Il Governo non vede i vantaggi di localizzazione calcistica

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Angelo Forgione Sul tavolo del Governo vi è da qualche mese il cosiddetto “Decreto crescita”, una proposta di legge per provare a contrastare il fenomeno della fuga dei cervelli e incentivare l’occupazione in Italia. Come? Tassazione agevolata per chi accoglie lavoratori che scelgono il nostro paese dopo due anni di lavoro contrattualizzato all’estero. “Bonus” fiscale fissato al 70% per chi verrà nel nostro Centro-Nord e al 90% per chi sceglierà le più depresse regioni del Mezzogiorno. Incentivo opportunamente calcolato tenendo conto delle sperequazioni economiche del Paese, dunque, ma poi altolà, qualcuno ha pensato che il decreto potesse agevolare il Sud sotto il profilo sportivo. Già, perché le società sportive italiane avrebbero avuto diritto, per i trasferimenti di calciatori in entrata dall’estero, ad un considerevole sconto sula tassazione dei nuovi contratti firmati, e quelle del Sud in misura maggiore. E allora si è deciso di unificare l’Italia, almeno nel calcio, creando un doppio binario con un emendamento chirurgico: vantaggio fiscale più alto per le imprese ddel Sud rispetto a quelle del Nord in tutti i settori tranne uno, lo sport professionistico, dove sarà uguale per tutti e ridotto al 50%; come se una ditta che produce conserve di pomodoro e una che produce calcio operino in due territori diversi.
In Parlamento qualcuno l’ha definita “norma anti Napoli”, perché è chiaro che la modifica nasca per non concedere un vantaggio fiscale più alto al Napoli, l’unica società dello svantaggiato Sud a contrastare quelle del più ricco Nord e pronta a contendergli qualche grande calciatore. I grandi club settentrionali hanno storto il naso e Sandro Sabatini, tra i volti più noti di Mediaset, ha manifestato il suo disappunto: “ingiusto offrire un vantaggio alle squadre del Sud. Il Napoli potrebbe approfittarne”. Approfittarne, non beneficiarne, e la differenza è sostanziale, anche per Cagliari e Lecce, restando alla sola Serie A. 3 club su 20, e già nei numeri si capisce che il calcio meridionale non equivale a quello del resto del Paese.

Io che ho scritto un libro sulla Questione meridionale nel calcio (‘Dov’è la Vittoria’, Magenes) posso solo rabbrividire di fronte a un Governo che accoglie le richieste di chi teme un vantaggio per il Calcio Napoli e lo vuole differenziare da un’azienda che produce merci e servizi perché produce spettacolo sportivo. Va bene ridurre il “bonus” per il calcio, che è settore di altissimi fatturati, ma non va assolutamente bene far finta che le condizioni in cui operano i football club siano uguali per tutti. Esistono dei “vantaggi di localizzazione” a favore delle società del Nord, derivanti dall’ubicazione geografica, che si traducono in maggiore competitività, ma qualcuno fa finta di non riconoscerli. E sono esattamente questi “vantaggi di localizzazione” ad aver generato fenomeni di concentrazione e polarizzazione a favore delle “grandi del Nord”.

Se volessimo fare un esempio pratico per spiegare le differenze tra Nord e Sud del calcio, e cosa significano i “vantaggi di localizzazione”, basta confrontare le città di Napoli e Torino, popolate più o meno in egual misura. Quando, nel 1986, la macchina organizzativa del Mondiale di Italia ‘90 si mise in moto, a Napoli si giocava allo stadio San Paolo e a Torino al Comunale. Il primo fu rovinosamente rimodernato e il secondo fu scalzato dalla costruzione del nuovo Delle Alpi in un’altra zona della città. Mentre lo stadio napoletano degradava velocemente e sempre più, le Olimpiadi Invernali di Torino 2006 fornivano l’occasione per rifare il vecchio Comunale, che sarebbe diventato lo stadio del Torino. La Juventus, forte di un’egemonia Fiat sulla città e sulle politiche industriali d’Italia che il Napoli non ha mai avuto, riusciva a ottenere nel 2008 la concessione a prezzi di estremo favore dei terreni dove sorgeva il Delle Alpi, per demolirlo e sostituirlo col modernissimo Juventus Stadium di proprietà. Risultato: in un ventennio, Napoli ha visto il suo tempio del Calcio divorare enormi risorse comunali per la manutenzione ordinaria e straordinaria, sempre al limite dell’agibilità e della fruibilità, con la SSC Napoli a compartecipare alle spese di gestione. Nello stesso ventennio, Torino ha visto sorgere di fatto tre stadi nuovi, e se n’è ritrovati due di Categoria 4 UEFA, quella di maggior livello tecnico, per le squadre cittadine, una delle quali (la più potente) ha tratto dal suo stadio un sensibile aumento di fatturato.

Se il mio parallelo non bastasse, viene a supporto il rigore scientifico dei docenti universitari con i loro studi tematici. Nell’indagine ‘Il business del Calcio – Successi sportivi e rovesci finanziari’ (Egea, Milano), un’analisi condotta dai docenti universitari Umberto Lago, Alessandro Baroncelli e Stefan Szymanski, è evidenziato un effettivo vantaggio competitivo derivante proprio dalla diversa localizzazione tra squadre del Nord e del Sud.
E ancora, lo studio ‘Localizzazione geografica e performance sportiva: una analisi empirica sulla Serie A’ (Rivista di Diritto ed Economia dello Sport, vol. IV – n.3) del professor Marco Di Domizio, ricercatore di Economia politica dell’Università degli Studi di Teramo, ha rapportato l’ubicazione geografica e le prestazioni sportive delle principali squadre italiane sulla base dell’intero arco temporale dei tornei a girone unico, inaugurati nel 1929, con l’intento di valutare l’incidenza dei fattori geografici ed economici sui risultati osservati. Lo studio ha evidenziato che i risultati complessivi del Napoli (ma anche quelli di Roma e Fiorentina) sono a tutti gli effetti da considerarsi a livello di quelli di Inter e Milan, più vicini a quelli della Juventus di quanto non dica la differenza di scudetti in bacheca, e nettamente superiori a quelli di Torino, Sampdoria e Bologna, tre società che non sono riuscite a sfruttare le potenzialità economiche del proprio territorio.

Ma c’è davvero bisogno di chiamare in causa gli analisti universitari per dimostrare che il Nord è storicamente e geograficamente avvantaggiato anche nel calcio? Su 115 scudetti solo 3 sono finiti in due città, Napoli e Cagliari, con svantaggi territoriali marcati, tutti supportati dalla politica democristiana e uno, quello del Cagliari, addirittura anche dai capitali dell’imprenditoria lombarda. Il rapporto degli scudetti vinti è impietoso come lo è anche la presenza storica del Sud in Seria A, che non raggiunge il 20%, a fronte di una percentuale demografica della popolazione meridionale sempre bilanciata a quella del resto del Paese. E contando i comuni che sono riusciti ad approdare almeno una volta in Massima Serie dal primo campionato con squadre del Nord e del Sud riunite in un unico torneo (1926-27) a oggi, se ne contano 43 settentrionali e 17 meridionali (rapporto approssimativo: 2,5 a 1). Manca all’appello Taranto, sesta città del Mezzogiorno e sedicesima d’Italia, così come anche capoluoghi di regione come L’Aquila, Campobasso e Potenza.
La maggiore agevolazione fiscale ai club del Sud avrebbe potuto aiutare il calcio meridionale a crescere, così come negli intenti del decreto stesso, volto a incentivare l’occupazione nel Sud in proporzione al più sviluppato Nord.

Ma fa davvero sorridere la volontà di considerare il Sud del calcio uguale al Nord. Fu ghettizzato per un trentennio al principio, dal 1898 al 1926, vietandogli di misurarsi direttamente con il calcio settentrionale. E quando il Coni fascista impose alla FIGC di includere nel campionato nazionale tre squadre centro-meridionali, il Napoli e le due romane che poi fondendosi l’anno seguente avrebbero dato vita alla Roma, i sodalizi del Nord pure protestarono, riunendosi più volte a Genova, Torino e Milano per far valere la tesi che i tre posti spettassero a squadre settentrionali. Qualcuno dirà che è passato un secolo, ignorando che in questo secolo il divario Nord-Sud non è stato annullato, neanche nel calcio, che è emanazione riflessa del Paese. Ma il Napoli, prodigiosamente competitivo in questo scenario, fa paura, e non è il caso di avvantaggiarlo fiscalmente. E allora via alla “norma anti Napoli”, con l’alibi che il calcio non sia soggetto a differenze territoriali e che le diverse economie dei territori in cui operano i club non influiscano sui destini della loro vita sportiva, agevolata o penalizzata a seconda che si trovino in una zona opulenta o depressa.

Festa del Lavoro… che non c’è

Angelo Forgione – Risulta davvero difficile festeggiare il Lavoro in Italia. Sofferente, tragico, farlo sapendo che il nostro Mezzogiorno è la macroarea europea con il più alto tasso di disoccupazione.
Forse qualcuno non se ne è ancora reso conto, ma il Sud sta vivendo una delle peggiori situazioni economico-lavorative nella mai gloriosa storia italiana e i dati confermano scientificamente la sua drammatica condizione.
La forbice tra Nord e Sud continua a divaricarsi, con il meridione che risulta il grande assente nella gestione del governo Lega-M5S. Eurostat certifica che la percentuale italiana dei senza lavoro nel 2018 è del 10,36%, toccando il 17,8% nel Sud e il 19,8% nelle isole. Ben cinque regioni italiane – Campania, Sicilia, Calabria, Puglia e Sardegna – doppiano la media europea, con le prime tre elencate che si collocano negli ultimi dieci posti su 280 regioni per disoccupazione giovanile. Peggio stanno solo alcune aree della Grecia, i territori d’oltremare francesi di Mayotte e Guadalupa e le enclave spagnole in Marocco di Ceuta e Melilla.
Ma c’è anche chi al Sud il lavoro, sommerso o no, ce l’ha. Per questi “fortunati” dovrebbero celebrarsi i diritti conquistati e la sicurezza. Come no! Solo chi conosce il Mezzogiorno può capire quanto sia immorale il mercato del lavoro meridionale, guastato da certi spietati datori che offrono stipendi da fame in cambio di orari insostenibili, perché tanto c’è sempre un affamato alla porta pronto a sottoporsi allo sfruttamento e alla scarsa attenzione alle norme di sicurezza, mentre i più dignitosi finiscono per andare ad arricchire territori lontani.Ma le differenze non sono solo tra Nord e Sud e tra vecchi e giovani. Ve ne sono anche tra uomini e donne, tra salari maschili e salari femminili.
E come ogni anno, in occasione della Festa del Lavoro, ricordo con perseveranza le prime vittime del mondo operaio per mano governativa, i lavoratori di Pietrarsa, caduti 23 anni prima dei colleghi di Chicago ai quali gli Stati Uniti dedicarono il 1° maggio poi divenuto giorno internazionale dei diritti dei lavoratori.
Due anni fa, inaugurando il Museo Ferroviario nei luoghi dell’eccidio, il presidente della Fondazione FS Mauro Moretti disse:
«I lavoratori di Pietrarsa, consapevoli del patrimonio industriale qui installato e della relativa superiorità tecnologica raggiunta, lottarono contro la delocalizzazione delle attività a vantaggio dell’industria del Nord voluta dai sabaudi, fino alla carica dei bersaglieri che causò numerosi morti e feriti gravi» (video).
A Pietrarsa, luogo simbolico, si attendono ancora i sindacati per un 1° maggio di un’Italia che sappia guardarsi allo specchio.

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Cosa c’è dietro la guerra tra i sindacati e il direttore della Reggia di Caserta

Angelo Forgione “Il direttore della Reggia lavora troppo e crea problemi”. Questo, in buona sostanza, il messaggio diffuso dai titoli che nei giorni scorsi hanno riportato la denuncia dei sindacati UIL, USB e UGL nei confronti dell’operato del bolognese Mauro Felicori, dirigente massimo della Reggia di Caserta dallo scorso ottobre, nominato ad agosto da Dario Franceschini, ministro ai Beni Culturali del Governo Renzi. Proprio Matteo Renzi ha dato il suo corposo contributo alla polemica, fattasi nazionale, lanciando i suoi strali con un post su Facebook: “L’accusa sembra ridicola, in effetti lo è. I sindacati che si lamentano di Felicori, scelto dal governo con un bando internazionale, dovrebbero rendersi conto che il vento è cambiato. E la pacchia è finita”. Il tutto condito da una radiosa foto con il direttore sotto braccio, scattata durante la sua primissima visita (nella vita) al complesso vanvitelliano.
Ma quanto c’è di vero in tutta questa faccenda che è apparsa da subito una paradossale boutade? Possibile che i sindacati abbiano potuto condannare l’abnegazione al lavoro di chi starebbe accompagnando la Reggia di Caserta al suo sacrosanto rilancio? Chi, tra coloro che hanno sparato la notizia liofilizzata, cioè ritagliando 3 righe da un carteggio che ne contiene circa 70, ha letto il comunicato per intero prima di occuparsene? Forse neanche lo stesso Renzi. O forse sì, visto che la nota era indirizzata al capo di gabinetto del ministro Franceschini. Fatto sta che la denuncia, leggendola per bene, ha ben altro significato. Certo, il bersaglio è sempre Felicori, ma la strumentalizzazione a scopi politici è evidente, condita del neanche troppo subdolo stereotipo del meridionale scansafatiche che si ribella al settentrionale stakanovista. E invece i sindacati hanno lamentato la carenza di personale e la mancanza di fondi, attribuendo a Felicori la colpa di non predisporre le condizioni necessarie di sicurezza per la Reggia al termine dell’orario di lavoro canonico. Vero o no, il senso è questo, e non quello che si è insinuato attraverso i media. Nel comunicato, si legge infatti che il Direttore disattende l’attuale legislazione che lega l’apertura degli spazi museali in funzione del numero degli addetti necessari ad una efficace tutela, proseguendo a non disporre che le sale del Museo aperte al pubblico siano regolarmente assegnate in consegna al personale della vigilanza e le sale non aperte al pubblico in consegna alla sottoguardia di turno siano chiuse a chiave”. Ancora, si apprende che l’Area della fruizione accoglienza e vigilanza si muove in piena anarchia senza avere una chiara gerarchia rispetto alla missione istituzionale (tutela e conservazione)”, e che “il Direttore permane nella struttura fino a tarda ora, senza che nessuno abbia comunicato e predisposto il servizio per tale permanenza. Tale comportamento mette a rischio l’intera struttura museale”. Il comunicato è evidentemente chiaro, e rende più aspro un malumore interno del personale di servizio nei confronti di Felicori per la sua volontà “di far transitare il personale AFAV (Assistenti alla Fruizione, Accoglienza e Vigilanza) verso gli uffici, adibendolo a mansioni amministrative”. Un malumore che forse doveva restare confinato tra le mura settecentesche di Caserta e il ministero capitolino di via del Collegio Romano, ma che qualcuno ha forse fatto divampare in un incendio per rispondere a fuoco amico, strumentalizzando l’orario di lavoro di Felicori (che a Caserta soggiorna senza la famiglia, rimasta a Bologna) per neutralizzare l’offensiva e mettere in difficoltà gli autori dell’attacco interno. Del resto, i sindacati sono in guerra con il Direttore praticamente dal suo insediamento, e quest’ultimo comunicato è datato 22 febbraio, ma è stranamente venuto fuori con una decina di giorni di ritardo, a scoppio davvero ritardato.
Cosa sta succedendo realmente alla Reggia di Caserta? Felicori lavora bene o i sindacati hanno le loro buone ragioni? Difficile capire la verità. Di certo, il Real Palazzo e i suoi giardini sono diventati non solo il simbolo renziano della lotta ai sindacati ma anche del rilancio culturale del Sud. Che sia rilancio reale, è troppo presto per capirlo, ma è altrettanto certo che sia un rilancio cavalcato per mera propaganda politica. Secondo i dati del MiBact, in una generale e improvvisa ripresa dei musei italiani, la Reggia è risultato il decimo per affluenza del 2015, con un +16% rispetto all’anno precedente (trend positivo già prima dell’insediamento del direttore bolognese), e lo stesso Felicori ha in questi giorni annunciato che i visitatori, nei primi mesi del 2016, sono aumentati del 70% rispetto ai primi dello scorso anno. Eppure i sindacati di Caserta lamentano il persistere di pessime condizioni strutturali, tra servizi igienici rotti, assenza di scivoli per disabili in biglietteria, siepi incolte nei giardini e generale incuria. E lamentano che l’aumento dei visitatori non si traduca in alcun incremento di incassi, cioè che il Direttore miri solo all’affluenza ma non al miglioramento del complesso borbonico. E lamentano soprattutto, anche se non lo dicono chiaramente, che la nomina di Felicori sia stata frutto di un processo del PD di Renzi (e Franceschini) privo di credenziali di merito e competenza.
A noi innamorati della Storia, cui sta a cuore solo il rilancio del monumento più universale che vi sia in Italia, anche attraverso un personale all’altezza e il ripristino del decoro che merita, certe guerre non ci interesserebbero se non vi fosse di mezzo la politica e la propaganda di rilancio del Sud di cui si è fatto promotore Matteo Renzi, il quale la Reggia l’ha vista per la prima volta in tutta la sua vita a 41 anni, e per impegni istituzionali, mostrando uno stupore da turista per caso che non gli ha fatto certo onore. Il racconto del manager (di Bologna), nominato dal Governo in carica, che mette in riga i lavoratori (di Caserta) mentre la Reggia riprende quota di afflussi è perfetto per un Primo Ministro in cerca di consensi. E via coi luoghi comuni. Ma sta ad ognuno capire dove sia la verità, e quanto fumo invece si alzi tra lotte intestine e guerre politiche. Nessuno però si permetta di farlo sulla pelle dei meridionali, sulle cui braccia e fatiche si è retta e si regge la storia del Nord e d’Italia. La differenza tra “il Direttore lavora troppo […]” e “il Direttore permane nella struttura fino a tarda ora […]” è sostanziale e indicativa.

1° maggio. Napoletane le prime vittime operaie

Questo blog, come ogni anno, dedica il 1 maggio al ricordo dei martiri di Pietrarsa

1863: Bersaglieri e Carabinieri sparano sui lavoratori, 23 anni prima di Chicago

di Angelo Forgione per napoli.com

1° maggio, festa dei diritti dei lavoratori conquistati dopo sacrosante battaglie operaie. Una ricorrenza nata negli Stati Uniti nel 1886 dopo i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di quel maggio a Chicago, quando la polizia locale sparò su degli operai manifestanti facendo numerose vittime.
Ma le prime vittime della storia operaia per mano governativa in realtà furono napoletane. Se scaviamo nella storia, già qualche anno prima, nell’estate del 1863, si era registrato il triste episodio di Portici, nel cortile delle officine di Pietrarsa. Una vicenda storica poco conosciuta data la copertura poliziesca della monarchia sabauda, subentrante a quella borbonica, che da poco aveva invaso il Regno delle Due Sicilie dando vita all’Italia piemontese. I documenti del “Fondo Questura” dell’Archivio di Stato di Napoli riportano ciò che accadde quel giorno. Fascio 16, inventario 78: è tutto scritto lì.
Il “Real Opificio Borbonico di Pietrarsa”, prima dell’invasione piemontese, era il più grande polo siderurgico della penisola italiana, il più prestigioso coi suoi circa 1000 operai. Voluto da Ferdinando II di Borbone per affrancare il Regno di Napoli dalle dipendenze industriali straniere, contava circa 700 operai già mezzo secolo prima della nascita della Fiat e della Breda. Un gioiello ricalcato in Russia nelle officine di Kronštadt, nei pressi di San Pietroburgo, senza dubbio un vanto tra i tanti primati dello stato napoletano. Gli operai vi lavoravano otto ore al giorno guadagnando abbastanza per sostentare le loro famiglie e, primi in Italia, godevano di una pensione statale con una minima ritenuta sugli stipendi. Con l’annessione al Piemonte, anche la florida realtà industriale napoletana subì le strategie di strozzamento a favore dell’economia settentrionale portate avanti da quel Carlo Bombrini, uomo vicino al Conte di Cavour e Governatore della Banca Nazionale, che presentando a Torino il suo piano economico-finanziario teso ad alienare tutti i beni dalle Due Sicilie, riferendosi ai meridionali, si sarebbe lasciato sfuggire la frase «Non dovranno mai essere più in grado di intraprendere».
Bombrini era uno dei fondatori dell’Ansaldo di Genova, società alla quale furono indirizzate tutte le commesse fino a quel momento appannaggio di Pietrarsa. Prima del 1860, nata per volontà di Cavour di dar vita ad un’industria siderurgica piemontese che ammortizzasse le spese per le importazioni dalle Due Sicilie e dall’Inghilterra, l’Ansaldo contava la metà degli operai di Pietrarsa che raddoppiarono già nel 1862.
Dopo l’Unità d’Italia l’opificio partenopeo passò alla proprietà di Jacopo Bozza, un uomo con la fama dello sfruttatore. Costui, artificiosamente, prima dilatò l’orario di lavoro abbassando nello stesso tempo gli stipendi, poi tagliò in maniera progressiva il personale mettendo in ginocchio la produzione. Il 23 Giugno 1863, a seguito delle proteste del personale, promise di reimpiegare centinai di operai licenziati tra i 1050 impiegati al 1860. La tensione era palpabile come testimonia il fitto scambio di corrispondenza tra la direzione di Pietrarsa e la Questura. Sui muri dello stabilimento comparve questa scritta: “muovetevi  artefici, che questa società di ingannatori e di ladri con la sua astuzia vi porterà alla miseria”. Sulle pareti prossime ai bagni furono segnate col carbone queste parole: “Morte a Vittorio Emanuele, il suo Regno è infame, la dinastia Savoja muoja per ora e per sempre”. Gli operai avevano ormai capito da quali cattive mani erano manovrati i loro fili.
La promessa di Bozza fu uno dei tanti bluff che l’impresario nascondeva continuando a rassicurare i lavoratori e rallentando la loro ira elargendo metà della paga concessa dal nuovo Governo, una prima forma di cassa-integrazione sulla quale si è retta la distruzione dell’economia meridionale nel corso degli anni a venire, sino a qui.
Il 31 Luglio 1863 gli operai scendono ad appena 458 mentre a salire è la tensione. Bozza da una parte promette pagamenti che non rispetterà, dall’altra minaccia nuovi licenziamenti che decreterà.
La provocazione supera il limite della pazienza e al primo pomeriggio del 6 Agosto 1863, il Capo Contabile dell’opificio di Pietrarsa, Sig. Zimmermann, chiede alla pubblica sicurezza sei uomini con immediatezza perché gli operai che avevano chiesto un aumento di stipendio incassano invece il licenziamento di altri 60 unità. Poi implora addirittura l’intervento di un Battaglione di truppa regolare dopo che gli operai si sono portati compatti nello spiazzo dell’opificio in atteggiamento minaccioso.
Convergono la Guardia Nazionale, i Bersaglieri e i Carabinieri, forze armate italiane da poco ma piemontesi da sempre, che circondano il nucleo industriale. Al cancello d’ingresso trovano l’opposizione dei lavoratori e calano le baionette. Al segnale di trombe al fuoco, sparano sulla folla, sui tanti feriti e sulle vittime. La copertura del regime poliziesco dell’epoca parlò di sole due vittime, tali Fabbricini e Marino, e sei feriti trasportati all’Ospedale dei Pellegrini. Ma sul foglio 24 del fascio citato è trascritto l’elenco completo dei morti e dei feriti: oltre a Luigi Fabbricini  e Aniello Marino, decedono successivamente anche Domenico Del Grosso e Aniello Olivieri. Sono questi i nomi accertati dei primi martiri della storia operaia italiana.
I giornali ufficiali ignorano o minimizzano vergognosamente il fatto a differenza di quelli minori. Su “Il Pensiero” si racconta tutto con dovizia di particolari, rivelando che in realtà le vittime sarebbero nove. “La Campana del Popolo” rivela quanto visto ai “Pelligrini” e parla di palle di fucile, di strage definita inumana. Tra i feriti ne decrive 7 in pericolo di vita e anche un  ragazzino di 14 anni colpito, come molti altri, alle spalle, probabilmente in fuga dal fuoco delle baionette.
Nelle carte, dai fogli 31 a 37, si legge anche di un personaggio oggi onorato nella toponomastica di una piazza napoletana, quel Nicola Amore, Questore durante i fatti descritti, solerte nell’inviare il drappello di forze armate, che definisce “fatali e irresistibili circostanze” quegli accadimenti. Lo fa in una relazione al Prefetto mentre cerca di corrompere inutilmente il funzionario Antonino Campanile, testimone loquace e scomodo, sottoposto a procedimento disciplinare e poi destituito dopo le sue dichiarazioni ai giornali. Nicola Amore, dopo i misfatti di Pietrarsa, fece carriera diventando Sindaco di Napoli, per poi agevolare le banche piemontesi nella speculazione edilizia del Risanamento.
Il 13 ottobre vengono licenziati altri 262 operai. Il personale viene ridotto lentamente a circa 100 elementi finché, dopo finti interventi, il governo riduce al lumicino le commesse di Pietrarsa, decretando la fine di un gioiello produttivo d’eccellenza mondiale. Pietrarsa viene declassata prima ad officina di riparazione per poi essere chiusa definitivamente nel 1975. Dal 1989, quella che era stata la più grande fabbrica metalmeccanica italiana, simbolo di produttività fino al 1860, è diventata un museo ferroviario che è straordinario luogo di riflessione sull’Unità d’Italia e sulla cosiddetta “questione meridionale”.
Alla memoria di Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, napoletani, morti per difendere il proprio lavoro, ogni napoletano dedichi un pensiero oggi e in ogni festa dei lavoratori che verrà. Uomini che non sono più tornati alle loro famiglie per difendere il proprio lavoro, dimenticati da un’Italia che non dedica loro un pensiero, una piazza o un monumento, come accade invece per i loro carnefici.

La strage di Portici in musica (Stormy Six)

6 Agosto 1863: i Bersaglieri sparano sui lavoratori

Oggi, 6 Agosto, come ogni anno su questo blog, ripropongo in lettura il racconto dei tristi avvenimenti di Pietrarsa (Portici) del 6 Agosto 1863 affinché i Napoletani e i Meridionali sappiano e non dimentichino come sono diventati “meridionali”.

6 Agosto 1863: i Bersaglieri sparano sui lavoratori

di Angelo Forgione per napoli.com

1° Maggio, festa dei diritti dei lavoratori conquistati dopo sacrosante battaglie operaie. Una ricorrenza nata negli Stati Uniti nel 1886 dopo i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di quel Maggio a Chicago, quando la polizia locale sparò su degli operai manifestanti facendo numerose vittime.
Ma le prime vittime della storia operaia per mano governativa in realtà furono napoletane. Se scaviamo nella storia, già qualche anno prima, nell’estate del 1863, si era registrato il triste episodio di Portici, nel cortile delle officine di Pietrarsa. Una vicenda storica poco conosciuta data la copertura poliziesca della monarchia sabauda, subentrante a quella borbonica, che da poco aveva invaso il Regno delle Due Sicilie dando vita all’Italia piemontese. I documenti del “Fondo Questura” dell’Archivio di Stato di Napoli riportano ciò che accadde quel giorno. Fascio 16, inventario 78: è tutto scritto lì.
Il “Real Opificio Borbonico di Pietrarsa”, prima dell’invasione piemontese, era il più grande polo siderurgico della penisola italiana, il più prestigioso coi suoi circa 1000 operai. Voluto da Ferdinando II di Borbone per affrancare il Regno di Napoli dalle dipendenze industriali straniere, contava circa 700 operai già mezzo secolo prima della nascita della Fiat e della Breda. Un gioiello ricalcato in Russia nelle officine di Kronštadt, nei pressi di San Pietroburgo, senza dubbio un vanto tra i tanti primati dello stato napoletano. Gli operai vi lavoravano otto ore al giorno guadagnando abbastanza per sostentare le loro famiglie e, primi in Italia, godevano di una pensione statale con una minima ritenuta sugli stipendi. Con l’annessione al Piemonte, anche la florida realtà industriale napoletana subì le strategie di strozzamento a favore dell’economia settentrionale portate avanti da quel Carlo Bombrini, uomo vicino al Conte di Cavour e Governatore della Banca Nazionale, che presentando a Torino il suo piano economico-finanziario teso ad alienare tutti i beni dalle Due Sicilie, riferendosi ai meridionali, si sarebbe lasciato sfuggire la frase «Non dovranno mai essere più in grado di intraprendere».
Bombrini era uno dei fondatori dell’Ansaldo di Genova, società alla quale furono indirizzate tutte le commesse fino a quel momento appannaggio di Pietrarsa. Prima del 1860, nata per volontà di Cavour di dar vita ad un’industria siderurgica piemontese che ammortizzasse le spese per le importazioni dalle Due Sicilie e dall’Inghilterra, l’Ansaldo contava la metà degli operai di Pietrarsa che raddoppiarono già nel 1862.
Dopo l’Unità d’Italia l’opificio partenopeo passò alla proprietà di Jacopo Bozza, un uomo con la fama dello sfruttatore. Costui, artificiosamente, prima dilatò l’orario di lavoro abbassando nello stesso tempo gli stipendi, poi tagliò in maniera progressiva il personale mettendo in ginocchio la produzione. Il 23 Giugno 1863, a seguito delle proteste del personale, promise di reimpiegare centinai di operai licenziati tra i 1050 impiegati al 1860. La tensione era palpabile come testimonia il fitto scambio di corrispondenza tra la direzione di Pietrarsa e la Questura. Sui muri dello stabilimento comparve questa scritta: “muovetevi  artefici, che questa società di ingannatori e di ladri con la sua astuzia vi porterà alla miseria”. Sulle pareti prossime ai bagni furono segnate col carbone queste parole: “Morte a Vittorio Emanuele, il suo Regno è infame, la dinastia Savoja muoja per ora e per sempre”. Gli operai avevano ormai capito da quali cattive mani erano manovrati i loro fili.
La promessa di Bozza fu uno dei tanti bluff che l’impresario nascondeva continuando a rassicurare i lavoratori e rallentando la loro ira elargendo metà della paga concessa dal nuovo Governo, una prima forma di cassa-integrazione sulla quale si è retta la distruzione dell’economia meridionale nel corso degli anni a venire, sino a qui.
Il 31 Luglio 1863 gli operai scendono ad appena 458 mentre a salire è la tensione. Bozza da una parte promette pagamenti che non rispetterà, dall’altra minaccia nuovi licenziamenti che decreterà.
La provocazione supera il limite della pazienza e al primo pomeriggio del 6 Agosto 1863, il Capo Contabile dell’opificio di Pietrarsa, Sig. Zimmermann, chiede alla pubblica sicurezza sei uomini con immediatezza perché gli operai che avevano chiesto un aumento di stipendio incassano invece il licenziamento di altri 60 unità. Poi implora addirittura l’intervento di un Battaglione di truppa regolare dopo che gli operai si sono portati compatti nello spiazzo dell’opificio in atteggiamento minaccioso.
Convergono la Guardia Nazionale, i Bersaglieri e i Carabinieri, forze armate italiane da poco ma piemontesi da sempre, che circondano il nucleo industriale. Al cancello d’ingresso trovano l’opposizione dei lavoratori e calano le baionette. Al segnale di trombe al fuoco, sparano sulla folla, sui tanti feriti e sulle vittime. La copertura del regime poliziesco dell’epoca parlò di sole due vittime, tali Fabbricini e Marino, e sei feriti trasportati all’Ospedale dei Pellegrini. Ma sul foglio 24 del fascio citato è trascritto l’elenco completo dei morti e dei feriti: oltre a Luigi Fabbricini  e Aniello Marino, decedono successivamente anche Domenico Del Grosso e Aniello Olivieri. Sono questi i nomi accertati dei primi martiri della storia operaia italiana.
I giornali ufficiali ignorano o minimizzano vergognosamente il fatto a differenza di quelli minori. Su “Il Pensiero” si racconta tutto con dovizia di particolari, rivelando che in realtà le vittime sarebbero nove. “La Campana del Popolo” rivela quanto visto ai “Pelligrini” e parla di palle di fucile, di strage definita inumana. Tra i feriti ne decrive 7 in pericolo di vita e anche un  ragazzino di 14 anni colpito, come molti altri, alle spalle, probabilmente in fuga dal fuoco delle baionette.
Nelle carte, dai fogli 31 a 37, si legge anche di un personaggio oggi onorato nella toponomastica di una piazza napoletana, quel Nicola Amore, Questore durante i fatti descritti, solerte nell’inviare il drappello di forze armate, che definisce “fatali e irresistibili circostanze” quegli accadimenti. Lo fa in una relazione al Prefetto mentre cerca di corrompere inutilmente il funzionario Antonino Campanile, testimone loquace e scomodo, sottoposto a procedimento disciplinare e poi destituito dopo le sue dichiarazioni ai giornali. Nicola Amore, dopo i misfatti di Pietrarsa, fece carriera diventando Sindaco di Napoli per poi agevolare le banche piemontesi col Risanamento-sventramento.
Il 13 ottobre vengono licenziati altri 262 operai. Il personale viene ridotto lentamente a circa 100 elementi finché, dopo finti interventi, il governo riduce al lumicino le commesse di Pietrarsa, decretando la fine di un gioiello produttivo d’eccellenza mondiale. Pietrarsa viene declassata prima ad officina di riparazione per poi essere chiusa definitivamente nel 1975. Dal 1989, quella che era stata la più grande fabbrica metalmeccanica italiana, simbolo di produttività fino al 1860, è diventata un museo ferroviario (aperto solo nei giorni feriali!) che è straordinario luogo di riflessione sull’Unità d’Italia e sulla cosiddetta “questione meridionale”.
Alla memoria di Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, napoletani, morti per difendere il proprio lavoro, ogni napoletano dedichi un pensiero oggi e in ogni festa dei lavoratori che verrà. Uomini che non sono più tornati alle loro famiglie per difendere il proprio lavoro, dimenticati da un’Italia che non dedica loro un pensiero, una piazza o un monumento, come accade invece per i loro carnefici.

La strage di Portici in musica (Stormy Six)

Muti e i lavoratori del San Carlo contro la rozza Italia

Angelo Forgione – Sabato 1 marzo, seppur senza troppo clamore, è stata una giornata molto significativa per la cultura musicale napoletana. Due messaggi di forte denuncia sono partiti da altrettanti luoghi simbolo della Città. Il primo è stato inviato da Riccardo Muti, in occasione della cerimonia di consegna del premio “San Pietro a Majella” all’antico Conservatorio dove studiò da giovane, tra il 1957 e il 1962, e dove gli è stato intitolato l’ormai ex foyer della sala Scarlatti.
«Il Conservatorio di San Pietro a Majella è il luogo più sacro dei conservatori nel mondo e dentro ci sono meraviglie che tutto il mondo vorrebbe avere. Non so se questo lo sappiano i nostri governanti, ma se lo sanno e non fanno nulla per valorizzare questa istituzione calpestata e dimenticata vuol dire che la situazione in Italia è senza speranza. Il governo deve prendersi cura di questo posto, che egregiamente rappresenta la cultura della nostra terra. Deve far sì che questo non sia un luogo di sofferenza per chi ci studia e chi ci insegna. Da qualche anno dirigo la Chicago Symphony Orchestra. Ebbene, se in America esistesse un luogo in cui fosse custodito un decimo dei tesori che sono custoditi a San Pietro a Majella, quel luogo riceverebbe il massimo delle attenzioni. Tutti ne avrebbero il massimo rispetto, tutto il mondo ne sarebbe a conoscenza». Queste le parole di indignazione per come il più nobile dei conservatori d’Italia, quello che ha racchiuso in una sola istituzione i primi quattro istituti di istruzione per orfani, quello che ha dato il nome agli istituti di didattica musicale del mondo, sia trascurato dalle politiche governative centrali.
Se il Conservatorio piange, il San Carlo non ride, insieme a molti teatri italiani (La Scala a parte). E per protestare contro il Decreto Valore Cultura e denunciare i problemi occupazionali e retributivi, i lavoratori del Massimo napoletano hanno offerto uno splendido concerto gratuito nella basilica di San Ferdinando, dove sono stati proposti brani e letture didattiche della gloriosa Scuola Musicale Napoletana del Settecento che cambiò la musica in Europa. L’esibizione (piccolo contributo video in basso) ha regalato inizialmente una chicca molto suggestiva ed emozionante: l’esecuzione dell’introduzione dell’Achille in Sciro di Domenico Sarro e Pietro Metastasio, Opera data al San Carlo la sera del 4 ottobre 1737, data di inaugurazione del Real Teatro. All’evento ha presenziato il sindaco De Magistris, sostenitore delle ragioni delle maestranze sancarline. Al termine, il corista Sergio Valentino, all’altare, ha pronunciato il secondo messaggio di denuncia della giornata:
«Permetteteci di dire che Napoli è una città che produce una cultura imperitura da tre millenni e quello che sta accadendo da anni non la piegherà. Napoli è stata, è, e sarà sempre la città colta che l’Europa intellettuale conosce».

I lavoratori del San Carlo regalano la Scuola Musicale Napoletana

Angelo Forgione – La gloriosa Scuola Musicale Napoletana del Settecento, quella nata dai fermenti degli orfanotrofi poi divenuti la grande istituzione del Conservatorio di Napoli, quella che cambiò la musica in Europa con la rivoluzione dell’Opera compiuta da Niccolò Jommelli e Tommaso Traetta, quella che influenzò fortemente Mozart ma anche Haydn, Bach e Händel e che ebbe il Real Teatro San Carlo come palcoscenico del mondo, sarà protagonista di un concerto gratuito donato alla città dai lavoratori del Massimo partenopeo, che si terrà il primo marzo alle 19 nella basilica di San Ferdinando di Palazzo in piazza Trieste e Trento. L’iniziativa vuole essere una positiva forma di protesta delle maestranze del San Carlo contro la legge Valore Cultura e il commissariamento.
“Il primo marzo, il San Carlo scenderà tra la gente per raccontare la propria storia attraverso la musica. Il teatro e la cultura in generale meritano rispetto. La cittadinanza deve sentirsi responsabile di un’eccellenza”, ha detto il corista Sergio Valentino. “La scuola napoletana – dicono le maestranze – troppo spesso mortificata nella proposta al pubblico, ha il forte significato di ricordare quanto Napoli sia stata culla della civiltà artistica e non solo. I lavoratori del Massimo, nelle difficoltà che stanno attraversando, offrono l’occasione per ripercorrere alcune tappe fondamentali in virtù della loro alta professionalità”.
Il concerto ripercorrerà la storia musicale della Napoli dei Lumi, a partire dal 4 novembre 1737, data di inaugurazione del teatro. Ogni brano sarà introdotto da una descrizione del momento storico, fino a giungere al momento in cui la Scuola Musicale Napoletana si scontrò con l’epoca delle rivoluzioni e poi delle vicende ottocentesche dell’Unità d’Italia che sotterrarono le radici napoletane per celebrare l’Opera popolare risorgimentale di Giuseppe Verdi, relegando i grandi compositori napolitani che avevano plasmato la musica a un indegno oblio giunto ai giorni nostri, parzialmente squarciato da Riccardo Muti in occasione dei recenti successi del Festival di Pentecoste a Salisburgo, quando l’Austria si è interessata con curiosità al mondo musicale napoletano del Settecento cui si rivolse il proprio Mozart. L’Italia, invece, come denunciato dal grande Maestro italiano, è sempre stata sorda rispetto all’esigenza di rivisitazione dei grandi compositori napolitani.
Con la scelta del tema del concerto, i lavoratori del San Carlo intendono chiaramente denunciare la continua umiliazione della tradizione musicale napoletana, ed è un dovere sostenerli, in virtù di quanto la storia abbia danneggiato Napoli e di come questa non accenni a cambiare.