Napoli in vetta, meritatamente!

Angelo Forgione Napoli in testa al campionato di Serie A dopo 25 anni e 7 mesi. Non è poco per chi quel 29 aprile 1990 non immaginava che dietro il sole del secondo scudetto si addensavano le nubi del dramma umano di Maradona, del conto da pagare per un lustro al vertice e del fallimento doloroso. Ed è tanta roba per i più giovani sostenitori partenopei, che dall’attico della Serie A non si sono mai affacciati. Gli azzurri, tornati solitari in cima ai danni dell’Inter, hanno ora l’obbligo di tornare subito in catena di montaggio delle vittorie e presentarsi all’esame Bologna scarichi dell’euforia di una piazza non avvezza alle vertigini. Non lo è neanche la squadra, e la partita contro i nerazzurri di Milano, dopo 70 minuti di dominio, l’ha evidenziato. Col doppio vantaggio e l’uomo in più è subentrata la certezza di aver domato gli avversari, e l’imperdonabile calo di concentrazione ha consentito a Ljajic di trovare il goal che ha disintegrato le convinzioni degli uomini di Sarri, piombati nella paura di perdere punti, vittoria e primato. Tutta l’inerzia dei 20 minuti finali ha preso la direzione della squadra di Mancini, in inferiorità numerica ma in superiorità psicologica e atletica. In quell’ultimo quarto di partita è affiorata tutta la storia di un club ben più avvezzo alla contesa di vertice, di una squadra quest’anno costruita per non fallire i primi due posti, di una compagine che non disputa le competizioni europee e che, perciò, ha potuto spendere qualcosa in più nel rettilineo finale. Ma di fronte ai gatti nerazzurri improvvisamente diventati leoni c’era la dea bendata, necessario rinforzo, e due uomini in maglia azzurra coi nervi più saldi di tutti: Higuain e Reina, di quelli che chiami fuoriclasse a ragion veduta perché capaci di indirizzare un risultato. E Il Napoli ha portato a casa l’intero bottino, afferrato sin dal primo minuto con una cannonata che ha abbattuto la porta avversaria e messo a rischio nell’ultimo. Il fischio finale ha detto che Napoli e Inter possono essere primedonne fino in fondo, che il Napoli è competitivo pure se mancano cambi come Mertens e Gabbiadini, perché ha uomini più decisivi e un impianto di gioco più convincente, e che l’Inter, obbligata a far sul serio, fa sul serio e, diversamente da Napoli, Roma, Juventus e Fiorentina, può beneficiare del prezioso riposo infrasettimanale.
Passata la paura è iniziata la festa liberatoria sugli spalti, purtroppo senza ‘o surdato nnammurato (sempre più dimenticato), e pure uno strano dibattito mediatico. Pare che sia stata l’Inter la vincitrice dello scontro al vertice, e che il Napoli ne sia uscito ridimensionato. Il dibattito lo ha indirizzato immediatamente Mancini, attaccando verbalmente gli opinionisti arbitrali, definiti bugiardi e inadeguati, e riversando sui microfoni tutta la bile per l’espulsione di Nagatomo, che però era stata decretata da due gialli ineccepibili. Un’irruenta ginocchiata alle terga di Callejon che aveva già lasciato il pallone, descritta dal Mancio come simulazione dell’azzurro, e una sconsiderata entrata su Allan valgono l’eslusione per doppia ammonizione, diretta conseguenza di un atteggiamento annunciato alla vigilia da Felipe Melo («bisogna menare Higuain») e confermato da Guarin al fischio d’inizio, colto dalle telecamere mentre chiedeva a Murillo, con eloquente gesto, di essere poco tenero con gli avversari. E l’allenatore interista, che aveva evidentemente caricato i suoi in tal senso per cercare di arginare il gioco partenopeo, e che a Napoli prese applausi da calciatore per un goal formidabile in maglia blucerchiata, ha alzato i toni, dimostrando di non meritare lo stipendio che percepisce, infinitamente superiore a quello del ben più umile e sereno Sarri. Il nervosismo del tecnico jesino dimostra che l’Inter deve arrivare in alto per missione aziendale.
Fino a notte fonda, i salotti televisivi hanno incentrato il chiacchiericcio sulla squadra sconfitta, dimenticando che la squadra in testa al campionato era il Napoli, che aveva vinto la squadra che aveva dominato la gara per tre quarti, chiudendo comunque con un 62% di possesso palla, pregiudicato da un finale pieno di errori di misura e imprecisione. A Tiki Taka (Mediaset), Raffaele Auriemma sbroccava per l’eccessivo panegirico sull’autostima nerazzura ed Enrico Mentana, che lo accusava di essere tifoso del Napoli, come se lui non fosse tifoso interista, lo invitava a stare buono dandogli del “Pulcinella” (minuto 0:14:10) e prendendosi, dopo un’ora di trasmissione, l’etichetta di “cafone” dal collega napoletano.
L’Inter, che non avrebbe scippato nulla se avesse pareggiato, è stata celebrata perchè nessuno si aspettava che fosse capace di esprimersi come mai aveva fatto in precedenza. Il Napoli è passato in secondo piano perché nessuno si aspettava che fosse messo in ambasce in casa, con due goal di vantaggio e un uomo in più. Il dato è che è il Napoli in testa alla classifica, dopo aver vinto in casa 3 scontri diretti su 3 (il quarto è all’orizzonte). Tutto frutto della miglior difesa e del terzo miglior attacco, del miglior marcatore, del record di inviolabilità della porta a livello europeo (533 minuti), del minor numero di sconfitte (1), cui va aggiunto il percorso netto in Europa League con analoghi record. Eppure sono bastati 20 minuti di forte difficoltà contro la (ex) capolista per adombrare quello che Sarri e i suoi hanno fatto fin qui. La realtà è che la vetta è stata scalata e raggiunta dalla squadra azzurra, che alla 5ª giornata pagava 9 punti di distacco dalla capolista Inter, e nelle successive nove giornate se l’è messa dietro, insieme ad altre dieci squadre. La realtà è che il Napoli aveva solo un punto di vantaggio sulla Juventus quando Sarri sembrava sull’orlo della defenestrazione, e ora ne ha 7 sui bianconeri in risalita. La realtà è che, in 19 partite stagionali, gli azzurri hanno collezionato 14 vittorie, 4 pareggi e una sola sconfitta allo start. La realtà è che con il Napoli, in testa alla classifica, ci va tutto un popolo, compreso chi a inizio stagione contestava e disertava. La strada è lunga e tortuosa, e un posto al sole alla 14ª giornata è tanto accattivante quanto effimero, ma dopo la rabbia di Mancini e la copertina dedicata alla sua squadra rimontata in nove giornate, una cosa è più certa che mai: quel nome lassù è minaccia di un colpo di Stato.

Muti: «Dico grazie alla Spagna perchè sono Napoletano»

video / Muti: «”grazie Spagna” perchè Napoletano»
brillante discorso identitario del Maestro premiato a Oviedo

Angelo Forgione – Lo scorso 21 Ottobre si è svolta ad Oviedo in Spagna la cerimonia di premiazione dei prestigiosi Premi “Principe de Asturias”. Tra i premiati, il Maestro Napoletano Riccardo Muti, vincitore all’unanimità del premio per le arti “per la sua traiettoria di dimensione universale, vincolata ai migliori teatri del mondo, che riesce a trasmettere al pubblico il messaggio senza tempo della musica”.
Alla presenza del Principe Felipe de Borbón, della Regina Sofia della Principessa Letizia, Muti è stato protagonista al teatro Campoamor di un discorso di ringraziamento molto significativo col quale ha voluto testimoniare la felicità di ricevere il più prestigioso riconoscimento culturale di quella Spagna che ritiene importantissima nella sua formazione artistica.
Un elogio alla Spagna troppo Napoletano per essere pubblicizzato dai media italiani come avrebbe meritato il più grande portatore italiano di cultura musicale. E invece ancora troppo silenzio come per il Festival di Pentecoste a Salisburgo dove gli austriaci hanno apprezzato il messaggio musicale del ponte culturale tra l’Austria e il Regno delle Due Sicilie che ha poi formato artisticamente il genio di Mozart. Come per il concerto di inaugurazione del restaurato “San Carlo” trasmesso in diretta praticamente in tutto il mondo, tranne che in Italia.
Un discorso significativo col quale ha rivendicato la propria identità e la propria Napoletanità, evidenziando l’importanza dell’incontro di culture, contrapposto alla chiusura e allo scontro troppo imperante nel nostro paese, capace di produrre benefici. Il Maestro ha voluto testimoniare la valenza culturale dell’incontro tra Napoli e la Spagna avviato da Don Pedro de Toledo e sublimato da quel Carlo III di Borbone, di madre italiana e padre spagnolo, capace di dare un impulso illuministico prima a Napoli e poi a Madrid, lasciando alla città partenopea un patrimonio culturale e un ramo familiare “di Napoli” (che in molti vorrebbero invece spagnolo) capace di raccoglierne l’eredità.
Dopo la protesta contro i tagli alla cultura in Italia, il rifiuto della cittadinanza romana per motivi politici e i trionfi di Salisburgo dove ha dato lustro alla scuola musicale Napoletana («l’Italia è sempre troppo lenta a far cultura mentre gli altri ci ammirano» denunciò il Maestro), Muti ha sottolineato ad Oviedo di sentirsi anche un po’ spagnolo perchè Napoletano.
Significative le chiavi di comunicazione anche ironiche con le quali ha “carezzato” la sete di cultura in Spagna e indirettamente bacchettato quella negata in Italia. Un bel sorriso della Regina Sofia di Borbone è stato inquadrato in primo piano quando Muti ha detto «Devo dire grazie alla Spagna perchè sono Napoletano». E altri sorrisi sono piovuti da tutti gli ospiti internazionali dopo l’aneddoto di mamma Muti che, in un’epoca in cui la strada centrale di Napoli si chiamava ancora “Roma” per decisione post-unitaria che ne aveva cancellato la storia, da buona Napoletana mandava il piccolo Riccardo “a Toledo” (oggi che è tornata al suo vero nome, molti la chiamano erroneamente “Roma”, N.D.R.). E poi la citazione dei quartieri spagnoli per arrivare al vanto e all’orgoglio partenopeo del direttore d’orchestra che ha ricordato che il Real Teatro di San Carlo, «il più bello del mondo», fu voluto da Carlo III di Borbone. Un incontro Napoli-Spagna che si rinnoverà con l’esecuzione prossima a Madrid del manoscritto “I due Figaro” di Saverio Mercadante, ritrovato nella biblioteca della capitale iberica dove il compositore lavorò nel 1826, quando la Spagna era considerata culturalmente “la più bella provincia italiana”… Napoletana.