Roberto Mancini e il bigottismo che non incanta

Angelo Forgione Maurizio Sarri dà del “finocchio” a Roberto Mancini, e finisce in squallida rissa verbale una partita di Coppa Italia tra due delle prime tre squadre del campionato. L’allenatore azzurro ha sbagliato e ha compiuto metà del suo dovere chiedendo scusa. Ciò detto, ‪‎Mancini‬, l’immenso Mancini che mi deliziava quando era calciatore, ha esagerato nel non accettarle per poi correre ad avvelenare i microfoni, alzando un polverone. Il Calcio non ha bisogno di certe tensioni. Razzismo confuso con omofobia, ma fu proprio il Mancio colui che definì «semplici sfottò» i cori e gli striscioni razzisti riservati ai napoletani durante il match Inter-Napoli del 7 Ottobre 2007 (“napoletani tubercolosi”, “colerosi”, etc.), e che incolpò i giornalisti: «iniziate a non farli vedere quegli striscioni. Siete dei falsi moralisti!», mentre il collega sull’altra panchina milanese Carlo Ancelotti lo stigmatizzava. Falso moralista è lui; ed è lui, più pericoloso del Sarri pentito, che nel Calcio avvelenato d’Italia, già abbondantemente disgustoso, non ci può stare.
Altro che lezioni britanniche! Bigottismo eletto a modello sportivo, utile magari a destabilizzare l’ambiente della capolista, in cui tutto, fin qui, è proceduto inaspettatamente a gonfie vele! Non ci caschi il Napoli! Mi è crollato un idolo della mia adolescenza, che già vacillava da quel 7 ottobre 2007.

40 anni dopo, il colera del 1973 a “Speciale Tg1”. Quali intenti?

Domenica 25 agosto andrà in onda una puntata di “Speciale Tg1” che rivisiterà i drammatici eventi del colera a Napoli del 1973, a quarant’anni dall’epidemia che colpì non solo la città partenopea ma anche altre città del bacino del Mediterraneo.
«Dopo quarant’anni Napoli si ritrova nelle medesime condizioni di allora, se non peggio». Il giudizio tranchant sarà espresso del regista napoletano Francesco Rosi nel documentario curato dal vicedirettore della testata, il napoletano Gennaro Sangiuliano. E in effetti le condizioni igieniche di Napoli sono ancora oggi al di sotto degli standard europei e indegne di una città di grandissima storia e cultura. Nessuno lo neghi e lo nasconda, ma c’è da chiedersi quali siano gli intenti nel “celebrare” quegli eventi a otto lustri di distanza, riproponendo presumibilmente le inchieste realizzate all’epoca dei fatti che non furono certamente obiettive ed equilibrate. Quell’epidemia, infatti, non fu causata dalle pur precarie condizioni igieniche della Napoli degli anni Settanta, non dalle cozze coltivate nel mare napoletano cui furono attribuite le colpe, ma da una partita di mitili provenienti dalla Tunisia, da cui transitò la pandemia proveniente dalla Turchia via Senegal, cozze che furono sdoganate anche a Palermo, Bari, Cagliari e Barcellona, colpite anch’esse dal vibrione del colera. A questo proposito, si legge dalle pagine online dell’Espresso che lo speciale del Tg1 racconterà “una pagina cupa della storia di Napoli, troppo presto dimenticata, decine di morti e migliaia di contagiati, con casi che si estesero a Bari e ad altre località del Mezzogiorno”. Scritto così, sembra che le altre città furono contagiate dal focolaio di Napoli. E del resto, in quei giorni, fu proprio L’Espresso a titolare in copertina “Bandiera gialla”, schiaffeggiando la città insieme a tutta la stampa, nazionale e internazionale, che perse il senso della misura, speculando sulla città partenopea con racconti di fantasia sui napoletani e diffondendo notizie non verificate. Una biologa inglese, ricoverata al Cotugno per altri motivi, scrisse un reportage per il Times ricco di ricami sulle condizioni igieniche dell’ospedale, in cui parlò di un’esperienza da incubo. Poi ritrattò.
Il presidente dell’Ente Porto e l’Ufficiale Sanitario vennero indiziati di epidemia colposa dalla magistratura, per poi essere scagionati proprio dalla cozza tunisina. L’epidemia, a Napoli, fu debellata velocemente, e l’emergenza fu ufficialmente dichiarata chiusa in meno di due mesi dall’OMS, a tempo di record grazie alla più imponente profilassi della storia europea e ad un’ammirevole compostezza della popolazione nelle operazioni di vaccino, mentre le altre città, Barcellona compresa, ci misero due anni per liberarsene completamente. Tutto questo è raccontato con grande precisione ed equilibrio da uno speciale de “La storia siamo noi” del 2011 (guarda il video), a cura di “Village Doc&Films” di Sergio Lambiase e Aldo Zappalà, in cui anche Paolo Mieli dichiara che “la criminalizzazione di Napoli fu davvero sproporzionata”.
I media dell’epoca alterarono la realtà, consegnandola al pregiudizio, rompendo le ossa all’immagine della città. Solo quando dopo trenta giorni a Napoli tutto finì fu reso noto che il vibrione era nelle cozze tunisine. Nessuno però descrisse più l’epidemia che perdurava altrove, mentre Napoli si ritrovò orfana di turisti, ormai convinti che fosse una Calcutta italiana. Negli stadi d’Italia, luogo di crescente calciocentrismo nazionale, il Napoli di Vinicio fu da allora accolto al grido di “colera”, e fu proprio in quel momento storico che nacque quel coro/slogan razzista ancora ben radicato e mai contrastato dagli ipocriti organi preposti al contrasto dei fenomeni razziali negli impianti sportivi. Baresi, palermitani, cagliaritani e catalani non sono apostrofati come “colerosi”, e neanche i tifosi delle squadre di Milano, Genova, Torino, Verona, Treviso, Venezia, Trieste, Parma, Modena, Como, Bergamo, Brescia e altre città del Nord non bagnato dal mare ma colpite nell’Ottocento da diverse pandemie di colera per le scarse condizioni igieniche e non per delle cozze importate.
Bisogna augurarsi che “Speciale Tg1” sia equilibrato e corretto quanto “La storia siamo noi”, evitando di calcare la mano sulla cassa di risonanza che da sempre Napoli offre ai romanzieri dell’informazione ma, al contrario, cogliendo l’occasione per ricostruire la realtà dei fatti del settembre 1973 e riattribuire a Napoli quanto in quel periodo fu tolto sotto il profilo dell’immagine. In caso contrario, il documentario produrrebbe il solo risultato di alimentare stereotipi e pregiudizi, danneggiando nuovamente l’immagine di una città che faticosamente sta di nuovo intercettando il turismo internazionale, dando tra l’altro ulteriore fiato al volgare razzismo anti-Napoli negli stadi. Che poi la Napoli di oggi abbia più o meno gli stessi gravi e irrisolti problemi, come sostiene Rosi, non c’è alcun dubbio; ma questa è un’altra storia, che anche all’epoca dei fatti del colera fu strumentalizzata per vendere giornali, quotidiani e inchieste televisive.
La carente igiene di Napoli e del Sud-Italia esposto al mare di certo non aiutò a respingere il colera, che partì nel 1961 dall’isola indonesiana di Sulawesi e travolse un po’ tutto il Globo (vedi immagine in basso tratta da “Principi di Microbiologia Medica” – La Placa XII edizione). Si auspica che il vicedirettore Sangiuliano, napoletano, vorrà descriverlo.

colera

Calcio e razzismo, un problema… interno!

Calcio e razzismo. Strumenti di distrazione di massa. Le regole esistono ma nessuno le applica. E per non applicarle, ognuno contraddice l’altro, ognuno fa suonare la propria campana. La verità è che il razzismo si sconfigge solo con il riconoscimento di un organo centrale, autoritario e riconosciuto da tutti. Che può essere solo l’arbitro. Fin quando questo non sarà, tutto continuerà a scorrere come sempre; e Napoli continuerà ad ascoltare invocazioni al Vesuvio.
A tutto questo c’è un perché: nel regolamento A.I.A., al capitolo “Tutela dell’ordine pubblico in occasione delle gare” (Regola 5, comma 2bis – pagina 65), si fa riferimento a “strumenti ed oggetti comunque idonei ad offendere, disegni, scritte, simboli, emblemi o simili, recanti espressioni oscene, oltraggiose, minacciose o incitanti alla violenza o discriminatorie per motivi di razza, di colore, di religione, di lingua, di sesso, di nazionalità, di origine territoriale o etnica, ovvero configuranti propaganda ideologica vietata dalla legge o comunque inneggiante a comportamenti discriminatori”. Dunque, si parla di “strumenti ed oggetti”, e già è un errore di base non specificare se per “strumenti comunque idonei” si intendano anche i cori, che sono il principale strumento espressivo delle curve. In ogni caso, la decisione della sospensione è delegata al “responsabile dell’ordine pubblico dello stadio”, un soggetto non riconoscibile (tanto per alimentare la confusione), che è designato da chi? Dal Ministero dell’Interno, che, se volesse, ci metterebbe veramente poco a dare disposizioni inflessibili per la sospensione delle gare. Appunto, lo Stato. Gli italiani tutti ci cascano… e Napoli ringrazia.

Autodenigrazione tra “napoletanizzazione” e “piemontesizzazione”

Angelo Forgione – “Napoli is not Italy”, così recitava uno degli striscioni allo “Juventus Stadium”. Si scriverebbe Naples, ma è un dettaglio. E già questa scritta basterebbe per sanzionare la Juventus dopo che nessuno si è preoccupato di minacciare la sospensione della partita per i continui cori razzisti, le invocazioni al Vesuvio e le etichette di “terremotati” ancora di moda a certe latitudini dove la tragedia si è manifestata vicina solo qualche mese fa. Che pochezza!
Sotto, lo striscione di Pozzuoli bianconera, e non c’è bisogno di aggiungere altro. Nessuno sospende le gare, nessuno chiede rispetto (Kawashima e Zoro restano gli unici esempi di dignità), nessuno dall’alto prende provvedimenti e poi tutti finiscono per scandalizzarsi dei fischi napoletani all’inno nazionale o di qualche tafferuglio che ne sono la diretta conseguenza.
Gli juventini che intonano la Canzone napoletana (e gli riesce non male visto che sono in tanti meridionali, Pozzuoli bianconera docet) a mo’ di sfottò evidenziando la l’EGEMONIA CULTURALE NAPOLETANA DEL BELLO. Loro hanno imparato le canzoni di Napoli, i napoletani non ne hanno mai sentita una di piemontese. E i loro cori razzisti evidenziano l’EGEMONIA MILITARE PIEMONTESE DEL BRUTTO che è storicamente sempre la stessa. I napoletani hanno esportato cultura e poi si sono infilati le loro divise per trovare lavoro e servire quella patria fatta a Torino. Chi le porta oggi con grande onore, al Sud come al Nord, non si ritenga offeso perchè, prima dell’unità d’Italia, Carabinieri e Bersaglieri erano esclusivamente piemontesi (e li erano stati fondati i corpi), un popolo di cultura militare dedita alla conquista riuscita solo al Sud con la denigrazione e i sotterfugi, un popolo che per fare regge e cultura ha dovuto chiamare i meridionali a corte. Ed è per questo che a loro il razzismo riesce facile.
In una manifestazione retrograda e eticamente diseducativa della nostra società qual è una partita di calcio allo stadio, abbiamo assistito ai due fenomeni che hanno costruito la moderna società italiana: la napoletanizzazione e la piemontesizzazione. Con una grave anomalia ben più grave, e cioè che il meridione, dopo aver infilato le divise piemontesi, ha “infilato” anche il loro razzismo che è diventato autodenigrazione.
E non veniteci a dire che si tratta di calcio e niente di più. Qui c’entra la prevenzione e la repressione che attiene ai palazzi istituzionali. E scusate se è poco.

Napoletano coleroso, terremotato… e blatteroso

Napoletano coleroso, terremotato… e blatteroso

che malainformazione sarebbe senza Napoli?

Angelo Forgione – Nelle ultime settimane sono sempre in giro per la città, in strada. Quelle del centro, il lungomare “liberato”, il Vomero, Fuorigrotta e Bagnoli i quartieri più calpestati per seguire la questione delle trivellazioni. Sarò stato fortunato ma fin qui non ho incontrato una blatta. La cerco e non la trovo, che sfortuna! Mi sono persino seduto per un’ora a Via Toledo, sporchissima di sera, in attesa che ne passasse qualcuna ma invano. E allora, massima solidarietà a chi sta affrontando il problema perchè a chi tutto e a chi niente non mi sembra giusto. Però, diciamocelo, sarà pure problema da risolvere immediatamente in alcune zone della città che resta lontana dagli standard di pulizia che merita la sua importanza, ma l’emergenza è altra cosa e l’accanimento mediatico già denunciato ha già fatto i suoi danni. Napoli e le sue blatte rosse sono finite su Le Monde, su BBC News e non solo! Tutti parlano della vicenda, giornali e telegiornali internazionali indistintamente.
Oggi è sceso in campo il sindaco De Magistris, visibilmente infastidito dalla campagna mediatica nazionale e ora anche internazionale che si è montata sul caso. L’ha definita “inqualificabile e inaccettabile” e ha preannunciato azioni legali, spiegando il continuo accanimento così: «il riscatto di Napoli da fastidio, questo è un tema che inizia nel 1861 con l’unità d’Italia e i rapporti tra Nord e Sud del paese» (video in basso). Sarà la vicinanza dell’assessore allo Sviluppo Marco Esposito, saranno i “nostri” venti meridionalisti che spirano forte, sta di fatto che De Magistris ha rotto gli indugi e ha iniziato a parlare di stupro mediatico di stampo risorgimentale.
Tutto giusto, tutto perfetto, ma speriamo che il sindaco se ne ricordi sempre e non solo in occasioni come questa in cui c’è da difendere non Napoli ma la sua gestione. Cosa che non è avvenuta prima, neanche quando nel passato remoto e recente personaggi noti e meno noti hanno infangato la città e non la sua amministrazione.
La falsa emergenza blatte, ossia il problema, riporta alla mente le parole di un maestro di giornalismo, quel Paolo Mieli che in occasione del colera del 1973 in cui la città fu massacrata oltremisura era inviato de “L’Espresso” e capì a soli ventiquattro anni che il giornalismo nazionale stava approfittando di un’emergenza sanitaria a Napoli benchè dovuta a cause esterne e presente anche in altre città che non furono ritenute responsabili come Napoli, che non lo era. “Dal 1861 i problemi comuni a tante città diventano un flagello per Napoli”, dice Mieli con esperienza vissuta sul campo. Giusto, e come i napoletani sono diventati colerosi e terremotati potrebbero facilmente diventare anche blatterosi.

Terremoto al Nord tra dolore e risentimento

Terremoto al Nord tra dolore e risentimento

Qualche stupido esulta a Napoli… ecco le colpe delle istituzioni!

Qualche commento sui social network lascia intendere chiaramente la soddisfazione di chi per anni si è sentito chiamare “terremotato”. Reazione arcaica che non fa onore a chi la esterna. Non è il momento delle polemiche e delle rivalse ma quello della solidarietà. Ogni discussione, purchè civile, è rimandata. Ma una cosa è certa: il terremoto, in tutto il suo dramma, dimostra la gravità di certe offese e cori, invocazioni a tragedie di ogni tipo, che le istituzioni del calcio ma anche quelle dello Stato e i media nazionali (vero Bertolaso, Salvini, Bocca e Giannino?) non hanno mai inteso contrastare.
Vedere gente morire, soffrire, perdere case e posti di lavoro, realizza il minimo dolore e la massima gravità che si doveva avvertire ogni qualvolta un tifoso, un europarlamentare, un capo della Protezione Civile o un giornalista invocava stragi e distruzione. Il resto è solidarietà piena da Napoli e dal Sud verso l’Emilia Romagna e le popolazioni del Nord che sono anche del Sud. Proprio oggi è stato ritrovato senza vita il corpo di Giordano Visconti, napoletano, fratello del nostro caro amico Andrea al quale va il nostro più sincero e sentito abbraccio.

videoclip / RAZZISMO LEGA-LIZZATO negli stadi italiani

videoclip / RAZZISMO LEGA-LIZZATO negli stadi italiani

deriva italiana: Napoli senza tutela in un paese poco serio

Un’altra stagione calcistica è passata senza che nessuno abbia messo un argine ai cori razzisti vomitati all’indirizzo dei napoletani, nonostante le regole introdotte dalla FIGC nel 2010 (su ispirazione del leghista Maroni). Non si sottovaluti il problema solo perchè cristallizzato e reso prassi negli stadi, la questione è gravissima e coinvolge tutta la società italiana ormai condizionata e influenzata dalla più che ventennale propaganda leghista che ha fortemente acuito una realtà già precedentemente triste.
Nei giorni scorsi il portiere della nazionale giapponese Eiji Kawashima è stato in Italia (probabili contatti con squadre della Serie A) e ha evidenziato inconsapevolmente e indirettamente quanto l’Italia sia un paese volgarmente maleducato e privo di etica. Non stupisca tutto ciò perchè quello giapponese è un popolo, cioè unito e coeso, fiero della propria terra e della propria tradizione. Agli antipodi dal popolo italiano che non esiste, disgregato dalla cultura campanilista del “tutti contro tutti” che trova il suo apice nel “tutti contro Napoli”. Il videoclip lo dimostra, partendo da quella parte politica del paese che ha fatto dell’invettiva il proprio cavallo di battaglia, e sarebbe potuto accadere solo in Italia, passando per l’ipocrisia degli organi preposti a tutelare, continuando con l’atteggiamento “distratto” e talvolta colpevole di alcuni giornalisti, per finire con il deleterio assopimento dell’orgoglio dei napoletani stessi.
Vittimismo? Chi nega tutto questo contribuisce alla morte sociale nei confini italici. A noi interessa solo evidenziare che l’Italia è un paese poco serio. Poi, chi vuol continuare faccia pure.