Maradona: «Il Teatro San Carlo è il più bello del mondo, e ce l’abbiamo noi napoletani»

Maradona non avrà la competenza musicale e artistica di Riccardo Muti, ma è pur sempre uno degli uomini più noti del mondo, e come il grandissimo direttore d’orchestra nell’ottobre 2011 a Oviedo, anche lui ha affermato l’orgoglio di possedere, in quanto napoletano, il più bel teatro del mondo.
Le parole di Dieguito sono capaci di amplificarsi a livello planetario. Può e deve essere il più grande testimonial del Napoli, ma anche di Napoli.

Van Aalderen: «L’Italia non può prescindere da Napoli»

Angelo Forgioneforgione_vanaalderen_maggio15Interessante appuntamento con Maarten Van Aalderen, presidente dell’Associazione Stampa Estera in Italia, alla scuola di giornalismo dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, in occasione della presentazione del suo libro Il Bello dell’Italia. L’inviato per l’Italia e la Turchia del quotidiano olandese De Telegraaf ha risposto alle domande degli allievi sulla professione giornalistica e ha accennato ai motivi per cui ha voluto parlare di Napoli nell’introduzione del suo saggio.

Nel video, un piccolo estratto della conferenza relativo ai passaggi sulla città partenopea.

Arrigo Sacchi, l’educatore calcistico che razzolò molto male

L’ex allenatore in TV detta la via dell’etica sportiva. Eppure il suo passato…

Lo studio di Premium Calcio ha fatto perdere le staffe a Mazzarri. La vittoria del suo calcio pragmatico su quello offensivo di Zeman non è andato giù a Cologno Monzese e all’allenatore del Napoli non è andato giù Premium Calcio.
Senza entrare nel merito di un un contrasto fine a se stesso, va comunque stigmatizzato il tentativo sbilenco effettuato da Arrigo Sacchi di trovare nei fischi di “accoglienza” alla Roma da parte dei tifosi del Napoli l’origine dei cori razzisti di Busto Arsizio.  «Sentito come sono stati accolti i giocatori della Roma al San Paolo? Poi ci lamentiamo della violenza e del razzismo negli stadi», ha detto l’ex allenatore. Gli interlocutori in studio gli hanno fatto notare che è normale e lui ha insistito: «Ma lasciamo stare, qui (in Italia) quando si va in trasferta bisognerebbe essere scortati dalla polizia». Sacchi non sbaglia a denunciare il malcostume di base negli stadi italiani ma finisce col non essere credibile paragonando due manifestazioni di diversa entità e natura.
La verità è che Arrigo da Fusignano, che non allena più, va in giro per gli studi di Mediaset a fare l’educatore del calcio. Ma quando è stato un addetto ai lavori col  Milan degli olandesi, il suo fair-play ha toccato invece livelli molto bassi. Domandare all’Atalanta della vergogna nei quarti di finale della Coppa Italia 1989/90: all’88’, con la squadra orobica in vantaggio (gol di Bresciani) e la qualificazione vicina, si scatena la bufera. Borgonovo, attaccante del Milan, è a terra per infortunio e all’atalantino Stromberg non pare vero di dover calciare la palla in fallo laterale per consentire i soccorsi. Alla rimessa in gioco, nello stupore bergamasco, Rijkaard non dà la palla ai bergamaschi e innesca Massaro che non tira la palla fuori ma mette in area atalantina. Borgonovo si fionda sul pallone e viene steso da un furente Barcella. Polemiche e richieste di spedire fuori la palla dal dischetto a Baresi che vi si presenta. Lui si gira verso Sacchi l’educatore che, secondo il racconto di Stromberg (guarda il video), se ne lava le mani e si gira verso Berlusconi che a spedire la palla fuori porta non ci pensa neanche. Mondonico, allenatore della “Dea”, ricorda ancora con sdegno quell’episodio.
Quel Milan di Sacchi sapeva vincere ma non perdere. Come non ricordare quel Verona-Milan dell’Aprile 1990 che consegnò lo scudetto a Napoli, quando, dalla panchina, Sacchi disse di tutto all’arbitro Lo Bello, costretto ad espellerlo. Quella Domenica, secondo l’arbitro, Rijkaard gli sputò addosso due volte e si prese il rosso, come anche Van Basten e Costacurta per reiterate proteste.
Quel Milan di Sacchi chiuse vergognosamente il suo ciclo europeo la sera del 20 Marzo 1991 quando, sotto di un goal a Marsiglia, abbandonò il campo per lo spegnimento di un riflettore, poi ripristinato. Galliani credeva di ottenere la vittoria a tavolino dall’UEFA che invece squalificò i rossoneri per una stagione europea.
Eppure, Sacchi e il suo Milan, il fair-play e la cultura della sconfitta li avevano conosciuti proprio nel Maggio del 1988, quando espugnarono il “San Paolo” e soffiarono lo scudetto al Napoli. 80.000 napoletani si alzarono in piedi e tributarono uno scrosciante applauso ai vincitori. Due anni dopo, a parti invertite, da casa Milan piovvero solo veleni sul Napoli per la monetina di Bergamo, nonostante i 2 punti finali di vantaggio degli azzurri.
Sacchi sarà certamente pentito, dopo tanti anni, di non aver insegnato al suo Milan la cultura della sconfitta. Ma se nella sua seconda vita deve fare la morale per dei fischi di rivalità e paragonarli anche lontanamente a manifestazioni di razzismo che non appartengono ai napoletani, allora è meglio che risparmi ai telespettatori la sua evoluzione morale.

Il San Carlo azzurro e argento che abbagliò Stendhal

una tempera del 1825 e una simulazione consentono di “vederlo”
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Angelo Forgione per napoli.com Il “San Carlo”, così com’è oggi, lo si deve a uno dei più grandi architetti neoclassici, Antonio Niccolini, che, dopo aver realizzato la facciata nel 1809 ispirandosi alla Villa di Poggio Imperiale a Firenze, riuscì a connotarlo come tempio e monumento simbolo della città. Poi, dopo l’incendio che lo mandò in fumo in una notte del Febbraio 1816, lavorò per nove mesi sull’edificio interno del 1737 a tal punto da renderlo irriconoscibile. Il Niccolini restituì alla città il più bel teatro del mondo ancora più bello. Invariato tuttora, eccetto i colori originari che probabilmente davano al gioiello un aspetto ancora più elegante e atipico.

Stendhal, la sera dell’inaugurazione al 12 Gennaio 1817, ne rimase strabiliato: «Finalmente il gran giorno: il San Carlo apre i battenti. Grande eccitazione, torrenti di folla, sala abbagliante. All’ingresso, scambi di pugni e spintoni. Avevo giurato di non arrabbiarmi, e ci son riuscito. Ma mi hanno strappato le falde dell’abito. Il posto in platea mi è costato 32 carlini (14 franchi) e 5 zecchini un decimo di palco di terz’ordine. La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Niente di più fresco ed imponente insieme, qualità che si trovano così di rado congiunte. […] L’apertura del San Carlo era uno dei grandi scopi del mio viaggio, e, caso unico per me, l’attesa non è stata delusa. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare».
Gli occhi di Stendhal erano abbagliati probabilmente per un motivo che lui stesso ci tramanda: le decorazioni erano in argento brunito lucidato con pietra d’agata, con riporti in oro zecchino brunito; i palchi erano in raso azzurro, colore ufficiale della Casa Borbonica (vedi Teatro di Corte della Reggia di Caserta), così come il velario e il sipario. Solo il palco reale era rosso “pallido” (così lo definì Stendhal), prima che diventasse rosso fuoco tutta la tappezzeria del teatro allorchè, per scelta di Ferdinando II, i colori autentici furono sostituiti col più comune abbinamento rosso e oro. Accadde nella ristrutturazione del 1844, quando lo stesso Niccolini scrisse che «il re personalmente […] di tre parati rossi di carta vellutata di Francia […] scelse il paramento del palco di mezzo […] comandò che gli squarci delle porte de’ palchi […] fossero tappezzate della stessa carta […] comandò che il guanciale de’ parapetti de’ palchi fosse coverto in giro di velluto di lana colore scarlatto […]. Così 800 rolli di carta vellutata di Francia per il rivestimento di tutti i palchi da 1 fila inclusa, all’inizio di agosto del 1844 sono alla dogana di Napoli, giungono in Teatro l’11 settembre e vengono messi in opera entro il mese di ottobre».
L’argento non venne scrostato ma vi fu applicato al di sopra l’oro zecchino in foglia e, parzialmente, a Mecca (vernice dorata). Prima del recente restauro del 2009, un saggio effettuato sull’ingresso a destra della platea guardando il palcoscenico ha permesso di osservare un putto argenteo perfettamente conservato. E proprio in preparazione, pare che si sia anche dibattuto di riportare i tessuti ai colori originari per renderlo ancora più esclusivo, ma poi il commissario straordinario Salvatore Nastasi, l’architetto Elisabetta Fabbri e l’ex soprintendente speciale Nicola Spinosa hanno evidentemente pensato di non (ri)trasformare il teatro e lasciarlo come la memoria della città lo ricorda, riportandolo a quel 1844 anche nella trama dei tessuti, oggi non più “carta vellutata di Francia” ma sintetici e a norma.
L’immagine riportata è una chicca. Si riferisce a una tempera di Ferdinando Roberto, pittore dell’Ottocento, raffigurante l’interno del teatro durante la rappresentazione de “L’ultimo giorno di Pompei” del 19 Novembre 1825. La vista dà lontanamente l’idea di ciò che vide Stendhal. Da lì, una mia simulazione fotografica al computer.

tempera di Ferdinando Roberto del 1825

simulazione al computer del San Carlo in azzurro, argento e oro (clicca per ingrandire)

sancarlo_simulazione

il San Carlo restaurato nel 2009

la storia del teatro e del restauro del 2009

videoclip / Sublime Partenope, il più bello dei regni

videoclip / Sublime Partenope, il più bello dei regni

il film della bella vittoria del Napoli sul Chelsea

Arrivano i mai teneri londinesi in riva al golfo e Napoli li accoglie nel catino di Fuorigrotta, nel posto in cui la Champions League ha trovato dopo 20 anni un marchio di fabbrica tutto “made in Naples“: il ruggito del “San Paolo” sale sempre più in alto e fa tremare il cielo. E spinge Lavezzi alla conclusione che porta al goal del pareggio con un “tiraaaaa” collettivo da brividi. La spalla di Cavani l’illusionista (ricordate il goal di finto tacco dello scorso anno?) e l’urlo del “Pocho” a suggellare il 3-1 fanno il resto.
Partenope sublime respinge così l’attacco della perfida Albione e Napoli affascina tutta l’Europa. Comunque vada, l’onore è salvo.

Muti: «Dico grazie alla Spagna perchè sono Napoletano»

video / Muti: «”grazie Spagna” perchè Napoletano»
brillante discorso identitario del Maestro premiato a Oviedo

Angelo Forgione – Lo scorso 21 Ottobre si è svolta ad Oviedo in Spagna la cerimonia di premiazione dei prestigiosi Premi “Principe de Asturias”. Tra i premiati, il Maestro Napoletano Riccardo Muti, vincitore all’unanimità del premio per le arti “per la sua traiettoria di dimensione universale, vincolata ai migliori teatri del mondo, che riesce a trasmettere al pubblico il messaggio senza tempo della musica”.
Alla presenza del Principe Felipe de Borbón, della Regina Sofia della Principessa Letizia, Muti è stato protagonista al teatro Campoamor di un discorso di ringraziamento molto significativo col quale ha voluto testimoniare la felicità di ricevere il più prestigioso riconoscimento culturale di quella Spagna che ritiene importantissima nella sua formazione artistica.
Un elogio alla Spagna troppo Napoletano per essere pubblicizzato dai media italiani come avrebbe meritato il più grande portatore italiano di cultura musicale. E invece ancora troppo silenzio come per il Festival di Pentecoste a Salisburgo dove gli austriaci hanno apprezzato il messaggio musicale del ponte culturale tra l’Austria e il Regno delle Due Sicilie che ha poi formato artisticamente il genio di Mozart. Come per il concerto di inaugurazione del restaurato “San Carlo” trasmesso in diretta praticamente in tutto il mondo, tranne che in Italia.
Un discorso significativo col quale ha rivendicato la propria identità e la propria Napoletanità, evidenziando l’importanza dell’incontro di culture, contrapposto alla chiusura e allo scontro troppo imperante nel nostro paese, capace di produrre benefici. Il Maestro ha voluto testimoniare la valenza culturale dell’incontro tra Napoli e la Spagna avviato da Don Pedro de Toledo e sublimato da quel Carlo III di Borbone, di madre italiana e padre spagnolo, capace di dare un impulso illuministico prima a Napoli e poi a Madrid, lasciando alla città partenopea un patrimonio culturale e un ramo familiare “di Napoli” (che in molti vorrebbero invece spagnolo) capace di raccoglierne l’eredità.
Dopo la protesta contro i tagli alla cultura in Italia, il rifiuto della cittadinanza romana per motivi politici e i trionfi di Salisburgo dove ha dato lustro alla scuola musicale Napoletana («l’Italia è sempre troppo lenta a far cultura mentre gli altri ci ammirano» denunciò il Maestro), Muti ha sottolineato ad Oviedo di sentirsi anche un po’ spagnolo perchè Napoletano.
Significative le chiavi di comunicazione anche ironiche con le quali ha “carezzato” la sete di cultura in Spagna e indirettamente bacchettato quella negata in Italia. Un bel sorriso della Regina Sofia di Borbone è stato inquadrato in primo piano quando Muti ha detto «Devo dire grazie alla Spagna perchè sono Napoletano». E altri sorrisi sono piovuti da tutti gli ospiti internazionali dopo l’aneddoto di mamma Muti che, in un’epoca in cui la strada centrale di Napoli si chiamava ancora “Roma” per decisione post-unitaria che ne aveva cancellato la storia, da buona Napoletana mandava il piccolo Riccardo “a Toledo” (oggi che è tornata al suo vero nome, molti la chiamano erroneamente “Roma”, N.D.R.). E poi la citazione dei quartieri spagnoli per arrivare al vanto e all’orgoglio partenopeo del direttore d’orchestra che ha ricordato che il Real Teatro di San Carlo, «il più bello del mondo», fu voluto da Carlo III di Borbone. Un incontro Napoli-Spagna che si rinnoverà con l’esecuzione prossima a Madrid del manoscritto “I due Figaro” di Saverio Mercadante, ritrovato nella biblioteca della capitale iberica dove il compositore lavorò nel 1826, quando la Spagna era considerata culturalmente “la più bella provincia italiana”… Napoletana.