Il Napoli ha perso, i napoletani hanno stravinto

tifosi_madridDa Martinafranca a Madrid, la tredicennale parabola ascendente del Napoli, rinato dal nulla, ha condotto la marea azzurra nella città del miglior club del XX secolo. La miglior tifoseria azzurra da esportazione, quella colorita, sobria e corretta, è giunta da ogni parte del mondo e ha dato gran prova di civiltà, così come quella madridista. La chiassosa marea azzurra non ha creato alcun problema nella capitale spagnola, e ha vissuto l’evento come una grande festa del calcio. E se è vero che tale dovrebbe essere la normalità è anche vero la normalità è rara nella mediocrità contemporanea.
I tifosi olandesi del Feyenoord di Rotterdam, qualche tempo fa, scesero a Roma a devastare persino i monumenti.
La Puerta del Sol è parsa piazza del Plebiscito, non solo per il comune monumento equestre a Carlo III, che sarà stato felicissimo di avere ai suoi piedi i due popoli da lui più amati. Lì, per un giorno, si è parlato castigliano e napoletano, in gran serenità. Il Santiago Bernabeu è sembrato il San Paolo quando i napoletani hanno urlato, alla loro maniera, sull’inno della Champions League. Non si cruccino troppo i reduci dalla grande giornata per la sconfitta contro i mostri sacri del football. Siano invece fieri di aver vinto la partita più importante, quella della civiltà.
Si auspica replica al 7 marzo, e sempre.

Littizzetto e il sottile confine tra la difesa e l’offesa

Tratto da La Radiazza su Radio Marte, il mio commento alle parole di Luciana Littizzetto, che nel corso del suo spazio a Che Tempo che Fa del 19 aprile ha inteso stigmatizzare l’autolesionismo italiano dimostrando che gli hooligans di piazza di Spagna erano olandesi, mica napoletani! Si trattava certamente ed evidentemente di un tentativo di evidenziare come i tifosi violenti e incivili siano dappertutto, non solo in Italia, ma tirare in ballo i napoletani in un discorso in cui si ponevano altri esempi (senza altri paragoni del genere) ha sortito come effetto anche quello di affermare i napoletani stessi come i più incivili d’Italia. La comunicazione è un’arte, e il confine tra la difesa e l’offesa può risultare a volte molto sottile.

Settembre 1943, la Reggia di Caserta bombardata

cappella_palatina_bombaAngelo Forgione – Troppi danni fecero a Napoli i violenti e ripetuti bombardamenti delle forze alleate di Inghilterra e Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, operati per colpire uno snodo nevralgico sul Mediterraneo e per stremare psicologicamente la popolazione, spingendola alla rivolta contro le truppe naziste. Ne fecero le speso vite umane e monumenti. Nonostante già dal 1942 fossero stati creati negli States due comitati (presso la Harvard University e l’American Council of Learned Societies) composti da ufficiali e da studiosi di Storia reggia_caserta_disegnodell’Arte che collaborarono con gli inglesi alla creazione di un elenco dei più importanti monumenti italiani ed europei da preservare, quelli napoletani furono colpiti chirurgicamente. Le regole di comportamento furono pure dettate, ma spesso i soldati alleati non le rispettarono. Neanche la Reggia di Caserta fu risparmiata, subendo danni prima dell’insediamento delle stesse truppe.
Caserta fu messa in ginocchio, per la prima volta, dal violento bombardamento del 27 agosto 1943 che ebbe come obiettivo la stazione ferroviaria ma che distrusse anche la Chiesa di Sant’Anna e l’ospedale di piazza Marconi, oltre a mietere centinaia di vittime. Gli aerei carichi di ordigni, che in quel periodo sorvolavano Caserta in direzione di Napoli, si abbassarono sulla città della Reggia.
Il 24 settembre, l’obiettivo fu proprio il Palazzo Reale, colpito da un raid aereo che causò la quasi completa devastazione della bellissima Cappella Palatina di Luigi Vanvitelli, completata dal figlio Carlo e inaugurata nel Natale del 1784, durante la Messa di mezzanotte celebrata alla presenza di Ferdinando IV e di tutta la corte. Le bombe penetrarono in più punti dalla volta (vedi foto sopra) e causarono ingenti danni ai marmi e la perdita di tutti i preziosi dipinti e gli arredi sacri, fatta salva la tela con l’Immacolata Concezione di Giuseppe Bonito, fortunatamente ancora oggi collocata sull’altare maggiore.
soldato_bagno_mariacarolinaNel 1948 iniziò un difficilissimo e lungo lavoro di restauro per riavvicinare la Cappella Palatina al suo splendore originario, ma forti difficoltà comportarono le integrazioni delle parti marmoree, che, a causa dell’estinzione delle cave borboniche, richiesero il reperimento dei materiali sul mercato antiquario. I danni, non completamente riparati, sono ancora ben evidenti in alcuni punti sventrati e sulle colonne, visibilmente danneggiate.
Alcune cronache raccontano che i soldati, una volta preso possesso della Reggia, si divertivano a centrare con le armi le sculture del parco, ad orinare in alcune stanze degli appartamenti storici e ad imbrattare dipinti e sculture. Fu proprio alla Reggia che, il 7 firma_armistiziomaggio del 1945, fu sancita la fine della Seconda Guerra Mondiale, con la firma della resa incondizionata della Germania alle Forze Alleate, alla presenza del generale americano Alexander, del generale inglese Morgan e del generale tedesco Von Vienhiagoff (foto a destra).

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Rifiuti tossici: «Danni incalcolabili sulle generazioni future»

intorno al 2060, il picco dell’incidenza tumorale

Angelo Forgione – “Danni incalcolabili, che graveranno sulle generazioni future”. Così sentenzia la relazione sugli illeciti connessi ai rifiuti della Campania approvata all’unanimità da un’apposita Commissione parlamentare d’inchiesta. “Il danno ambientale che si è consumato è destinato, purtroppo, a produrre i suoi effetti in forma amplificata e progressiva nei prossimi anni con un picco che si raggiungerà fra una cinquantina d’anni. Questo dato può ritenersi la giusta e drammatica sintesi della situazione campana”. Cioè, i tumori tra Napoli e Caserta aumentano e toccano picchi esorbitanti, ma è solo l’inizio perché il peggio deve ancora venire.
Le colpe? Ben note. L’ormai acclarato intreccio tra imprenditoria centro-settentrionale, camorra e politica. Decisiva la mediazione dall’apparato amministrativo regionale che “ha favorito in larga parte interessi sostanzialmente illeciti”, favorendo società che operano nel settore apparentemente munite di autorizzazioni necessarie ma in realtà “riconducibili alla criminalità organizzata”. Le conclusioni sono una vera condanna per i cittadini del Sud, almeno fin quando avranno la fortuna di non ammalarsi: “È evidente che il sistema, a questo punto, risulta essere stato riprogrammato per far funzionare una macchina capace senz’altro di produrre profitti, ma destinata a non risolvere i problemi, dal momento che il raggiungimento dello scopo costituirebbe evidentemente motivo per far cessare ogni possibile spunto di guadagno riguardo al ciclo dei rifiuti”. Cioè, nessuno ha interesse e voglia di risolvere un problema igienico-sanitario creato ad arte.
In questo contesto, ormai incancrenito da anni, le bonifiche restano chimere. La politica nazionale glissa e ostacola il registro tumorale regionale, il ministro della Salute Balduzzi giustifica le neoplasie con l’obesità e il Presidente della Repubblica chiude il suo mandato senza aver mai speso una parola sull’argomento. E il popolo campano paga.

Stadio “San Paolo” ferro vecchio

Napoli e il paese pagano ancora gli scandali di “Italia 90”

Angelo Forgione per napoli.com Dura da cinque anni il dibattito su un nuovo stadio a Napoli. Nuova realizzazione o demolizione e ricostruzione del “San Paolo”, un ping-pong di idee che restano tali. All’orizzonte ancora un grosso punto interrogativo e l’unica certezza è che neanche il tanto richiesto tabellone può essere installato nel fatiscente impianto di Fuorigrotta. Il terzo anello è inagibile, andrebbe smontato prima di piazzare il display elettronico. Inagibile nel senso che è l’unica parte di Fuorigrotta ben piazzata al suolo mentre tutto intorno trema. Quando i tifosi vi accedevano, ad ogni goal del Napoli provocavano vibrazioni che si propagavano attraverso i sostegni della copertura, scendendo a terra e raggiungendo i palazzi circostanti. Veri e propri micro-terremoti che hanno aperto anche lesioni negli appartamenti prima che la commissione provinciale di Vigilanza, nel 2005, intervenisse a inibire l’accesso agli spalti in acciaio durante le partite di calcio. Finì anche l’epoca dei concerti con l’allarme lanciato nel Luglio del 2004 durante l’esibizione di Vasco Rossi quando alle 21.30, orario d’inizio, il segnale monocromatico dell’osservatorio cominciò a registrare un “fenomeno di rilievo” lungo quanto tutto il concerto. Ballavano i fans del “Blasco” ma anche i residenti di Fuorigrotta che abbandonarono le loro case. Un “miracolo” di ingegneria da dimenticare nato nel 1988 dall’esigenza di una copertura rivelatasi inutile da subito. Un disastro estetico partorito per una costosa, sproporzionata e brutta struttura in ferro costruita secondo criteri climatici nord-europei, una copertura alta con aperture laterali che non teneva in considerazione la direzione di caduta delle piogge mediterranee, ventose e quindi non perpendicolari ma trasversali.
Quei lavori pregiudicarono l’impianto, stravolgendo l’opera architettonica originale dell’architetto razionalista Carlo Cocchia e tutta l’armonia stilistica del quartiere legata alle altre strutture similari e contemporanee (Arena Flegrea, fontana dell’Esedra, edifici della Mostra d’Oltremare e facoltà di Ingegneria), alcune delle quali firmate dallo stesso architetto. Eppure il progetto di adeguamento del 1988 fu preparato da Fabrizio Cocchia, figlio di Carlo, con la supervisione del direttore dei servizi tecnici del “Comitato Organizzativo Locale” Paolo Teresi, e consegnato all’architetto Giuseppe Squillante che lo migliorò pensando ad una copertura più elegante e più economica di quella poi realizzata  (clicca sull’immagine a lato). Della bellezza e, soprattutto, del risparmio non importava a nessuno e il vantaggioso taglio di spese falciò le gambe a Squillante cui fu revocato l’incarico. L’interess
e sovrano era il ferro perchè la gara d’appalto prevedeva un costo fisso del materiale al chilo e uno variabile in base a quanto ne fosse stato utilizzato. Più se ne impiegava e più si guadagnava. Il progetto di Squillante prevedeva circa 2 milioni di chili di ferro, troppo pochi rispetto ai circa 8,5 milioni poi riversati attorno al “San Paolo”. L’architetto dovette farsi da parte, consapevole dello scempio che si stava per compiere. La magistratura napoletana piombò ben presto sulla vicenda accusando 11 tra politici e costruttori di aver fatto elaborare agli uffici tecnici comunali un progetto di massima con costi contenuti poi portato all’approvazione del consiglio comunale e al ministero per i finanziamenti, per poi indicare come indispensabili delle costose varianti di stravolgimento del progetto originale che tali invece non erano. Un ingente danno patrimoniale per il Comune che fu costretto ad affrontare una spesa di gran lunga superiore a quella preventivata, dai 51 miliardi di lire iniziali del progetto Squillante ai 140 miliardi finali. Il processo durò 14 anni e si concluse con assoluzioni e prescrizioni. A dare ragione a Squillante sono stati però i napoletani, legati affettivamente ad un tempio che però non piace più a nessuno, e i tecnici giapponesi che, giunti a Napoli per fare tesoro degli errori italiani in vista dei mondiali del 2002, si complimentarono per il suo progetto iniziale.
I problemi principali del “San Paolo” sono dunque il terzo anello e la copertura che dovrebbero essere smontati, cancellando di fatto gli interventi del 1990, ma i soldi non c’erano nel 2005 e non ci sono oggi. Occorrono almeno 7,5 milioni di euro per eliminare le “avveniristiche” strutture dello stadio, costo da abbattere solo regalando il materiale a chi le smonta. Il problema è che nessuno vuole farlo; quel metallo non fa gola a nessuno, neanche ai cinesi che pure hanno smantellato alcune strutture delle acciaierie di Bagnoli.
Resta il problema della ferraglia, e allora niente tabellone. L’ultima indicazione riferisce della realizzazione a spese del Napoli di uno speciale display con informazioni testuali che correrebbero a 360° lungo l’anello circolare del secondo anello. Un dibattito infinito, anche triste se si pensa che quelli in corso potevano essere i campionati Europei di calcio in Italia. Sei anni fa si formularono idee per un nuovo stadio a Miano e invece nel 2007 la spuntarono Polonia e Ucraina per l’organizzazione. Il presidente della Federcalcio Giancarlo Abete parlò di scelta di politica internazionale di fronte alla quale bisognava dimostrare di poter ristrutturare gli stadi anche senza l’assegnazione degli Europei. Non è accaduto, e in pochi avevano dubbi. Non che nei due paesi ospitanti dell’est non ci siano stati problemi, ritardi e malaffare ma gli stadi costruiti o rifatti fanno comunque impallidire quelli italiani sempre più vecchi e inadeguati, testimoni di un’occasione sprecata nel 1990. Tutti avanzano, l’Italia resta ferma.
Lo stato dell’arte italiano in tema di stadi è catastrofico. Gli unici due impianti costruiti ex-novo per “Italia ’90” furono il “Delle Alpi” di Torino e il “San Nicola” di Bari. Il primo già demolito per inadeguatezza e sostituito dallo “Juventus Stadium”, l’unico impianto moderno d’Italia che però ha trasformato con una magica variante urbanistica un’area pubblica in “zona urbana di trasformazione”, praticamente un interesse privato. Partendo dalla concessione di 349mila metri quadri per 99 anni alla Juventus in cambio di 25 milioni di euro, cioè meno di un euro al metro quadro annui. Una seconda variante ha concesso di costruirvi vicino due centri commerciali previo pagamento di un milione di euro e il sodalizio degli Agnelli ha ammortizzato tutti i costi coinvolgendo un’impresa cooperativa e accedendo a due mutui di prestito per complessivi 60 milioni di euro presso l’Istituto per il Credito Sportivo, una banca pubblica e quindi finanziata da soldi dei contribuenti.
Bello quanto si vuole il “San Nicola” di Renzo Piano  ma inutile quanto il “Delle Alpi”, sempre semivuoto, privo di servizi, posizionato in una zona desolata e pregiudicato dalla pista d’atletica che all’epoca era il presupposto fondamentale per accadere ai finanziamenti del CONI.

Il paradosso è che il conto per quella manifestazione lo stiamo pagando ancora. Nel bilancio di previsione di Palazzo Chigi del 2011 figurava ancora una voce riferita ai mutui accesi con la legge 65 del 1987 per costruire gli stadi di “Italia 90”: 55 milioni di euro stanziati per pagarne una parte. E nel 2010 ne erano stati messi in bilancio altri 60. Il totale di spesa per quegli stadi lievitò fino a 1.248 miliardi di lire (645 milioni di euro), l’84% in più dei costi preventivati. Per tutta l’organizzazione furono spesi 6.868 miliardi di lire senza completare tutte le opere, a fronte dei 3.151 previsti. Non solo stadi mal costruiti, anche stazioni ferroviarie inutili, terminali di aeroporti abbandonati, alberghi mai completati e solo ora demoliti, sale stampa smontate dopo un solo match, senza contare le numerose vittime nei cantieri dove le condizioni di sicurezza erano veramente minime. Una cascata di denaro pubblico e privato all’italiana funzionale a un modello di edilizia fatto di stadi, strutture fatiscenti e appalti a costi crescenti. Solo il “Delle Alpi” di Torino lievitò del 214% e costò 226 miliardi di lire andati in polvere sotto i colpi delle ruspe dopo soli vent’anni di costi di manutenzione stratosferici. Il “Sant’Elia” di Cagliari, dopo soli dieci anni, rischiava il crollo e nel 2002 il presidente del Cagliari Cellino ha pensato di costruire delle tribune provvisorie proprio sopra la pista di atletica; uno stadio nello stadio, un aborto. Le tribune provvisorie sono divenute definitive e di recente la Commissione di Vigilanza ha alzato la voce mentre il sindaco di Cagliari Zedda ha puntato i piedi contro Cellino che per 7 anni non ha pagato una lira per l’uso della struttura. E così il Cagliari ha abbandonato lo stadio di casa per andare a giocare a Trieste. Dal 16 Maggio il “Sant’Elia” è stato chiuso definitivamente per inagibilità e Cellino ha avviato “deliberatamente” la realizzazione di un nuovo modesto impianto a Quartu Sant’Elena dove verrano spostate le tribune in tubi innocenti smontate dal “Sant’Elia”. Non è la soluzione ma la creazione di un altro problema.  E mentre nel mondo sorgono dappertutto impianti moderni, questo sarà l’emblema del regresso italiano.
E così, mentre a Napoli ci si gingillava pensando a come installare un tabellone che non si poteva installare, la Polonia e in parte l’Ucraina ci davano una lezione di edilizia sportiva. Un po’ dappertutto si pensano o si progettano timidamente nuovi stadi senza gli strumenti di legge idonei. La Camera discute la normativa e l’affida alla commissione cultura di Montecitorio. Nel frattempo il premier Monti legge i bilanci di previsione e si accorge che l’Italia sta ancora pagando gli appalti gonfiati dei mondiali del ’90, impallidisce, pensa alle Olimpiadi del 2004 in Grecia che hanno contribuito a portare il paese ellenico nel baratro e decide alla fine di negare la candidatura romana alle Olimpiadi del 2020. Tutti delusi per un’occasione persa per un paese che attraversa una crisi fortissima. O forse scampato pericolo. Il ricordo di ciò che “seppe fare” il famigerato “Comitato Organizzativo Locale” guidato da Luca di Montezemolo è ancora vivo, e l’azzardo UEFA a favore di Ucraina e Polonia che partivano da zero lo testimonia. Già marchiata da “tangentopoli”, l’italia era all’epoca in piena “calciopoli”; dopo cinque anni è passata a “scommessopoli”.

tuttojuve.net: “pioviggina, salta la gara col City?”

tuttojuve.net: “pioviggina, salta la gara col City?”

continua la scia di cattivo gusto juventino

di Angelo Forgione – Insistete pure, voi di tuttojuve.net. Siete anche un po’ prevedibili perchè stamane, alla vista grigia dello splendido golfo di cui noi possiamo godere nelle giornate di cielo AZZURRO, ho pensato subito a qualche grigio BIANCONERO (le due tinte insieme producono grigiore) pronto a fare sarcasmo sulla partita di Champions sotto la pioggia… ma a Napoli, non a Torino. Francamente, dopo la bacchettata a Rampulla e Gullo, avrei sperato che da quel versante avessero tutti capito la lezione e imparato a rispettare soprattutto la morte di 7 persone ma anche la decisione superiore di un Prefetto.
E invece no: “una goccia d’acqua potrebbe influenzare gli slalom di Lavezzi, che correrebbe persino il rischio di scivolare; un’altra potrebbe causare il nervosismo di Mario Balotelli, sponda City … ma sono soprattutto le ultime due gocce d’acqua a creare i dubbi più angoscianti e le paure più profonde: il ciuffo di Roberto Mancini potrebbe rovinarsi e la cresta ribelle di Hamsik potrebbe, ahinoi, perdere volume e brillantezza”. Così scrive Domenico Aprea (cognome napoletano), capace di colpire anche degli ex-interisti nel suo articolo nella categoria “i nemici”.
Non ci viene da ridere, e purtroppo piangiamo. Se proprio gli adepti del direttore Massimo Pavan, i cui siparietti a Sportitalia sono decisamente meno brillanti della simpatia del conterraneo Michele Crisicitello, vogliono stimolar risata, imparassero dalla cultura napoletana che regala da secoli sorrisi senza offendere nessuno. Oppure traessero ispirazione da chi prima prende le distanze da Moggi e Giraudo e poi chiede scudetti indietro e 444 milioni di risarcimento danni.
Che stile che stanno sciorinando!

Galeazzi “compra” un luogo comune che gli costa 300€

condanna per aver DETTO AL portinaio “meridionale di m…”

Angelo Forgione – Diciamolo subito, Giampiero Galeazzi non ci sembra uno xenofobo e non è certo uomo di latitudini scandinave. Ma questa storia conferma che i luoghi comuni sui meridionali facciano parte di questo paese ad ogni latitudine.
Il giornalista RAI dovrà pagare 300 euro al portiere del suo condominio per INGIURIA AGGRAVATA dopo averlo offeso in presenza di altre persone definendolo “meridionale di m… (“non sei capace nemmeno di guardare le pecore” e altre offese verbali). Tutto questo perchè non gli avrebbe consegnato regolarmente la posta.

La Suprema Corte ha sentenziato che, anche ammesso che il portiere avesse sbagliato ad assolvere i suoi compiti, la circostanza non sarebbe bastata a «giustificare la violenta aggressione verbale e l’uso di espressioni gravemente lesive della dignità e del decoro della persona offesa». Inoltre la Cassazione ha ricordato che «qualsiasi contestazione o riserva sulla correttezza» delle incombenze del portiere «avrebbe dovuto trovare sfogo in sede assembleare e non già nel gratuito ed ingiurioso attacco alla persona». “Bisteccone” si era giustificato adducendo un “comprensibile stato d’ira”, ma non è bastato.
Che serva a Galeazzi per fargli capire che essere “Meridionale” non è un’offesa (semmai un VANTO), ma lo diventa associando il termine ad una parola lesiva e indecorosa. Come la sua reazione. Quella peraltro di un laureato, giornalista, ex-atleta e uomo di fama legata soprattutto alle telecronache olimpiche dei meridionalissimi fratelloni Abbagnale e ai gavettoni nello spogliatoio del Napoli pluriscudettato che tanto lo attraeva ai tempi della “Lazietta”.
Che inciampo!