La giornata della Memoria lunga

dai napoletani deportati alla strage di Balvano, fino ai lager piemontesi

Angelo Forgione – La parola “olocausto” significa sacrificio, non sterminio come molti pensano. Il greco Olos-kaustos significa “completamente bruciato”; si trattava del massimo sacrificio religioso dell’animale, bruciato nel fuoco. Con la “Giornata della memoria” si ricorda la tragica storia di sei milioni di ebrei, handicappati e omosessuali periti nel ciclone della Shoah. Con loro, ottocentomila militari italiani deportati nei lager tedeschi dopo l’8 settembre 1943, cinquantamila dei quali massacrati dal lavoro forzato, dalla fame e dalle malattie. 40 furono le vittime in Campania: 19 uomini, 16 donne, 3 bambini e 2 neonati. Ci racconta questa triste storia il giornalista Nico Pirozzi, coordinatore del progetto “Memoriae”, il progetto istituzionale della Fondazione Valenzi in collaborazione con l’Associazione Libera Italiana, nato per mantenere vivo il ricordo della Shoah e attraverso di essa tenere alta l’attenzione contro ogni forma di razzismo e discriminazione culturale, sociale e politica.
Undici furono i napoletani che per sfuggire alla fame e alle bombe, che fecero della città un inferno di macerie e cadaveri, scelsero il momento e il luogo sbagliato. Andarono in Toscana, nella provincia di Lucca, dove nell’inverno del 1943 furono denunciati e arrestati da altri italiani, persone che parlavano la loro stessa lingua e che per un pugno di lire si erano venduti ai nazisti e ai repubblichini di Salò. Furono messi su un carro bestiame, dove c’era un po’ di paglia, una damigiana d’acqua e un recipiente per i bisogni fisiologici. Furono arrestati a Fiume, in Istria, la sera del 28 marzo 1944 e portati da Trieste ad Auschwitz, in un convoglio che raccoglieva 132 “passeggeri”. Un viaggio che durò una settimana. Tra di loro c’era anche Sergio De Simone, un bambino napoletano di sei anni, sua mamma Gisella, le cuginette Andra e Tatiana, le zie Sonia e Mira, lo zio Giuseppe e la nonna Rosa. Dei 132, 103 finirono subito nelle camere a gas. Al piccolo Sergio fu tatuato il numero A-179614, una matricola elencata nella lista di dieci bambini e altrettante bambine che, il 27 novembre 1944, partì da Auschwitz con destinazione Neuengamme, il campo di concentramento ubicato nelle immediate vicinanze di Amburgo. Sergio ci arrivò il 29 novembre, giorno del suo settimo compleanno: In gennaio, il medico Kurt Heissmeyer iniziò i suoi esperimenti sulla Tbc, utilizzando come cavie i venti bambini provenienti da Auschwitz. Sergio e gli altri diciannove bambini sopravvissero al bestiale esperimento, ma poi ci pensò la necessità di cancellare le tracce dell’odioso crimine prima che arrivassero gli inglesi ad eliminare i piccoli. Era la notte del 20 aprile 1945, quando a Neungamme arrivò l’ordine di sopprimere le piccole cavie. Sergio e gli altri bambini vennero fatti salire su un camion, con la promessa che sarebbero stati portati dai genitori, condotti alla periferia di Amburgo, nel sottoscala di una vecchia scuola, Bullenauser Damm. Un medico gli iniettò una dose di morfina. Il narcotico non tardò a entrare in circolo. In stato di semincoscienza vennero presi in braccio uno alla volta e condotti in una stanza attigua, dove li attendeva un gancio e una corda. Johann Frahm, uno dei boia, testimonierà davanti ai giudici del tribunale inglese che “i bambini furono impiccati come quadri alle pareti”.
Il 27 gennaio “della Memoria” è stato istituito dal Parlamento italiano con la legge n.211 del 20 luglio 2000. La data è stata scelta, come ricorda la legge stessa, quale anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, in ricordo della Shoah, lo sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico, per “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”. Il Meridione d’Italia, che ha la memoria lunga, non dimentica che Napoli fu la città più bombardata d’Italia durante il secondo conflitto mondiale, e che quei tristi eventi ne generarono anche altri coperti dal silenzio per ragion di Stato, come la più grande tragedia ferroviaria della storia d’Europa, a Balvano. E non dimenticano neanche che le prime deportazioni furono operate dalle truppe piemontesi ai danni dei soldati Napolitani, per fare l’Italia. Erano portati a Fenestrelle, S.Maurizio Canavese, Alessandria, San Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno e altre località del Nord. Un po’ tutti i popoli invasori hanno chiesto scusa ai loro colonizzati ma l’Italia nasconde la sua vergogna. Oggi, ricordando tutti i meridionali deportati nei campi di concentramento dei nazisti, rivolgiamo un pensiero anche a quelli che patirono freddo e fame, lontano dalla loro terra e dalle loro famiglie, per mano di altri italiani.

TIM calca la mano con gli spot garibaldini

TIM calca la mano con gli spot garibaldini

soldati Napolitani accattoni, siamo alla subdola offesa

Gli spot “risorgimentali” del “La Storia d’Italia, secondo TIM” imperversano. Non bastava che due maldestri soldati napolitani dall’aria beota si facessero umiliare a duello da un Garibaldi distratto dal cellulare. Ora siamo ben oltre. Nel nuovo spot, i soldati borbonici si mimetizzano tra i cespugli e Garibaldi li stana corrompendoli con le offerte del gestore telefonico. Accattoni pagnottisti che si vendono per minuti, sms e traffico internet a soli 9 euro al mese.
Continua la parodia di un esercito che, pur tradito da pochi importanti generali vendutisi (quelli si) al soldo delle massonerie internazionali, prese bombe in testa fin dopo la tragica resa di Gaeta che concluse mesi di strenua resistenza. E chi si salvò fu costretto agli stenti e al gelo dei lager di Fenestrelle, in alta Val Chisone, pur di non tradire il proprio giuramento.

Lo spot, seppur divertente per chi non conosce la storia, è oltremodo offensivo per chi invece la conosce benissimo e non possiamo non evidenziarne il messaggio degradante per il popolo meridionale e la sua storia attraverso una simbolica caricatura che non trova fine.
Eravamo già al limite nello spot della camicia sporca che nascondeva l’ingiuria gratuita di Garibaldi il quale, con un gioco di parole sicuramente riuscito dal punto di vista creativo, definiva la propria camicia «perfetta un par de Sicilie», sostituendo il Mezzogiorno alla parola volgare.
E allora è il caso che chi fa parte della schiera di chi sà e ha un contratto TIM esprima il proprio dissenso. Magari evitando di accogliere la proposta, di effettuare ricariche finchè non cesserà lo spot, e, perchè no, cambiando gestore.

Per chi desiderasse protestare, può farlo ai seguenti indirizzi di posta elettronica (senza però trascendere nel linguaggio):

luca.rossetto@telecomitalia.it
carlo.fornaro@telecomitalia.it
giuliano.gimona@telecomitalia.it
investor_relations@telecomitalia.it
investitori.individuali@telecomitalia.it
patrizia.alfiero@telecomitalia.it

pagina TIM su Facebook:
http://www.facebook.com/TimOfficialPage

Napoli-Juventus, la finale perfetta per la Coppa Italia

Napoli-Juventus, la finale perfetta per la Coppa Italia

tutti a Roma con la bandiera delle Due Sicilie

Tim Cup o Coppa Italia che dir si voglia, la finale sarà Napoli-Juventus. Sarebbe stato l’epilogo più giusto per la scorsa edizione, quella in cui la Coppa era denominata “dell’unità d’Italia” e l’onore di rappresentare Nord e Sud spettò a Inter e Palermo. Ma anche quest’anno il confronto calcistico tra le ex capitali Napoli e Torino nella capitale Roma calza a pennello, non fosse altro che per gli spot dello sponsor: camicie rosse contro soldati borbonici… Garibaldi a duello contro due maldestri napolitani, per giunta con il cellulare in una mano.
Appuntamento al 20 Maggio per vincere un tricolore. Noialtri, come il 29 Novembre scorso, con la bandiera del nostro antico Regno!

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Il nord vacilla di fronte alla divulgazione delle verità sotterrate

Il nord vacilla di fronte alla divulgazione delle verità

Come il Presidente della Repubblica a Capodanno, quelli che Saviano fa a “Vieni via con me” sono veri e propri discorsi alla nazione senza contraddittorio o interruzioni e con i necessari tempi per poter argomentare. Con la differenza che li propone ogni settimana. Questo è il potere di un personaggio che pure qualche aspetto da decifrare ce l’ha, effettivamente consapevole di poter ormai indirizzare i discorsi nella direzione voluta.
Quello che si è ascoltato sulla questione rifiuti nella puntata del 22 Novembre è un Saviano meridionalista, pur non essendolo affatto. Mai prima l’autore di “Gomorra” aveva preso una posizione così decisa in difesa della sua stessa comunità, comunicando alla platea ciò che noi meridionalisti e filoborbonici diciamo da anni, spesso però snobbati da quella denigrazione filorisorgimentale che non ammette la teoria di un nord invasore e di un sud invaso. L’ha detto Saviano e la stampa lo segue in scia, e va bene così. Tutto ciò finisce per rinforzarci e legittimarci.

Saviano ha avuto il coraggio e l’autorità di dire ciò che nessuno sin qui si è azzardato a dire, e cioè che non sono i Napoletani ad essere sporchi e sudici per tradizione ma semmai sono stati sporcati, finendo per diventarlo auto-convincendosene, col risultato che loro stessi si definiscono sporchi e spesso si comportano da tali. Senza peli sulla lingua, è arrivato agli italiani che sono i rifiuti del nord e di parte dell’Europa a colmare le discariche della Campania e che non c’è possibilità immediata, ne tantomeno intenzione, di risolvere un problema che non è un problema, se non per i Napoletani, ma una precisa volontà superiore.

Alla faccia della denigrazione settentrionale, in barba alla propaganda sabauda e alla voce “borbonico” dei vocabolari italiani, in prima serata sulla Rai è finito a 151 anni dalla sua morte Ferdinando II di Borbone. Saviano lo ha tirato in causa perché si è accorto anch’egli di una delle tante cose che i neoborbonici dicono da anni: i Borbone di Napoli erano dinastia di primati.
«Sembrerà strano ma la prima città in Italia ad aver inventato la raccolta differenziata è Napoli. 1832, Ferdinando II di Borbone fa una legge sulla differenziata».
Mi piace pensare, e un po’ ne sono convinto, che Saviano abbia letto un mio apprezzato articolo scritto un mese fa sull’argomento e che contiene quella legge presente nella “Collezione delle Leggi e dei Decreti del Regno delle Due Sicilie”, legge ora diffusa dalla Rai alla nazione ( http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=35975 ). Lo deduco da come ha introdotto l’argomento e da come l’ha commentato, proprio come in quel passo del mio articolo che snocciola la legge borbonica. Cose che anche io ho appreso attraverso l’opera di grandi archivisti come il mio grande amico Prof. Gennaro De Crescenzo: è questa la catena della diffusione delle verità sepolte da riportare alla luce.

A sentire il discorso di Saviano mi sono sentito gratificato dal mio lavoro intensissimo e sudato, fatto di letture di testi, scrittura di articoli, montaggio di videoclip su youtube e interviste. Tutto finalizzato alla comunicazione ai Napoletani della nostra vera cultura che non è quella negata con la quale facciamo i conti da ormai troppo tempo.
Un discorso che non ha fatto una piega in chiave di riscatto del nostro orgoglio; l’autore di “Gomorra” ha parlato proprio come avrei parlato io, dicendo ciò che avrei detto io. Persino tirando in ballo il grande Eduardo e mostrando l’ormai noto “é cosa ‘e niente”.
Tutto perfetto, perchè con la mia opera sto cercando di far capire alla nostra gente (e quelli che mi seguono l’hanno capito), che noi siamo diventati quello che “loro” volevano che fossimo, a furia di non ribellarci alla denigrazione e alle falsità perpetrate dai tempi dei britannici Lord Palmerston e William Gladstone, veri iniziatori delle calunnie anti-napoletane di ottocentesca memoria.

Saviano ha parlato al resto d’Italia ma ha anche parlato ai Napoletani, invitandoli a non sedersi e a reagire riscoprendo la propria cultura e ribellandosi a chi l’ha cancellata approfittando del nostro lasciar fare a base di “è cosa ‘e niente” che ci ha portato ad accettare e cronicizzare camorra, malamministrazione e degrado che gli altri ci imposero e che noi accettammo supinamente; non avremmo dovuto! Qualcuno non ha capito il senso del discorso, qualcuno si.
Si è aperto così un fronte nuovo per il resto del paese sempre pronto a cavalcare i luoghi comuni contro i Napoletani e i più feroci accusatori di Napoli hanno maldigerito il messaggio. Lo deduco dalle tante email che ho cominciato a ricevere da quel momento in posta e i tanti messaggi inviati alla casella di messaggi del mio canale youtube, laddove notoriamente si possono trovare tutti i miei spunti audiovisivi riguardanti la nostra storia e il nostro riscatto.
Non solo messaggi di felicitazioni da parte di chi ha rivisto me nel messaggio di Saviano, di chi mi ringraziava, di chi dimostrava gioia per quel che aveva sentito, ma anche tante stupidaggini piovute da anonimi settentrionali o comunque anti-napoletani. Un aumento esponenziale da quella sera, e questo significa che “loro” temono le nostre verità.

Ne riporto qui solo un esempio, non a caso una delle poche email a cui ho risposto, che è eloquente per come i “fratelli” d’Italia comincino a vacillare e a sconcertarsi nel conoscere le verità storiche nascoste che corrispondono a quelle contemporanee che ne sono dirette discendenti.
Un “buontempone” ha visto i miei video sul primo bidet d’Italia alla Reggia di Caserta, quello che i Savoia, non sapendo cosa fosse, definirono “oggetto sconosciuto a forma di chitarra”, e ha pensato bene di creare un nuovo account stesso oggi, 25 Novembre 2010, per mascherare la sua vera identità su youtube. E come ha pensato di chiamare il suo nuovo canale vuoto per attaccarmi? Guarda caso… “FBourbonsBorboni”. Ora capirete perchè.

messaggio di FBourbonsBorboni:

Ma poveretti (i napolitani) eccoli crearsi un mito (quello del bidet) da sotto le loro tonnelate di rifiuti!
I Borboni non erano napoletani ma Francesi (Bourbons) e comandavano. Sono loro ad avere introdotto il bidet francese in Italia. A l’epoca in tutta Italia ed ancora fino a poche decenni di anni fa tutti in italia (salvo gli aristocratici) si lavavano nelle tinozzze nei cortili delle cascine dove lavoravano come braccianti (non avevano neanche le proprie cascine cone in Francia o altro in Europa perché qui c’erano solo i ricchi latifundisti. Quindi fa proprio ridere questo mito del bidet che gli Italiani si sono creati per sentirsi (immaginarsi di sentirsi) forse piu’ puliti nel sedere degli altri -visto che i loro comportamenti cafoncelli sono derisi in tutto il mondo. Il bidet in Francia dopo essere stato li crato è stato usato per decenni ma ora li negli appartamenti sono più piccoli e c’e’ spesso solo la doccia.
Ridicoli siete e patetici!! Il principe Emanuele Filiberto è stato di grande ironia e l’intervistatrice si è dimostrato una piccola provincialotta meschina (che si è dimenticata delle tinozze dei suoi nonni!!).

risposta di Angelo Forgione:

Penso che Lei debba studiare la storia ancora molto, tanto più quella di Napoli semmai voglia conoscere l’origine 700-800esca della moderna civiltà europea.

1) I Borbone di Napoli erano, appunto, di Napoli, non di Francia come i loro antenati di estrazione capetingia. Ci sono anche rami diversi, come quelli di Spagna o di Parma. Il primo Borbone di Napoli fu Carlo VII, mezzo italiano (Farnese di Parma) e mezzo spagnolo, ma volle imparare lingua, usi e costumi dei Napoletani che si portò anche in Spagna insieme al sangue di San Gennaro (!) quando divenne Carlo III.
Ferdinando, Francesco, Ferdinando II e Francesco II erano napoletanissimi, e insieme al capostipite non primeggiarono certo solo per il bidet.

2) Il bidet è si francese, noi Napoletani lo sappiamo benissimo, ma in pochissimi anni i 100 presenti a Versailles furono TUTTI rimossi: un fallimento! Qui non si discute su chi l’ha inventato ma su chi l’ha usato (per prima). E Napoli non l’ha “adottato” dalla Francia, ma dall’Austria grazie a Maria Carolina d’Asburgo Lorena, regina delle Due Sicilie, sorella di Maria Antonietta (d’Asburgo Lorena). Era la corte austriaca ad avere delle usanze superiori che la corte di Napoli seppe adottare e elevare maggiormente a crismi di civilizzazione per tutto il continente, non quella francese. Quello è l’aggancio. Così come per il caffè che viaggiò dalla Turchia a Vienna e arrivò a Napoli sempre attraverso la sovrana austriaca, e Napoli l’ha offerto al mondo a modo suo, cioè alla grande. Lo sa che il babà non è un dolce napoletano ma polacco, inventato alla corte di Stanislao Leszczynsky? Eppure i polacchi l’hanno dimenticato, mentre i Borbone lo trovarono buono e così Napoli l’ha offerto al mondo. Non c’è nessuna certezza che la prima pizza sia Napoletana, ma con i Borbone si attuò nel 700 attorno a Caserta una incredibile rivoluzione agricola che ha codificato la vera pizza con il condimento del pomodoro e della mozzarella, e Napoli l’ha offerta al mondo. Le ho fatto il palato buono, ma potrei parlare di mille altre cose che in parte può apprendere dai miei scritti e dai miei video come quello che le inoltro in calce.
La cultura, amico mio, non è necessariamente frutto di invenzioni ma anche di intuizioni pionieristiche. E le potrei citare tanti esempi in ogni campo con cui Napoli, tramite invenzioni e intuizioni, ha plasmato l’attuale civiltà europea, riecheggiando nel mondo intero. Perchè, se non l’ha ancora capito o studiato, la cultura passava per Napoli all’epoca, e Napoli sapeva filtrare il meglio e rioffrirlo al mondo.

Ho la sensazione netta che il discorso di Saviano dell’altra sera vi sta facendo tremare nelle vostre convinzioni ignoranti. Ritornate a scuola, riscrivete il Risorgimento italiano per come è andato veramente, e poi venite a riprendervi il letame culturale unitamente a quello industriale che avete riversato nelle nostre discariche approfittando della malavita di garibaldino sdoganamento, che da un bel po’ vi ritrovate in casa vostra a far soldi coi vostri imprenditori truffatori e “bondeggiatori”, molto più ladri dei disperati borseggiatori che ci sono al sud. Vero Sig. Calisto Tanzi?
Del resto, perchè secondo Lei Vittorio Emanuele II e Cavour (lui si mezzo francese, mica italiano) vennero da queste parti se non per unire alle loro misere casse le nostre grandi riserve auree?

E ora, dopo tutto questo, gridate Padania libera? Ma libera da che? Ma chi vi ha cercati?

Glielo dico con franchezza e senza pregiudizio: gli alluvionati veneti, poveri loro, in televisione non perdono occasione per dire che noi (inventori dell’arte di arrangiarsi) ci piangiamo addosso e loro si rimboccano le maniche mentre in realtà si capisce bene che stanno piangendo davanti alle telecamere.
Sa il problema dov’è? Qui a Napoli abbiamo organizzato raccolte di fondi anche tra private associazioni per gli stessi alluvionati del Veneto oltre ai tantissimi sms solidali del valore di 2 euro inviati dalla Campania per lo stesso scopo. Noi siamo un popolo solidale per tradizione. E il nord come risponde? Proprio il Veneto e il Piemonte negano l’aiuto per la nostra tragedia causata anche da loro. Con le dovute eccezioni, questo siete voi: gente vuota, ignorante e priva di ogni solidarietà di popolo.

Buono studio, “fratello” d’Italia
(Le allego video culturale)
http://www.youtube.com/watch?v=xui3llF32l0