Enzo Avitabile conquista il David di Donatello con la sua ‘Musica sacra popolare’

“Voglio ringraziare Napoli, il mio quartiere Marianella, le periferie di Napoli e del mondo per l’ispirazione”. Questa le parole di Enzo Avitabile alla vittoria dei David di Donatello come “Miglior musicista”, per aver composto la colonna sonora del film “Indivisibili” di Edoardo De Angelis, e come “Miglior canzone originale”, per “Abbi pietà di noi”, brano contenuto nella stessa colonna sonora.
Non un ringraziamento privo di significato, perché l’intima ispirazione di Avitabile nasce proprio da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, teologo moralista di Marianella e pure musicista, scrittore nel Settecento di Tu scendi dalle stelle e Quanno nascette Ninno a Bettalemme. Sant’Alfonso era un gran comunicatore, e ai fedeli della periferia di Napoli preferiva esprimersi proprio in napoletano per un’immediatezza di comprensione, ripetendo in musica l’operazione compiuta col Presepe napoletano. Così diede vita alla ‘Musica sacra popolare‘, che oggi continua a vivere in forme moderne e diverse grazie ad artisti di rilievo come Avitabile, l’altrettanto colto Gianni Aversano di ‘Napolincanto’ e, nel basso Lazio, Ambrogio Sparagna.

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La storia devozionale di Enzo Avitabile a Mizar, rubrica del Tg2 (2012)
parte 1 ► https://www.youtube.com/watch?v=EUC3ikR90DU
parte 2 ► https://www.youtube.com/watch?v=J3phlLu-ges

Il filosofo torinese: «solo un ignorante padano può negare che il Nord ha colonizzato il Sud»

Diego Fusaro è nato a Torino nel 1983, insegna filosofia in Università a Milano e si considera dissidente e non allineato. Non è un filosofo meridionale ma non c’è bisogno di provenienza geografica quanto di onestà intellettuale per affermare in un’emittente nazionale milanese, da settentrionale del “triangolo industriale”, che «L’Italia è nata come colonizzazione del Nord ai danni del Sud. Il Nord ha portato via tutte le ricchezze del Sud, l’ha piovrizzato, come diceva Gramsci, e ancora oggi ci stiamo portando appresso questo problema. È inutile negarlo. Solo l’ignoranza storica di certi sedicenti padani può ignorare questo aspetto fondamentale. Bisogna studiare… studiare e studiare. Senza questo non si va da nessuna parte».
E ancora, «L’Unità d’Italia si fonda sul sangue con cui il Nord ha invaso il Sud. Ma non lo dico io, lo dice la storia… I politici vogliono mantenere la Sicilia in una situazione di deficit. È lo Stato che corrompe la Sicilia, non è la Sicilia che è corrotta in quanto tale».

8 dicembre, Festa napoletana nel mondo cattolico

Dalla guglia di Napoli alla colonna di Roma, Napoli decisiva nella la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione, Patrona delle Due Sicilie.

Angelo Forgione – La solennità dell’Immacolata Concezione è antica, importata nell’Italia meridionale dai monaci bizantini e inserita nel calendario della Chiesa universale da papa Alessandro VII con la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum dell’8 dicembre 1661. La Festa in suo onore celebra un dogma cattolico proclamato l’8 dicembre 1854 da papa Pio IX, che, con la bolla Ineffabilis Deus, fece della Vergine Maria l’unica creatura concepita senza quel peccato originale che invece appartiene a ogni essere umano alla nascita. Tre anni dopo fu eretto un monumento celebrativo a Roma, in piazza Mignanelli, adiacente a piazza di Spagna. Il Pontefice fece installare una colonna con una statua bronzea della Madonna alla sua sommità, inaugurata l’8 dicembre 1857 col fondamentale aiuto di 220 pompieri. Dal 1953, il Papa di turno esce dal Vaticano ogni 8 dicembre e si reca ai piedi della Colonna per presenziare all’affollata cerimonia dell’offerta di una corona di fiori apposta proprio dai Vigili del Fuoco sulla statua della Madonna, una tradizione inaugurata nel 1923.
Nel percorso di definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione, fondamentale importanza la ricoprì il vicino Regno delle Due Sicilie. Dietro il monumento romano si intrecciano infatti le storie delle cattolicissime Roma e Napoli, a quel tempo preunitario vincolate dall’amicizia tra Pio IX e Ferdinando II delle Due Sicilie, tant’è che, nel 1852, il Re di Napoli era stato ospite con tutta la famiglia a Castel Gandolfo, dopo che, nel novembre 1848, il Papa era stato ospitato nella napolitana Gaeta durante il suo riparo dalla Repubblica Romana di Mazzini, Saffi e Armellini. Fu proprio a Gaeta che il Santo Padre, preoccupato per le sorti della Chiesa di Roma, ascoltò le parole del Cardinale Luigi Lambruschini: «Beatissimo Padre, Voi non potrete guarire il mondo che col proclamare il dogma dell’Immacolata Concezione. Solo questa definizione dogmatica potrà ristabilire il senso delle verità cristiane e ritrarre le intelligenze dalle vie del naturalismo in cui si smarriscono». Da Gaeta, Pio IX indirizzò a tutto l’episcopato cattolico l’enciclica Ubi Primus Nullis per accogliere i pareri (in larga parte favorevoli) dei Vescovi sull’eventuale proclamazione del dogma. Il Papa vi rimase fino al settembre 1849, per trasferirsi a Napoli, dove alloggiò alla Reggia di Portici, che lasciò nell’aprile del 1850 per rientrare finalmente nella liberata Roma, dirigendosi direttamente al Vaticano, scelto come sua nuova residenza in luogo del Quirinale.
Durante la permanenza nella capitale dello Stato borbonico, il Papa benedisse i napoletani dal balcone del Palazzo Reale, sperimentò per la prima volta un viaggio in treno sulla linea Napoli-Nocera, visitò le officine ferroviarie di Pietrarsa, andò alla Reggia di Caserta e nell’enclave di Benevento. Il lungo soggiorno nei territori borbonici gli diede modo di avvertire di persona la grande devozione napoletana alla Vergine Maria. Lì, a Napoli, esisteva già un monumento dedicato all’Immacolata, eretto tra il 1747 e il 1750. Re Carlo di Borbone e la consorte Maria Amalia si erano fatti promotori della realizzazione di un monumento barocco dedicato alla Vergine, una scultura che ricalcasse una “macchina da festa”, da collocarsi nel centro della piazza del Gesù Nuovo. Il delegato alla raccolta dei fondi necessari, il gesuita Francesco Pepe, evangelizzatore instancabile che attirava moltitudini di fedeli, aveva messo insieme le tantissime elemosine dei cittadini devoti alla Vergine Maria, vogliosi di vedere presto nello slargo un monumento alla Patria Napolitana che ne rappresentasse la fede del popolo. La Guglia significò i tre componenti della Nazione partenopea tornata indipendente: la Chiesa, la Famiglia reale e il Popolo. Un’altra guglia era, sin dal 1733, pure a Bitonto, dove il culto mariano era fortissimo già dal forte terremoto che nel 1731 aveva colpito la cittadina pugliese. La successiva battaglia del maggio 1734, combattuta dalle truppe di Carlo di Borbone contro quelle austriache, i cui esiti avevano consegnato definitivamente il Regno di Napoli alla nuova indipendenza, aveva convinto la risparmiata popolazione locale che la Vergine vegliasse su Bitonto, proclamata perciò Patrona della città. E sempre Carlo di Borbone volle la costruzione del monumentale Palazzo dell’Immacolatella nella zona portuale di Napoli, caratterizzato dalla statua della Vergine Maria alla sommità dell’edificio e da altri simbolismi mariani.
La festività dell’8 dicembre era già molto sentita nello Stato meridionale perché celebrativa della Patrona speciale della Patria Napolitana. Fu proprio l’8 Dicembre del 1816 la data in cui, dopo il periodo napoleonico e il Congresso di Vienna, i due regni di Napoli e di Sicilia erano stati riuniti nel Regno delle Due Sicilie con la “Legge fondamentale del Regno”, un’entità statale spiccatamente mariana.
Pio IX, profittando del suo esilio napoletano, visitò chiese e istituti religiosi per toccare con mano quanto il clero del Mezzogiorno considerasse Napoli la vera autorità di riferimento, e non Roma, riscontrando una fortissima attesa della definizione del dogma dell’Immacolata. L’episcopato del Regno napoletano aveva già avviato delle petizioni che furono presentate il 27 settembre 1849 al Papa, allorché si recò al Gesù Nuovo per venerare l’Immacolata, e integrate da numerose altre una volta rientrato in Vaticano nel 1850, quando iniziò a lavorare per approntare la bolla definitoria dell’Immacolata Concezione. L’8 dicembre 1854, Pio IX celebrò in San Pietro la proclamazione del dogma e Ferdinando II, durante la consueta parata al Campo di Marte (attuale zona aeroportuale di Capodichino), ne ricevette l’annuncio telegrafico, ordinando un solenne Te Deum di ringraziamento. Il Popolo Napolitano accolse con gioia l’evento che rendeva universali i festeggiamenti per la Protettrice del Regno delle Due Sicilie in tutto il mondo cattolico.
Nel 1857, dunque, Roma ebbe il suo monumento mariano, analogo a quello di Napoli. Affine fu il metodo di finanziamento, perché se quello napoletano era stato realizzato con le offerte del popolo, quello romano fu realizzato proprio con soldi napoletani. Li elargì Ferdinando II a Pio IX in cambio dell’abrogazione definitiva di un antico tributo di sudditanza feudale, la cosiddetta “Chinea”, che Napoli aveva pagato in tempi antichi a Roma con la consegna affidata a un cavallo bianco condotto davanti la basilica di San Pietro ogni 29 giugno. L’omaggio era sorto coi Normanni nel 1059 e il suo plateale cerimoniale fu cessato da Ferdinando IV nel 1788, dopodiché la fiera e illuminista Napoli, non più disposta alla sudditanza, aveva dato sempre meno importanza alle annuali pretese della Santa Sede. Il 25 giugno 1855, Ferdinando II chiese a Pio IX di desistere dalle mai cessate richieste e, in forma di “buona uscita”, propose 10.000 scudi pontifici per l’erezione in piazza di Spagna di una colonna da dedicare all’Immacolata Concezione, sulla falsa riga di quella napoletana. Il Papa accettò, e il 5 luglio fece registrare ufficialmente la cessazione del tributo.
L’8 dicembre del 1856, durante la festosa sfilata delle truppe nazionali al Campo di Marte, Ferdinando II subì l’attentato di Agesilao Milano, un soldato che uscì dalle righe e gli si scagliò contro colpendolo due volte con la lama della baionetta. Il Re fu ferito ma rimase stoicamente al suo posto e, dopo essere tornato a Palazzo Reale, fu visitato dai medici con esito tranquillizzante. Per ringraziare la Patrona del “miracolo”, fu decisa l’edificazione di un tempio all’Immacolata al Campo di Marte, la cui prima pietra fu posta dopo otto mesi di raccolta di offerte volontarie. La chiesa dell’Immacolata Concezione è ancora oggi molto popolare a Capodichino, affollata dai fedeli in piazza Giuseppe Di Vittorio, all’imbocco del Corso Secondigliano.
Secondo il parere del professor Gino Fornaciari, ordinario di Storia della Medicina e Direttore della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa, l’attentato ebbe probabilmente la sua importanza postuma poiché forse causò la morte per male oscuro di Ferdinando II dopo qualche anno, a causa delle ferite trascurate. Scomparso nel 1859 l’autoritario sovrano, gli eventi per il Regno di Napoli precipitarono e la protestante Londra armò il Piemonte per spazzare via la cattolicissima Napoli dallo scacchiere geopolitico e fare del Risorgimento una guerra contro la Chiesa cattolica di Roma e contro la concorrente Napoli. Proprio a Gaeta si rifugiò l’erede Francesco II per risparmiare alla sua capitale le sofferenze di una guerra all’ultimo stadio. E proprio l’8 dicembre del 1860, il giovane Re decretò la resa al Piemonte con uno struggente proclama che si chiudeva con una preghiera al “sommo Iddio” e alla “invitta Immacolata protettrice speciale del nostro paese”. La “fedelissima” Gaeta pagò l’ospitalità al Papa del 1848 e fu rasa al suolo dai cannoni rigati piemontesi. La Francia cattolica di Napoleone III assicurò ancora protezione a Roma, sostenendo l’Unità d’Italia ma assicurando il potere temporale di Pio IX. E fu proprio il piroscafo francese Mouette ad accompagnare in esilio Francesco II e Maria Sofia, per essere ospitati proprio a Roma dal Santo Padre, in segno di gratitudine per quanto fatto in passato. Nel 1870, con la breccia di Porta Pia, il potere temporale crollò definitivamente, ma la nuova Italia doveva restare cattolica e Vittorio Emanuele II, dopo lo spostamento della capitale da Torino a Firenze (per volontà di Napoleone III) e la successiva invasione di Roma, dovette riconoscere al Pontefice speciali immunità, gli onori di Capo di Stato, una rendita annua e il controllo sul Vaticano e su Castel Gandolfo. Pio IX scomunicò Casa Savoia per la politica ostile alla Chiesa, provvedimento reiterato tre volte e ritirato nel 1878, in punto di morte di Vittorio Emanuele II, ma solo perché il Re dell’Italia cattolica non poteva morire senza sacramenti.
L’Italia era divenuta politicamente e militarmente piemontese per volontà francese e inglese, ma napoletana e romana nel costume, nella religione e nella cultura. Compresa la celebrazione dell’Immacolata dell’8 dicembre, che, non per caso, vede continuare Napoli e Roma a procedere a braccetto nei festeggiamenti. Se a Roma è il Papa a presenziare all’omaggio dei Vigili del Fuoco alla colonna mariana, a Napoli è sono il Sindaco e il Cardinale a porgere sempre ai pompieri un fascio di rose da deporre tra le mani della statua della Vergine sulla Guglia. In altre città italiane, dopo l’affermazione del dogma mariano, sono sorte colonne dedicate alla Vergine Maria, la Regina che Napoli volle innalzata al cielo.

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Spezzata una colonnina di piperno di Palazzo Reale

Spezzata una colonnina di piperno di Palazzo Reale
catena di recinzione usata come panchina?

Angelo Forgione – Ancora danni a Piazza del Plebiscito. Ieri è collassata una delle catene che fanno da recinto alle arcate vuote del portico di Palazzo Reale, precisamente quella tra la statua (danneggiata) di Alfonso d’Aragona e l’arco di ingresso. Questo perchè la colonnina di piperno di sostegno destro ha ceduto per qualche pressione e si è spaccata. Lo si capisce dalla sezione della spaccatura, trasversale e non orizzontale a partire dal perno della catena, cosa che fa intuire una forza esercitata verso il basso. Che la pressione in quel punto sia stata forte o comunque prolungata nel tempo lo si può evincere dall’altra colonnina di sostegno a sinistra che presenta una crepa proprio all’altezza del perno.
Dunque, le ipotesi sono due: da escludere un mezzo pesante in errore di manovra che non avrebbe sezionato in quel modo la colonnina a meno che la catena non si fosse impigliata per poi essere tirata in avanti. Più plausibile un atto vandalico dei soliti ragazzi che usano la facciata del palazzo come porta da calcio oppure, come ipotesi più verosimile, un cedimento strutturale dovuto all’uso improprio e prolungato nel tempo della catena come panchina. Difatti, capita spesso di vedere persone sedutevi, e tale ipotesi è eloquentemente supportata dall’immagine di google maps della piazza il cui particolare inerente al luogo del danno mostra due persone sedute proprio sulla catena (clicca sulla foto per ingrandire).
Stavolta, invece di parlare di vandalismo è forse più il caso di aprire un altro dibattito: le panchine in piazza no?