25 aprile, la data sbagliata della Liberazione, simbolica per il “vento del Nord”

Angelo Forgione 25 aprile, festa della Liberazione d’Italia, che non si concretizzò in un giorno, e non il quel giorno. Infatti, nella nazione del “prima il Nord”, la data del 25 aprile 1945 corrisponde alla fine dell’occupazione nazifascista di Milano, Torino e Genova, divenuta simbolica per tutta la Nazione e dichiarata festa nazionale “a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano”. Non era esattamente così, perché altre città furono liberate in seguito, compiendo un processo partito da Matera e Napoli nel Settembre del 1943, passando per la capitale Roma nel giugno ’44. Venezia fu “liberata” il 28 aprile. Trieste e Gorizia solo il 1° maggio. Il termine effettivo della guerra sul territorio italiano, con la resa definitiva delle forze nazifasciste, vi fu solo il 2 maggio, data scritta a chiare lettere dai rappresentanti delle forze in campo nel documento della cosiddetta Resa di Caserta, siglata il 29 aprile 1945 nella reggia vanvitelliana, anch’essa violentemente bombardata da un raid aereo che causò la devastazione della bellissima Cappella Palatina. Lì, proprio nel Real Palazzo borbonico, era stato allocato il Quartier Generale delle Forze Alleate, al comando del generale Harold Alexander.
Senza ridurre l’alto valore morale che animò l’insurrezione popolare del 25 aprile, andrebbe disincagliata dall’oblio storico la verità di una Liberazione agevolata dalla positiva conclusione dell’operazione militare segreta “Sunrise”, sotterrata dalla storiografia ufficiale, ma decisiva per la resa separata delle truppe tedesche in Italia. Attori principali dell’oscura tessitura furono Allen Dulles, agente dello SSO (Servizio Segreto Americano), che poi diventerà capo della CIA (Criminal Investigation Division), ed il generale Karl Wolff, comandante delle SS in Italia. Le lunghe trattative furono condotte in territorio neutrale di Svizzera e concluse a Caserta, dove s’incontrarono le delegazioni alglo-americana e tedesca. Separati da un tavolo rettangolare, si schierarono da un lato i rappresentanti dello stato maggiore del Comando Supremo Alleato nel Mediterraneo e dall’altro, in abiti civili, i plenipotenziari tedeschi. In qualità di osservatore, presente anche il generale sovietico Aleksei Kislenko. L’atto di resa, firmato dai tedeschi, stabilì il cessate il fuoco su tutto il territorio italiano per le ore 14 del 2 maggio 1945. Restarono dubbi sul rispetto dei patti, che si dissolsero solo all’alba del 30 aprile, quando giunse la notizia del suicidio di Adolf Hitler nel suo bunker di Berlino.


Sugli sviluppi dell’operazione “Sunrise” era stato tenuto sempre aggiornato il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Il 24 aprile, consapevoli dello svolgersi delle trattative e preso atto che le forze alleate avevano superato il Po, gli uomini della Resistenza settentrionale provvidero a proclamare l’insurrezione armata per il mattino seguente, certi di non trovare una vera opposizione da parte tedesca. Senza le trattative dell’operazione “Sunrise”, la guerra sarebbe durata almeno altri due mesi e vi sarebbero state certamente ulteriori distruzioni nel Nord Italia.
E l’Italia quale data festeggia simbolicamente? Non quella delle firme meridionali di Caserta, non quella delle ultime città “liberate” del Nord-Est, che per il Nord-Ovest valeva quanto il Sud. Ecco perché la Liberazione è anche detta “Secondo Risorgimento”. Non a torto, perché a liberarsi, sotto l’aspetto economico, furono proprio le città del “triangolo industriale”, che dagli americani ricevettero danari freschi per ricostruire le fabbriche. Decisero che dovessero essere solo le loro. Anche dopo la Guerra, soffiò davvero fortissimo il “vento del Nord”, definizione coniata nei decisivi frangenti del conflitto per definire la spinta politica settentrionale alla destituzione della nefasta monarchia e alla svolta democratica verso la Repubblica. Il politico sindacalista pugliese Giuseppe Di Vittorio – e non solo lui – chiese di investire parte dei finanziamenti americani per la ricostruzione europea garantiti dal Piano Marshall per uno sviluppo industriale anche nel Sud, colpito da distruzioni molto maggiori rispetto al Nord, ma trovò opposizione nell’imprenditoria settentrionale, guidata dal genovese Angelo Costa, l’armatore che avrebbe fondato la compagnia delle crociere con i fumaioli gialli, presidente di Confindustria, che rifiutò con già cronico nordismo. Per l’imprenditore ligure era più conveniente trasferire manodopera al Settentrione che creare fabbriche nel Meridione. E così fu sprecata l’occasione di ricreare un equilibrio produttivo a circa ottant’anni dalla sbagliata Unità d’Italia.
Il Meridione, invece, che la Liberazione la inaugurò nel settembre 1943 e la concluse con le firme di Caserta, non riuscì a liberarsi della subdola colonizzazione italiana, dalla povertà e dalla disoccupazione; e mai sarebbe riuscito a liberarsi delle mafie, esplosivo prodotto risorgimentale, che proprio in quel periodo rialzarono la testa dopo che la repressione fascista mussoliniana pure era riuscita a mettervi qualche argine… con la complicità degli Alleati, quelli che bombardarono a spron battuto per stremare la popolazione, i quali, sbarcati in Sicilia, sempre lì, nel luglio del 1943, misero a capo delle amministrazioni locali dei dichiarati mafiosi in quanto antifascisti per ovvie ragioni, né più e né meno ciò che accadde nel “primo” Risorgimento, con mafiosi e camorristi assoldati da Garibaldi. Già a conclusione della Guerra la delinquenza meridionale dilagò enormemente. Centinaia di detenuti cui i tedeschi in fuga, nel ’43, avevano aperto le celle nelle prigioni napoletane ebbero campo libero per depredare e alimentare la criminalità. Raggiunta la pace, la camorra e la mafia fecero un ulteriore salto di potere allacciando rapporti e collegamenti con la mafia d’America e coi poteri internazionali, orientando gli affari verso il traffico internazionale della droga. Riaffiorò più forte di prima la malavita organizzata, con drammatiche conseguenze morali e sociali nel futuro del Sud, sulla cui pelle furono impresse le cicatrici di un lunghissimo periodo di anarchia e sostanziale autogestione, dal settembre 1943 al maggio 1945.
Oggi, senza economia e con le mafie in casa, anche il Sud la chiama “Liberazione”.

Jean-Noël Schifano: «Napoli città di libertà, ma deve liberarsi di Garibaldi»

Venerdì 23 gennaio, al “Real Teatro di San Carlo”, si è svolta la serata di solidarietà “il San Carlo contro la violenza che minaccia tutte le libertà”, in relazione ai dolorosissimi fatti di sangue che hanno sconvolto la Francia, con una versione ridotta del dramma storico ‘Andrea Chénier’ in scena.
Lo spettacolo è stato introdotto dagli i
nterventi di Christian Thimonier (console generale di Francia a Napoli), Jean-Noël Schifano (scrittore ed intellettuale francese) e Philippe Vilain (scrittore francese). Significative le parole di Schifano, sul palco con un “je suis Naples” in una mano e il Trattato sulla tolleranza di Voltaire nell’altra, incisivo nel sottolineare che Napoli, unica città in Europa, in nome della libertà, ha accolto le diversità per trarne i vantaggi dell’integrazione, ha rifiutato l’Inquisizione e non ha mai creato ghetti nazisti; ma ora, in una nuova stagione di reidentificazione, deve rifiutare i simboli dell’invasione piemontese, a cominciare dalla piazza Garibaldi (messaggio espressamente indirizzato al sindaco De Magistris, assente; ndr). «L’aquila romana si inchina alla sirena Parthenope!». Applausi della magnifica sala.

schifano_voltaire

foto: Il mondo di Suk

A 70 anni dalla strage nascosta dei napoletani

balvanoAngelo Forgione – La “Galleria delle armi”. Un nome che a pochi dice qualcosa. Eppure c’è tutta una storia occultata in quel tunnel sulla vecchia linea ferroviaria statale Sicignano – Potenza. Lì, tra le rocce di Balvano, nell’antica Lucania ancora non violentata, nascondevano le armi i “briganti” meridionali imboscati sulle montagne del Sud Italia per combattere contro i poteri del neonato stato Italiano-piemontese. Lì, il 3 marzo 1944, sei mesi dopo le “Quattro Giornate”, circa 650 tra uomini, donne e bambini in fuga dalla fame di una Napoli piegata dalle vicende dell’occupazione nazista, già violentata dallo Stato italiano, persero la vita nel silenzio.
Cadaveri allineati lungo le rotaie appena fuori quella galleria al confine tra la Campania e la Basilicata. E poi gettati in una fossa comune. Il più grande incidente della storia delle ferrovie d’Europa, ma anche il meno noto, coperto dal silenzio per ragion di stato. Napoli si era liberata con le sue mani dai tedeschi e badava a se stessa arrangiandosi, sotto il controllo degli Alleati, nell’assenza di Roma e del Nord ancora sotto scacco. In città regnava inevitabilmente la fame e la risorsa era il mercato nero. Qualcosa si trovava nelle campagne nell’entroterra, dove era più facile il baratto. Ogni giorno, fiumi di persone pellegrinavano su carri e treni da e verso il capoluogo per sfamarsi comprando merce in cambio di denaro ma anche oggetti di valore.
Pomeriggio del 2 marzo 1944: il treno merci 8017 con vagoni scoperti gestito dagli Alleati partì in direzione della Basilicata dalla stazione di Napoli. Durante il viaggio si ingrossò a dismisura, fermata dopo fermata. Pochi minuti dopo la mezzanotte il treno della morte entrò nella stazione di Balvano ma, come spesso accadeva in quel periodo, la linea elettrica a Salerno fu sospesa. Dopo cinquanta minuti di stazionamento, il treno ripartì sbuffando, spinto a vapore, dal carbone che alimentava le caldaie. A bordo, circa seicentocinquanta “passeggeri”. Entrò nella “Galleria delle armi”  e perse velocità fino ad arrestarsi completamente nel cuore dei due chilometri del traforo. Il fumo del carbone continuò ad uscire, creando una camera a gas che strinse tutti i poveri intrappolati che videro la luce fuori dal tunnel solo da morti. Tirati fuori dai primi soccorsi ben quattro ore dopo l’arresto del convoglio.
Ne seguì un’inchiesta sommaria, veloce e senza copertura mediatica, tra l’insabbiatura di americani e italiani. Sentenza: nessun responsabile! Una strage senza colpevoli e senza memoria. Napoletani avvolti dall’oblio, bollati come “viaggiatori di frodo”, dei miseri truffatori contrabbandieri. Non lo erano, e non erano neanche clandestini perché avevano pagato un regolare biglietto… per un treno merci, quindi un biglietto illegalmente emesso. Erano invece quegli uomini che ricostruivano l’Italia del dopoguerra, cancellati dalla storia.

La giornata della Memoria lunga

dai napoletani deportati alla strage di Balvano, fino ai lager piemontesi

Angelo Forgione – La parola “olocausto” significa sacrificio, non sterminio come molti pensano. Il greco Olos-kaustos significa “completamente bruciato”; si trattava del massimo sacrificio religioso dell’animale, bruciato nel fuoco. Con la “Giornata della memoria” si ricorda la tragica storia di sei milioni di ebrei, handicappati e omosessuali periti nel ciclone della Shoah. Con loro, ottocentomila militari italiani deportati nei lager tedeschi dopo l’8 settembre 1943, cinquantamila dei quali massacrati dal lavoro forzato, dalla fame e dalle malattie. 40 furono le vittime in Campania: 19 uomini, 16 donne, 3 bambini e 2 neonati. Ci racconta questa triste storia il giornalista Nico Pirozzi, coordinatore del progetto “Memoriae”, il progetto istituzionale della Fondazione Valenzi in collaborazione con l’Associazione Libera Italiana, nato per mantenere vivo il ricordo della Shoah e attraverso di essa tenere alta l’attenzione contro ogni forma di razzismo e discriminazione culturale, sociale e politica.
Undici furono i napoletani che per sfuggire alla fame e alle bombe, che fecero della città un inferno di macerie e cadaveri, scelsero il momento e il luogo sbagliato. Andarono in Toscana, nella provincia di Lucca, dove nell’inverno del 1943 furono denunciati e arrestati da altri italiani, persone che parlavano la loro stessa lingua e che per un pugno di lire si erano venduti ai nazisti e ai repubblichini di Salò. Furono messi su un carro bestiame, dove c’era un po’ di paglia, una damigiana d’acqua e un recipiente per i bisogni fisiologici. Furono arrestati a Fiume, in Istria, la sera del 28 marzo 1944 e portati da Trieste ad Auschwitz, in un convoglio che raccoglieva 132 “passeggeri”. Un viaggio che durò una settimana. Tra di loro c’era anche Sergio De Simone, un bambino napoletano di sei anni, sua mamma Gisella, le cuginette Andra e Tatiana, le zie Sonia e Mira, lo zio Giuseppe e la nonna Rosa. Dei 132, 103 finirono subito nelle camere a gas. Al piccolo Sergio fu tatuato il numero A-179614, una matricola elencata nella lista di dieci bambini e altrettante bambine che, il 27 novembre 1944, partì da Auschwitz con destinazione Neuengamme, il campo di concentramento ubicato nelle immediate vicinanze di Amburgo. Sergio ci arrivò il 29 novembre, giorno del suo settimo compleanno: In gennaio, il medico Kurt Heissmeyer iniziò i suoi esperimenti sulla Tbc, utilizzando come cavie i venti bambini provenienti da Auschwitz. Sergio e gli altri diciannove bambini sopravvissero al bestiale esperimento, ma poi ci pensò la necessità di cancellare le tracce dell’odioso crimine prima che arrivassero gli inglesi ad eliminare i piccoli. Era la notte del 20 aprile 1945, quando a Neungamme arrivò l’ordine di sopprimere le piccole cavie. Sergio e gli altri bambini vennero fatti salire su un camion, con la promessa che sarebbero stati portati dai genitori, condotti alla periferia di Amburgo, nel sottoscala di una vecchia scuola, Bullenauser Damm. Un medico gli iniettò una dose di morfina. Il narcotico non tardò a entrare in circolo. In stato di semincoscienza vennero presi in braccio uno alla volta e condotti in una stanza attigua, dove li attendeva un gancio e una corda. Johann Frahm, uno dei boia, testimonierà davanti ai giudici del tribunale inglese che “i bambini furono impiccati come quadri alle pareti”.
Il 27 gennaio “della Memoria” è stato istituito dal Parlamento italiano con la legge n.211 del 20 luglio 2000. La data è stata scelta, come ricorda la legge stessa, quale anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, in ricordo della Shoah, lo sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico, per “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”. Il Meridione d’Italia, che ha la memoria lunga, non dimentica che Napoli fu la città più bombardata d’Italia durante il secondo conflitto mondiale, e che quei tristi eventi ne generarono anche altri coperti dal silenzio per ragion di Stato, come la più grande tragedia ferroviaria della storia d’Europa, a Balvano. E non dimenticano neanche che le prime deportazioni furono operate dalle truppe piemontesi ai danni dei soldati Napolitani, per fare l’Italia. Erano portati a Fenestrelle, S.Maurizio Canavese, Alessandria, San Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno e altre località del Nord. Un po’ tutti i popoli invasori hanno chiesto scusa ai loro colonizzati ma l’Italia nasconde la sua vergogna. Oggi, ricordando tutti i meridionali deportati nei campi di concentramento dei nazisti, rivolgiamo un pensiero anche a quelli che patirono freddo e fame, lontano dalla loro terra e dalle loro famiglie, per mano di altri italiani.

In ricordo delle Quattro Giornate di Napoli

Le celebrazioni dei settant’anni dalle Quattro Giornate di Napoli sono un’occasione per ricordare cosa accadde prima della sollevazione del popolo partenopeo, stremato ed esasperato a tavolino dai cento bombardamenti degli Alleati angloamericani che rasero al suolo la città. E poi, cosa accadde dopo, in una Napoli piegata dalla fame e colpita da un altro dramma, la più grande tragedia ferroviaria della storia d’Europa, coperto dal silenzio per ragion di Stato.

Balvano, la strage dei napoletani occultata

Angelo Forgione – La “Galleria delle armi”. Un nome che a pochi dice qualcosa. Eppure c’è tutta una storia italiana in quel tunnel sulla vecchia linea ferroviaria statale Sicignano – Potenza. Lì, tra le rocce di Balvano, nell’antica Lucania ancora non violentata, nascondevano le armi i “briganti” meridionali imboscati sulle montagne del Sud Italia per combattere contro i poteri del neonato stato Italiano-piemontese. Lì, il 3 marzo 1944, sei mesi dopo le “Quattro Giornate”, circa 650 tra uomini, donne e bambini in fuga dalla fame di una Napoli piegata dalle vicende dell’occupazione nazista, già violentata dallo Stato italiano, persero la vita nel silenzio.
Cadaveri allineati lungo le rotaie appena fuori quella galleria al confine tra la Campania e la Basilicata. E poi gettati in una fossa comune. Il più grande incidente della storia delle ferrovie d’Europa, ma anche il meno noto, coperto dal silenzio per ragion di stato. Napoli si era liberata con le sue mani dai tedeschi e badava a sé stessa arrangiandosi, sotto il controllo degli Alleati, nell’assenza di Roma e del Nord ancora sotto scacco. In città regnava inevitabilmente la fame e la risorsa era il mercato nero. Qualcosa si trovava nelle campagne nell’entroterra, dove era più facile il baratto. Ogni giorno, fiumi di persone pellegrinavano su carri e treni da e verso il capoluogo per sfamarsi comprando merce in cambio di denaro ma anche oggetti di valore.
Pomeriggio del 2 marzo 1944: il treno merci 8017 con vagoni scoperti gestito dagli Alleati partì in direzione della Basilicata dalla stazione di Napoli. Durante il viaggio si ingrossò a dismisura, fermata dopo fermata. Pochi minuti dopo la mezzanotte il treno della morte entrò nella stazione di Balvano ma, come spesso accadeva in quel periodo, la linea elettrica a Salerno fu sospesa. Dopo cinquanta minuti di stazionamento, il treno ripartì sbuffando, spinto a vapore, dal carbone che alimentava le caldaie. A bordo, circa seicentocinquanta “passeggeri”. Entrò nella “Galleria delle armi”  e perse velocità fino ad arrestarsi completamente nel cuore dei due chilometri del traforo. Il fumo del carbone continuò ad uscire, creando una camera a gas che strinse tutti i poveri intrappolati che videro la luce fuori dal tunnel solo da morti. Tirati fuori dai primi soccorsi ben quattro ore dopo l’arresto del convoglio.
Ne seguì un’inchiesta sommaria, veloce e senza copertura mediatica, tra l’insabbiatura di Americani e Italiani. Sentenza: nessun responsabile!
Una strage senza colpevoli e senza memoria. Napoletani avvolti dall’oblio, bollati come “viaggiatori di frodo”, dei miseri truffatori contrabbandieri. Non lo erano, e non erano neanche clandestini perché avevano pagato un regolare biglietto… per un treno merci, quindi un biglietto illegalmente emesso. Erano invece quegli uomini che ricostruivano l’Italia del dopoguerra.
A distanza di circa 70 anni, un romanzo-verità, “la Galleria delle armi” scritto dallo psicologo psicoterapeuta napoletano Salvio Esposito (Marotta&Cafiero), fa luce su quell’evento, basandosi su storie vere con l’aiuto di atti che fino a poco tempo fa erano segretissimi.

San Siro: razzismo, blasfemia… e macabra oscenità!

San Siro: razzismo, blasfemia… e macabra oscenità!
il precedente di Kawashima che può essere d’esempio a Cannavaro

di Angelo Forgione

Ci risiamo coi cori razzisti di Milano. E siccome la FIGC fa finta di nulla, il fenomeno cresce sempre di più e stavolta si va oltre, con cori blasfemi che coinvolgono i santi. “San Gennaro sieropositivo”, “terremotati”, “colerosi”, “zingari”, “Vesuvio lavali col fuoco”, “Ci vuole acqua e sapone”, “camorristi”. Stavolta non si è trattato dell’intero stadio come in altre occasioni; cori in buona parte coperti dai numerosissimi e chiassosi tifosi del Napoli presenti e stroncati dall’andamento della gara che, ne siamo sicuri, se fosse stato diverso sarebbero stati ancora più forti e distinguibili.

Ce n’è abbastanza per codificare i cori come razzisti e non come semplici sfottò. Ma lo diciamo da anni in ogni modo senza che la Federcalcio che ha generato le regole sul razzismo che prevedono sospensione delle partite abbia mai sollecitato il Giudice Sportivo Tosel ad intervenire.

Quante volte abbiamo invocato l’intervento in campo di capitan Cannavaro, napoletano, affinché richiamasse l’attenzione dell’arbitro? È lui che deve farlo, ed è l’unica maniera per sperare che tutto questo finisca. L’esempio di Zorò e Eto’o non è servito. Allora tiriamo fuori l’esempio di Kawashima, portiere giapponese del Lierse, che deve pur dimostrare che certi cori sono persino macabri e osceni! Durante la partita del campionato belga tra Beerschot Anversa e Lierse dello scorso Agosto, i tifosi del Beerschot, famosi per essere nazisti di estrema destra, hanno cominciato a bersagliare il portiere avversario arrivando ad inneggiare alla tragedia dello tsunami di Fukushima durante la quale hanno perso la vita 15.000 persone con migliaia di dispersi. Kawashima, anche portiere della nazionale giapponese, è rimasto scosso ed è andato dall’arbitro segnalando i cori e chiedendo la sospensione dell’incontro che l’arbitro, saggiamente, ha sancito. La partita è ripresa solo quando il coro “Kawashima-Fukushima” è terminato.

Lo tsumani di Fukushima è come il terremoto, è come l’eruzione del Vesuvio. Quindi i cori contro i Napoletani non sono solo xenofobi ma anche osceni così come sono stati definiti quelli dei tifosi di Anversa). Ma se il capitano del Napoli proprio non è colpito, dal momento che tutto il resto rientra nella casistica del razzismo e non degli sfottò, ci chiediamo ancora una volta come mai le regole della FIGC, che dovrebbero punire chi si rende colpevole di diffamazione di razze ed etnie con sospensione dei match e sanzioni, non valgono quando i colpiti sono i Napoletani.

Qui non è questione di vittimismo che ci viene rivolto contro ma di una certa cultura che evidentemente in Belgio pure esiste.

Per sostenere la protesta, inviare rimostranze alla FIGC agli indirizzi sotto elencati:
figc.presidenza@figc.it
figc.segreteria@figc.it
figc.procura@figc.it
press@figc.it
figc.legale@figc.it