Muti: «Dico grazie alla Spagna perchè sono Napoletano»

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brillante discorso identitario del Maestro premiato a Oviedo

Angelo Forgione – Lo scorso 21 Ottobre si è svolta ad Oviedo in Spagna la cerimonia di premiazione dei prestigiosi Premi “Principe de Asturias”. Tra i premiati, il Maestro Napoletano Riccardo Muti, vincitore all’unanimità del premio per le arti “per la sua traiettoria di dimensione universale, vincolata ai migliori teatri del mondo, che riesce a trasmettere al pubblico il messaggio senza tempo della musica”.
Alla presenza del Principe Felipe de Borbón, della Regina Sofia della Principessa Letizia, Muti è stato protagonista al teatro Campoamor di un discorso di ringraziamento molto significativo col quale ha voluto testimoniare la felicità di ricevere il più prestigioso riconoscimento culturale di quella Spagna che ritiene importantissima nella sua formazione artistica.
Un elogio alla Spagna troppo Napoletano per essere pubblicizzato dai media italiani come avrebbe meritato il più grande portatore italiano di cultura musicale. E invece ancora troppo silenzio come per il Festival di Pentecoste a Salisburgo dove gli austriaci hanno apprezzato il messaggio musicale del ponte culturale tra l’Austria e il Regno delle Due Sicilie che ha poi formato artisticamente il genio di Mozart. Come per il concerto di inaugurazione del restaurato “San Carlo” trasmesso in diretta praticamente in tutto il mondo, tranne che in Italia.
Un discorso significativo col quale ha rivendicato la propria identità e la propria Napoletanità, evidenziando l’importanza dell’incontro di culture, contrapposto alla chiusura e allo scontro troppo imperante nel nostro paese, capace di produrre benefici. Il Maestro ha voluto testimoniare la valenza culturale dell’incontro tra Napoli e la Spagna avviato da Don Pedro de Toledo e sublimato da quel Carlo III di Borbone, di madre italiana e padre spagnolo, capace di dare un impulso illuministico prima a Napoli e poi a Madrid, lasciando alla città partenopea un patrimonio culturale e un ramo familiare “di Napoli” (che in molti vorrebbero invece spagnolo) capace di raccoglierne l’eredità.
Dopo la protesta contro i tagli alla cultura in Italia, il rifiuto della cittadinanza romana per motivi politici e i trionfi di Salisburgo dove ha dato lustro alla scuola musicale Napoletana («l’Italia è sempre troppo lenta a far cultura mentre gli altri ci ammirano» denunciò il Maestro), Muti ha sottolineato ad Oviedo di sentirsi anche un po’ spagnolo perchè Napoletano.
Significative le chiavi di comunicazione anche ironiche con le quali ha “carezzato” la sete di cultura in Spagna e indirettamente bacchettato quella negata in Italia. Un bel sorriso della Regina Sofia di Borbone è stato inquadrato in primo piano quando Muti ha detto «Devo dire grazie alla Spagna perchè sono Napoletano». E altri sorrisi sono piovuti da tutti gli ospiti internazionali dopo l’aneddoto di mamma Muti che, in un’epoca in cui la strada centrale di Napoli si chiamava ancora “Roma” per decisione post-unitaria che ne aveva cancellato la storia, da buona Napoletana mandava il piccolo Riccardo “a Toledo” (oggi che è tornata al suo vero nome, molti la chiamano erroneamente “Roma”, N.D.R.). E poi la citazione dei quartieri spagnoli per arrivare al vanto e all’orgoglio partenopeo del direttore d’orchestra che ha ricordato che il Real Teatro di San Carlo, «il più bello del mondo», fu voluto da Carlo III di Borbone. Un incontro Napoli-Spagna che si rinnoverà con l’esecuzione prossima a Madrid del manoscritto “I due Figaro” di Saverio Mercadante, ritrovato nella biblioteca della capitale iberica dove il compositore lavorò nel 1826, quando la Spagna era considerata culturalmente “la più bella provincia italiana”… Napoletana.

Muti: «Io orgoglioso di Napoli, ma torni capitale»

Muti: «Io orgoglioso di Napoli, ma torni capitale»
il grande Maestro Napoletano ha compiuto 70 anni

In occasione del suo genetliaco, Riccardo Muti ha concesso un’intervista a “Il Mattino” da cui sono tratti i seguenti stralci in cui si auspica il ritorno di Napoli a ruolo di Capitale, spaziando dalla storia del Sud all’orgoglio, dalle ombre che interessano più delle fulgide luci della città al teatro più bello del mondo (il “San Carlo”). Finendo con una battuta che dimostra tutto il grande rispetto per uno strumento musicale della nostra cultura che è patrimonio mondiale e che invece l’Italia ha ridotto a simbolo oleografico, quasi denigratorio.

La sua Itaca sono le sue radici, pensa di più a Napoli, dov’è nato, o alla Puglia, dov’è cresciuto?
«Penso a un mio Sud. Un luogo ideale della memoria. Ho comprato un pezzo di terra vicino a Castel Del Monte, tutto ulivi, qualche trullo povero povero, mi piace nutrirmi della visione di questo luogo magico e misterioso che mi ha sempre affascinato. Quella struttura ottagonale che s’alza sulla collina è una delle prime immagini che mi si sono stampate dentro. Da ragazzino ci andavo in bicicletta, da Molfetta, dove abitavo con la mia famiglia, cominciai a studiarne la storia, Federico II è diventato un mio punto di riferimento».

Perché rappresenta un legame tra le sue «due terre»?
«Forse anche per questo. Io mi sento profondamente italiano e napoletano, e lo dico con grande orgoglio».

Un napoletano del mondo che ovunque rappresenta Napoli, anche pochi giorni fa a Nairobi, ultimo concerto delle Vie dell’Amizizia del Ravenna Festival.
«Aveva ragione mia madre che con una preveggenza straordinaria volle che tutti noi figli nascessimo a Napoli. Quando s’avvicinava il momento del parto si metteva in viaggio e tornava a casa di sua madre, in via Cavallerizza a Chiaia 14. Sono nato lì, al primo piano. Diceva: “Se da adulti girerete il mondo e direte che siete nati a Napoli vi rispetteranno”, marcava apposta la cadenza dialettale».

E lei si è sentito rispettato?

«Veramente negli ultimi tempi ovunque vada, da New York a Vienna, mi chiedono solo dell’immondizia. Io non so che rispondere perché non ci vivo, le cose locali non le conosco bene, ricordo una città in cui dai bassi uscivano i profumi delle cucine. Mi affretto a spiegare che i cittadini sono degli eroi, delle vittime. Però poi mi auguro che finalmente si inverta questa tendenza e che i napoletani si riapproprino dell’orgoglio di vivere in una grande capitale della cultura. Napoli è altro: grandi immaginazioni, pensatori, filosofi, musicisti, compositori».

La città di cui lei ha mostrato i tesori al Festival di Pentecoste, a Salisburgo, per cinque anni.
«Ora il progetto continua con l’Opera di Madrid dove l’anno prossimo dirigerò “I due Figaro” di Mercadante, un vero capolavoro visto già a Salisburgo e Ravenna. Il sovrintendente Mortier vuole raccogliere il testimone e ha aperto le porte del suo teatro, d’altronde i rapporti tra Napoli e la Spagna sono stati intensissimi».

E Napoli, il San Carlo?
«Ci sono discorsi, progetti, ma bisogna trovare tempi e modi. Io sono sempre impegnatissimo, lavoro dodici mesi all’anno ma al San Carlo sono vicino e guardo con apprensione e affetto. E tornerò, come promesso, a dicembre. Mi auguro che il commissario Nastasi, la sovrintendente Purchia, chi amministra e chi lavora nel teatro più bello del mondo, trovino insieme il modo di guardare al futuro con positività. Il San Carlo è un tesoro, uno dei tanti tesori di una città che, per dirla Roberto De Simone, non è solo canzonette, cibo e certi strumenti. Non li nomino apposta perché poi il mandolinista può dire: perché te la prendi con me?».

Muti: «L’europa rispetta Napoli, l’Italia se ne dimentica»

Muti: «Riscoperti i Napoletani per omaggiare Mozart»

Muti: «Riscoperti i Napoletani per omaggiare Mozart»
«l’Europa rispetta Napoli, l’Italia se ne dimentica»

di Angelo Forgione

Pubblico in delirio e quindici minuti di standing ovation lo scorso fine settimana alla “Haus fur Mozart” di Salisburgo, città natale di Mozart, per Riccardo Muti a conclusione del suo progetto dedicato al “Settecento napoletano” nell’ambito del “Festival di Pentecoste” ruotato intorno a Napoli e alla cultura musicale espressa dalla città regina d’Europa per più di un secolo. In Austria, Muti ha trionfato negli ultimi cinque anni riportando alla luce i capolavori sconosciuti della grande scuola napoletana e della cultura partenopea “nascosti” presso il convento dei Girolamini e il conservatorio di San Pietro a Majella.

«Troppo spesso – ha detto Muti – Napoli fa parlare più per le sue disgrazie che per le sue qualità». A nome dei napoletani, il maestro ha ringraziato Salisburgo e il Festival di Pentecoste per l’occasione offertagli. «Per cinque meravigliosi anni, insieme alla Lange & Sohne, hanno prodotto opere e concerti facendo sì che si avverasse un sogno: far conoscere al mondo autori della scuola napoletana come Cimarosa, Paisiello, Traetta, Jommelli, Porpora, Mercadante, Hasse, senza i quali il genio di Mozart non sarebbe stato lo stesso. Avrebbe dovuto farlo l’Italia, ma non l’ha fatto. Tutto questo in una città come Napoli dovrebbe essere la normalità. Ovunque la città parla di questi capolavori, ci sono le chiese dove tanta musica sacra è nata, ci sono oggi le biblioteche musicali, al Conservatorio di San Pietro a Majella e ai Girolamini. E poi il San Carlo, il più bel teatro del mondo oltre che il più antico, così glorioso, il teatro dove è nato il fondamento dell’opera di Mozart. Luoghi che il mondo ci invidia e che noi, presi da problemi certo urgenti di vivibilità e sopravvivenza civile, spesso dimentichiamo».

Lo scorso anno, per sottolineare volutamente il debito che il giovane Mozart ha verso la scuola napoletana, accanto al napoletano Jommelli Muti pose proprio il salisburghese Mozart. «Sarebbe stato ugualmente il Genio che la Natura ha creato – dice il Maestro – ma diverso senza il contatto con la scuola napoletana. L’aver contrapposto la Betulia liberata di Mozart a quella di Jommelli indicò non solo le diversità ma soprattutto i punti di contatto. Il sovrintendente Flimm, dopo aver sentito “Il ritorno di Calandrino” di Cimarosa, mi disse: “Adesso capisco che Mozart non è piovuto dal cielo”».

Il patrimonio musicale del Settecento napoletano è stato dimenticato colpevolmente perché poi offuscato dal melodramma ottocentesco dell’opera risorgimentale di Giuseppe Verdi. 
«Il trionfo dell’opera popolare verdiana ha eliminato le radici napoletane dell’opera, fondamentali per la musica non solo italiana ma europea. La dimensione delle arie di Jommelli e l’uso del coro sono elementi illuminanti di un ingegno musicale che, pur non possedendo la genialità di Mozart, ebbe un influsso determinante nella musica del suo tempo».

Due parole Muti le spende per il conservatorio di San Pietro a Majella: «Il Conservatorio di Napoli –  spiega il Maestro – è uno degli istituti di formazione musicale più antichi del mondo. Il primo direttore fu Giovanni Paisiello (anche autore dell’inno nazionale delle Due Sicilie) che riunì in un unico istituto, a Napoli, quattro collegi di grande importanza per l’intera Europa. In questi collegi operavano insegnanti, studenti e cantanti di altissimo livello, basti pensare a Farinelli, nonché importanti compositori tra qui Porpora, Jommelli, Leo, Piccinni, Traetta, Scarlatti e Pergolesi. La Scuola Napoletana fu una vera sorgente musicale per tutta l’Europa».

Da Napoletano fiero della sua storia, Muti ha inquadrato il progetto nel contesto storico spesso dimenticato. «La cultura musicale Napoletana si inserisce nel quadro del rapporto tra Napoli e Vienna, tra Regno delle Due Sicilie e impero austriaco che era connotato da rapporti culturali di primaria importanza non solo attraverso la musica. L’Austria si è proposta, e questo parla da se, dimostrandosi più rispettosa del suo e del nostro passato, della sua e della nostra cultura, di quanto non faccia l’Italia che è sempre troppo lenta a rispondere alle proprie esigenze culturali. Oggi come allora, gli austriaci si sono dimostrati molto aperti e rispettosi della cultura Napoletana».

Muti, che auspica un interessamento del nuovo sindaco di Napoli per far rivivere quello scrigno di tesori che è la città partenopea, a conclusione della sua avventura austriaca ha ricevuto un messaggio da Luigi De Magistris che si è dichiarato al suo fianco per far rinascere la cultura napoletana.

Salisburgo, in visibilio, ha ricambiato la riconoscenza del Maestro urlando “Grazie Muti”. Che presto lo faccia anche Napoli e l’Italia intera.