Napoli deve riavere la sua spiaggia e il suo mare!

Angelo Forgione La mia battaglia di sensibilizzazione per la restituzione del mare ai napoletani continua. Ne ho parlato anche in un frangente del mio intervento all’evento pubblico “Resto al Sud, l’agorà” e poi ieri in tivù, alla trasmissione Club Napoli All News.

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Cresce il Sud in Serie A: 7 club, ma non è record

serieaAngelo Forgione Esiti meridionali per la Serie B che si è appena conclusa con la promozione storica del Crotone e quelle di Cagliari e Pescara. Tre squadre del Calcio del Sud che vanno ad arricchire la geografia della prossima Serie A, dopo la retrocessione di una meridionale (Frosinone) e due settentrionali (Verona e Carpi). Con la divisione geografica storica del Calcio italiano, il movimento settentrionale sarà rappresentato in Massima Serie da 13 squadre e 9 province; quello meridionale da 7 club e 6 province.

Non sarà un record, anche se poco ci manca. Il picco numerico appartiene alle stagioni 2008/09 e 2010/11, con 8 squadre meridionali su 20 (40%). Il picco percentuale è invece della stagione 1979/80, col 43,75% della stagione 1979/80, quando il campionato a 16 squadre ne accoglieva 7 del Sud (Avellino, Cagliari, Catanzaro, Lazio, Napoli, Roma e Pescara). Insomma, miglioramenti sensibili ma ancora squilibrio e situazione che si rispecchia nella realtà del Paese. Non è una casualità che la presenza del Sud nella storia della Serie A non superi il 20%, a fronte di una percentuale demografica della popolazione meridionale sul totale nazionale sempre bilanciata a quella del resto del Paese. Al Milan e l’Inter in affanno segue una diminuzione di squadre del Nord, vero, ma i numeri e dati dicono che il campionato italiano si gioca a Nord e che i competitors del Sud sono degli invitati a una competizione sovranazionale.

In serie A, semplicemente, il Sud si è affacciato poco. Non si tratta di scudetti delle squadre del Mezzogiorno, che – com’è ormai noto – non completano neanche tutte le dita delle due mani. Il fatto è che le squadre meridionali hanno storicamente difficoltà ad approdare in Massima Serie, e quando ci riescono non garantiscono su qualcosa di diverso dalla comparsata. L’eccezione riguarda solo le grandi città, Roma e Napoli, che restano ad alti livelli ma riescono a vincere sporadicamente. Il club partenopeo detiene il record di partecipazioni europee consecutive in fieri (7). Un risultato del genere, che viene dal territorio più depresso d’Europa, non è da sottovalutare.

C’è una gran divario tra la presenza storica delle squadre di Roma e Napoli e le altre meridionali. Dal primo campionato con squadre del Nord e del Sud riunite in un unico torneo della stagione 1926/27 a quello della stagione 2016/17, 43 comuni settentrionali e 16 meridionali si sono guadagnati il proscenio della prima categoria nazionale (rapporto approssimativo: 3 a 1. Tra i centri del Sud, in testa per presenze figura la “ministeriale e vaticana” Roma (88), sempre partecipe in Serie A con almeno una squadra, cui seguono Napoli (74), Cagliari (37), Bari (31), Palermo (29), Catania (17), Lecce (15), Foggia (11), Avellino (10), Reggina (9), Catanzaro (7), Pescara (7), Messina (5), Salerno (2), Frosinone e Crotone (1). Si tratta di capoluoghi di regione o provincia, e manca all’appello persino Taranto, sesta città meridionale e sedicesima d’Italia, che non ha mai assaporato il gusto del grandissimo Calcio, così come anche capoluoghi di regione come L’Aquila, Campobasso e Potenza. Tra le città del Nord, primatiste di presenze sono Milano e Torino (88), anch’esse onnipresenti nella massima categoria con almeno una squadra, seguite da Genova e Firenze (80), poi Bologna (73), Bergamo (57), Udine (44) e gli altri 36 centri, tra cui figurano piccole espressioni della grandezza di Cesena, Legnano, Busto Arsizio, Lecco, Empoli, Carpi, Chievo e Sassuolo. Già, Sassuolo, 40.000 abitanti, di cui la metà capaci di gremire lo stadio di proprietà acquistato nel comune di Reggio Emilia; un club con uno stemma mutuato in tutta fretta dal Barcellona, come si fa nel Fantacalcio, ma sostenuto da una realtà industriale importante (Mapei) che garantisce le risorse economiche necessarie e ricalca la programmazione aziendale interna, rappresentando esattamente le differenze territoriali sempre evidenti e croniche; un piccolo club del Nord che si appresta a sbarcare in Europa; un piccolo club il cui proprietario, anche presidente di Confindustria, si consente il lusso di pronunciare la parola «Scudetto».

approfondimenti nel libro Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015)

Renzi e le sue contraddizioni

«La Germania ha unito Est e Ovest. Noi ancora burocraticamente borbonici»
Due settimane fa aveva elogiato il modello delle Due Sicilie.

Angelo Forgione – Ci ha messo dodici giorni il premier Matteo Renzi, trionfatore indiscusso delle votazioni europee, per cadere in contraddizione. Il 14 maggio era stato a Napoli, in prefettura, e si era riferito al modello borbonico delle Due Sicilie per il rilancio del Sud, seppur apparendo già contraddittorio rispetto ad alcune sue dichiarazioni del passato. Storico Matteo! Non lo aveva fatto nessun Primo Ministro o alta carica dello Stato in 153 anni di storia unitaria.
Durante la trasmissione Rai Porta a Porta del 26 maggio, Renzi, da forza emergente al tavolo dell’Unione Europea, ha parlato di rapporti tra Italia e Germania in chiave continentale, anticipando le sue intenzioni rispetto alla cancelliera Angela Merkel. Ed eccolo di nuovo giocare con le parole:
«Siamo in grado di andare dalla Merkel e dire “questa è la semplificazione della pubblica amministrazione italiana, che non può essere borbonica”?».
Certo, si tratta di uso di una parola sbattuta sul dizionario con l’accezione denigratoria della Storia del Sud che ormai non regge più, come da Renzi stesso evidenziato. E pure il suo predecessore Enrico Letta, nel corso del summit dei capi di Stato e di governo dell’Ue dello scorso ottobre, aveva affermato che «bisogna lavorare affinché l’Italia non sia guardata più come il Paese più burocratico e borbonico». Inutile – ma non lo è – ricordare ancora una volta che la burocrazia italiana è sabauda, non borbonica, e che sono stati i piemontesi a imporre e condurre la loro Italia, non i napoletani.
Renzi sia più fedele a quel che dice e non metta maschere diverse in base al palcoscenico che calca. Tanto più se cita l’esempio dell’unione tedesca, vera: «La Germania, negli anni Duemila, che cosa ha fatto? Ha fatto quello che noi non abbiamo fatto: ha fatto delle riforme strutturali per unificare Est e Ovest, investendo fortemente sul mercato del lavoro, e adesso è leader in Europa e fa registrale percentuali di crescita come nessun altro Paese».
Tutto giusto, tutto perfetto, a parole. Dunque, Renzi, ha la ricetta per unire l’Italia – ma non da oggi – e sa come cancellare il divario Nord-Sud, anche quello di stampo sabaudo, non borbonico. Se non lo farà, la colpa non sarà della Merkel.

tratto da Made in Naples (Magenes, 2013):
Sono stati i Savoia a governare l’Italia piemontesizzata per circa ottantacinque anni, non i Borbone. Dunque, può mai essere borbonico il retaggio governativo della Nazione italiana? La burocrazia italiana non è borbonica ma, semmai, figlia di quella sabauda e piemontese instaurata negli anni del Regno d’Italia, esasperata e finalizzata alla sparizione di soldi pubblici. Un modo d’intendere l’amministrazione statale da cui derivò una sfrenata “creatività” tributaria a Torino e la necessità di unirsi con chi aveva i conti in ordine e poche tasse. Perché, dopo il 1855, il Regno di Sardegna non compilò più il bilancio statale? Forse “per oscurare le informazioni”, come denunciò nel 1862 l’economista Giacomo Savarese. Fu questa l’origine del debito pubblico italiano, prettamente piemontese, come conferma la ricerca Un’Italia unificata? – Il Debito Sovrano e lo scetticismo degli investitori di Stéphanie Collet, pubblicata nel luglio 2012.

l’EXPO di Milano e il grande inganno della pizza

fiordimargherita_8Angelo Forgione – L’EXPO di Milano ci parla di pizza con un un video e una descrizione davvero interessanti sul sito ufficiale della manifestazione, raccontandoci che il disco condito, in origine, non fu capito dagli italiani, considerato un cibo da lazzaroni che lo portavano alla bocca con le mani. Collodi lo definì un “sudiciume complicato”. Ma i napoletani, con la pizza, dimostravano indirettamente di essere decisamente avanti, anticipando di due secoli la pizzamania esplosa nel dopoguerra. Oggi la pizza è il simbolo della cucina italiana, mangiata in tutto il mondo con le mani, con buona pace dei lazzaroni golosi di sudiciume.
Interessante leggere nella descrizione dell’EXPO di kilt, tartan e cornamusa in quanto antiche tradizioni inventate “per conferire una patina di nobiltà a una regione particolarmente arretrata e desiderosa di rifarsi un’immagine dopo il suo ingresso nel Regno Unito”. Il “grande inganno” diventa ancora più significativo proseguendo nella lettura:
“La pizza così come noi italiani la intendiamo è nata infatti all’inizio dell’Ottocento a Napoli, […] con la nascita delle prime pizzerie e l’invenzione della pizza Margherita in occasione della visita dei Savoia a Napoli nel 1886”.
In realtà, la pizza, come la conosciamo, è nata a Napoli nel primo 700, non nell’800 come erroneamente riportato, e la Margherita è stata partorita tra il 1796 e il 1810, ben prima del parziale falso storico dell’omaggio alla regina piemontese da parte di Raffaele Esposito, il quale a Margherita di Savoia portò in dono una pizza già esistente in città da decenni. A proposito di costruzione di immagine e grande inganno…

Mastroberardino in “Fior di margherita” all’antica pizzeria Lombardi di via Foria

La pizza regina torna alle vere origini

alla storica pizzeria Lombardi presentata la “Fior di margherita”

fonte: redazionale napoli.com
fiordimargherita_mattinoLa pizza più famosa al mondo riscopre la sua storia e lo fa ripartendo dalla storica pizzeria Lombardi di via Foria a Napoli, dove martedì 5 novembre è andato in scena un evento di valorizzazione della tavola identitaria. “Mastroberardino in Fior di margherita” ha riempito i quattro piani del ristorante per l’appuntamento organizzato da Mirko Crosta con l’impegno della famiglia Lombardi.
La serata ha proposto gli ottimi vini presentati da Piero Mastroberardino e abbinati alle quattro portate del menu, tra cui la sorprendentemente buona ed emozionante pizza “Fior di Margherita”, presentata da Angelo Forgione. Alla presenza dei rappresentanti dell’Associazione Verace Pizza Napoletana, la vera storia della pizza è stata raccontata attraverso i documenti riportati nel libro Made in Naples dello stesso Forgione, tornando alle vere origini d’epoca borbonica, quelle del periodo 1796-1810.
Ai tavoli è stata servita la più famosa delle pizze sotto una veste sconosciuta, quella che, probabilmente, aveva all’inizio dell’Ottocento, molto prima della preparazione di Raffaele Esposito datata 1889 per omaggiare la Regina Margherita di Savoia. Il filologo Emmanuele Rocco, infatti, nel secondo volume dell’opera Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti del 1858, coordinato da Francesco de Bourcard, parlò di combinazioni di condimento con ingredienti vari, tra i quali basilico, “pomidoro” e “sottili fette di muzzarella”.
E le fette, distribuite con disposizione radiale, disegnavano verosimilmente il fiore di campo su una pizza che Raffaele Esposito propose quarant’anni dopo alla regina sabauda. Tracce di pizza con questi ingredienti sarebbero anche antecedenti, databili all’inizio dell’Ottocento, come del resto è scritto nel Regolamento UE n. 97/2010 della Commissione Europea riportato nella Gazzetta Ufficiale del 5 febbraio 2010 accreditante la denominazione Pizza Napoletana STG nel registro delle specialità tradizionali garantite. Al punto 3.8 dell’Allegato II, si legge infatti che “le pizze più popolari e famose a Napoli erano la “marinara”, nata nel 1734, e la “margherita”, del 1796-1810, che venne offerta alla regina d’Italia in visita a Napoli nel 1889 proprio per il colore dei suoi condimenti (pomodoro, mozzarella e basilico) che ricordano la bandiera dell’Italia”.
Pomodoro e mozzarella furono fulcri di un’ampia rivoluzione agricola d’epoca borbonica che rivoluzionò le tavole di Napoli nel Settecento. Nel libro di Angelo Forgione si legge proprio che la produzione del famoso latticino fu stimolata nei laboratori della Reale Industria della Pagliata delle Bufale di Carditello, la tenuta di caccia di San Tammaro che Ferdinando IV rilevò dal padre Carlo proprio nel 1780 per trasformarla in un innovativo laboratorio di circa duemila ettari per coltura e allevamento.
Forgione scrive anche che il pomodoro giunse dall’America latina intorno al 1770, in dono al Regno di Napoli di Ferdinando IV dal Vicereame del Perù, in quegli anni territorio borbonico dominato dalla Spagna dell’ex napoletano Carlo III, e ne fu subito radicata la coltura nelle terre tra Napoli e Salerno, dove la fertilità del terreno vulcanico produsse una saporitissima varietà.
Lo scrittore ci fa riflettere sul fatto che non è credibile che a Napoli ci sia voluto un secolo per mettere insieme sulla pizza quelle gustosissime novità.

guarda tutte le foto sulla pagina facebook della pizzeria Lombardi

Made in Naples, come Napoli ha civilizzato l’Europa…

Essere napoletani per essere universali

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Intervista di ReadMi / intervista di Caffenews.it

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Jean-Noël Schifano e la contraffazione storico-sociale italiana

l’intervento dell’intellettuale francese a Santa Maria la Nova

Angelo Forgione – Lo scorso Sabato 20 ottobre si è tenuta presso la Sala Consiliare di S. M. La Nova di Napoli l’interessantissima conferenza “‘A Storia Scuntraffatta, da Masaniello all’Unità”, un dibattito a più voci sui passaggi della storia di Napoli non ancora riconosciuti dalla storiografia ufficiale.
Un evento che si è inserito nella sempre più crescente voglia di saperne di più sulla storia del Sud d’Italia e sul momento della sua annessione al resto della Penisola, un’esigenza che sta conducendo, seppur lentamente, alla comprensione e alla consapevolezza della realtà per una più nitida lettura del presente.
L’incontro, organizzato dal Presidente del Consiglio Provinciale di Napoli Luigi Rispoli e dal coordinatore dell’AIGE Umberto Franzese, è stato moderato da Fiorella Franchini e ha proposto gli interessantissimi interventi di Franco Lista e Gaetano Bonelli. E quello di Jean-Noël Schifano (video) che ha sottolineato l’esigenza di ritrovare l’identità napoletana cui si sono opposti proprio i tanti napoletani che hanno accettato e accettano i tentativi di cancellarla, talvolta ostacolando i nuovi tentativi di sgretolare la colonizzazione culturale.