Il filosofo torinese: «solo un ignorante padano può negare che il Nord ha colonizzato il Sud»

Diego Fusaro è nato a Torino nel 1983, insegna filosofia in Università a Milano e si considera dissidente e non allineato. Non è un filosofo meridionale ma non c’è bisogno di provenienza geografica quanto di onestà intellettuale per affermare in un’emittente nazionale milanese, da settentrionale del “triangolo industriale”, che «L’Italia è nata come colonizzazione del Nord ai danni del Sud. Il Nord ha portato via tutte le ricchezze del Sud, l’ha piovrizzato, come diceva Gramsci, e ancora oggi ci stiamo portando appresso questo problema. È inutile negarlo. Solo l’ignoranza storica di certi sedicenti padani può ignorare questo aspetto fondamentale. Bisogna studiare… studiare e studiare. Senza questo non si va da nessuna parte».
E ancora, «L’Unità d’Italia si fonda sul sangue con cui il Nord ha invaso il Sud. Ma non lo dico io, lo dice la storia… I politici vogliono mantenere la Sicilia in una situazione di deficit. È lo Stato che corrompe la Sicilia, non è la Sicilia che è corrotta in quanto tale».

Mappa del tifo 2016, cresce solo il Napoli

tifo_2016Angelo Forgione Cresce la tifoseria del Napoli, l’unica a farlo tra le 5 big del Calcio italiano. A segnalarlo è l’annuale sondaggio di Demos&Pi, appena sfornato e condotto da Demetra (mixed mode CATI-CAMI) nel periodo tra il 12 e il 15 settembre 2016. Non si tratta di graduatoria di solo carattere sociologico ma anche di rilevamento con incidenza sul campionato italiano, visto che il 25 per cento dei diritti televisivi della Serie A è frazionato in base alla classifica delle tifoserie per quantità (fino a un massimo del 6,25%) sulla base di un privato sondaggio commissionato della Lega. Più sostenitori hanno i club, più soldi portano a casa.
La Juventus, con insignificante flessione, resta regolarmente la squadra più seguita con circa un terzo degli appassionati italiani (34%). A sensibile distanza, la seguono l’Inter (in calo) e il Milan, appaiate al 14%. Le due squadre milanesi risultano avvicinate e quasi raggiunte dal Napoli (13%). Dietro le quattro grandi tifoserie, solo la Roma, col 7%, presenta una base significativa sul piano statistico. Tutte le altre, Lazio e Fiorentina per prime, godono di cerchie di sostenitori in ambito locale, intorno alla città e dentro ai confini della regione dove ha sede il club.
La Juventus, dunque, si conferma il principale club “nazionale”. Primo, per quota di tifosi nel Nord-Ovest e ancor più nel Nord-Est e nel Centro-Nord; mentre nel Centro-Sud è largamente superata dalla Roma, e nel Mezzogiorno è avvicinata dal Napoli.
L’ampiezza territoriale del tifo bianconero riflette la sua storia di successi, perché il tifo costituisce un meccanismo di riconoscimento e di affermazione sociale. La Juve, in particolare, continua ad essere la squadra di coloro che abitano in provincia, trasportati, spesso, dalle migrazioni interne del passato. Ma è anche la squadra più detestata, in particolare da napoletani, romanisti e interisti. L’ostilità dei tifosi partenopei verso i bianconeri non è mai stata così elevata.
Il calcio resta lo sport più seguito nel nostro Paese, perché più di tutti riflette l’attaccamento ai campanili e genera appartenenze conflittuali
, ma la flessione della passione continua da anni, con 20 punti in meno rispetto al 2009. Per una ragione, su tutte: la credibilità minata. Il campionato è ritenuto sempre più condizionato dalle scommesse, dalla corruzione e dalla criminalità organizzata. Solo 2 tifosi su 10 pensano che sia più credibile e pulito rispetto a 10 anni fa. Mentre la fiducia nella Lega e nel presidente della Federcalcio Tavecchio è circoscritta a una minoranza dei tifosi. Non superiore a un terzo. Così non sorprende che 9 tifosi su 10 chiedano il ricorso alle tecnologie in campo per sfiducia nel sistema. Secondo la maggioranza dei tifosi, dopo Calciopoli la situazione è persino peggiorata.

Il campione nazionale intervistato è rappresentativo della popolazione italiana dai 15 anni in su, per genere, età, titolo di studio e zona geopoliica di residenza. I dati sono stati ponderati in base al titolo di studio (con margine di errore 2,7%)

Magistrati napoletani veri avversari del malaffare italiano

Angelo Forgione Arturo Martucci di Scarfizzi, magistrato napoletano, è il nuovo presidente della Corte dei Conti, la magistratura contabile che vigila sulla trasparenza delle entrate e delle spese pubbliche. Succede a Raffaele Squitieri, anch’egli magistrato napoletano, come Raffaele Cantone, presidente dell’Associazione Nazionale Anticorruzione, l’organo di vigilanza sull’integrità dell’amministrazione pubblica messo su nel 2014, e supercontrollore degli appalti di Expo Milano. Ruoli chiave della macchina di controllo nazionale occupati da prodotti della scuola forense partenopea. E allora mi viene in mente che l’inchiesta ‘Mani Pulite‘ che scoperchiò la grande corruzione italiana di Tangentopoli fu condotta dal napoletano Francesco Saverio Borrelli, e che il più grande scandalo sportivo, Calciopoli, fu sfoderato dai magistrati napoletani Filippo Beatrice e Giuseppe Narducci.

Morale della favola: ad arginare l’atavica marcescenza italiana sono i magistrati napoletani.

2 giugno, festa di una Repubblica incostituzionale

Angelo Forgione 2 giugno, settantesima celebrazione della Repubblica e di quel turbolento cambio di forma governativa (18 morti a Napoli l’11 giugno 1946) che non è servito a mutare la deriva del Paese unito, semmai acuita. Bellissima a leggersi la Costituzione italiana, per cui l’Italia dovrebbe essere una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, un diritto di tutti i cittadini. Tutti potrebbero manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La sovranità dovrebbe appartenere al popolo. La Repubblica dovrebbe riconoscere e promuovere le autonomie locali, promuovere lo sviluppo della cultura e ripudiare la guerra. Ma, soprattutto, tutti i cittadini dovrebbero avere pari dignità sociale e il compito della Repubblica sarebbe quello di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano l’eguaglianza dei cittadini, cioè il divario Nord-Sud.
In settant’anni, le cose sono andate in tutt’altra direzione. Ci troviamo evidentemente di fronte al tradimento dei principi fondamentali della Repubblica italiana, che non ha in alcun modo riparato ai danni del precedente periodo monarchico. La diversa Italia va colpevolizzata soprattutto per non aver colmato le differenze tra Nord e Sud create dalla monarchia sabauda e dai suoi governi. E la pressione mafiosa è anche cresciuta. Il Paese è passato da una monarchia colonialista e corrotta a una repubblica colonialista, corrotta e mafiosa. Qualcosa è cambiato.

Rom e profughi spremuti come i meridionali. E l’Italia è prima per corruzione in UE

Angelo Forgione “Mafia de’ noantri”, “Mafia romana”, “Mafia capitale”… Chiamiamola pure come ci pare. È solo una questione di nome. Il fatto è che la nuova questione romana si annusava da decenni e non stupisce. La maestà del “cupolone“, nello specifico, è qualcosa che il capo-procura di Roma definisce «originario e originale, autoctono, con caratteri suoi propri rispetto alle altre organizzazioni mafiose cui è anche collegato». È una “Quarta Mafia” forse meno potente, sul piano militare, di quelle tradizionali perché poggia maggiormente su coperture politiche, e perciò più lacerante e invasiva, temuta e corteggiata, con grandi capacità di includere e condividere.
Scorretto però puntare il dito sulla sola Roma. Dove vi è politica vi è corruzione italiana, e se Roma, centro nevralgico del sistema nazionale, non poteva restarne immune lo stesso vale per ogni parte del Paese, zona più e zona meno. Le bande del MoSE e dell’Expo insegnano che certe organizzazioni hanno molteplici facce e diverse latitudini, ed è importante anche il loro contributo al non formidabile primato raggiunto quest’anno dal Belpaese: L’Italia è prima per corruzione tra i paesi dell’Ue. Il dato è fresco di notifica, consegnata da Transparency International, l’organizzazione internazionale non governativa che si occupa di stilare annualmente una classifica della corruzione percepita, il Corruption Perception Index, sulla scorta delle valutazioni degli osservatori internazionali sul livello di corruzione di 175 paesi del mondo. L’indice 2014 vede l’Italia al posto 69, fanalino di coda per trasparenza tra i paesi membri dell’Unione Europea. È la stessa posizione della classifica 2013, pressoché identica anche ai risultati degli anni precedenti, a testimonianza di una poco invidiabile stabilità conseguita in argomento, e per giunta le uniche europee che la precedevano, Bulgaria e Grecia, l’hanno appaiata, migliorando la loro posizione. Sullo scenario mondiale, in una scala da zero (massima corruzione) a 100 (corruzione assente), l’Italia fa segnare 43 punti e si colloca tra le nazioni che non raggiungono la sufficienza in trasparenza.
Ci si affretta a parlare di “meridionalizzazione”, riprendendo l’ormai antica identificazione scorretta del solo Sud con la parola «corruzione». La storia recente ha detto invece che la “Tangentopoli” di “Mani Pulite” degli anni Novanta è nata nella Milano di Bettino Craxi, da inchieste sugli amministratori del capoluogo lombardo, preludio ai crac emiliani di Parmalat e Bipop Carire e alle più recenti e note vicende. «La corruzione non è confinata solo al Sud-Italia ma sempre più nazionale», disse il mezzobusto che conduceva il TG1 Economia del 29 settembre per lanciare un servizio sulla corruzione italiana. In quel servizio (guarda) il presidente della Corte dei Conti Raffaele Squitieri precisava che «sostenere che il Sud sia il luogo dove la corruzione è maggiore è assolutamente falso».
L’impostazione conserva un certo retaggio storico della Nazione. Sembra che sia stato il Mezzogiorno a infettare il resto d’Italia, ma chi conosce la storia della corruzione in Italia sa bene che il teorema è facilmente sovvertibile, perché fu il governo del Regno d’Italia a delegare i politici meridionali a sostenere rapporti con le mafie per ricorrervi in occasione di tornate elettorali, mentre da Roma in su si verificava un’incredibile esplosione di scandali e fallimenti bancari che scandivano lo sviluppo politico post-unitario.
Da allora, nella capitale non è cambiato molto, ma poco è cambiato pure a nord e a sud del cupolone. Oggi il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ci racconta che Roma non è marcia, e che va punito chi ha rubato senza criminalizzare la città, forse allontanando l’ipotesi dello scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazione mafiosa. Atto che in un altra città sarebbe già scattato automaticamente, ma che per la capitale prefigura un gravissimo danno per la sua immagine all’estero, e per quella dell’Italia tutta. È la stessa dinamica dell’abolizione della chiusura degli stadi per discriminazione territoriale, sanzione cancellata per evitare ulteriori figuracce mondiali dopo lo scivolone estivo sulla buccia di banana del candidato presidente della FIGC Carlo Tavecchio, poi eletto. Alfano ridimensiona il fenomeno della corruzione romana e usa parole diverse rispetto a quelle che normalmente si adoperano per definire Napoli, Palermo, Reggio Calabria e tutte le città del Sud in cui il mondo imprenditoriale che conta non investe più per evidente massacro mediatico, vera metastasi del meridione. Da Roma in su invece sembra esserci sempre una cura per eliminare il tumore senza lasciare tracce dell’infezione. Il fatto è che, proprio come sui Rom e sui profughi che fruttano più della droga, anche sui meridionali – che non producono e comprano merci del Nord – poggiano i privilegi della ricchezza prodotta, e chi la detiene non intende perderla.

Quando la corruzione partita dal Nord è colpa del Sud

Angelo Forgione – TG1 Economia del 29 settembre ha trasmesso un servizio sulla corruzione italiana, fenomeno caratteristico e dannoso del nostro Paese, in cui il presidente della Corte dei Conti Raffaele Squitieri ha precisato che «sostenere che il Sud sia il luogo dove la corruzione è maggiore è assolutamente falso». Il problema è che qualcuno la chiama “meridionalizzazione”, ricalcando scorrettamente l’identificazione della parola «corruzione» con il solo Sud, mentre la storia recente dice invece che la “Tangentopoli” di “Mani Pulite” degli anni Novanta è nata nella Milano di Bettino Craxi, da inchieste sugli amministratori del capoluogo lombardo, preludio ai crac emiliani di Parmalat e Bipop Carire e alle più recenti vicende della Tav piemontese, dell’Expo milanese e del MoSE veneziano. La stessa disinvolta impostazione giornalistica del servizio è deformata e insinua un peccato originale che non sussiste: «La corruzione non è confinata solo al Sud-Italia ma sempre più nazionale». Messa così sembra che sia stato il Mezzogiorno a contagiare il resto d’Italia, ma chi conosce la storia della corruzione in Italia sa bene che il teorema è facilmente sovvertibile, perché fu il governo del Regno d’Italia a delegare i politici meridionali a sostenere rapporti con le mafie per ricorrervi in occasione di tornate elettorali, mentre da Roma in su si verificava un’incredibile esplosione di scandali e fallimenti bancari che scandivano lo sviluppo politico post-unitario.
Del resto, è da sempre il Nord l’area di più forte economia dove l’intreccio tra politica, finanza e imprenditoria movimenta enormi flussi di danaro, creando miracolose opportunità di arricchimento illecito. L’immoralità del Sud, diversamente guasto, è favorita dell’economia debole ed è una conseguenza tipica dei paesi meno sviluppati. Meno tipica è l’immoralità nei paesi dalle economie solide, come dimostra l’ultima classifica dei coefficienti di corruzione di 177 Paesi nel mondo, redatta dalla ong Transparency International.