Ai David di Donatello 2018 vince Napoli

Angelo Forgione Incetta di premi per film, registi, attori e maestranze napoletane e, se non napoletane, declinate alla napoletana nel galà del cinema italiano, concluso da Carlo Conti e i Manetti bros con un meritato «viva Napoli» a proclamare la vincitrice morale dei David di Donatello 2018.
Nelle ultime pagine di Napoli Capitale Morale, al capitolo “Verso il futuro”, scritto un anno fa, scrissi:

Tra tutto ciò che manca per far deflagrare un pur interessante incremento turistico affiora però un risveglio culturale, in una Napoli che offre al Paese una nuova importante generazione di scrittori, musicisti, registi, attori e produttori di animazioni, mentre la produzione culturale milanese, in ogni suo ambito, risulta in stallo. Tutto combacia con una nuova rilettura della storia partenopea, una sentita riscoperta identitaria […].

Provate a cassarla questa città, se proprio non volete valorizzarla, e avrete meno cinema, meno animazione, meno musica, meno teatro, meno letteratura e meno sapori. Avrete meno cultura italiana.

Enzo Avitabile conquista il David di Donatello con la sua ‘Musica sacra popolare’

“Voglio ringraziare Napoli, il mio quartiere Marianella, le periferie di Napoli e del mondo per l’ispirazione”. Questa le parole di Enzo Avitabile alla vittoria dei David di Donatello come “Miglior musicista”, per aver composto la colonna sonora del film “Indivisibili” di Edoardo De Angelis, e come “Miglior canzone originale”, per “Abbi pietà di noi”, brano contenuto nella stessa colonna sonora.
Non un ringraziamento privo di significato, perché l’intima ispirazione di Avitabile nasce proprio da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, teologo moralista di Marianella e pure musicista, scrittore nel Settecento di Tu scendi dalle stelle e Quanno nascette Ninno a Bettalemme. Sant’Alfonso era un gran comunicatore, e ai fedeli della periferia di Napoli preferiva esprimersi proprio in napoletano per un’immediatezza di comprensione, ripetendo in musica l’operazione compiuta col Presepe napoletano. Così diede vita alla ‘Musica sacra popolare‘, che oggi continua a vivere in forme moderne e diverse grazie ad artisti di rilievo come Avitabile, l’altrettanto colto Gianni Aversano di ‘Napolincanto’ e, nel basso Lazio, Ambrogio Sparagna.

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La storia devozionale di Enzo Avitabile a Mizar, rubrica del Tg2 (2012)
parte 1 ► https://www.youtube.com/watch?v=EUC3ikR90DU
parte 2 ► https://www.youtube.com/watch?v=J3phlLu-ges

Ferrero nel quadrilatero dell’arte per il capolavoro Rocher

ferrero_rocher

Angelo Forgione Tra le tendenze pubblicitarie degli ultimi anni c’è sicuramente il tema dell’arte e della bellezza delle città italiane. Si è accodato anche il colosso dolciario d’origine piemontese Ferrero, che propone una nuova campagna pubblicitaria della sua perla di cioccolata Rocher incentrata sul concept del capolavoro. Il noto cioccolatino ispirato alle perfette rotondità italiche del Classicismo, del Romanico-bizantino, del Rinascimento e del Neoclassicismo, alla bellezza delle città-gioiello ricche di storia. Su questo ha puntato l’agenzia Publiregia, con la regia di Ago Panini, la fotografia di Alessandro Bolzoni e la musica di Enrico Sarena. Quattro godibilissimi corti, girati a Napoli, Roma, Firenze e Venezia, nel quadrilatero dell’arte d’Italia.
Protagonista un uomo dall’aspetto maturo, perduto tre le meraviglie della Penisola, nel suo abito sartoriale di lino e borsalino in mano a significare la raffinatezza del made in Italy anche in fatto di cultura e cibo. Lui, artista dei tempi moderni, si lascia sedurre dalle curve artificiali (a Napoli, anche dalle quelle naturali del Golfo; ndr) e prende a disegnare. Niente computer o moderni dispositivi digitali ma tradizionali foglio e stilo. A mano, come un tempo, dà sfogo al suo talento schizzando quel che le forme delle perle d’Italia gli comunicano. Poi, continuando davanti a un caffè, il fil rouge dei quattro spot, giunge l’intuizione. Su carta ci va la grande idea incorniciata nelle perfette curve italiane. L’artista va dritto in pasticceria, dove l’idea diventa materia. Così, con cascate cioccolatose su anime nocciolate, nasce il capolavoro di casa Ferrero. Tra suggestioni d’arte e di piacere, l’invito è ben chiaro nel payoff: “Assapora la Bellezza”.

Guarda anche gli spot a Roma, ► a Venezia e a Firenze.

Galasso contro il borbonismo, ma gli storici stranieri non lo aiutano

Angelo Forgione – ll prof. Giuseppe Galasso, con un articolo sul Corriere del Mezzogiorno del 12 luglio, è tornato sui temi del revisionismo risorgimentale e sul successo di alcuni libri scritti negli ultimi anni che raccontano di malaunità. «Il paradiso borbonico? È solo un’invenzione nostalgica», dice lo storico napoletano, ma gratuitamente. Certo che non si trattava di eden terrestre, perché il paradiso in terra non esiste e di certo non lo era neanche il Regno delle Due Sicilie. È cosa nota a chi si occupa di certi temi in modo equilibrato, come lo è che tanto il Nord quanto il Sud di quell’Italia fossero entrambi economicamente arretrati rispetto all’avanguardia europea. Sì che qualcuno ha enfatizzato la favola del Regno borbonico in grado di issarsi a terzo paese più industrializzato d’Europa, e non poteva certo esserlo uno Stato che, come tutti quelli preunitari, pur con una sua certa industrializzazione nascente, era certamente sbilanciato verso un’economia prevalentemente agricola. Le campagne meridionali erano impiantate nella povertà come quelle settentrionali, e i disagi dell’entroterra del Sud non erano una specificità. La vera specificità era semmai l’importanza di Napoli, di una città capitale che non c’era altrove. Era l’importanza della gran Capitale di allora a rendere più evidente la differenza tra città e campagna. Ma la rivisitazione dei fatti risorgimentali, quella seria, tende a riequilibrare il divario Nord-Sud, a dimostrare che non esisteva al momento dell’Unità, e che i metodi per conseguirla non furono né ortodossi né finalizzati alla creazione di una nazione omogenea. Lo hanno avvisato altri storici italiani ma preferisco ricordare quello che negli ultimi anni ci hanno detto gli storici stranieri, certamente neutrali rispetto alla vicenda. L’americano Michael Ledeen, ad esempio, per cui i Piemontesi crearono dei campi di concentramentoe “l’unificazione non è stata un fatto positivo per Napoli”. L’inglese David Gilmour, per cui “i napoletani si sarebbero mostrati più leali nei confronti dell’Italia dopo il 1861, se fosse stato consentito loro di mantenere il sistema di regole messo a punto dai Borbone, decisamente superiore a quello dei piemontesi”. E persino John Anthony Davis, altro americano esperto in materia, per il quale “nel 1860 le differenze economiche tra il Nord e il Sud erano di gran lunga inferiori a quelle che ci sarebbero state 40 anni più tardi quando lo stato italiano smantellò le barriere protettive che avevano portato allo sviluppo delle industrie tessili, di ingegneria e di edilizia navale meridionali”.
Davis se l’è presa pure con Benedetto Croce, teorizzatore dell’arretratezza meridionale, e non ha sbagliato il bersaglio. Il filososo abruzzese, infatti, si allineò ai vari storici postunitari cui, subito dopo la creazione dell’Italia unita, fu assegnato l’incarico di creare una storia che appartenesse a tutti, in cui andava rappresentata la grandezza del Paese e di cui il popolo potesse essere orgoglioso. Quella schiera – non ancora esaurita – ebbe licenza di edulcorare, romanzare, cambiare e ribaltare a piacimento le storie e i personaggi con un obiettivo superiore: l’invenzione pilotata di una storia nazionale, che avrebbe dovuto avere una credibilità per infondere una fede nell’Unità, rafforzare la coscienza dell’italiano nuovo e costruire un Paese unito nella memoria dei miti fondanti della Nazione e delle battaglie che avevano condotto all’indipendenza. Fu un fallimento, che stette nella volontà superiore di non integrare le culture locali in quella nazionale unica da consolidare. La vera Italia, quella dei dialetti e delle molteplici culture, fu soffocata, e l’Unione imposta dall’alto interruppe le contaminazioni reciproche delle diversità, fonte di crescita e produzione culturale. Così nacque una Nazione che non apparteneva storicamente a nessuno, e poco è cambiato da allora.
Chi abusa dei record duosiciliani e dei soprusi piemontesi è probabilmente la gente della strada, ed è proprio di questa che Galasso si lamenta quando scrive che “oggi il primo che incontrate per strada vi fa lezioni su primati borbonici o saccheggi sabaudi”. È la spia di un sentimento diffuso che si nutre pur sempre di una narrazione alternativa proposta da storici e seri scrittori, che resta tale, per quanto faccia facilmente presa su un popolo forse incapace di autogovernarsi ma comunque in cerca di riscatto. E per uno storico contemporaneo meridionale che dice che il Sud non fu colonizzato (perché sarebbe anche rilevante una folta rappresentanza politica meridionale nella storia unitaria) ce n’è un altro del passato che nel 1911, in pieno cinquantennio del Regno d’Italia, si chiese già “a che scopo continuare con questa Unità in cui siamo destinati a funzionare da colonia d’America per le industrie del Nord?”. Si trattava di Gaetano Salvemini. E anche in tal senso poco è cambiato da allora, anzi nulla. Il Nord ha iniziato a camminare e il Sud è indietreggiato nelle gerarchie continentali a tal punto da risultare oggi la macroarea più povera d’Europa. È per questo che le pubblicazioni sgradite a Galasso fioccano. Dunque, preoccuparsi dell’antitalianismo borbonizzante appare esercizio di disappunto più dannoso dell’antitalianismo stesso. Così si osserva un malato in coma da una cattedra, senza far nulla, neanche una preghiera, affinché si risvegli.

Mastelloni, veleno su Napoli: «È tutta malfamata. Io mi sento romano»

Bruttissime parole di Leopoldo Mastelloni su Napoli a La Zanzara su Radio 24, uno dei programmi radiofonici più discriminatori del panorama nazionale. Cruciani prepara quintali di vergogna e lui li catapulta sulla città.

«Io mi sento romano. Vivere a Napoli è un percorso di guerra. Io ci vado solo per il teatro, altrimenti non mi riguarda. Essendo una città piccola (detto da un “romano”) è dominata dal malcostume della provincia. È malfamata tutta. C’è bisogno dell’esercito. Il sociologo napoletano De Masi (che non è napoletano; ndr) ha ragione a condannarla. Salvini dice cose giustissime su Napoli e io lo voterei.»

Mastelloni ha probabilmente strumentalizzato il furto nella sua casa di Chiaja dello scorso giugno per colpire la Napoli delle istituzioni da cui si sente trascurato, ben consapevole che la sua casa di Roma è stata svaligiata più volte. Il colpo basso arriva a tutta la città e ai suoi cittadini, in una trasmissione nazionale che fa di un certo credo discriminatorio la propria linea editoriale. E di questo si è parlato anche alla trasmissione La Radiazza su Radio Marte.

David Nordmann, il vagabondo innamorato di Napoli

vagabondoDavid Norman è un ragazzone tedesco improvvisamente scomparso a dicembre da Bolzano, dove risiede. I genitori ne hanno denunciato la scomparsa e chiesto aiuto a Chi l’ha visto?, la popolare trasmissione di Rai Tre. Dopo le prime ricerche, è stato segnalato a Napoli, dove si sarebbe diretto per incontrare Rafa Benitez. In moltissimi testimoni hanno informato che il giovane viveva da homeless nella Galleria Umberto I. E in effetti il ragazzo è stato rintracciato nella città vesuviana, in buone condizioni di salute e assolutamente sereno. Nessun segno di squilibrio ma solo un’avventura che si è trasformata in un grande amore. Arrivato a Napoli, Davide ha scoperto l’umanità napoletana, ha dimenticato mamma e papà e si è disinteressato di Benitez. Si è innamorato della città vesuviana, della sua gente, e ora vuole restarci ancora un po’, da turista cittadino del mondo. Ha scelto la Galleria perché ha alzato gli occhi alla scoperta della città che lo attraeva e in quel posto ha letto un’epigrafe dove c’è scritto che un suo illustre connazionale, Wolfgang Goethe, era stato a Napoli e l’aveva amata. Tra qualche giorno incontrerà Benitez e la squadra del Napoli. I genitori di David possono tirare un sospiro di sollievo: nessuna patologia psichica, il figliolo è solo affetto da perduto amore per Napoli e si è immedesimato in un viaggiatore del Grand Tour.
Storia romantica di un normalissimo ragazzo rapito inaspettatamente dall’umanità di Napoli; una perfetta sceneggiatura che De Laurentiis – perché no – potrebbe adottare per un film ispirato a una storia vera che parla di passione sportiva e bellezza napoletana.

“A Napoli ognuno vive in una inebriata dimenticanza di sé. Accade lo stesso anche per me. Mi riconosco appena e mi sembra di essere del tutto un altro uomo. Ieri pensavo: O eri folle prima, o lo sei adesso”.

“Ricordai pure con commozione mio padre, cui proprio le cose da me vedute oggi per la prima volta avevano lasciato un’impressione indelebile. E così come si vuole che chi abbia visto uno spettro non possa più ritrovare l’allegria, si potrebbe dire all’opposto che mio padre non riuscì mai ad essere del tutto infelice, perché il suo pensiero tornava sempre a Napoli”.

Johann Wolfgang Goethe

Londra e Milano si inchinano a Napoli

David Cameron e Phillip Blond

Angelo Forgione – Affascinato dal paradigma dell’Economia Civile di Antonio Genovesi, che, come più volte ho scritto in questo blog e, soprattutto, nel mio libro Made in Naples, è la teoria economica che può risolvere i problemi italiani e dell’Europa contemporanea, ho scovato un’interessante confessione di Phillip Blond, il teologo anglicano e uomo politico inglese che ha formulato per il Primo Ministro britannico David Cameron la Big Society, un programma di riforme apparentemente rivoluzionario col quale lo stesso Cameron ha vinto le elezioni nel 2010. Qualche mese dopo il suo arrivo al n. 10 di Downing Street, Phillip Blond presenziò a un convegno all’Università Cattolica di Milano. Da quanto si può leggere in una relazione di Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia Politica all’Università di Bologna e presidente dell’Agenzia per il terzo settore, in quell’occasione il consulente di Cameron dichiarò al pubblico:
«Noi inglesi credevamo di essere arrivati per primi ma dobbiamo riconoscere agli italiani e ai napoletani in particolare di averci anticipato.»
E infatti, in Made in Naples scrivo:
“Nel maggio 2010, il premier britannico David Cameron vinse le elezioni con un programma di riforme contenente la rivoluzione della
Big Society, un modello sociale per assegnare ai cittadini parte del potere detenuto interamente dallo Stato e del mercato. Niente di nuovo per una teoria completamente mutuata dall’Economia Civile di Antonio Genovesi di due secoli e mezzi più vecchia. La patria del capitalismo, pur ricca e dinamica, si sta evidentemente accorgendo che il proprio modello necessita di modifiche. Il paradosso, dunque, è che l’Italia lasci inaridire le radici napoletane dell’Economia, pur essendo detentrice del modello economico più valido e moderno. Il delitto è che non lo rivaluti, tenendo in vita quello straniero (l’Economia Politica di Adam Smith) che l’ha inginocchiata.”
Stefano Zamagni, che in un’altra relazione orale sul web smaschera Blond (guarda il video), si rammarica nello scritto che l’Italia abbia disimparato quello che gli inglesi vengono a imparare in Italia, e si irrita per il fatto che “non sappiamo valorizzare le nostre radici che sono di gran lunga superiori a quelle degli altri”. Il cattedratico riminese afferma anche che “l’illuminismo napoletano ha una marcia in più rispetto a quello milanese – anche se c’è Beccaria”, affermando questo concetto pure negli ambienti accademici milanesi, tant’è che lo scorso 14 novembre ha tenuto una discussione all’Istituto Lombardo di Milano in occasione del convegno internazionale “Antonio Genovesi maestro degli economisti lombardi nell’età dell’Illuminismo”, sulla cui presentazione si leggeva: “gli economisti dell’Illuminismo lombardo hanno mostrato rara efficacia nel recepire e interpretare prontamente il messaggio di Genovesi”.
L’esigenza di un ripensamento dell’economia mondiale ha coinvolto anche papa Francesco, che, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium dello scorso 26 novembre, ha chiesto pubblicamente un’economia più umana, diversa da quella imperante che uccide. In privato, alla vigilia del G8 dello scorso giugno, aveva già avuto uno scambio epistolare con David Cameron, ricordandogli che “il fine dell’economia e della politica è proprio il servizio agli uomini”. La sua lettera era piena di concetti formulati a Napoli da Antonio Genovesi circa due secoli e mezzo fa; concetti che Cameron, evidentemente, conosceva già benissimo, visto il consulente di cui si avvaleva.
Londra e Milano, capitali finanziarie, si inchinano alla cultura economica della povera Napoli, ma questo nessuno lo racconta. Tocca agli economisti illuminati come Zamagni organizzare convegni che facciano luce sulla vera cultura universale di Napoli, e agli scrittori, come il sottoscritto, che sentono il dovere di raccontare un’altra Napoli, all’avanguardia per cultura e dentrice di soluzioni per i mali del mondo moderno. Ma qualcuno ha voluto e vuole che resti in silenzio ed economicamente arretrata. Riflettiamo!