Vescovo di Andria: «Il Sud considerato periferia d’Italia». Delrio ascolta.

Angelo Forgione Chiara denuncia di Monsignor Luigi Mansi, vescovo di Andria, ai funerali delle vittime del disastro ferroviario in Puglia che è costata la vita a 27 persone. Parole di flemmatica condanna alla colonizzazione meridionale, pronunciate alla presenza del ministro alle infrastrutture Graziano Delrio e delle alte cariche dello Stato.

«[] inadempienze nei confronti del proprio dovere, verso i diritti delle persone, di tutti, senza diversità e distinzione. E noi temiamo che queste terre, le nostre terre, sono state considerate, e lo sono ancora, le periferie dell’Italia. Sospiriamo il giorno in cui tutto questo possa dirsi concluso per sempre».

Proprio Delrio, il giorno seguente la tragedia, aveva riferito alla Camera, respingendo le accuse del Movimento 5 Stelle di aver privilegiato il Nord nell’assegnazione dei fondi per le ferrovie.

«Circolano affermazioni profondamente strumentali, sbagliate e pericolose e cioè che la legge di Stabilità avrebbe dato fondi solo al Nord per il trasporto pubblico locale. Il contratto di programma prevede 9 miliardi di euro destinati a tutta la rete nazionale e 4 e mezzo sono per tecnologie di sicurezza e di questi una parte per le reti a carattere regionale. In Italia non si è mai fatta la “cura ferro”, ma con questo Governo c’è stata un’inversione di tendenza netta rispetto al passato ed abbiamo destinato diversi miliardi al trasporto ferroviario regionale».

La “cura del ferro” è stata annunciata a febbraio scorso (► http://wp.me/pFjag-6Zo): investimenti per 8.971 milioni stanziati dal Governo Renzi, vero, ma Delrio non ha detto che solo 474 milioni sono destinati al Sud. Il Ministro ha risposto alle accuse fornendo dati generali riferiti all’intero investimento nazionale, senza lo specifico dato del Sud. Ma il confronto tra gli interventi finanziati nel Settentrione e quelli da Roma in giù parla chiaro: 4 a 0 sull’Alta Velocità; 8 a 4 sulla linea tradizionale regionale; 4 a 1 sull’intensificazione del traffico; 4 a 2 sul collegamento con gli aeroporti. Addirittura 3 a 0 sui collegamenti coi porti, interventi prioritari per intercettare i traffici merci nel Mediterraneo dopo il raddoppio del Canale di Suez, con Napoli, Gioia Tauro, Taranto e tutto il Sud tagliati fuori. Totale strategico della “cura del ferro”: 23 interventi e 95% di stanziamenti al Nord contro 7 interventi e 5% di stanziamenti al Sud.
Gli investimenti previsti riguardano Roma (172milioni), Firenze (70milioni), Milano (45milioni), Torino (30milioni) e Bologna (30milioni). Nulla è invece programmato nelle città metropolitane del Sud. E poi 1.500 milioni per l’alta velocità Brescia-Verona; 1.500 milioni per la tratta Verona-Vicenza; 869 milioni per il valico del Brennero e 600 milioni per quello dei Giovi. Nei 474 milioni per il Sud, cioè le briciole, tutti i fondi destinati al trasporto regionale vantati da Delrio. Il Ministro l’ha definita “una parte”.

Il “San Paolo” che si sbriciola

processo di carbonatazione in corso da anni, lo stadio muore lentamente

Angelo Forgione – L’UEFA ha inviato procedimento monitorio alla SSC Napoli intimandogli di eseguire alcuni lavori urgenti ed indifferibili allo stadio “San Paolo”. La prossima partita casalinga di Europa League contro gli ucraini del Dnipro, in programma l’8 Novembre, potrebbe non giocarsi a Fuorigrotta.
Il problema è vecchio, non è certo un fulmine a ciel sereno. Il fatto è che il “San Paolo”, già rovinato dalla cascata di ferro nella speculazione di Italia ’90, senza manutenzione straordinaria sta anche crollando lentamente. La struttura è interamente interessata dal fenomeno della “carbonatazione”, ossia la reazione tra l’idrossido presente nel calcestruzzo e l’anidride carbonica che produce carbonato di calcio. La conseguenza è che gli intonaci si distaccano (rischiando di cadere sugli spettatori sottostanti) e i ferri di armatura finiscono per restare scoperti e soggetti agli agenti atmosferici che li corrodono.
Basta buttare l’occhio sia all’interno che all’esterno per vedere in che condizioni sia lo stadio napoletano. E non c’è bisogno di essere sul posto perchè troppo spesso le inquadrature televisive umiliano l’immagine della città.

Via il sovrappasso di Viale Kennedy

Via il sovrappasso di Viale Kennedy

rimosso il ponte in ferro, lascito dello sfascio di “Italia 90”

34.000 euro di spesa (e ferro venduto) per dire addio ad un lascito dei pessimi lavori di “Italia 90”, il sovrappasso di Viale Kennedy costruito, sulla carta, per consentire il transito pedonale dalla fermata della Cumana all’Edenlandia. Fatiscente e non agibile, costruito ostruendo il passaggio dei disabili sul marciapiedi, utile solo ad appagare l’interesse sovrano di quell’appalto che ha devastato il “San Paolo” e dintorni, l’impiego massiccio del ferro per maggiorare i profitti. La gara d’appalto prevedeva infatti un costo fisso del materiale al chilo e uno variabile in base a quanto ferro fosse stato utilizzato. Più se ne impiegava e più si guadagnava. È così che su Fuorigrotta è piovuta una cascata di ferro. In attesa che la copertura del “San Paolo” venga rimossa, almeno il ponte  di Viale Kennedy ha fatto la fine che meritava, 22 anni dopo. Via libera dunque al nuovo percorso ciclabile.

Cassa Armonica, i tre mesi sono passati (invano)

Cassa Armonica, i tre mesi sono passati (invano)

tutto tace attorno al monumento di Errico Alvino

Angelo Forgione – Era il 31 Marzo, vigilia di World Series di “America’s Cup” sul lungomare di Napoli. La nostra denuncia della scomparsa della pensilina in ghisa e vetro colorato dalla Cassa Armonica di Errico Alvino in Villa Comunale faceva il giro delle redazioni locali. Napoli si svegliava con un altro monumento violato, senza preavviso e per esigenze “superiori”. La nostra storia sacrificata per accontentare gli americani. Nel silenzio della Soprintendenza sulla vicenda, mai interrotto, i pezzi smontati furono rinvenuti nel vicino cantiere della metropolitana, adagiati a terra nel fango e senza le necessarie precauzioni, laddove si trovano tuttora invece che in un laboratorio al chiuso come inizialmente annunciato dalla ditta Neri. Durante l’evento sportivo fu montato attorno alla Cassa Armonica amputata una struttura metallica di supporto tecnico ma non è possibile dire se la pensilina dovesse fargli posto o se i decibel dei concerti programmati avrebbero potuto causarle danni.
Ad ogni modo, dopo circa tre settimane lo staff del sindaco De Magistris ci comunicò sia verbalmente che testualmente che entro Agosto il monumento sarebbe stato restaurato, tornando al suo aspetto originale. Così recitava l’informazione: “Le strutture saranno restaurate in loco e rimontate a stretto giro. L’appalto per il restauro dell’intero monumento è a giorni. I tecnici del Comune hanno riferito che è lecito ritenere che la Cassa ritornerà allo splendore di un tempo entro i prossimi 3 mesi”.
Era il 22 Aprile e i tre mesi sono passati invano. La Cassa Armonica è ancora sfigurata e la cosa è gravissima. Il sindaco ha annunciato che «si sta lavorando sul progetto di riqualificazione del lungomare con l’intento di iniziare i lavori ad autunno per poter avere già ad Aprile dell’anno prossimo un lungomare ancora più bello, con la riqualificazione della strada e del decoro urbano per il lungomare più bello del mondo». Probabilmente il restauro è rimandato, lo speriamo, ma resta la vecchia usanza dell’informazione disattesa e della mancanza di coinvolgimento della cittadinanza riguardo le cose della città. La cosa fa tanta rabbia e francamente stufa perchè abbiamo ancora nelle orecchie l’urlo “democrazia partecipativa”. Macchè! La nostra storia viene violata e talvolta scompare (vedi orologio storico EAV in Piazza VII Settembre), le trivelle avanzano a Bagnoli e nessuno può sapere, colloquiare e avere risposte.

Stadio “San Paolo” ferro vecchio

Napoli e il paese pagano ancora gli scandali di “Italia 90”

Angelo Forgione per napoli.com Dura da cinque anni il dibattito su un nuovo stadio a Napoli. Nuova realizzazione o demolizione e ricostruzione del “San Paolo”, un ping-pong di idee che restano tali. All’orizzonte ancora un grosso punto interrogativo e l’unica certezza è che neanche il tanto richiesto tabellone può essere installato nel fatiscente impianto di Fuorigrotta. Il terzo anello è inagibile, andrebbe smontato prima di piazzare il display elettronico. Inagibile nel senso che è l’unica parte di Fuorigrotta ben piazzata al suolo mentre tutto intorno trema. Quando i tifosi vi accedevano, ad ogni goal del Napoli provocavano vibrazioni che si propagavano attraverso i sostegni della copertura, scendendo a terra e raggiungendo i palazzi circostanti. Veri e propri micro-terremoti che hanno aperto anche lesioni negli appartamenti prima che la commissione provinciale di Vigilanza, nel 2005, intervenisse a inibire l’accesso agli spalti in acciaio durante le partite di calcio. Finì anche l’epoca dei concerti con l’allarme lanciato nel Luglio del 2004 durante l’esibizione di Vasco Rossi quando alle 21.30, orario d’inizio, il segnale monocromatico dell’osservatorio cominciò a registrare un “fenomeno di rilievo” lungo quanto tutto il concerto. Ballavano i fans del “Blasco” ma anche i residenti di Fuorigrotta che abbandonarono le loro case. Un “miracolo” di ingegneria da dimenticare nato nel 1988 dall’esigenza di una copertura rivelatasi inutile da subito. Un disastro estetico partorito per una costosa, sproporzionata e brutta struttura in ferro costruita secondo criteri climatici nord-europei, una copertura alta con aperture laterali che non teneva in considerazione la direzione di caduta delle piogge mediterranee, ventose e quindi non perpendicolari ma trasversali.
Quei lavori pregiudicarono l’impianto, stravolgendo l’opera architettonica originale dell’architetto razionalista Carlo Cocchia e tutta l’armonia stilistica del quartiere legata alle altre strutture similari e contemporanee (Arena Flegrea, fontana dell’Esedra, edifici della Mostra d’Oltremare e facoltà di Ingegneria), alcune delle quali firmate dallo stesso architetto. Eppure il progetto di adeguamento del 1988 fu preparato da Fabrizio Cocchia, figlio di Carlo, con la supervisione del direttore dei servizi tecnici del “Comitato Organizzativo Locale” Paolo Teresi, e consegnato all’architetto Giuseppe Squillante che lo migliorò pensando ad una copertura più elegante e più economica di quella poi realizzata  (clicca sull’immagine a lato). Della bellezza e, soprattutto, del risparmio non importava a nessuno e il vantaggioso taglio di spese falciò le gambe a Squillante cui fu revocato l’incarico. L’interess
e sovrano era il ferro perchè la gara d’appalto prevedeva un costo fisso del materiale al chilo e uno variabile in base a quanto ne fosse stato utilizzato. Più se ne impiegava e più si guadagnava. Il progetto di Squillante prevedeva circa 2 milioni di chili di ferro, troppo pochi rispetto ai circa 8,5 milioni poi riversati attorno al “San Paolo”. L’architetto dovette farsi da parte, consapevole dello scempio che si stava per compiere. La magistratura napoletana piombò ben presto sulla vicenda accusando 11 tra politici e costruttori di aver fatto elaborare agli uffici tecnici comunali un progetto di massima con costi contenuti poi portato all’approvazione del consiglio comunale e al ministero per i finanziamenti, per poi indicare come indispensabili delle costose varianti di stravolgimento del progetto originale che tali invece non erano. Un ingente danno patrimoniale per il Comune che fu costretto ad affrontare una spesa di gran lunga superiore a quella preventivata, dai 51 miliardi di lire iniziali del progetto Squillante ai 140 miliardi finali. Il processo durò 14 anni e si concluse con assoluzioni e prescrizioni. A dare ragione a Squillante sono stati però i napoletani, legati affettivamente ad un tempio che però non piace più a nessuno, e i tecnici giapponesi che, giunti a Napoli per fare tesoro degli errori italiani in vista dei mondiali del 2002, si complimentarono per il suo progetto iniziale.
I problemi principali del “San Paolo” sono dunque il terzo anello e la copertura che dovrebbero essere smontati, cancellando di fatto gli interventi del 1990, ma i soldi non c’erano nel 2005 e non ci sono oggi. Occorrono almeno 7,5 milioni di euro per eliminare le “avveniristiche” strutture dello stadio, costo da abbattere solo regalando il materiale a chi le smonta. Il problema è che nessuno vuole farlo; quel metallo non fa gola a nessuno, neanche ai cinesi che pure hanno smantellato alcune strutture delle acciaierie di Bagnoli.
Resta il problema della ferraglia, e allora niente tabellone. L’ultima indicazione riferisce della realizzazione a spese del Napoli di uno speciale display con informazioni testuali che correrebbero a 360° lungo l’anello circolare del secondo anello. Un dibattito infinito, anche triste se si pensa che quelli in corso potevano essere i campionati Europei di calcio in Italia. Sei anni fa si formularono idee per un nuovo stadio a Miano e invece nel 2007 la spuntarono Polonia e Ucraina per l’organizzazione. Il presidente della Federcalcio Giancarlo Abete parlò di scelta di politica internazionale di fronte alla quale bisognava dimostrare di poter ristrutturare gli stadi anche senza l’assegnazione degli Europei. Non è accaduto, e in pochi avevano dubbi. Non che nei due paesi ospitanti dell’est non ci siano stati problemi, ritardi e malaffare ma gli stadi costruiti o rifatti fanno comunque impallidire quelli italiani sempre più vecchi e inadeguati, testimoni di un’occasione sprecata nel 1990. Tutti avanzano, l’Italia resta ferma.
Lo stato dell’arte italiano in tema di stadi è catastrofico. Gli unici due impianti costruiti ex-novo per “Italia ’90” furono il “Delle Alpi” di Torino e il “San Nicola” di Bari. Il primo già demolito per inadeguatezza e sostituito dallo “Juventus Stadium”, l’unico impianto moderno d’Italia che però ha trasformato con una magica variante urbanistica un’area pubblica in “zona urbana di trasformazione”, praticamente un interesse privato. Partendo dalla concessione di 349mila metri quadri per 99 anni alla Juventus in cambio di 25 milioni di euro, cioè meno di un euro al metro quadro annui. Una seconda variante ha concesso di costruirvi vicino due centri commerciali previo pagamento di un milione di euro e il sodalizio degli Agnelli ha ammortizzato tutti i costi coinvolgendo un’impresa cooperativa e accedendo a due mutui di prestito per complessivi 60 milioni di euro presso l’Istituto per il Credito Sportivo, una banca pubblica e quindi finanziata da soldi dei contribuenti.
Bello quanto si vuole il “San Nicola” di Renzo Piano  ma inutile quanto il “Delle Alpi”, sempre semivuoto, privo di servizi, posizionato in una zona desolata e pregiudicato dalla pista d’atletica che all’epoca era il presupposto fondamentale per accadere ai finanziamenti del CONI.

Il paradosso è che il conto per quella manifestazione lo stiamo pagando ancora. Nel bilancio di previsione di Palazzo Chigi del 2011 figurava ancora una voce riferita ai mutui accesi con la legge 65 del 1987 per costruire gli stadi di “Italia 90”: 55 milioni di euro stanziati per pagarne una parte. E nel 2010 ne erano stati messi in bilancio altri 60. Il totale di spesa per quegli stadi lievitò fino a 1.248 miliardi di lire (645 milioni di euro), l’84% in più dei costi preventivati. Per tutta l’organizzazione furono spesi 6.868 miliardi di lire senza completare tutte le opere, a fronte dei 3.151 previsti. Non solo stadi mal costruiti, anche stazioni ferroviarie inutili, terminali di aeroporti abbandonati, alberghi mai completati e solo ora demoliti, sale stampa smontate dopo un solo match, senza contare le numerose vittime nei cantieri dove le condizioni di sicurezza erano veramente minime. Una cascata di denaro pubblico e privato all’italiana funzionale a un modello di edilizia fatto di stadi, strutture fatiscenti e appalti a costi crescenti. Solo il “Delle Alpi” di Torino lievitò del 214% e costò 226 miliardi di lire andati in polvere sotto i colpi delle ruspe dopo soli vent’anni di costi di manutenzione stratosferici. Il “Sant’Elia” di Cagliari, dopo soli dieci anni, rischiava il crollo e nel 2002 il presidente del Cagliari Cellino ha pensato di costruire delle tribune provvisorie proprio sopra la pista di atletica; uno stadio nello stadio, un aborto. Le tribune provvisorie sono divenute definitive e di recente la Commissione di Vigilanza ha alzato la voce mentre il sindaco di Cagliari Zedda ha puntato i piedi contro Cellino che per 7 anni non ha pagato una lira per l’uso della struttura. E così il Cagliari ha abbandonato lo stadio di casa per andare a giocare a Trieste. Dal 16 Maggio il “Sant’Elia” è stato chiuso definitivamente per inagibilità e Cellino ha avviato “deliberatamente” la realizzazione di un nuovo modesto impianto a Quartu Sant’Elena dove verrano spostate le tribune in tubi innocenti smontate dal “Sant’Elia”. Non è la soluzione ma la creazione di un altro problema.  E mentre nel mondo sorgono dappertutto impianti moderni, questo sarà l’emblema del regresso italiano.
E così, mentre a Napoli ci si gingillava pensando a come installare un tabellone che non si poteva installare, la Polonia e in parte l’Ucraina ci davano una lezione di edilizia sportiva. Un po’ dappertutto si pensano o si progettano timidamente nuovi stadi senza gli strumenti di legge idonei. La Camera discute la normativa e l’affida alla commissione cultura di Montecitorio. Nel frattempo il premier Monti legge i bilanci di previsione e si accorge che l’Italia sta ancora pagando gli appalti gonfiati dei mondiali del ’90, impallidisce, pensa alle Olimpiadi del 2004 in Grecia che hanno contribuito a portare il paese ellenico nel baratro e decide alla fine di negare la candidatura romana alle Olimpiadi del 2020. Tutti delusi per un’occasione persa per un paese che attraversa una crisi fortissima. O forse scampato pericolo. Il ricordo di ciò che “seppe fare” il famigerato “Comitato Organizzativo Locale” guidato da Luca di Montezemolo è ancora vivo, e l’azzardo UEFA a favore di Ucraina e Polonia che partivano da zero lo testimonia. Già marchiata da “tangentopoli”, l’italia era all’epoca in piena “calciopoli”; dopo cinque anni è passata a “scommessopoli”.

Cassa Armonica, pensilina accantonata senza sicurezza

Cassa Armonica, pensilina accantonata senza sicurezza

Sindaco, i monumenti non si toccano!

Quando denunciammo che la pensilina in vetro e ghisa della Cassa Armonica in villa comunale era stata smontata e che per la struttura non si era trattato di un restauro ma di una messa in sicurezza (costata più di 48.000 euro) i maggiori quotidiani cittadini pubblicarono la notizia. Nonostante ciò, nessuna delle istituzioni si precipitò a dare delle delucidazioni, come del resto non era stato comunicato che si sarebbe compiuta una simile operazione. Quando si interviene su un monumento bisognerebbe rendere note prima di operare le autorizzazioni, le finalità e le prospettive.
Anche sull’orologio storico EAV scomparso a Piazza VII Settembre, nonostante la denuncia e i ripetuti solleciti, nessuno aveva ritenuto di dover dare risposta. Dal 19 Dicembre, data della nostra prima richiesta, sono intercorsi quattro mesi senza ricevere alcun cenno sul “mistero” dell’orologio sparito nel nulla in occasione dei lavori per la realizzazione della Linea 1 Metropolitana.
Infastiditi dalla violenza sulla Cassa Armonica per il profondo amore che nutriamo per la nostra città e per i nostri monumenti, in mancanza di protocolli ufficiali attingemmo a fonti attendibili che ci comunicarono in via ufficiosa il trasferimento della struttura in un laboratorio in attesa di restauro. E pubblicammo l’indiscrezione che peraltro combaciava con la versione fornita della ditta Neri incaricata delle opere.
Oggi scopriamo che la pensilina è riposta in un cantiere all’aperto della Linea 6 nei pressi della Cassa Armonica, senza la necessaria sicurezza. Per laboratorio si intende un luogo chiuso dove si hanno a disposizione i mezzi e le strutture adatte agli interventi del caso; qui si tratta di cantiere.
Continuiamo ad avere piena fiducia/speranza nella giunta di De Magistris ma da qualche mese va detto che la democrazia partecipativa che ne era stata il cavallo di battaglia in campagna elettorale è evaporata. Le risposte non arrivano più e le proposte costruttive o le nostre denunce sembrano cadere nel vuoto come accadeva con le ultime disastrose amministrazioni. Già a Luglio scorso presentammo insieme a Eddy Napoli (ambasciatore della canzone napoletana nel mondo) proposte e progetti al Sindaco, incontrato a Palazzo San Giacomo, ma non avemmo purtroppo il piacere di ricevere cortese risposta.
Anche sulla vicenda della Cassa Armonica, da noi denunciata appena verificatasi, non abbiamo ricevuto alcuna risposta ufficiale ma solo qualche delucidazione ufficiosa e poco precisa. Capiamo i mille impegni e le priorità di un Sindaco di una città come Napoli ma, a prescindere dal valore delle proposte e delle denunce, le risposte e il dialogo sono alla base di una proficua collaborazione con associazioni e movimenti di cittadinanza attiva, oltre che buona norma.
La vicenda della Cassa Armonica è preoccupante e non si può restare in “stand by”. I monumenti non si toccano!