Biocidio: Napolitano contestato. Don Patriciello al bivio.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano era alla presentazione della nuova sede dell’Istituto di Genetica e Medicina nell’area ex Olivetti di Pozzuoli, realizzato grazie agli sforzi di Telethon, che potenzia la ricerca scientifica napoletana guidata dal  direttore del Tigem Andrea Ballabio. All’esterno dell’Accademia aeronautica, per lui, striscioni e slogan di contestazione per i suoi silenzi sull’avvelenamento delle campagne campane. Su uno striscione si leggeva “Lui si è pentito, e tu?”, chiaro raffronto con Schiavone. La polizia è intervenuta a sequestrarlo.
Napolitano si è poi recato a Palazzo Reale, dove ha preso parte a un convegno sui Beni culturali e Terzo settore, e anche lì è stato fatto oggetto di protesta con cori e cartelli.
Nella notte, alcuni attivisti del Movimento “#fiumeinpiena” si erano recati davanti Villa Rosebery a Posillipo con degli striscioni che recitavano “Zitt a chi sape ‘o juoco” (chi conosce la verità non suggerisca) e poi l’accusa “20 anni di silenzio”. Il tutto è stato rivendicato sui social network, dove il Movimento ha scritto: “Il presidente Giorgio Napolitano, Ministro degli Interni nel 1997, anno in cui le dichiarazioni di Schiavone vennero segregate, è solo l’ennesimo esempio di una politica che ha evitato di parlare con le persone e che le ha convinte che non ci fosse nulla di cui preoccuparsi”.
Dopo i fischi in piazza Plebiscito dello scorso 16 novembre al nome di Napolitano invocato da Don Maurizio Patriciello, che già in precedenza aveva ringraziato il presidente per la solidarietà alle mamme “orfane” di figli deceduti per neoplasie varie, si apre a questo punto un conflitto col prete di Caivano, propenso a dialogare con gli uomini della politica ma ormai in posizione non più corrispondente con quella della gente dei movimenti fin qui rappresentati e con le accuse di coloro che, pentiti di camorra a parte, inchiodano lo Stato alle sue responsabilità.

Il fiume in piena esonda sotto la pioggia

Centomila persone, provenienti da tutto il Sud e per nulla intimorite dalla pioggia incessante, hanno dato vita al cordone umano più lungo che Napoli ricordi, protestando contro lo Stato, l’imprenditoria del Nord, la Camorra e tutti i colpevoli impuniti dell’ecocidio in Campania. In piazza del Plebiscito, fischi per il presidente Napolitano e il cardinale Sepe durante l’intervento di Don Patriciello (nel video).

fiumeinpiena

Napoli sfila contro i roghi tossici

mobilitazione generale… o quasi

terradeifuochiAngelo Forgione – È tutto pronto per la prima grande protesta napoletana contro i velenti tossici che hanno inquinato le campagne tra Napoli e Caserta. Piazza Dante sarà il punto di ritrovo da cui, alle 16, partirà il corteo che attraverserà via Toledo per volgere al Plebiscito.
È la prima manifestazione di piazza in calendario nel capoluogo di regione e precede quella fissata per il 16 novembre con raduno a piazza Bovio. L’accavallamento nasce da differenti vedute dei due nuclei organizzativi, uno facente riferimento ad Angelo Ferrillo di “La Terra dei Fuochi” e l’altro alla coppia Don Patriciello/Marfella. Divergenze sulla questione sono alla base della disarmonia, con Ferrillo che rimprovera a Marfella di aver avallato il cosiddetto “Patto per la Terra dei fuochi”, un accordo tra Ministero degli Interni, Regione Campania, Anci e Amministrazioni Provinciali e Comuni di Napoli e Caserta che prevede lo stanziamento di 5 milioni di euro da parte della Regione Campania per il monitoraggio del territorio e la prevenzione degli incendi tossici dolosi. Per Ferrillo, questa somma sarebbe insufficiente e getterebbe fumo negli occhi nei cittadini che chiedono interventi dall’alto. Il risultato è che Marfella e Don Patriciello saranno alla manifestazione del 16 ma non a quella odierna.
In simili condizioni è impossibile sperare in una manifestazione unica e ai cittadini, quelli che non sono interessati al merito della diatriba ma vogliono solo partecipare ad una protesta sacrosanta, toccherà presenziare ad entrambe le marce. Del resto, nello scenario drammatico in cui si manifesta una rabbia che cresce sempre più, conoscere le due correnti è si importante ma non fondamentale. Ciò che è davvero cruciale è che la gente sappia la verità sul problema, sappia cioè che chi ha deciso questo lento genocidio che si consumerà da qui a cinquant’anni si sta nascondendo dietro la camorra. La gente non deve essere distratta dalle perniciose divisioni delle vittime designate.
Ieri, ad Orta di Atella, in occasione della presentazione del nuovo libro di Pino Aprile Il Sud puzza – Storia di vergogna e d’orgoglio, si è vissuta una serata intensa all’insegna della condivisione delle esperienze dei vari territori del Meridione che soffre: comitati cittadini campani, pugliesi, siciliani, calabresi e lucani, uniti nella lotta all’inquinamento ambientale e all’illegalità, e rabbiosi verso lo Stato troppo distante. Sul palco, tra gli altri, hanno raccontato le loro esperienze i genitori di bambini morti per avvelenamento, del Casertano come del Tarantino. A sostenere i promotori del corteo del 16 novembre anche un energico e carismatico Don Patriciello, testimone della scollatura tra i Palazzi del potere e la strada. Il parroco si è tolto qualche sassolino dalle scarpe rispetto all’intervista radiofonica fattagli da Giovanni Minoli il giorno precedente: «Continuava a dirmi “però voi, però voi… voi dov’eravate, perché non denunciavate? Ma dove potevamo stare noi cittadini nel cuore della notte? Ed è stato scorretto perché mi chiedeva di denunciare i particolari e quando qualcuno l’ha fatto gli ha detto di assumersene le responsabilità. È mai possibile che questa Italia, la migliore, deve chiedere, bussare, implorare ancora, dopo centocinquant’anni?». Purtroppo, in una serata così significativa, quasi perfetta, è ancora una volta mancato il racconto chiaro della verità sul “triangolo della morte” che Patriciello, la stessa persona che fu redarguito dall’ex prefetto di Napoli per aver chiamato “Signora” l’omologa casertana, ha fatto comunque intuire raccontando il suo incontro con il Presidente Giorgio Napolitano, la sua richiesta di cancellare la distanza tra cittadini e istituzioni. In quell’occasione gli rivolse anche il ringraziamento a nome della Campania per la vicinanza alle famiglie orfane di bambini deceduti a causa di varie neoplasie. Il nodo da sciogliere in questa battaglia epocale è proprio questo, e sarà impossibile vincerla se chi ha deciso di farsi leader non farà un salto in avanti nella comunicazione e nella divulgazione della verità, che ancora una volta è proposta in questo spazio informativo. La gente deve guardare in faccia al nemico per poterlo abbattere, senza distrarsi e indebolirsi come lui vuole. I leader sono importanti, ma ciò che fa forza è solo l’unione del popolo, vero detentore della protesta, purché consapevole. A iniziare da oggi.

Schiavone: «vera mafia è lo Stato». E lo Stato tace.

A una settimana dalle dichiarazioni a SkyTG24 del pentito di camorra Carmine Schiavone, le istituzioni italiane, chiamate in causa, tacciono.
L’ex collaboratore di giustizia ha chiaramente denunciato l’esistenza di uno “Stato mafioso”, di ministri corrotti, di intere caserme di Carabinieri, Polizia, e Guardia di Finanza conniventi. Il silenzio di chi dovrebbe parlare (e bonificare) è assordante!

Schiavone: «così Camorra e Stato hanno avvelenato la Campania»

Angelo Forgione – In un’intervista esclusiva a SkyTg24, Carmine Schiavone, ex boss di camorra del clan dei Casalesi e collaboratore di giustizia per vent’anni (fino allo scorso luglio), ha denunciato il tradimento dello Stato nei suoi confronti e le grandissime responsabilità di ministri, magistrati, carabinieri, poliziotti e finanzieri nell’avvelenamento delle terre tra Napoli e Caserta, ma anche fino a Latina, nell’ambito del business dello smaltimento dei rifiuti tossici delle aziende del Centro-Nord.
«Se potessi tornare indietro non mi pentirei. Sono pentito di essermi pentito e non lo farei più perché le istituzioni mi hanno abbandonato. Quando non sono riusciti ad ammazzarmi materialmente, hanno cercato di distruggermi economicamente, moralmente. Ero uno dei capi della cupola casalese e sono stato decisivo nell’omicidio di almeno cinquecento persone, ma loro sono più responsabili di me perché si sono venduti e hanno permesso di inquinare in cambio di soldi. Noi pagavamo a loro due miliardi e mezzo di mensile fisso, più 500 milioni per corruzione… poi preparavamo le macchine delle forze dell’ordine clonate e mantenevamo molte caserme. Quella di Aversa, per esempio, la sera mi ragguagliava di tutte le operazioni in corso. Ora stanno morendo milioni di persone.»
Queste le dichiarazioni del pentito, uno dei principali colpevoli del genocidio in atto ai danni del popolo campano, faccia di una medaglia che, secondo le sue rivelazioni, ha scolpito sul retro anche lo Stellone repubblicano d’Italia. Facile dunque capire come sia stato compiuto, con estrema semplicità, questo silenzioso delitto di massa. Un patto scellerato all’italiana che produrrà i suoi effetti nefasti nei prossimi cinquant’anni. Altrettanto facile capire perché, nonostante il problema sia sotto gli occhi di tutti, nessuno dei vertici dello Stato muova un dito per mettere fine a questo massacro e procedere con le necessarie bonifiche. Inutile rimarcare, o forse no, che il fenomeno mafioso meridionale è, dalla nascita dello Stato unitario, una comodità della Nazione italiana nordcentrica che al Sud baratta da sempre il consenso elettorale con il potere autogestito. Schiavone ha sentenziato proprio che «la mafia potrebbe essere distrutta ma non accadrà mai perché ci sono troppo interessi, sia a livello economico che a livello elettorale».
Padre Maurizio Patriciello, uno dei simboli della lotta all’inquinamento in Campania, ha scritto proprio al pentito. Il parroco della chiesa di Caivano, uno dei centri urbani più martoriati dai roghi tossici ed epicentro della “Terra dei Fuochi”, ha inviato una lettera al pentito per chiedergli di continuare a vuotare il sacco e di indicare con precisione tutti i punti in cui sono sotterrati i rifiuti tossici. Forse servirebbe a poco, visto che Schiavone, nella stessa intervista rilasciata a SkyTg24, ha fatto capire di aver già indicato più volte agli inquirenti dove fossero sotterrati i rifiuti, fornendo i numeri di targa dei camion utilizzati per i trasporti, le bolle d’accompagnamento che servivano ad eludere i controlli e le ditte che avevano apposto timbro e firma in calce a quei documenti.

il Prefetto uomo solo nella bufera, ma non si scusa

tutti contro De Martino e qualcuno lo definisce “borbonico”, ma è italiano

L’inciampo del prefetto uscente di Napoli Andrea De Martino è ormai un caso nazionale. Ma lui, ascoltato da repubblica.it, si sorprende del clamore e non si scusa, continuando a difendersi, seppur con un tono più dimesso rispetto a quello con cui ha strigliato Don Maurizio Patriciello, e professando la propria umiltà in nome delle carezze offerte ai parenti degli innocenti morti per camorra che dallo Stato da lui rappresentato chiedono invece difesa preventiva e non sterile conforto.
Nessuno a livello nazionale assolve il suo atteggiamento e qualcuno, pur analizzandolo correttamente, finisce per definirlo “borbonico” (e ti pareva!) mentre in realtà  nella Napoli Capitale si registravano picchi di 50 “udienze” al giorno e senza “filtri”. Il fare di De Martino è invece decisamente italiano, non c’è alcun dubbio. La sensazione è che ormai, in questo paese, non si comprendano più né la triste realtà né i significati delle parole. Resettare, grazie.