Napoli che votò monarchia nel ’46 cancella Vittorio Emanuele III ma Emanuele Filiberto non ci sta

Angelo Forgione per Napoli freepress È in dirittura d’arrivo il percorso iniziato nel 2015 dalla giunta De Magistris per il cambio toponomastico della strada prospiciente il Castel Nuovo, sottratto a Vittorio Emanuele III e assegnato a Salvatore Morelli, liberale pugliese, massone e avversario di Ferdinando II di Borbone. Un passaggio di consegne non troppo rivoluzionario nei significati politici ma certamente clamoroso per l’importanza del personaggio spodestato, il terzo re dell’Italia unita. In suo soccorso è giunto il discendente Emanuele Filiberto, con una lettera pubblicata sulle pagine de Il Mattino in cui è contenuto il lamento indirizzato al sindaco di Napoli per la decisione, inoltrandosi in un vicolo cieco della storia, una strada senza uscita.
Il principe basa la sua dolente rimostranza sui risultati del referendum istituzionale del Giugno 1946, allorché la monarchia ebbe a Napoli quasi l’ottanta per cento dei consensi, e sul fatto che per circa un decennio, fino ai primi anni Sessanta, un partito dichiaratamente monarchico governò la città. Due furono i motivi di quel coro partenopeo pro-Savoia che ancora oggi fa discutere l’Italia intera.
Primo motivo fu il retaggio storico dei napoletani, storicamente legati alla forma monarchica e poco inclini a quella repubblicana. Ospitare un re in città nutriva ancora l’antico ricordo di una capitale e di un regno ormai scomparsi, un regno che aveva portato il nome della città stessa. Strano a dirsi, ma Vittorio Emanuele III aveva mostrato amore per Napoli, la sua città di nascita. Ne parlava ottimamente il dialetto, e del resto qui era stato messo a mondo l’11 novembre del 1869, e alla Scuola militare “Nunziatella” era stato allevato. Conosceva anche il piemontese ma, ancor più strano a dirsi, non amava troppo il Piemonte. Prima di ereditare il trono d’Italia, era stato il Principe di Napoli, titolo nobiliare affascinante per la gente della città, quantunque fosse subalterno e simbolo di una chiara sudditanza poiché spettante al primogenito del Principe di Piemonte, ovvero dell’erede al trono d’Italia. Quel titolo, sin dall’annessione del Sud al Regno di Sardegna, aveva avuto sempre l’intento di rafforzare fra i napoletani il sentimento patriottico di matrice piemontese.
Un altro fattore, secondario ma non poco incisivo sulla maggioranza bulgara dei monarchici napoletani e del resto del Mezzogiorno, fu rappresentato dalle manipolazioni politiche del ministro dell’Interno, il repubblicano piemontese Giuseppe Romita, che orchestrò le prime elezioni amministrative dopo la dittatura fascista in modo da mettere in secondo piano l’espressione dei meridionali. Quelle consultazioni si svolsero, fatto fondamentale, poco prima del referendum, ma non dappertutto. Le votazioni furono distribuite non in una sola tornata ma, irregolarmente, in due momenti, il primo in primavera e il secondo in autunno, a distanza di mesi, in modo da piazzarvi in mezzo proprio il più importante referendum del 2 e 3 giugno per scegliere tra la monarchica e la repubblicana. Il clima politico di quei mesi lo espresse il socialista Pietro Nenni: «O la repubblica o il caos». Liberata l’Italia dal Nazifascismo e dalla furia distruttiva anglo-americana, bisognava liberarsi anche dei Savoia.
I napoletani e tutti i meridionali, quindi, si videro pure aggirati ed estromessi dalle scelte politiche, tutte ormai dominate dal “vento del Nord”, definizione coniata in quei frangenti per definire la spinta politica settentrionale alla destituzione della monarchia e alla svolta democratica, accusando la strategia del ministro Romita, da lui stesso spiegata in seguito: mettere in minoranza il Sud, storicamente legato alla forma monarchica, facendo votare immediatamente il Nord alle amministrative prima che si votasse per il referendum, il quale si sarebbe svolto con i primi risultati, prevedibilmente filo-repubblicani, delle elezioni amministrative nel Settentrione. Furono mandate molto presto al voto locale le città di tendenza repubblicana, Milano compresa, la più filo-repubblicana, quella che era stata la sede in Alta Italia del Comitato di Liberazione Nazionale e che, a guerra finita, risultava a tutti quale primaria roccaforte del nuovo corso politico repubblicano. I milanesi votarono il 7 aprile, mentre si fecero votare dopo il referendum i napoletani, il 10 di novembre, sette mesi più tardi, come un po’ tutte le città del Sud, tendenzialmente filo-monarchiche, evitando così che un risultato anti-repubblicano potesse condizionare altre città nella consultazione sull’istituzione statale.
Il referendum spazzò via, dopo ottantacinque anni di regno indegno, la Corona sabauda, colpevole negli ultimi venti di aver dato il potere al Fascismo e poi di aver abbandonato la nave fuggendo dalla Capitale. A pesare di più fu proprio la volontà delle regioni settentrionali: in tutte le province a nord di Roma, tranne Cuneo e Padova, prevalsero le preferenze per la repubblica. Nelle restanti a sud, tranne Latina e Trapani, vinsero quelle per la monarchia. Ancora una conferma di quanto fosse nettamente diviso il Paese. Milano si espresse in gran maggioranza, per quasi il settanta per cento, a sostegno della forma repubblicana. Napoli si proclamò la città più monarchica d’Italia, con un risultato record che sfiorò l’ottanta per cento, ma in realtà non tutti i votanti credevano veramente nel Re come rappresentante unitario della nazione. Per alcuni, più che di effettiva affezione ai Savoia, si trattò di dare uno schiaffo alla classe politica settentrionalista che marginalizzava il Sud da ormai ottant’anni e di un’espressione di protesta contro un Nord guidato da Milano che influenzava le scelte e decideva le sorti dell’Italia.
A risultati accertati, tra mille polemiche di brogli, il fronte monarchico del capoluogo campano insorse in via Medina, dove si trovava la sede del Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti. Sotto ordine giunto da Roma, la polizia sparò ad altezza d’uomo. In nove persero la vita e undici tra i circa centocinquanta feriti morirono in agonia, senza processo e giustizia. Per placare gli animi e “risarcire” la città, il 28 giugno l’Assemblea Costituente mise a Capo dello Stato un monarchico napoletano, Enrico De Nicola, eletto al primo scrutinio con circa il settantacinque per cento dei suffragi dopo aver votato egli stesso a favore della monarchia, convinto dalla necessità di assicurare un trapasso meno traumatico possibile al nuovo sistema e di proporre ai filo-monarchici meridionali una figura capace di riscuoterne il gradimento.
Nella sua lettera, Emanuele Filiberto scrive anche che “la storia non si affronta a colpi di censura” e che “le rimozioni toponomastiche sono una forma tipica di ogni sistema illiberale che pensa di sviare il dialogo con il proprio passato a colpi di bianchetto”. È esattamente il presupposto per cui condannare la cancellazione della toponomastica borbonica operata dai suoi antenati, a partire dall’elegantissimo corso Maria Teresa in corso Vittorio Emanuele, pure rovinato da un secondo tratto post-unitario verso la Cesarea edificato in spregio alla vista panoramica che i Borbone avevano preservato sul primo, e la differenza la si notare a vista d’occhio. Furono proprio i Savoia a cancellare per primi i nomi di quelle strade che erano intitolate alla dinastia decaduta, abbattendo gli stemmi gigliati e apponendo lapidi e statue per l’edificazione della nazional piemontesizzazione. Il giglio del granducato e il leone di San Marco lo lasciarono in bella vista sui palazzi di Firenze e Venezia, ma a Napoli lo scudo sabaudo lo sostituirono a ogni stemma gigliato delle Due Sicilie, magari coperto, come l’effigie reale borbonica posta sull’arco scenico del Real Teatro di San Carlo, poi riscoperta e ripristinata nel 1980. Impossibile ripristinare il palco reale, marchiato a rilievo dalla croce sabauda, usurpatrice della magnificenza della bellissima tribuna coronata.
Emanuele Filiberto dovrebbe sapere almeno che il suo Vittorio Emanuele III era segretamente legato alla Gran Loggia d’Italia, avvalorata da una comunione nazionale in una Conferenza mondiale dei Supremi Consigli di rito scozzese, e che fu quella loggia ad accreditare Mussolini presso le importanti massonerie britanniche e americane. Ma quando il Duce si oppose alle organizzazioni massoniche, queste gli misero contro il Re d’Italia, il quale ne ordinò l’arresto nel 1943, sostituendolo col massone Pietro Badoglio. E se l’amata Napoli, la città più bombardata d’Italia, fu rasa letteralmente al suolo, con morti e conseguenze sociali ancora oggi drammaticamente vive, fu anche a causa di quel re pupazzo, Vittorio Emanuele III, che concordò e siglò segretamente l’armistizio con gli Alleati anglo-americani a luglio, ma l’accordo fu reso noto solo qualche mese dopo per insistere ancora nella strategia psicologica finalizzata a stimolare la disapprovazione popolare nei confronti di Mussolini per la decisione di seguire la Germania di Hitler in guerra. Il piano, concertato tra Washington e Londra, fu accettato in modo occulto anche dalla Casa Reale a Roma e, soprattutto, dalla Massoneria italiana in cerca di riscatto. Tutti corresponsabili di immotivate vessazioni sulla pelle e sulle vite della popolazione, Vittorio Emanuele III in primis.
Emanuele Filiberto avverte infine che Napoli ha molti problemi più urgenti e prioritari della crociata toponomastica, perché tanti giovani non trovano un lavoro e la criminalità organizzata non accenna a deporre le armi contro lo Stato. Drammaticamente vero, ma tutto ebbe inizio con l’invasione sabauda al Sud, con la cancellazione di Napoli Capitale, con il patto scellerato con l’allora contenibile camorra voluto dell’amico di famiglia Garibaldi, usato e poi licenziato a lavoro ultimato, e con il cagionato inizio dell’emigrazione.
Emanuele Filiberto si accontenti dello scippo del parto della pizza “margherita”, dazio pagato per pubblicizzare la salubrità dell’acqua e dei cibi assicurata dopo il colera del 1884 dal nuovo acquedotto del Serino. Si accontenti dell’efigie marmorea dei Savoia all’ingresso di Palazzo Reale, dove una statua, quella di un suo avo, è l’unica minacciosa con spada sguainata. Si accontenti di ciò che ancora è intitolato alla sua casata, ed è sempre tanto, finché il tempo non lo spazzerà via inesorabilmente, perché per Umberto I, che finì ammazzato al quarto attentato dopo aver seminato malcontento in lungo e in largo, e per il minaccioso Vittorio Emanuele II si potrebbe suonarla come per “sciaboletta”. È verissimo che la storia non si censura, e infatti la si deve raccontare a fondo, soprattutto quando risulta manipolata per processo di edulcorazione.

Antonio e Sabina tornano al Sud!

È una delle testimonianze più belle mai ricevute da quando ho iniziato a lavorare per tirare fuori l’anima di Napoli e le cause della depressione meridionale. Sapere che due ragazzi dalla faccia pulita tornano al Sud è il più grande dei successi. Me l’hanno comunicato con gioia, con tanto di foto dei miei libri, e io non vedo l’ora di accoglierli.

antonio_sabina

Siamo due ragazzi fidanzati da 12 anni, io napoletano emigrato 10 anni fa a Rimini, lei bolognese con origini pugliesi innamorata di Napoli. Faccio il pasticcere e mi sono appena licenziato. Sai perché? Perché tra 15 giorni ci trasferiremo insieme a Napoli, dopo averlo sognato per tutti questi anni.
Tu sei stato cruciale nella nostra formazione e nel nostro “risveglio”, a partire dai tuoi videoclip, in particolar modo quello sui rifiuti tossici tra la Somalia e la Campania. Abbiamo cercato di divulgare qui al Nord la verità, con conferenze nelle scuole, negli stadi e nei comuni.
Ora finalmente veniamo a goderci la Regina delle città, unendoci alle persone come te, per metterci la faccia, orgogliosi di riuscire a tornare solo per amore della Verità!
Abbiamo sempre pensato alla tenacia di chi, come te, resta al Sud e combatte. Speriamo di avere l’onore di conoscerti di persona! GRAZIE!!!

Antonio e Sabina

Se ne va Oliviero Beha. Mi definì “screanzato”.

Angelo Forgione Se ne va la voce libera di Oliviero Beha, un Maestro di Verità senza compromessi, penna che detestava l’ipocrisia e l’ignoranza del Paese. Volli fortemente una sua prefazione per il mio Dov’è la Vittoria. In realtà volevo che lo leggesse e speravo che lo approvasse, da napoletano a fiorentino, e sarebbe stata una conferma di assoluta validità. Non fu facile, perché avere una sua prefazione non era per tutti, anzi, era per pochissimi. Discutemmo a lungo su Calciopoli, e quando finì di leggere il manoscritto definitivo mi disse che avrebbe volentieri scritto per me. Fu come passare un esame, e a pieni voti, poiché mi fece capire che avevo dato anch’io qualcosa a lui. Non me lo disse apertamente; me lo scrisse in una email, quando mi consegnò l’ambito preludio al mio libro accompagnato da una semplice ma appagante riga: “Come leggerà, sono un Suo fan, sia pure ragionato”.
Era freddo, severo, ma limpido e generoso. Mi definì “screanzato” per il mio sapere osare, perché sapeva che riuscifa facile solo agli “screanzati” come lui. Aveva capito che avevo intrapreso l’impervia strada verso la comprensione della realtà, e scrisse che avevo fatto benissimo a raccontare tutta la verità sul mondo del Calcio italiano.
Qualche suo cauto collega, per ricordarlo, lo definisce “a volte eccessivo”. Altri, quelli che lui chiamava giornalisti mafiosi della tivù o scrittori camorristi omeopatici, neanche lo ricordano nei loro post e tweet, e non deve stupire. La verità è che la Verità è molto, ma molto scomoda, e chi ha definito l’Italia “un paese sfatto, in coma” e il sistema mediatico nazionale “colpevole di un’opinione pubblica demente” è scomodo anche da morto.
Ripropongo, integralmente, la prefazione che scrisse per il mio lavoro, perché anche chi non l’ha letto possa comprendere cosa pensava Oliviero, fiorentino trapiantato a Roma, della “Questione meridionale” e come accolse la mia ottica meridionalista.

UN AFFARE DA “SCREANZATI”

Scrive uno dei più grandi autori del Novecento italiano, Tommaso Landolfi, stile e fantasia raffinatissimi, che “succiare l’universo come un uovo è un affare da screanzati”. È un po’ quello che mi è capitato di pensare alla fine di questo lungo, denso, necessario e bellissimo saggio di Angelo Forgione che tiene insieme “Calcio & Società” in Italia e non solo, nel tempo e nello spazio, nell’economia e nella politica.
Quella che il saggista mette in campo fin dall’inizio è una sorta di complicata ma efficace “macchina del tempo”. Si va in su e in giù sulle montagne russe della grande storia e della cronaca più interessante tra l’Unità d’Italia e i giorni nostri. Proprio come sui vagoncini delle montagne russe in un qualche parco dei divertimenti, a volte ci si sente come sbalzati nell’aria sui saliscendi, ma poi la bravura dell’autore ti evita l’espulsione, ti tiene ben dentro il vagoncino, e il libro ti permette di dare un’occhiata generale a ciò che è successo in questo Paese in circa 150 anni di Unità e 120 di Calcio.
Il punto è che mentre questo gioco alternato, diacronico e sincronico, rende appetibilissimo e prezioso il saggio quando si riesce a focalizzare un’epoca più o meno distante, il discorso si fa più rischioso quando la penna si cala nelle vicende contemporanee.
È arduo, senza la distanza temporale che dà allo sguardo un altro tipo di ritmo, riuscire a giustapporre tessere di mosaico ancora troppo sfuggenti perché troppo intrise di attualità. Questo scrivere sul filo del rasoio senza però tagliarsi è il merito maggiore di un libro impegnativo, per chi lo ha scritto e per chi lo legge. Pieno di fatti, a partire dalla tesi documentata dell’effetto disgregante del Calcio tra le tifoserie, quindi la “ggente”, quindi quei cittadini di una Nazione che quasi mai si comporta da tale o anche soltanto lo sembra.
Dov’è la Vittoria è un bel titolo, immediatamente riconducibile alle contrapposizioni geografiche, geopolitiche, geoantropiche dell’ex Belpaese, e fa riferimento in modo inequivocabile all’inno nazionale. Forgione aveva pensato inizialmente a un altro titolo: Palla al centro. L’avrei gradito alla stessa maniera perché polisemico in profondità, con vari strati di interpretazione, anche se apparentemente facile.
Le differenze tra Nord e Sud, misurate negli scudetti e in tutta la porzione sociale, economica, imprenditoriale, finanziaria, politica e ahimé (troppo spesso) delinquenziale di una “Questione meridionale” ovviamente irrisolta da quando l’espressione è stata coniata nel 1873, dopo che invece – udite udite! – fino all’Unità le sperequazioni economiche tra le due Italie erano assai meno marcate, vengono perimetrate egregiamente in un campo di Calcio.
Ce n’è per tutti, con un’analisi ricca e accattivante. Penso, solo per citarne un aneddoto significativo tra mille, a quando si racconta di un Riccardo Muti salito giovane e sconosciuto da Napoli al Conservatorio di Milano negli anni Sessanta che veniva chiamato “il terrone”… Aneddoto incastonato in pagine precise sul tifo, il razzismo, il Calcio come veicolo di sfrangiamento sociale e imbarbarimento sostanziale ed epidermico.
Un libro “contro”, dunque? Un libro che sgonfia un pallone che la cronaca quotidianamente ci restituisce sgonfio di suo per rigonfiarlo mediaticamente e politicamente ogni volta? Non esattamente. C’era bisogno, anche sobbalzando sull’ottovolante, di un circuito completo, la cui completezza rendesse magari anche impervia la concatenazione e la comprensione, giacché è quell’universo “succiato come un uovo” nella compressione di un solo volume a rendere a volte ostico l’insieme.
Ma lo “screanzato” Forgione ha fatto benissimo a osare. È un libro che ha diritto di cittadinanza tra quelli che finora raramente sono stati capaci di intrecciare il Calcio con la società che lo contiene e di cui è espressione macroscopica. Mi sarà e vi sarà utile prima come lettura e poi come consultazione, tra le molte cose che si dimenticano e quelle che si ignorano. Perché in realtà al centro del libro e della realtà che dispiega non c’è la palla, bensì noi stessi.

Oliviero Beha

Cosa c’è dietro la guerra tra i sindacati e il direttore della Reggia di Caserta

Angelo Forgione “Il direttore della Reggia lavora troppo e crea problemi”. Questo, in buona sostanza, il messaggio diffuso dai titoli che nei giorni scorsi hanno riportato la denuncia dei sindacati UIL, USB e UGL nei confronti dell’operato del bolognese Mauro Felicori, dirigente massimo della Reggia di Caserta dallo scorso ottobre, nominato ad agosto da Dario Franceschini, ministro ai Beni Culturali del Governo Renzi. Proprio Matteo Renzi ha dato il suo corposo contributo alla polemica, fattasi nazionale, lanciando i suoi strali con un post su Facebook: “L’accusa sembra ridicola, in effetti lo è. I sindacati che si lamentano di Felicori, scelto dal governo con un bando internazionale, dovrebbero rendersi conto che il vento è cambiato. E la pacchia è finita”. Il tutto condito da una radiosa foto con il direttore sotto braccio, scattata durante la sua primissima visita (nella vita) al complesso vanvitelliano.
Ma quanto c’è di vero in tutta questa faccenda che è apparsa da subito una paradossale boutade? Possibile che i sindacati abbiano potuto condannare l’abnegazione al lavoro di chi starebbe accompagnando la Reggia di Caserta al suo sacrosanto rilancio? Chi, tra coloro che hanno sparato la notizia liofilizzata, cioè ritagliando 3 righe da un carteggio che ne contiene circa 70, ha letto il comunicato per intero prima di occuparsene? Forse neanche lo stesso Renzi. O forse sì, visto che la nota era indirizzata al capo di gabinetto del ministro Franceschini. Fatto sta che la denuncia, leggendola per bene, ha ben altro significato. Certo, il bersaglio è sempre Felicori, ma la strumentalizzazione a scopi politici è evidente, condita del neanche troppo subdolo stereotipo del meridionale scansafatiche che si ribella al settentrionale stakanovista. E invece i sindacati hanno lamentato la carenza di personale e la mancanza di fondi, attribuendo a Felicori la colpa di non predisporre le condizioni necessarie di sicurezza per la Reggia al termine dell’orario di lavoro canonico. Vero o no, il senso è questo, e non quello che si è insinuato attraverso i media. Nel comunicato, si legge infatti che il Direttore disattende l’attuale legislazione che lega l’apertura degli spazi museali in funzione del numero degli addetti necessari ad una efficace tutela, proseguendo a non disporre che le sale del Museo aperte al pubblico siano regolarmente assegnate in consegna al personale della vigilanza e le sale non aperte al pubblico in consegna alla sottoguardia di turno siano chiuse a chiave”. Ancora, si apprende che l’Area della fruizione accoglienza e vigilanza si muove in piena anarchia senza avere una chiara gerarchia rispetto alla missione istituzionale (tutela e conservazione)”, e che “il Direttore permane nella struttura fino a tarda ora, senza che nessuno abbia comunicato e predisposto il servizio per tale permanenza. Tale comportamento mette a rischio l’intera struttura museale”. Il comunicato è evidentemente chiaro, e rende più aspro un malumore interno del personale di servizio nei confronti di Felicori per la sua volontà “di far transitare il personale AFAV (Assistenti alla Fruizione, Accoglienza e Vigilanza) verso gli uffici, adibendolo a mansioni amministrative”. Un malumore che forse doveva restare confinato tra le mura settecentesche di Caserta e il ministero capitolino di via del Collegio Romano, ma che qualcuno ha forse fatto divampare in un incendio per rispondere a fuoco amico, strumentalizzando l’orario di lavoro di Felicori (che a Caserta soggiorna senza la famiglia, rimasta a Bologna) per neutralizzare l’offensiva e mettere in difficoltà gli autori dell’attacco interno. Del resto, i sindacati sono in guerra con il Direttore praticamente dal suo insediamento, e quest’ultimo comunicato è datato 22 febbraio, ma è stranamente venuto fuori con una decina di giorni di ritardo, a scoppio davvero ritardato.
Cosa sta succedendo realmente alla Reggia di Caserta? Felicori lavora bene o i sindacati hanno le loro buone ragioni? Difficile capire la verità. Di certo, il Real Palazzo e i suoi giardini sono diventati non solo il simbolo renziano della lotta ai sindacati ma anche del rilancio culturale del Sud. Che sia rilancio reale, è troppo presto per capirlo, ma è altrettanto certo che sia un rilancio cavalcato per mera propaganda politica. Secondo i dati del MiBact, in una generale e improvvisa ripresa dei musei italiani, la Reggia è risultato il decimo per affluenza del 2015, con un +16% rispetto all’anno precedente (trend positivo già prima dell’insediamento del direttore bolognese), e lo stesso Felicori ha in questi giorni annunciato che i visitatori, nei primi mesi del 2016, sono aumentati del 70% rispetto ai primi dello scorso anno. Eppure i sindacati di Caserta lamentano il persistere di pessime condizioni strutturali, tra servizi igienici rotti, assenza di scivoli per disabili in biglietteria, siepi incolte nei giardini e generale incuria. E lamentano che l’aumento dei visitatori non si traduca in alcun incremento di incassi, cioè che il Direttore miri solo all’affluenza ma non al miglioramento del complesso borbonico. E lamentano soprattutto, anche se non lo dicono chiaramente, che la nomina di Felicori sia stata frutto di un processo del PD di Renzi (e Franceschini) privo di credenziali di merito e competenza.
A noi innamorati della Storia, cui sta a cuore solo il rilancio del monumento più universale che vi sia in Italia, anche attraverso un personale all’altezza e il ripristino del decoro che merita, certe guerre non ci interesserebbero se non vi fosse di mezzo la politica e la propaganda di rilancio del Sud di cui si è fatto promotore Matteo Renzi, il quale la Reggia l’ha vista per la prima volta in tutta la sua vita a 41 anni, e per impegni istituzionali, mostrando uno stupore da turista per caso che non gli ha fatto certo onore. Il racconto del manager (di Bologna), nominato dal Governo in carica, che mette in riga i lavoratori (di Caserta) mentre la Reggia riprende quota di afflussi è perfetto per un Primo Ministro in cerca di consensi. E via coi luoghi comuni. Ma sta ad ognuno capire dove sia la verità, e quanto fumo invece si alzi tra lotte intestine e guerre politiche. Nessuno però si permetta di farlo sulla pelle dei meridionali, sulle cui braccia e fatiche si è retta e si regge la storia del Nord e d’Italia. La differenza tra “il Direttore lavora troppo […]” e “il Direttore permane nella struttura fino a tarda ora […]” è sostanziale e indicativa.

l’EXPO di Milano e il grande inganno della pizza

fiordimargherita_8Angelo Forgione – L’EXPO di Milano ci parla di pizza con un un video e una descrizione davvero interessanti sul sito ufficiale della manifestazione, raccontandoci che il disco condito, in origine, non fu capito dagli italiani, considerato un cibo da lazzaroni che lo portavano alla bocca con le mani. Collodi lo definì un “sudiciume complicato”. Ma i napoletani, con la pizza, dimostravano indirettamente di essere decisamente avanti, anticipando di due secoli la pizzamania esplosa nel dopoguerra. Oggi la pizza è il simbolo della cucina italiana, mangiata in tutto il mondo con le mani, con buona pace dei lazzaroni golosi di sudiciume.
Interessante leggere nella descrizione dell’EXPO di kilt, tartan e cornamusa in quanto antiche tradizioni inventate “per conferire una patina di nobiltà a una regione particolarmente arretrata e desiderosa di rifarsi un’immagine dopo il suo ingresso nel Regno Unito”. Il “grande inganno” diventa ancora più significativo proseguendo nella lettura:
“La pizza così come noi italiani la intendiamo è nata infatti all’inizio dell’Ottocento a Napoli, […] con la nascita delle prime pizzerie e l’invenzione della pizza Margherita in occasione della visita dei Savoia a Napoli nel 1886”.
In realtà, la pizza, come la conosciamo, è nata a Napoli nel primo 700, non nell’800 come erroneamente riportato, e la Margherita è stata partorita tra il 1796 e il 1810, ben prima del parziale falso storico dell’omaggio alla regina piemontese da parte di Raffaele Esposito, il quale a Margherita di Savoia portò in dono una pizza già esistente in città da decenni. A proposito di costruzione di immagine e grande inganno…

Mastroberardino in “Fior di margherita” all’antica pizzeria Lombardi di via Foria

20 anni fa l’omicidio di Alpi e Hrovatin. Nasceva la “Terra dei fuochi”

Angelo Forgione – Era il 20 marzo 1994 quando la reporter della Rai Ilaria Alpi e il suo operatore di ripresa Milan Hrovatin furono uccisi in un agguato a Mogadiscio, in Somalia. Tra depistaggi e sospetti, non è mai stata fatta luce sul duplice omicidio. Nessuna certezza, molti dubbi sull’unico condannato (Hashi Omar Hassan) e tanto sdegno della madre della cronista, Luciana, che ancora si batte per ottenere la verità. Al settimanale Oggi ha detto ancora una volta di sentirsi schifata dalla giustizia italiana: “Ilaria aveva toccato il segreto più gelosamente custodito in Somalia: lo scarico di rifiuti tossici pagato con soldi e armi. La verità è che c’è un filo invisibile che lega la morte di mia figlia alle navi dei veleni, ai rifiuti tossici partiti dall’Italia e arrivati in Somalia. Ci sono documenti che lo provano. Ci sono le testimonianze dei pentiti. Eppure nessuno ha avuto il coraggio di processare i colpevoli. In carcere è finito un miliziano somalo che sta scontando 26 anni, ed è innocente. Ilaria è sempre presente nella mia vita, non c’è giorno che non pensi a mia figlia, mi mancano le sue risate, i suoi racconti, i suoi baci Finché avrò vita chiederò il nome dei mandanti dell’omicidio di mia figlia. Perché Ilaria e Miran sono stati giustiziati”.
Uno dei principali accusati dalla famiglia Alpi è l’avvocato Carlo Taormina, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta avviata nel 2003 e chiusa nel 2006 senza una soluzione unanime, sostenitore della tesi del rapimento fallito. La signora Luciana spera nella procedura per tentare di desecretare gli atti acquisiti dalle Commissioni parlamentari d’inchiesta e ha lanciato un appello su Change.org alla presidente della Camera Laura Boldrini affinché sia consentito l’accesso a ottomila documenti segreti.
Per l’Italia, e soprattutto per la Campania, è fondamentale che la verità venga a galla, perché è proprio con quel 20 marzo 1994 che fu segnata la sorte dei territori che sarebbero diventati “la Terra dei fuochi” e “il triangolo della morte”. L’Italia divenne crocevia di traffici internazionali di rifiuti, provenienti dai paesi europei e destinati al Corno d’Africa. Un grosso affare probabilmente scoperchiato da Ilaria Alpi e il suo operatore.

Clicca qui per vedere il videoclip MERIDIONE=SOMALIA

Enrico Lucci e lo scippo del web

Angelo Forgione – Enrico Lucci, a Le Iene, con la sua classica verve, ha provato a “ricostruire” il contorno dello scippo sventato dal nigeriano Benjamin. Inutile dire che le testimonianze raccolte vanno nella direzione da qui tracciata a caldo, mentre tutta Italia esercitava lo sport nazionale del dito puntato sui napoletani. Compresa, purtroppo, anche una certa stampa napoletana. A pagarne le spese, ancora una volta, il popolo partenopeo, caricato oltremisura di colpe oltre quelle effettive. Altrettanto inutile dire che Lucci, pur fornendo una diversa interpretazione degli accadimenti, col suo stile criptico, ha inteso spalancare la porta ai dubbi sui napoletani, non chiuderla, mettendo sarcasticamente a confronto la Napoli eroica che fu con quella un po’ imbrigliata di oggi. Ora tutti a riscrivere “ecco la verità”, perché così hanno suggerito le testimonianze nel servizio de Le Iene (non Lucci), compiendo lo stesso errore di informazione iniziale. Perché nessuno ragiona con la propria testa, nessuno indugia a guardare bene quel mondo circoscritto delle immagini che non mostra tutto il resto e non fa ascoltare le voci; perché conviene enfatizzare la realtà complessa di Napoli; perché nessuno ha il coraggio di andare controcorrente; perché nessuno è corretto verso una città che merita scosse ma anche più rispetto.

clicca qui per vedere il video tratto da Le Iene

Di seguito, alcune testimonianze colte sui vari quotidiani:

tratto da La Repubblica
“Eppure il video non racconta tutta la verità”, afferma l’architetto Stefano Di Benedetto, che alla scena dello scippo era presente, e che vuole raccontare la sua versione della vicenda. Senza nulla togliere al gesto di Benjamin. Ma “restituendo alle persone che erano presenti la dignità negata loro dalle immagini che li presentano come sordi e muti dinanzi all’aggressione”. Quanti erano in via Capitelli al momento dello scippo, racconta Di Benedetto, “non sono rimasti affatto immobili. Alcuni hanno inveito contro l’aggressore, sono volate parolacce e insulti. La signora aggredita, forse temendo un crescendo di violenza, diceva “lasciatelo andare”. Nessuno di quanti erano lì è rimasto insensibile a quanto accadeva. Un signore ha preso la targa del motorino, io sono corso a chiamare i vigili che erano poco lontani, l’anziano che dal video sembra dare una pacca sul braccio dello scippatore gli ha, in realtà, inveito contro. Ma tutto questo dal video non si evince”. Nessuna indifferenza, secondo l’architetto. “L’unica cosa che non abbiamo fatto, e ne sono orgoglioso e contento, è non averlo a nostra volta aggredito, non averlo linciato” insiste. Sottolineando, infine, che lo scippatore “era una persona smarrita, era in pigiama, sembrava sotto l’effetto di qualche droga”.

tratto da Il Fatto Quotidiano
Buongiorno a tutti, sono Stefano.
Fra il video, i commenti giornalistici e quelli che leggo – superficialità, mancanza di informazione, volontà di gridare alla vergogna. Preciso l’accaduto in quanto ero presente all’evento. Appena si è sentito il rumore della caduta del motorino, sono, siamo usciti fuori dal tabaccaio. La scena era la seguente, una serie di persone che inveivano contro lo scippatore, ingiuriandolo anche con parole forti, la borsa della signora fra le mani dell’amico extracomunitario, e qualcuno che vedendo un ragazzo a terra e non avendo visto lo scippo, normalmente cerca di rialzarlo da terra, così come avviene sempre a NAPOLI. Tengo a precisare per tutti che lo scippatore in questione versava in pessime condizioni, chiaramente sotto l’effetto di stupefacenti, con lo sguardo smarrito, in pigiama. Assicuratomi così come tanti altri delle condizioni della signora, chiedendole se avesse bisogno di essere accompagnata al più vicino pronto soccorso. La signora, ovviamente impaurita, rendendosi conto che forse di li a poco le persone presenti avrebbero potuto usare violenza, a chiesto a tutti di lasciarlo andare, mentre uno dei passanti prendeva il numero di targa. Mi chiedo cosa si sarebbe dovuto fare, cosa si aspetta l’opinione pubblica. Violenza sullo scippatore, linciaggio? Farsi giustizia modello ronde? Napoli è una città in cui malgrado tutto ancora sopravvive il senso di umanità e della misura. Giornalismo spazzatura che alimenta le urla degli stolti.