un tempio che però non piace più a nessuno, e i tecnici giapponesi che, giunti a Napoli per fare tesoro degli errori italiani in vista dei mondiali del 2002, si complimentarono per il suo progetto iniziale.
I problemi principali del “San Paolo” sono dunque il terzo anello e la copertura che dovrebbero essere smontati, cancellando di fatto gli interventi del 1990, ma i soldi non c’erano nel 2005 e non ci sono oggi. Occorrono almeno 7,5 milioni di euro per eliminare le “avveniristiche” strutture dello stadio, costo da abbattere solo regalando il materiale a chi le smonta. Il problema è che nessuno vuole farlo; quel metallo non fa gola a nessuno, neanche ai cinesi che pure hanno smantellato alcune strutture delle acciaierie di Bagnoli.
Resta il problema della ferraglia, e allora niente tabellone. L’ultima indicazione riferisce della realizzazione a spese del Napoli di uno speciale display con informazioni testuali che correrebbero a 360° lungo l’anello circolare del secondo anello. Un dibattito infinito, anche triste se si pensa che quelli in corso potevano essere i campionati Europei di calcio in Italia. Sei anni fa si formularono idee per un nuovo stadio a Miano e invece nel 2007 la spuntarono Polonia e Ucraina per l’organizzazione. Il presidente della Federcalcio Giancarlo Abete parlò di scelta di politica internazionale di fronte alla quale bisognava dimostrare di poter ristrutturare gli stadi anche senza l’assegnazione degli Europei. Non è accaduto, e in pochi avevano dubbi. Non che nei due paesi ospitanti dell’est non ci siano stati problemi, ritardi e malaffare ma gli stadi costruiti o rifatti fanno comunque impallidire quelli italiani sempre più vecchi e inadeguati, testimoni di un’occasione sprecata nel 1990. Tutti avanzano, l’Italia resta ferma.
Lo stato dell’arte italiano in tema di stadi è catastrofico. Gli unici due impianti costruiti ex-novo per “Italia ’90” furono il “Delle Alpi” di Torino e il “San Nicola” di Bari. Il primo già demolito per inadeguatezza e sostituito dallo “Juventus Stadium”, l’unico impianto moderno d’Italia che però ha trasformato con una magica variante urbanistica un’area pubblica in “zona urbana di trasformazione”, praticamente un interesse privato. Partendo dalla concessione di 349mila metri quadri per 99 anni alla Juventus in cambio di 25 milioni di euro, cioè meno di un euro al metro quadro annui. Una seconda variante ha concesso di costruirvi vicino due centri commerciali previo pagamento di un milione di euro e il sodalizio degli Agnelli ha ammortizzato tutti i costi coinvolgendo un’impresa cooperativa e accedendo a due mutui di prestito per complessivi 60 milioni di euro presso l’Istituto per il Credito Sportivo, una banca pubblica e quindi finanziata da soldi dei contribuenti.
Bello quanto si vuole il “San Nicola” di Renzo Piano  ma inutile quanto il “Delle Alpi”, sempre semivuoto, privo di servizi, posizionato in una zona desolata e pregiudicato dalla pista d’atletica che all’epoca era il presupposto fondamentale per accadere ai finanziamenti del CONI.

Il paradosso è che il conto per quella manifestazione lo stiamo pagando ancora. Nel bilancio di previsione di Palazzo Chigi del 2011 figurava ancora una voce riferita ai mutui accesi con la legge 65 del 1987 per costruire gli stadi di “Italia 90”: 55 milioni di euro stanziati per pagarne una parte. E nel 2010 ne erano stati messi in bilancio altri 60. Il totale di spesa per quegli stadi lievitò fino a 1.248 miliardi di lire (645 milioni di euro), l’84% in più dei costi preventivati. Per tutta l’organizzazione furono spesi 6.868 miliardi di lire senza completare tutte le opere, a fronte dei 3.151 previsti. Non solo stadi mal costruiti, anche stazioni ferroviarie inutili, terminali di aeroporti abbandonati, alberghi mai completati e solo ora demoliti, sale stampa smontate dopo un solo match, senza contare le numerose vittime nei cantieri dove le condizioni di sicurezza erano veramente minime. Una cascata di denaro pubblico e privato all’italiana funzionale a un modello di edilizia fatto di stadi, strutture fatiscenti e appalti a costi crescenti. Solo il “Delle Alpi” di Torino lievitò del 214% e costò 226 miliardi di lire andati in polvere sotto i colpi delle ruspe dopo soli vent’anni di costi di manutenzione stratosferici. Il “Sant’Elia” di Cagliari, dopo soli dieci anni, rischiava il crollo e nel 2002 il presidente del Cagliari Cellino ha pensato di costruire delle tribune provvisorie proprio sopra la pista di atletica; uno stadio nello stadio, un aborto. Le tribune provvisorie sono divenute definitive e di recente la Commissione di Vigilanza ha alzato la voce mentre il sindaco di Cagliari Zedda ha puntato i piedi contro Cellino che per 7 anni non ha pagato una lira per l’uso della struttura. E così il Cagliari ha abbandonato lo stadio di casa per andare a giocare a Trieste. Dal 16 Maggio il “Sant’Elia” è stato chiuso definitivamente per inagibilità e Cellino ha avviato “deliberatamente” la realizzazione di un nuovo modesto impianto a Quartu Sant’Elena dove verrano spostate le tribune in tubi innocenti smontate dal “Sant’Elia”. Non è la soluzione ma la creazione di un altro problema.  E mentre nel mondo sorgono dappertutto impianti moderni, questo sarà l’emblema del regresso italiano.
E così, mentre a Napoli ci si gingillava pensando a come installare un tabellone che non si poteva installare, la Polonia e in parte l’Ucraina ci davano una lezione di edilizia sportiva. Un po’ dappertutto si pensano o si progettano timidamente nuovi stadi senza gli strumenti di legge idonei. La Camera discute la normativa e l’affida alla commissione cultura di Montecitorio. Nel frattempo il premier Monti legge i bilanci di previsione e si accorge che l’Italia sta ancora pagando gli appalti gonfiati dei mondiali del ’90, impallidisce, pensa alle Olimpiadi del 2004 in Grecia che hanno contribuito a portare il paese ellenico nel baratro e decide alla fine di negare la candidatura romana alle Olimpiadi del 2020. Tutti delusi per un’occasione persa per un paese che attraversa una crisi fortissima. O forse scampato pericolo. Il ricordo di ciò che “seppe fare” il famigerato “Comitato Organizzativo Locale” guidato da Luca di Montezemolo è ancora vivo, e l’azzardo UEFA a favore di Ucraina e Polonia che partivano da zero lo testimonia. Già marchiata da “tangentopoli”, l’italia era all’epoca in piena “calciopoli”; dopo cinque anni è passata a “scommessopoli”.

Video: COLERA A NAPOLI (1973), cause e pregiudizio

Video: COLERA A NAPOLI (1973), cause e pregiudizio
ecco come è stata appiccicata l’etichetta di “colerosi”

Angelo Forgione – A causa di cozze importate dalla Tunisia, nel 1973 Napoli vive un’epidemia di colera che colpisce anche Palermo, Bari, Cagliari e Barcellona. Ma le responsabilità vengono addossate ai Napoletani e alle condizioni igieniche della città e del suo mare, pur carenti ma non decisive.
Ne segue un feroce accanimento mediatico che non tiene conto invece delle positività espresse in un momento critico dalla città che consentono di superare la crisi velocemente mentre altrove perdura per anni. L’immagine di Napoli ne esce ancora una volta con le ossa rotte, con conseguente crisi del turismo.
Il videoclip riassume le parti più significative del programma RAI “La storia siamo noi” che ripercorre quei giorni riaffermando le reali responsabilità e le effettive esasperazioni. A ridimensionare il tutto e a spiegare il perchè di tanto accanimento ci pensa dopo 38 anni l’allora inviato de “L’Espresso” Paolo Mieli, la cui dichiarazione da vero giornalista equilibrato, informato e non prevenuto, merita di essere evidenziata perchè capace di spiegare tante cose al di là delle colpe pur evidenti dell’ambiente Napoletano. Significativo il finale del montaggio che, oltre a spiegare come sia nata l’etichetta di “colerosi” che ancora oggi è manifesto razzista delle tifoserie d’Italia, riafferma una metafora sportiva tanto cara a chi conosce la storia d’Italia e sa chi sia stato, nel 1860, ad inaugurare la denigrazione di Napoli.