Bagnoli, l’Expo e quelle cifre che non convincono

Angelo Forgione 200 milioni di euro per il Giubileo a Roma, 150 milioni per il post-Expo a Milano, 150 milioni per la Terra dei Fuochi, 50 milioni per la bonifica di Bagnoli, 30 milioni per la Sardegna, 10 milioni per Reggio Calabria, 25 milioni per le case popolari, 50 milioni per l’emergenza maltempo, 100 milioni per impianti sportivi in periferia, 100 milioni per il servizio civile, 25 milioni per il tax credit per il cinema e 10 milioni per l’export. Sono così suddivisi i 900 milioni di euro che il Governo stanzierà con il decreto legge “Misure urgenti per gli interventi nel territorio” approvato dal Consiglio dei Ministri.
Salta all’occhio l’indirizzamento di risorse verso le tre città più grandi del Paese. 200 milioni per Roma, 150 per Milano e 50 per Napoli, cui vanno aggiunti in qualche modo i 150 milioni per far sparire le ecoballe dalle campagne tra il capoluogo campano e il Casertano. Ma a ben vedere non è proprio tutto oro ciò che luccica, perché i 150 milioni per Milano seguono gli stanziamenti per l’Expo, grande occasione di sviluppo per il territorio lombardo, e saranno destinati alla riconversione dell’area espositiva, per la quale si intende creare un centro ricerca su big data e genomica, una sorta di Silicon Valley d’Italia. All’area di Bagnoli va un terzo delle risorse destinate all’area Expo, che è due volte e mezzo più piccola (240 ettari contro 100). Ancora un’opportunità, l’ennesima, per Milano, già città guida dell’economia nazionale, mentre è evidente che per Napoli ci si limiti alle risorse per la bonifica di un pezzo di paradiso inquinato da anni, che meriterebbe la realizzazione di un polo turistico di prim’ordine. Bagnoli è una grande occasione per il rilancio di Napoli, e per ottenerlo non ci si può limitare alla soluzione del problema ambientale, che non è neanche certa nelle modalità, visto che tutto sarà più chiaro solo dopo le analisi dei terreni, che ci diranno se la colmata sarà rimossa totalmente, parzialmente o solo tombata.
C’è una sostanziale differenza tra sviluppo e bonifica. Perciò le cifre stanziate per Milano (e Roma), confrontate con quelle per Napoli, sembrano davvero sproporzionate. Sarebbero state più corrette se invertite, visto che tra le due città è certamente la seconda ad avere più bisogno di rilancio.

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Legge di stabilità 2016: Mezzogiorno senza sostegno (e senza masterplan)

Angelo Forgione Ricordate il masterplan per il Mezzogiorno ipotizzato da Matteo Renzi ad Agosto e “fissato” per metà settembre? Bene, dimenticatelo. Non c’è, non esiste, e non arriverà. Anzi, col varo della legge di stabilità per il 2016 è ancora una volta apparecchiata una sostanziale mancanza di prospettiva meridionalista da parte del Governo. Va in porto una finanziaria che, su 30 miliardi di euro, destina 450 milioni in tre anni al Sud per intervenire nella “Terra dei Fuochi”, per il completamento (?) dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e per un fondo di garanzia di sostegno all’indotto dell’Ilva di Taranto, con connesso risanamento ambientale.
I soldi per la “Terra dei Fuochi” (se basteranno) non serviranno per la bonifica dei terreni, e neanche per interrompere una volta e per sempre il traffico illegale di rifiuti tossici, ma per lo smaltimento delle “ecoballe”, che sono parcheggiate da anni, ammassate nelle pianure campane tra il 2000 e il 2009. La Salerno-Reggio è di fatto in costruzione dal 1962, e fanno sorridere i finanziamenti per giungere al non datato completamento dell’opera dopo 53 anni. L’Ilva di Taranto è agonizzante, e la liquidità messa a disposizione servirà esclusivamente a mantenerla in vita, cioè a rimandarne la fine. Stop! Nessun provvedimento è stato previsto per sostenere e, soprattutto, rilanciare l’economia del Mezzogiorno; nessun piano speciale o masterplan, per dirla alla Renzi, per favorire condizioni di crescita e sviluppo anche per il Sud. E arrivederci al prossimo rapporto Svimez, per riparlarne giusto un po’, ma anche no.

Autori del Sud reinseriti nei programmi scolastici

Angelo Forgione La Commissione Cultura alla Camera ha approvato la risoluzione del Movimento 5 Stelle per il reinserimento degli autori meridionali del Novecento inopinatamente esclusi dalle indicazioni ministeriali della riforma scolastica firmata dall’ex ministra della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini. Autori di spicco come  Sciascia, Quasimodo, Serao, Ortese, Rea, Bufalino e Vittorini saranno riportati ad essere oggetto di studio nei licei.
Resta il forte interrogativo di fondo: per quale motivo in un Paese che si ritiene civile è necessaria una risoluzione in Parlamento per riconsegnare alla sua Letteratura un pezzo importante qual è la nobile tradizione del Mezzogiorno? E perché il mondo della Cultura non ha sottolineato a dovere tale manomissione?

De Magistris, Lettieri e l’esempio (inappropriato) di Nicola Amore

Angelo Forgione – «La vera condanna di De Magistris è lo stato di degrado a tutti i livelli in cui ha portato Napoli. È per questo che dovrebbe compiere un atto di coraggio, sull’esempio di quanto fece Nicola Amore, uno dei migliori sindaci di sempre della nostra città, e dimettersi prima che venga sospeso dalla carica per la legge Severino». Lo ha dichiarato Gianni Lettieri, capo dell’opposizione in consiglio comunale, invitando il sindaco di Napoli a non aspettare di essere sospeso dal Prefetto, ma con un esempio che non calza. Già, perché Nicola Amore, sindaco famoso per le opere del Risanamento del secondo Ottocento, che lo rendono uno dei più ricordati in città, si dimise proprio per le polemiche sugli appalti che ne seguirono, accusato di aver favorito le banche torinesi e romane nei lavori di bonifica (Società Generale di Credito Mobiliare Italiano, Banca Subalpina, Società Fratelli Marsiglia e Banca Tiberina di Torino; Banca Generale e Immobiliare dei Lavori di Utilità Pubblica ed Agricola di Roma), e la società svizzera “Geisser” nell’acquisto di suoli edificabili della città (Ulrich Geisser aveva scalato l’alta finanza grazie ai solidi legami stretti con Cavour e controllava le azioni della Banca Tiberina di Torino, istituto proprietario di alcuni suoli a Chiaja, oltre che al Vomero).
Il Risanamento post-colera fu un complesso intervento urbanistico che donò alla città un più sicuro sistema fognario, il completamento dell’acquedotto del Serino e nuovi quartieri eleganti con più agevoli strade e palazzi signorili. Ma dietro i nobili intenti, in realtà, si nascondeva il pretesto per una colossale speculazione edilizia privata d’epoca umbertina. Con la complicità di Nicola Amore, il capitale, completamente esterno, prima fece da parte il Municipio, strappandogli il controllo della città, e poi attuò solo in parte la bonifica. Tutto si disvelò come occasione per una pura operazione di sfruttamento dei suoli, che non si fermò neanche di fronte al preventivo obbligo scritto di denunciare il ritrovamento di reperti di interesse storico-artistico che avrebbe causato la sospensione dei lavori. Tutte le testimonianze del passato presenti nelle aree dei lavori ne fecero le spese, tra cui una sessantina di chiese anche d’epoca medievale e il notissimo teatro San Carlino a largo del Castello. Il piano iniziale di “pubblica utilità”, che prevedeva la bonifica dei quartieri bassi a ridosso dell’area portuale con la realizzazione di nuove costruzioni popolari, fu indirizzato verso abitazioni più costose per il nuovo “rettifilo”, stravolto in corso d’opera con una variante di progetto senza alcun vantaggio per il Municipio, approvata su forte pressione delle società immobiliari e finanziarie piemontesi e romane. I lavori del Risanamento durarono decenni, sopravvivendo persino allo scandalo della Banca Romana, e la corruzione fu accertata da una Commissione d’inchiesta presieduta dal savonese Giuseppe Saredo, che fece luce sugli intrecci tra amministrazione locale e “alta camorra”, mettendo a nudo gli interessi dei governi di Torino, Firenze e Roma sulla città nei primi quarant’anni di Unità. Morto Saredo nel 1902, i suoi carteggi furono fatti sparire, le sue indagini furono arrestate e la sua Commissione d’inchiesta fu sciolta (maggiori dettagli su Made in Naples – Magenes, 2013).
Nicola Amore, già discusso questore nei fatti luttuosi di Pietrarsa del 6 agosto 1863 in cui aveva prima ordinato a bersaglieri, carabinieri e guardie nazionali di sparare sugli operai e poi tentato di corrompere (inutilmente) il funzionario Antonino Campanile a non confessare quanto era accaduto, si dimise perché gravato da pesantissime accuse di essere ingranaggio dell’affarismo sfrenato dell’Italia sabuada. Lui sì che non era un sindaco isolato e improduttivo perché non colpito da una condanna per i metodi di conduzione delle indagini sulla corruzione politica. Lui si che ha piazze e monumenti dedicati in città.

I lavoratori del San Carlo regalano la Scuola Musicale Napoletana

Angelo Forgione – La gloriosa Scuola Musicale Napoletana del Settecento, quella nata dai fermenti degli orfanotrofi poi divenuti la grande istituzione del Conservatorio di Napoli, quella che cambiò la musica in Europa con la rivoluzione dell’Opera compiuta da Niccolò Jommelli e Tommaso Traetta, quella che influenzò fortemente Mozart ma anche Haydn, Bach e Händel e che ebbe il Real Teatro San Carlo come palcoscenico del mondo, sarà protagonista di un concerto gratuito donato alla città dai lavoratori del Massimo partenopeo, che si terrà il primo marzo alle 19 nella basilica di San Ferdinando di Palazzo in piazza Trieste e Trento. L’iniziativa vuole essere una positiva forma di protesta delle maestranze del San Carlo contro la legge Valore Cultura e il commissariamento.
“Il primo marzo, il San Carlo scenderà tra la gente per raccontare la propria storia attraverso la musica. Il teatro e la cultura in generale meritano rispetto. La cittadinanza deve sentirsi responsabile di un’eccellenza”, ha detto il corista Sergio Valentino. “La scuola napoletana – dicono le maestranze – troppo spesso mortificata nella proposta al pubblico, ha il forte significato di ricordare quanto Napoli sia stata culla della civiltà artistica e non solo. I lavoratori del Massimo, nelle difficoltà che stanno attraversando, offrono l’occasione per ripercorrere alcune tappe fondamentali in virtù della loro alta professionalità”.
Il concerto ripercorrerà la storia musicale della Napoli dei Lumi, a partire dal 4 novembre 1737, data di inaugurazione del teatro. Ogni brano sarà introdotto da una descrizione del momento storico, fino a giungere al momento in cui la Scuola Musicale Napoletana si scontrò con l’epoca delle rivoluzioni e poi delle vicende ottocentesche dell’Unità d’Italia che sotterrarono le radici napoletane per celebrare l’Opera popolare risorgimentale di Giuseppe Verdi, relegando i grandi compositori napolitani che avevano plasmato la musica a un indegno oblio giunto ai giorni nostri, parzialmente squarciato da Riccardo Muti in occasione dei recenti successi del Festival di Pentecoste a Salisburgo, quando l’Austria si è interessata con curiosità al mondo musicale napoletano del Settecento cui si rivolse il proprio Mozart. L’Italia, invece, come denunciato dal grande Maestro italiano, è sempre stata sorda rispetto all’esigenza di rivisitazione dei grandi compositori napolitani.
Con la scelta del tema del concerto, i lavoratori del San Carlo intendono chiaramente denunciare la continua umiliazione della tradizione musicale napoletana, ed è un dovere sostenerli, in virtù di quanto la storia abbia danneggiato Napoli e di come questa non accenni a cambiare.

Subito un nuovo stadio per Napoli!

A “Si gonfia la rete” di Raffaele Auriemma, su Radio CRC, Angelo Forgione dice la sua sulla “questione stadio”.

SOS Mozzarella di Bufala DOP, il Consorzio lancia la petizione

Avvelenamento dei terreni agricoli della Campania coi rifiuti tossici, boicottaggio della pizza, attacco alla mozzarella di bufala… di esempi se ne potrebbero fare tanti, ma ognuno ha una testa per pensare e trarre delle conclusioni su un Paese fatto di chi decide per sé e contro gli altri, e chi si comporta da colonizzati. La situazione è ormai insostenibile e occorre darsi una mossa prima che del patrimonio meridionale restino solo le briciole.
Il Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala DOP ha lanciato una petizione per salvare un tesoro che fa parte della storia e della tradizione gastronomica della Campania dall’offensiva di una legge definita “assurda” (leggi qui). Le firme possono essere apposte su un form (clicca qui).
Lassù sanno che non riusciranno mai a eguagliare la mozzarella bufalina campana, perché le loro bufale non sono particolari e non forniscono un latte superiore come quello degli esemplari mediterranei della Campania. Non si può consentire di lascirgli mollare un altro ceffone storico al Sud. Le chiacchiere dei politici meridionali non bastano più.

servizio tratto da 8NEWS (Canale 8)