Storia dell’eccellenza cioccolatiera di Napoli

Angelo ForgioneLa storia del cacao lavorato racconta che il primo cioccolatino da salotto, la pralina, fu creato nel 1778 a Torino dal signor Doret, che mise a punto una macchina idraulica automatica per  macinare la pasta di cacao e vaniglia e poi mescolarla con lo zucchero. Qualche decennio più tardi, a Napoli, fu il signor Giuseppe Clouet a costruire una macchina che aveva il “vantaggio di dare al cioccolatte una raffinatezza d’assai maggiore di quello preparato nel consueto modo, evitando lo schifoso sudore dell’operaio ed ogni specie di maneggiamento […] con un cioccolatte pregevole per l’ottimo sapore e per l’eleganza delle forme” (Annali Civili del Regno delle Due Sicilie, volume L, 1854). 
I primi a coltivare l’esotico cacao, migliaia di anni prima, erano stati i Mayo-Chinchipe del Sudamerica, e poi gli aztechi centroamericani. Come per il pomodoro, i primi carichi erano giunti nel 1585 dal Messico per mano dei conquistadores spagnoli, provenienti da Veracruz e sbarcati a Siviglia. Il commercio dei mercanti iberici si espanse con l’uso duplice che fecero del prodotto lavorato, a metà tra alimento di lusso e farmaco.
Nel primo Seicento, Anna d’Asburgo, figlia di Filippo III di Spagna e sposa di Luigi XIII, fece conoscere alla corte francese la bevanda di cioccolata in forma di esotismo di lusso. Furono invece i monaci iberici a comunicare ai francesi l’uso terapeutico della preparazione, stimolato da medici come l’andaluso Antonio Colmenero De Ledesma, che nel 1631 pubblicò a Madrid il Curioso tratado de la naturalezza y calidad del chocolate, un testo completo sulle caratteristiche della pianta di cacao e sulle proprietà curative dei suoi semi, con il quale divulgò per la prima volta la ricetta originale del “xocoatl”, la cioccolata liquida atzeca.
I mercanti spagnoli portarono il cacao anche nei territori italiani, a Napoli e Firenze, ma anche Venezia, smistati dal porto di Livorno. A Torino la prima licenza per fabbricare cioccolata fu rilasciata nel 1678, dopo che il duca Emanuele Filiberto I di Savoia, capitano generale dell’esercito spagnolo, l’aveva portata alla corte sabauda.
La bevanda di cioccolata divenne un prodotto di lusso e di distinzione sociale nel Settecento, poiché i prodotti esotici furono identificati con la superiorità sociale di gusti e cultura. Il loro costo elevato fu giustificato con la necessità da parte delle classi più abbienti di dimostrare il proprio prestigio e la reputazione delle proprie dimore. A Napoli, il ricco mercante iberico Bartolomé de Silva ostentò la sua posizione sociale ordinando 25 libbre di cacao, insieme a 25 libbre di zucchero finissimo e vaniglia, giustificando l’ingente spesa perché “uno deve fare atto di presenza” (Global Goods and the Spanish Empire, 1492-1824: Circulation, Resistance and Diversity, Aram Bethany – Yun-Casalilla Bartolomé, 2014). Senza contare i prestigiosi pezzi di porcellana e argento necessari per il servizio, tra tazze, cioccolatiera e trembleuse, ovvero il vassoio.
Nel secondo Settecento, in un momento in cui si teorizzava la ripresa dell’economia del Regno di Napoli dopo gli anni del vicereame, il lusso venne interpretato dagli esimi economisti Ferdinando Galiani e Antonio Genovesi come fratello alla terrena felicità, e i beni di lusso quali stimolo per la prosperità nazionale, capaci di dare slancio alla società. Giuseppe Maria Galanti, nel 1771, rilevò che il Bilancio del Commercio esterno del Regno, fatto d’ordine del Re, riportava una spesa davvero elevata per l’importazione di cacao, in quantità quasi tripla rispetto al caffè.
A Napoli e a Firenze, in particolar modo, conquistò grande fama il sorbetto di cioccolata, consigliato a fine pasto o durante il pomeriggio dai medici per favorire la digestione. Proprio nel gennaio del 1771 la colta scrittrice inglese Lady Anne Miller, in viaggio a Napoli, annotò nel dettagliato racconto di un ballo di corte dato dall’austriaca regina Maria Carolina alla Reggia di Caserta che dopo le danze, per la cena di mezzanotte, fu servita la cena, conclusa con un abbondante scelta di dessert di cui faceva parte anche la cioccolata ghiacciata (Letters from Italy, 1771, Londra). Alimento freddo, non caldo, anche se non è chiaro se si trattasse di sorbetto o gelato, il primo a base d’acqua, il secondo a base di latte, prodotti di cui Napoli era precorritrice. Proprio nella capitale borbonica, nel 1775, Il medico Filippo Baldini, pubblicò il saggio De’ Sorbetti, primo libro completamente dedicato al particolare prodotto, in cui sosteneva che “l’uso dei gelati aromatici molto dee convenire, come rimedi” per riattivare la circolazione del sangue di quanti erano soggetti a timore e mestizia, e che tra i sorbetti aromatici il più eccellente era quello di cioccolato.
Nel 1794 il noto cuoco di origini pugliesi Vincenzo Corrado, tra i primissimi a scrivere ricette a base di cacao, pubblicò a Napoli Il credenziere di buon gusto – La manovra della cioccolata e del caffè, un trattato in cui insegnava a selezionare, dosare e unire gli ingredienti ponendo attenzione alla qualità e alla corretta esecuzione del complesso procedimento per ottenere il miglior risultato, gustoso al palato e assai digeribile. Dopo di lui, il napoletano Ippolito Cavalcanti testimoniò che nei confini del Regno di Napoli, come in Francia, si usava servire cioccolata alla fine dei pranzi ufficiali.
L’industrializzazione ottocentesca del cioccolato fece esplodere il consumo di cioccolatini e barrette, cioccolata in forma solida che relegò la bevanda in secondo piano rispetto al caffè. Napoli non poteva non essere protagonista del processo di modernizzazione: nella Rivista Contemporanea del 1859, cioè alla vigilia dell’Unità, due sole fabbriche lavoravano a macchina la “cioccolatta”, una a Nizza, allora ancora italiana, e un’altra proprio a Napoli, quella del signor Clouet.
Trentacinque anni dopo, dalla cittadina piemontese di Alba, il cioccolatiere di origine svizzera Isidoro Odin si trasferì proprio a Napoli con la compagna Onorina Gay per aprire una bottega tutta sua in pieno centro, dando origine alla gloriosa storia del cioccolato napoletano di Gay Odin.
Nel solco della storia si inserisce oggi la maestra pasticciera Anna Chiavazzo, che nel suo laboratorio casertano di Casapulla ha dato vita a tre praline ripiene dedicate a tre donne della Reggia di Caserta: le regine Maria Amalia di Sassonia e Maria Carolina d’Asburgo-Lorena e Lady Emma Hamilton. Loro, di cioccolata, ne bevvero certamente in buona quantità alla corte di Napoli.

Il Saviano in salsa giacobina che nasconde i tradimenti

Angelo Forgione Roberto Saviano ci ha raccontato in Sanghenapule (con Mimmo Borrelli) di un San Gennaro laico e giacobino, quello della Repubblica partenopea, ripudiato da una Napoli che odia chi, a suo dire, professa la verità, una Napoli stracciona e feroce, quella dell’esercito sanfedista “che sembra l’Isis”. Quanti passaggi mancano in questo racconto teatrale del 1799 così tagliente? Direi pochi, ma davvero fondamentali.
Il massone Gaetano Filangieri fu davvero il giurista universale che tutto il mondo riformista occidentale lesse con ammirazione, quello che Napoleone definì “il maestro di tutti noi”, del cui pensiero fu forte l’influsso sui “fratelli” francesi e pure su quelli americani, che sul suo “diritto alla felicità” stesero la propria costituzione. Filangieri fu davvero il riformatore che nel dicembre del 1782 scrisse al “fratello” americano Benjamin Franklin di sognare di trasferirsi in America, ma è lo stesso uomo che nel febbraio del 1786 ospitò nella sua abitazione in largo Arianello ai Tribunali il “fratello” tedesco Goethe, il quale annotò nei suoi appunti di viaggio che “il cavalier Filangieri è profondamente rispettoso del suo re (Ferdinando) e del reame, benché non approvi tutto quel che vi accade”. E da quel re, di lì a poco, il noto giurista ottenne la nomina di membro del Supremo Consiglio delle Finanze… re al quale, insieme al “fratello” Antonio Planelli, stava offrendo la sua opera per la stesura dello Statuto di San Leucio, che avrebbe visto la promulgazione nel novembre del 1789 e avrebbe rappresentato il punto di origine della società industriale, ma basata su un corretto sviluppo sociale, e l’inizio di una decennale esperienza sociale di significato universale sulla collina casertana, dove Ferdinando e Carolina avrebbero di fatto convissuto coi coloni sperimentando l’uguaglianza sociale e di genere, nuovi diritti e nuovi doveri. Insomma, il massone Filangieri collaborava col Borbone, come aveva fatto anche il non massone Antonio Genovesi, e il governo borbonico pre-rivoluzioni non si stava sclerotizzando ma, al contrario, provava a reagire alla sclerosi dei latifondisti e della Chiesa, producendo importanti esempi progressisti ispirati proprio dai grandi riformatori.
“I riformisti napoletani creano nuove idee per governare”, dice Roberto Saviano, ed è vero. Ma lo fecero inizialmente in modo legittimista, a braccetto con la monarchia. Erano tutti a corte, e non erano tutti giuristi ma svolgono le professioni più disparate, come il medico personale della Regina, Domenico Cirillo, e la bibliotecaria della Regina, Eleonora de Fonseca Pimentel. E però la volontà della Massoneria napoletana del secondo Settecento di migliorare il governo borbonico divenne stranamente volontà di governare. Stranamente, sì, perché manca alla narrazione di Saviano il concretizzarsi di questa mutazione. Manca il motivo di quello che fu un tradimento esiziale.
La collaborazione e la modernizzazione si incrinarono per i favoritismi della regina Maria Carolina, inizialmente offerti a Francesco d’Aquino, gran calibro tra gli iniziati napoletani, ma poi indirizzati al britannico John Acton, chiamato a Napoli nell’estate del 1778 per riordinare la deficitaria Real Marina. La presenza a corte dello staniero, sempre più ingombrante, generò malumore, e ne approfittò con grande opportunismo un uomo deputato ad amplificare i dissidi. Si trattava del teologo luterano Friederich Münter, massone danese di origine tedesca, personaggio mai menzionato nei libri di storia e tantomeno da Saviano, nonostante la decisiva influenza che ebbe sugli intellettuali napoletani del tempo. Apparteneva all’Ordine degli Illuminati di Baviera, una società occulta, paramassonica e filo-rivoluzionaria, promotrice di un vasto piano eversivo internazionale finalizzato a rovesciare i governi monarchici e le religioni, con l’obiettivo di instaurare un nuovo ordine politico. Münter fu incaricato di viaggiare tra il Regno di Napoli e la Sicilia, in veste di vero e proprio agente segreto in missione per il reclutamento dei massoni del sud della Penisola da rivoltare contro i loro sovrani, e una volta giunto a Napoli, nel settembre del 1785, incontrò diverse personalità vicine alla corte, tra cui Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pagano, ma anche Domenico Cirillo ed Eleonora de Fonseca Pimentel. Approfittando dei malumori sorti per il declassamento del d’Aquino, il teologo straniero esortò tutti a coinvolgere altri Fratelli partenopei nell’istituzione di un ramo locale degli Illuminati di Baviera, e riuscì a convincerli a fondare ‘La Philantropia’, il primo nucleo di illuminatismo napoletano, una loggia eversiva filo-bavarese che, dal giugno del 1786, iniziò a seminare le idee repubblicane a Napoli.
Gli Illuminati puntavano ai grandi calibri internazionali, e Münter, a Napoli, lavorò per sobillare soprattutto Gaetano Filangieri, il faro dell’Illuminismo napoletano apprezzato dall’intero mondo occidentale, senza però riuscire a rivoltarlo contro la monarchia borbonica. Il danese rientrò a Copenaghen nel luglio del 1787 e da lì continuò ad auspicare una nuova riforma massonica partenopea, proseguendo a scambiare lettere con Filangieri e i napolitani. Il gran giurista morì nel luglio del 1788, con funerali prima cristiani e poi massonici, ma “profondamente rispettoso del suo re e del reame”, come scrisse Goethe, anche lui vicino all’illuminatismo di Baviera. Ma l’azione di Münter al Sud diede comunque una più decisa impronta politico-eversiva alla Massoneria napoletana. Molti di coloro che aderirono alla loggia partenopea degli Illuminati erano stati a stretto contatto con Maria Carolina, compreso l’abate vibonese Antonio Jeròcades, massone e sostenitore della Regina prima di entrare in stretto contatto con Münter e di iniziare a diffondere gli ideali anti-borbonici.
Proprio nel momento in cui s’innescavano le prime avvisaglie della Rivoluzione Francese, l’ostilità dei massoni verso la monarchia borbonica crebbe in modo evidente, e poco bastò all’austriaca per accorgersi che i suoi collaboratori della prima ora costituivano ormai una seria minaccia. Una volta avvedutasi delle nuove tendenze politiche degli uomini a lei vicina, la viennese mutò il suo atteggiamento e spinse Ferdinando ad opporvisi con un editto anti-massonico con cui furono chiuse di fatto le porte ai traditori di corte. Le logge napoletane si trasformarono allora in centri clandestini di aggregazione segreta per uomini prontissimi ad abbracciare i principi politici del Giacobinismo rivoluzionario francese e a mettersi in corrispondenza con le società patriottiche di Francia. Antonio Jeròcades, insieme allo scienziato Carlo Lauberg, fondò nel 1793 la Società Patriottica Napoletana, il primo club giacobino della Penisola, di chiara ispirazione filo-francese e di netto orientamento repubblicano. Il movimento partenopeo aprì nel 1794 la fase italiana del giacobinismo insurrezionale, ma venne scoperto e represso duramente con tre condanne a morte. Crebbero in Maria Carolina timori e risentimenti, e la frattura tra monarchia ed élite intellettuale si indirizzò agli eventi del 1799, allorché l’arrivo delle terribili milizie parigine portò massacro per migliaia di uomini del popolo e costrinse Ferdinando e Maria Carolina a mettersi in salvo a Palermo. Circa cinque mesi di governo repubblicano slegato dal basso ceto e dall’identità locale, intento a far calare dall’alto un modello esterofilo, non produssero alcuna riforma, e furono interrotti dalla fine della protezione militare francese ai giacobini napoletani, garantita finché possibile dalle scorribande napoleoniche in Alta Italia. Con la riconquista della città da parte dei sanfedisti guidati dal cardinale Ruffo, la resa dei conti fu repentina e violenta: centodiciannove repubblicani giacobini furono giustiziati, mentre ai graziati furono inflitte detenzioni ed esili.
Indubbiamente, parte della rappresentanza della migliore classe intellettuale partenopea fu spazzata via, ma non si trattò di totale azzeramento. Tanti furono gli uomini graziati che si recarono in altre città settentrionali ed estere, alcuni dei quali tennero in vita un sostrato massonico che si rigenerò all’indomani della riconquista italiana di Napoleone, quando molti esuli napoletani rientrarono con il loro carico di odio più o meno latente verso i Borbone, pronti a far crollare il restaurato ma sempre pericolante Regno delle Due Sicilie.
Friederich Münter morì nel 1830, in pieno vento carbonaro. L’intera corrispondenza tra il teologo danese e i massoni del Sud Italia, sostenuta dal 1786 al 1820, è conservato negli archivi bibliotecari del Grande Oriente d’Italia, testimone di una mutazione genetica e ideologica della Massoneria napoletana, delle cui origini cristiane e legittimiste e dei cui scopi di miglioramento dell’uomo, e non del governo, resta solo quel fantastico testamento di pietra che è la Cappella di Sansevero nel cuore di Neapolis.
Certi particolari il Saviano in salsa giacobina non li ha narrati, ma sicuramente li conosce.
(per approfondimenti: Napoli Capitale Morale)

Il culto del caffè a Napoli (Acino Ebbro – Radio Siani)

Tratto da Radio Siani, l’intervento di Angelo Forgione alla trasmissione Acino Ebbro di Marina Alaimo sulla storia del caffè e del suo radicamento nella cultura napoletana e italiana.

L’intera puntata, con l’intervento di Paola Campana della torrefazione artigianale Campana, che racconta le diverse varietà, le origini geografiche e il metodo di tostatura, è disponibile qui.

 

La Collezione Farnese che Carlo di Borbone salvò da Vienna

Il ministro Franceschini ipotizza il ritorno in Emilia di ciò che appartiene a Napoli

Angelo Forgione Bisogna essere davvero in malafede, se non ignoranti, per ipotizzare un ritorno della Collezione Farnese a Parma e a Piacenza, da dove fu trasferita a Napoli. Ad ipotizzare una simile follia è l’emiliano Dario Franceschini, il ministro dei Beni Culturali, che ha annunciato l’istituzione di una commissione per ridistribuire le opere d’arte nella Penisola, allo scopo di favorire il turismo attraverso “una ricollocazione di pezzi d`arte nei loro luoghi d`origine”. Chiariamoci: Franceschini si riferisce ad alcuni arredi e ai quadri di Ilario Giacinto Mercanti, detto lo Spolverini (non Lorenzo, come si legge nell’intervista al Ministro), attualmente conservati nei depositi di Capodimonte in attesa di rotazione espositiva, che giustamente potrebbero trovare un giusto spazio permanente. Ma in ogni caso i pezzi farnesiani appartengono a Napoli, e da lì non si muovono. Vediamo perché.
I beni farnesiani non appartenevano alle città emiliane ma erano pezzi di una raccolta privata, ereditata da Carlo di Borbone, il sovrano di Napoli che rinunciò al Ducato di Parma e Piacenza per prendere “la più bella corona d’Italia”, come la definì la madre. E chi era? La parmigiana Elisabetta Farnese, regina consorte di Filippo V di Spagna, ultima erede della famiglia visto che lo zio Antonio Farnese era morto nel 1731 senza eredi diretti. Al di là della piena facoltà detenuta da Carlo di Borbone di trasportare ovunque riteneva più giusto quel patrimonio di sculture, tele, armature, arredi e oggetti di ogni tipo, quello che a Parma chiamano furto, e che Dario Franceschini lascia intendere come tale, è in realtà un salvataggio di cui l’Italia ancora oggi deve essere riconoscente. Secondo i trattati che misero fine alla Guerra di Successione Polacca, l’Austria aveva scambiato nel 1735 i più vicini territori ducali di Parma e Piacenza (e Toscana) con quelli meridionali di Napoli e Sicilia e, soprattutto, con la scissione della dinastia borbonica in due rami distinti: quello di Spagna e quello di Napoli. Sempre per gli stessi trattati, la parte emiliana della Collezione Farnesiana, ereditata per intero dalla madre Elisabetta, sarebbe finita nelle mani asburgiche. Carlo, con iniziativa autonoma, evitò la perdita del tesoro di famiglia trasferendo quasi tutto a Napoli, e solo col trattato di pace del 1738 l’Austria rinunciò definitivamente a quanto si custodiva all’ombra del Vesuvio. Quest’atto fu certamente un sacrificio per Parma, che avrebbe in ogni caso salutato la Collezione, ma una provvidenza per l’Italia, senza la quale quel patrimonio sarebbe oggi a Vienna.
Da proprietà privata a proprietà di Napoli, il passo fu compiuto dal successore Ferdinando IV, che, per dare alla capitale dei degni musei, rinunciò alla proprietà privata dell’eredità di famiglia, concessagli in anticipo dal padre Carlo al momento di salire al trono di Madrid, pur di lasciare i tesori a Napoli. Ferdinando rese pubbliche le collezioni che il predecessore aveva fin lì custodito nelle regge. Tolse dai vincoli romani anche la preziosissima parte romana della Collezione Farnesiana, ereditata dalla nonna Elisabetta Farnese e custodita nell’omonimo palazzo romano di famiglia, ricca di sculture della Roma antica rinvenute nel Cinquecento da papa Paolo III Farnese nelle terme di Caracalla.
Insomma, la proposta di Franceschini non sta in piedi. Altro che furto, che tuttalpiù fu agli austriaci. I furti, semmai, li commisero, in sequenza, i napoleonici prima (nel 1799) e i sabaudi poi (nel 1860), e continuano ancora oggi. Proprio come i soldi e le riserve auree del Banco di Napoli, gli arredi delle regge borboniche – porcellane, specchi e mobili di pregio – furono trasferiti nelle residenze sabaude, sostituiti da un brutto riarredo tardo-ottocentesco, mentre Francesco II abbandonò Napoli lasciando tutto inviolato. Presiosi mobili, porcellane e piatti appartenenti alle regge di Caserta e Portici si trovano nei cataloghi d’arte, venduti all’asta a Milano e Londra, dalle case internazionali Christie’s e Sotheby’s. Già 138 dipinti della stessa Collezione farnesiana sono stati riportati in Emilia in epoca fascista, e persino un gruppo scultoreo vanvitelliano del parco della Reggia di Caserta fu trasferito nel giardino del Quirinale a Roma, risistemato dallo scultore Giulio Monteverde come Fontana delle Bagnanti, anche detta Fontana di Caserta. E che dire dei preziosi incunaboli, pezzi unici, della biblioteca del complesso dei Girolamini tanto cara a Giambattista Vico, sottratti con perpetui blitz notturni dal direttore Massimo Marino De Caro, persona legata al senatore e noto bibliofilo Marcello Dell’Utri? E gli strani furti nella storica biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella? Attenzione a parlare di furti quando si parla di storia d’Italia.

David Nordmann, il vagabondo innamorato di Napoli

vagabondoDavid Norman è un ragazzone tedesco improvvisamente scomparso a dicembre da Bolzano, dove risiede. I genitori ne hanno denunciato la scomparsa e chiesto aiuto a Chi l’ha visto?, la popolare trasmissione di Rai Tre. Dopo le prime ricerche, è stato segnalato a Napoli, dove si sarebbe diretto per incontrare Rafa Benitez. In moltissimi testimoni hanno informato che il giovane viveva da homeless nella Galleria Umberto I. E in effetti il ragazzo è stato rintracciato nella città vesuviana, in buone condizioni di salute e assolutamente sereno. Nessun segno di squilibrio ma solo un’avventura che si è trasformata in un grande amore. Arrivato a Napoli, Davide ha scoperto l’umanità napoletana, ha dimenticato mamma e papà e si è disinteressato di Benitez. Si è innamorato della città vesuviana, della sua gente, e ora vuole restarci ancora un po’, da turista cittadino del mondo. Ha scelto la Galleria perché ha alzato gli occhi alla scoperta della città che lo attraeva e in quel posto ha letto un’epigrafe dove c’è scritto che un suo illustre connazionale, Wolfgang Goethe, era stato a Napoli e l’aveva amata. Tra qualche giorno incontrerà Benitez e la squadra del Napoli. I genitori di David possono tirare un sospiro di sollievo: nessuna patologia psichica, il figliolo è solo affetto da perduto amore per Napoli e si è immedesimato in un viaggiatore del Grand Tour.
Storia romantica di un normalissimo ragazzo rapito inaspettatamente dall’umanità di Napoli; una perfetta sceneggiatura che De Laurentiis – perché no – potrebbe adottare per un film ispirato a una storia vera che parla di passione sportiva e bellezza napoletana.

“A Napoli ognuno vive in una inebriata dimenticanza di sé. Accade lo stesso anche per me. Mi riconosco appena e mi sembra di essere del tutto un altro uomo. Ieri pensavo: O eri folle prima, o lo sei adesso”.

“Ricordai pure con commozione mio padre, cui proprio le cose da me vedute oggi per la prima volta avevano lasciato un’impressione indelebile. E così come si vuole che chi abbia visto uno spettro non possa più ritrovare l’allegria, si potrebbe dire all’opposto che mio padre non riuscì mai ad essere del tutto infelice, perché il suo pensiero tornava sempre a Napoli”.

Johann Wolfgang Goethe

La Scala di Milano figlia dell’Illuminismo napoletano

Piermarini mise in pratica a Milano gli studi fatti a Napoli.
Stendhal fu colpito dalla Scala ma poi restò abbagliato dal San Carlo.
Perché il glorioso Massimo napoletano vive all’ombra del milanese.

Il teatro San Carlo nel ‘700

Angelo Forgione per napoli.com
Il Real Teatro di San Carlo è il più antico e, per opinione diffusa, il più bel teatro lirico del mondo. È il luogo in cui è passata la storia e dove la musica è cambiata nel Settecento. Ma come in molti stranieri non conoscono la Reggia di Caserta, allo stesso modo la reggia della musica di Napoli è meno nota e considerata del Teatro alla Scala di Milano. Realmente bellissimo, il San Carlo lo è diventato nel 1817, quando, dopo un incendio devastante, fu ricostruito su progetto di Antonio Niccolini, il quale, in soli sei mesi di lavoro, restituì a Napoli e al mondo il gran teatro, mutato nella sala (oltre che nella facciata da lui realizzata nel 1810), ancor più bella di quella rococò firmata nel 1737 da Giovanni Antonio Medrano. Eppure, il mondo che pensa all’Italia ha come riferimento il Teatro Alla Scala di Milano, che fu costruito nel 1778, quarantuno anni dopo il napoletano, dall’architetto Giuseppe Piermarini, uno dei più celebri, se non il più celebre, degli allievi di Luigi Vanvitelli, architetto dei Borbone di Napoli. Dopo una prima formazione nella sua Foligno, Piermarini si recò a Roma per studiare col suo maestro impegnato per la corte papalina. Il Vanvitelli lo volle con sè una volta chiamato a Napoli da Carlo di Borbone, e lì si dedicò allo studio degli scavi archeologici vesuviani, che, a partire dalla metà del Settecento, iniziarono a sconvolgere prima il gusto vanvitelliano e poi quello di tutti gli architetti seguenti. A Napoli finì il Barocco e nacque il Neoclassicismo, ed è proprio lì che guardavano i nuovi architetti europei.
Tra il 1765 e il 1769, Piermarini collaborò con il Vanvitelli alla Reggia di Caserta. In quegli anni si dedicarono alla realizzazione del raffinatissimo Teatro di Corte, voluto in corso d’opera da Re Carlo. Nel primo progetto vanvitelliano, infatti, il Teatrino non era previsto, ma fu aggiunto per volontà sovrana, visto l’enorme eco che il San Carlo aveva velocemente avuto in tutt’Europa. Carlo pensò bene di far realizzare qualcosa di simile anche nella nuova reggia, in vista delle nozze del figlio Ferdinando IV con Maria Carolina d’Asburgo. Seppur piccolo, stupì per la sua bellezza superiore a quella del primo San Carlo, da cui trasse la tipologia di sala a ferro di cavallo, ossia “all’italiana”, che garantiva un’elevata qualità acustica. Un gioiellino con cinque ordini di palchi interrotti da un Palco Reale che sovrastava l’ingresso centrale, sormontato da una grande corona dalla quale discendeva un ricco drappeggio di cartapesta di colore azzurro dei Borbone con gigli dorati. Sala abbellita da fasci di pilastri e da dodici colonne in stile corinzio di marmo alabastrino di Gesualdo; il palcoscenico, largo quanto la sala, sarebbe stato aperto sui giardini reali nel 1770 da Francesco Collecini con un portale smontabile, dando vita a una prospettiva di grande effetto scenografico.
Terminata la costruzione del teatro palatino, Vanvitelli fu richiesto a Milano per il restauro del Regio Palazzo Arciducale dal conte Carlo Giuseppe di Firmian, già ambasciatore d’Austria a Napoli dal 1752 fino alla nomina di governatore generale della Lombardia austriaca. Vanvitelli, oltre il figlio Carlo, si portò dietro anche il Piermarini. Ma i contrasti con la corte di Vienna convinsero il maestro a tornarsene subito a Napoli per dedicarsi completamente alla Reggia di Caserta, trasferendo l’incarico all’allievo, che ne mise a frutto l’insegnamento realizzando diversi edifici neoclassici e ottenendo subito grande fama nella città lombarda. Il Neoclassicismo architettonico di matrice napoletana iniziò così a dilagare a Milano, una città in cui a Giuseppe Piermarini si accodarono il suo allievo Luigi Canonica, Giacomo Quarenghi e il napoletano Carlo Rossi. Due architetti questi ultimi che, successivamente, resero neoclassica anche la russa San Pietroburgo.
Il Piermarini avviò nel 1772 la realizzazione del Palazzo Belgioiso (foto a destra) per il principe Alberico XII di Belgioioso d’Este, una residenza nobiliare ispirata alla Reggia di Caserta. Prima di nominarlo Imperial Regio Architetto, fu proprio l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, madre della regina di Napoli Maria Carolina, a incaricare il Piermarini di costruire il “Nuovo Regio Ducal Teatro”, date le sue competenze acquisite al fianco dell’architetto reale di Napoli. Piermarini predispose la demolizione della chiesa gotica di Santa Maria alla Scala, intitolata alla veronese Beatrice Regina della Scala e risalente al XIV secolo, e avviò l’esecuzione del progetto, d’impronta napoletana, rifacendosi cioè al Real Teatro di San Carlo e al Teatro di corte della Reggia di Caserta, al quale aveva lavorato anni prima.
Piermarini fece un gran bel lavoro, che Vanvitelli avrebbe certamente apprezzato se non fosse morto nel 1773. Il teatro milanese probabilmente superò per bellezza il primo San Carlo rococò. l’Opera, a Milano, non era a quel tempo sacra come a Napoli, tant’è che, durante gli spettacoli, il teatro veniva usato dai proprietari dei palchi per ospitare invitati, mangiare e, nel ridotto, giocare d’azzardo. Stendhal lo considerò il più bello di tutti, tanto che nel suo Roma, Napoli e Firenze – Viaggio in Italia da Milano a Reggio Calabria del 1816 scrisse:

[…] È per me il primo teatro del mondo, perché è quello che procura dalla musica i maggiori piaceri. […] Per quanto riguarda l’architettura, è impossibile immaginare nulla di più grande, di più magnifico, di più solenne e nuovo. Con ciò, mi trovo condannato a ripugnanza eterna nei confronti dei nostri teatri: è l’inconveniente serio di un viaggio in Italia […]“.

Testimonianza storica, utile alla data del 26 settembre 1816, ma aggiornata dallo stesso scrittore il 12 gennaio 1817, quattro mesi più tardi, all’inaugurazione della nuova sala del Real Teatro di San Carlo, quella della ricostruzione post-incendio firmata da Antonio Niccolini con tanto di azzurro borbonico. Quel che di più grande, di più magnifico e di più solenne non era risuscito a immaginare a Milano, si fece realtà. Il piccolo Teatro di Corte di Caserta era diventato immenso e gli occhi di Stendhal, che avevano visto la Scala e altri teatri, rimasero sbarrati alla vista del ricostruito tempio della musica napoletano, capace di suscitare stupore ed emozione fino allo stordimento:

“La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. […] Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al Re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare. […] Io stesso, quando penso alla meschinità e alla pudica povertà delle repubbliche che ho visitato, mi ritrovo completamente monarchico.”

Ma allora, perché il più antico e il più bel teatro del mondo, nonché il più glorioso e il più calcato dai più grandi compositori dell’epoca fino alla seconda metà dell’Ottocento, è oggi eclissato da quello milanese? La Scala era il luogo di cultura della Milano asburgica, quello in cui i generali austriaci prendevano a ceffoni i borghesi che non si levavano la tuba durante l’’esecuzione dell’’inno imperiale. È il teatro di una Milano che nel 1859 passò dal Regno Lombardo-Veneto di controllo austriaco al Regno di Sardegna sabaudo, che si sarebbe allargato a tutta l’Italia. È il teatro in cui si gridava «Viva Verdi», inteso come acronimo di “Vittorio Emanuele Re d’’Italia”, e si lanciavano volantini antiasburgici dalla piccionaia. È il teatro che più di ogni altro ha legato la sua storia all’opera di Giuseppe Verdi, che, una volta divenuta risorgimentale, trovò difficoltà ad andare in scena senza censura nella Napoli capitale indipendente. Il trionfo del Nabucco (1842) dopo gli insuccessi verdiani precedenti, per il forte sentimento patriottico che suscitò nella Milano attraversata dai fermenti del nascente Risorgimento italiano, rafforzò l’immagine simbolica della Scala. Ben 57 repliche oltre le 8 rappresentazioni previste segnarono un record mai registrato né prima né dopo in una sola stagione. In quell’opera furono colti non solo i sentimenti patriottici degli ebrei esiliati a Babilonia ma anche quelli dei lombardi assoggettati all’Austria. Quel «Va’ pensiero» inaugurò il percorso che avrebbe fatto di Verdi il maestro nazionale del Risorgimento italiano, e della Scala il teatro dell’Unità nazionale. Anche in maniera strumentalmente politica, visto che il compositore di Busseto, nel frontespizio del libretto, aveva dedicato il Nabucco all’arciduchessa d’Austria Maria Adelaide (“Dramma in quattro parti di Temistocle Solera. Posto in musica e umilmente dedicato a S.A.R.I. la Serenissima Arciduchessa Adelaide d’Austria il 31 marzo 1842 da Giuseppe Verdi”) e che l’impresario Bartolomeo Merelli, suo amico e protettore, era al servizio degli Asburgo, considerato un “austricante” non gradito in città dopo le Cinque Giornate di Milano del 1848. Il giovane Verdi che lasciò Busseto per andare a Milano non aveva alcuna consapevolezza dei moti risorgimentali. Anche la sua esperienza nel primo Parlamento italiano del 1861 fu più frutto del rispetto per la volontà di Cavour che un’intima convinzione personale di un dovere istituzionale verso la nuova Italia, che infatti fu interrotto bruscamente con la morte del conte piemontese.
Il glorioso e per nulla risorgimentale San Carlo, in ottica politica, divenne specchio di Napoli conquistata dai Savoia, e dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie subì un graduale declino rispetto ai grandi teatri europei, pagando il favoritismo riservato alla storia cui si era legata la Scala di Milano. Le fondazioni lirico-sinfoniche italiane versano oggi in gravi difficoltà economico-patrimoniali, ma, in ogni caso, a soffrir meno di tutti i teatri è comunque la Scala, che, oltre alle donazioni private, beneficia annualmente di una quantità di fondi statali per lo spettacolo di molto superiore a quella destinata al Massimo napoletano. Senza contare il caso limite del megastipendio del suo sovrintendente e direttore artistico, il francese Stéphan Lissner, con il suo compenso da oltre 1 milione di euro lordi all’anno più benefit e appartamento in centro.

approfondimenti sul Neoclassicismo napoletano nel libro Made in Naples (Magenes, 2013)

Sissi e Maria Sofia, due sorelle regine in guerra

wittelsbachAngelo Forgione per napoli.com Maria Sofia Wittelsbach, l’ultima regina di Napoli, sposa di Francesco II di Borbone, e la più celebre sorella Elisabetta, moglie di Francesco Giuseppe d’Austria, detta “Sissi”, erano donne molto simili e tanto affiatate. Figlie del duca di Baviera Max e della duchessa Ludovica, crebbero insieme nella tenuta di Possehofen, dove divennero abili cavallerizze, impararono a tirare di scherma, a fare ginnastica e a nuotare. Maria Sofia, di circa quattro anni più giovane, era la preferita del padre che si rivedeva in lei. Ma Elisabetta era molto somigliante a Maria Sofia, non solo esteticamente: entrambe erano molto vicine a rassicuranti per i loro soldati. La “napolitana” resistette con i suoi sul forte di Gaeta, sotto assedio delle bombe dei potenti cannoni rigati in dotazione ai piemontesi, guidati dal feroce generale Cialdini. Si recava sul fronte, e poi negli ospedali, dove portava il suo conforto. Aveva diciannove anni, il suo Francesco ventiquattro. Due ragazzi catapultati sullo scenario internazionale, ad accompagnare la fine di un Regno. Si erano sposati l’8 gennaio 1859 a Monaco di Baviera e lei, subito dopo, prima di trasferisi a Napoli, si era recata per un breve soggiorno a Vienna, per stare accanto alla sorella Sissi, in quel momento malata. Ciò nonostante, Elisabetta ricambiò il gesto, accompagnando Maria Sofia a Trieste, da dove si imbarcò alla volta di Bari per giungere a Napoli, dove avrebbe presto preso le redini di uno Stato considerato il giardino d’Europa.
Gli eventi, per le due, stavano per precipitare. Napoleone III e Cavour si accordarono segretamente per una guerra a Francesco Giuseppe, combattuta tra il 27 aprile e il 12 luglio. L’Austria, perdente, fu costretta a cedere alla Francia la Lombardia, girata poi al Regno di Sardegna. Ne conseguì la fine delle ingerenze politiche della sovranità austriaca in Italia, con Toscana, Parma, Modena e Romagna pontificia che consegnarono il potere a governi provvisori filopiemontesi. Restavano da spodestare i Borbone dal Sud e fu più facile con la morte di Ferdinando II, che, durante gli ultimi giorni della sua vita, aveva istruito i principi ereditari sulle faccende del Regno, raccomandando la bavarese di non fidarsi mai dei “parenti di Torino”, definiti “piemontesi falsi e cortesi”.
Garibaldi iniziò l’invasione a maggio. La preoccupazione per l’amata sorella Maria Sofia spinse Elisabetta a chiedere un intervento dell’Austria a favore delle Due Sicilie, ma Francesco Giuseppe preferì evitare di intromettersi in uno scenario in cui le grandi potenze di Inghilterra e Francia avevano deciso perentoriamente le sorti italiane. Il matrimonio tra i due, già minato da notizie di infedeltà da parte dell’Imperatore, entrò in crisi.
L’8 dicembre, Francesco II decretò la resa al Piemonte e il 14 febbraio successivo, dalla piazzaforte di Gaeta, diede il suo commiato ai soldati al culmine di una resistenza valorosa. La borbonica Gaeta fu rasa al suolo, punita perché nel 1848 aveva ospitato Pio IX nel suo riparo dalla Repubblica Romana di Mazzini, Saffi e Armellini. Con il Re, Maria Sofia lasciò la “fedelissima” per l’esilio vaticano di Roma, a bordo del piroscafo francese Mouette, mentre sulla fortezza le truppe sabaude ammainavano per l’ultima volta la bandiera bianca delle Due Sicilie per issare il tricolore sabaudo. L’Italia iniziava lì, e poco più di un mese più tardi Vittorio Emanuele II si sarebbe autoproclamato “Roi de l’Italie”. La piccola Wittelsbach avrebbe odiato per sempre i piemontesi, covando vendetta e sperando sempre di trovare il modo per riprendersi il suo Regno. Già dalla sua nuova residenza di Palazzo Farnese, proprietà dei Borbone in una sporca e decadente Roma, progettò con legittimisti, banditi e avventurieri, il riscatto. Non vi riuscì mai. Anzi, subì infamia, a cominciare dalla pubblicazione, nel 1862, del primo fotomotaggio della storia con il suo volto applicato al corpo nudo di una prostituta, messo in circolazione da agenti liberali filo-piemontesi. Nel 1917, durante la Prima guerra mondiale, appoggiò l’Impero tedesco e quello austro-ungarico contro il Regno d’Italia dei Savoia. Come a Gaeta 56 anni prima, visitò i campi dei prigionieri italiani per portare loro dei libri, dei sigari e un po’ di cibo. Cercava quelli meridionali, ai quali si rivolgeva con un curioso accento tedesco-napoletano, e quelli non sapevano chi fosse quell’anziana signora così sensibile e cordiale. La valorosa donna tedesca visse sempre in esilio, lontana dalla “sua” Napoli.
Nell’ex Capitale si recò invece Sissi, l’11 settembre del 1890; un tour di cinque giorni per vedere i posti in cui la sorella minore aveva regnato e per lenire un grosso dolore: l’anno prima, il figlio Rodolfo si era tolto la vita dopo aver ucciso la donna amata. Elisabetta non si sarebbe mai ripresa da quel dolore, portando il lutto fino all’ultimo giorno della sua vita, in preda a continui esaurimenti nervosi. Giunse a Napoli a bordo del suo yacht e si tuffò subito nella città della congiunta. Tra caffè e gelati al Gambrinus, visitò monumenti, gustò panorami e curiosò tra negozi e botteghe, dove si rifornì di porcellane, pastori da presepe, coralli e molte altre specificità locali che gli artigiani napoletani lavorarono esclusivamente per lei. Fu anche alla Reggia di Caserta, dove ammirò con emozione i ritratti della sorella e, fortemente scossa, si soffermò in contemplazione al cospetto di quello col figlio Rodolfo. Il 17 novembre Sissi prese il treno e andò a Pompei, dove alcuni artisti stavano copiando per lei affreschi e decorazioni da riprodurre nella sua villa di Corfù. Quattro anni dopo, il cognato Francesco II delle Due Sicilie, malato di diabete, morì ad Arco di Trento. Nel 1898 toccò a lei: a Ginevra fu accoltellata da un anarchico squilibrato, trovando riposo eterno nella Cripta Imperiale di Vienna.
Maria Sofia visse più a lungo. Solo il 19 gennaio del 1925, a Monaco, l’ultima regina di Napoli lasciò questo mondo. Riuscì a tornare a Napoli col marito solo il 18 maggio 1984, quando le loro spoglie furono traslate dalla chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani a Roma nella basilica di Santa Chiara. Poco più di un mese dopo, un certo Diego Armando Maradona sarebbe sbarcato a Napoli. Un altro re, che avrebbe portato il primo scudetto in città in un 10 maggio (1987), la stessa data dell’ingresso di Carlo di Borbone nel 1734. Ma questa è un’altra storia.