Arrigo Sacchi, l’educatore calcistico che razzolò molto male

L’ex allenatore in TV detta la via dell’etica sportiva. Eppure il suo passato…

Lo studio di Premium Calcio ha fatto perdere le staffe a Mazzarri. La vittoria del suo calcio pragmatico su quello offensivo di Zeman non è andato giù a Cologno Monzese e all’allenatore del Napoli non è andato giù Premium Calcio.
Senza entrare nel merito di un un contrasto fine a se stesso, va comunque stigmatizzato il tentativo sbilenco effettuato da Arrigo Sacchi di trovare nei fischi di “accoglienza” alla Roma da parte dei tifosi del Napoli l’origine dei cori razzisti di Busto Arsizio.  «Sentito come sono stati accolti i giocatori della Roma al San Paolo? Poi ci lamentiamo della violenza e del razzismo negli stadi», ha detto l’ex allenatore. Gli interlocutori in studio gli hanno fatto notare che è normale e lui ha insistito: «Ma lasciamo stare, qui (in Italia) quando si va in trasferta bisognerebbe essere scortati dalla polizia». Sacchi non sbaglia a denunciare il malcostume di base negli stadi italiani ma finisce col non essere credibile paragonando due manifestazioni di diversa entità e natura.
La verità è che Arrigo da Fusignano, che non allena più, va in giro per gli studi di Mediaset a fare l’educatore del calcio. Ma quando è stato un addetto ai lavori col  Milan degli olandesi, il suo fair-play ha toccato invece livelli molto bassi. Domandare all’Atalanta della vergogna nei quarti di finale della Coppa Italia 1989/90: all’88’, con la squadra orobica in vantaggio (gol di Bresciani) e la qualificazione vicina, si scatena la bufera. Borgonovo, attaccante del Milan, è a terra per infortunio e all’atalantino Stromberg non pare vero di dover calciare la palla in fallo laterale per consentire i soccorsi. Alla rimessa in gioco, nello stupore bergamasco, Rijkaard non dà la palla ai bergamaschi e innesca Massaro che non tira la palla fuori ma mette in area atalantina. Borgonovo si fionda sul pallone e viene steso da un furente Barcella. Polemiche e richieste di spedire fuori la palla dal dischetto a Baresi che vi si presenta. Lui si gira verso Sacchi l’educatore che, secondo il racconto di Stromberg (guarda il video), se ne lava le mani e si gira verso Berlusconi che a spedire la palla fuori porta non ci pensa neanche. Mondonico, allenatore della “Dea”, ricorda ancora con sdegno quell’episodio.
Quel Milan di Sacchi sapeva vincere ma non perdere. Come non ricordare quel Verona-Milan dell’Aprile 1990 che consegnò lo scudetto a Napoli, quando, dalla panchina, Sacchi disse di tutto all’arbitro Lo Bello, costretto ad espellerlo. Quella Domenica, secondo l’arbitro, Rijkaard gli sputò addosso due volte e si prese il rosso, come anche Van Basten e Costacurta per reiterate proteste.
Quel Milan di Sacchi chiuse vergognosamente il suo ciclo europeo la sera del 20 Marzo 1991 quando, sotto di un goal a Marsiglia, abbandonò il campo per lo spegnimento di un riflettore, poi ripristinato. Galliani credeva di ottenere la vittoria a tavolino dall’UEFA che invece squalificò i rossoneri per una stagione europea.
Eppure, Sacchi e il suo Milan, il fair-play e la cultura della sconfitta li avevano conosciuti proprio nel Maggio del 1988, quando espugnarono il “San Paolo” e soffiarono lo scudetto al Napoli. 80.000 napoletani si alzarono in piedi e tributarono uno scrosciante applauso ai vincitori. Due anni dopo, a parti invertite, da casa Milan piovvero solo veleni sul Napoli per la monetina di Bergamo, nonostante i 2 punti finali di vantaggio degli azzurri.
Sacchi sarà certamente pentito, dopo tanti anni, di non aver insegnato al suo Milan la cultura della sconfitta. Ma se nella sua seconda vita deve fare la morale per dei fischi di rivalità e paragonarli anche lontanamente a manifestazioni di razzismo che non appartengono ai napoletani, allora è meglio che risparmi ai telespettatori la sua evoluzione morale.

L’estate rovente del calcio italiano

dalla Supercoppa al via della Seria A scontri e premesse peggiori

di Angelo Forgione per napoli.com

Il Napoli vince il derby delle Due Sicilie con una rotonda tripletta e parte col piede giusto in campionato. Partita senza veleni nonostante un rigore non fischiato al Palermo per fallo di Maggio su Cetto che però ha calciato. Poche le proteste e grande onestà intellettuale di Sannino che ha riconosciuto senza esitazioni la superiorità schiacciante degli avversari. È questo il calcio che piace e che fa dimenticare per un attimo gli orrori e le nefandezze di Paolo Silvio Mazzoleni e le ombre cinesi di Pechino con cui ci eravamo lasciati prima di Ferragosto. Lo abbiamo ritrovato a dirigere la primissima partita del campionato tra Fiorentina e Udinese senza che il designatore Nicchi si sia posto il problema di sospenderlo. Un arbitro viene sospeso quando si rivela inadeguato al ruolo e con tale atto se ne certificano gli errori. È quindi chiaro che l’A.I.A. ha così “dichiarato” che l’arbitraggio di Mazzoleni fu corretto e, per punire il Napoli che se n’era andato sotto la doccia, l’ha pure promosso per il “vernissage” di Firenze.
Troppe cose non quadrano, tutto sembra una continua sfida all’umano intelletto, alla ragione e al buon gusto. Gli affronti si moltiplicano e danno corpo ad un tutti contro tutti di dimensioni bibliche; società contro gli arbitri, arbitri contro le società, Cassano contro Galliani, Zeman contro la Juventus, Carrera contro Mazzarri, Mazzarri contro Agnelli ed Elkann che bacchettano il Napoli invocando lo spirito olimpico salvo poi ricusare le sentenze della giustizia sportiva e mandare a dirle a Conte che senza lo stemma della Juventus e i suoi avvocati alle spalle ci penserebbe tre volte prima di scagliarsi contro i giudici, innocente o colpevole che sia.
La gravità dell’attacco dell’allenatore bianconero sta nel portare la faccenda in curva, etichettando i giudici come “tifosi” e rivolgendosi a “tutto il popolo juventino” che deve sapere del presunto complotto. Pericoloso e sconsiderato! La tifoseria juventina si sente così investita di un ruolo, quello della vittima designata. E siccome una tifoseria che si raduna in uno stadio è per abitudine cieca ci vuole poco a immaginare cosa potrà succedere nel corso della stagione. Alla prima di campionato, Juventus-Parma, dagli spalti torinesi sono piovute offese per tutti; per il procuratore Palazzi, per Mazzarri, per Zeman e, tanto per non perdere le sane e buone abitudini, per i napoletani. E meno male che la Juve ha maramaldeggiato tra un rigore gentilmente infiocchettato e un goal fantasma che resta fantasma a differenza di altri palloni oltre la linea del passato entrati in porta ma non sui tabellini e negli archivi della FIGC.
La differenza tra un tifoso cieco e un tifoso intellettualmente onesto sta nella differenza tra i cori juventini e le parole di Marco Travaglio che, sempre più disgustato dalla sua squadra del cuore (ma non della testa), a John Elkann ha detto di vergognarsi di cugino Andrea che ha reso più sopportabile l’onta di calciopoli del 2006, prendendosi gli insulti dei primi, i ciechi. Sembra che il calcio italiano, incapace di regalare sogni estivi agli italiani come negli anni 80-90, abbia trovato il modo peggiore per far parlare di sé e il gallo di turno si mette d’impegno per mantenere la sua posizione privilegiata sulla munnezza. Il baratto Cassano-Pazzini è il compendio delle nozze coi fichi secchi che poi sono marci perchè anche Cassano vomita veleno sul Milan e i suoi ex tifosi lo mettono nel mirino. Se il buongiorno si vede dal mattino, questa è un’alba nuvolosa che nasconde il sole.
Ma per fortuna il calcio giocato, non condizionato, ci ha regalato un po’ di divertimento e un raggio di luce, uno squarcio nelle tenebre dopo tanto disgusto firmato Cavani che ancora una volta ha dato un dispiacere ai suoi ex-tifosi e una volta ancora ha contenuto l’esultanza in quello che è stato il suo stadio. Atto spontaneo e non formale di un calciatore con qualche valore in più. Gesto che scalda il cuore sporcato negli studi di Mediaset Premium dal cinismo di Aldo Serena che ha detto di non capire “certi atteggiamenti che mortificano la bellezza del calcio”, spalleggiato da Maurizio Pistocchi che nel gesto del “matador” ha visto una mancanza di rispetto nei confronti dei tifosi del Napoli. I quali invece apprezzano, applaudono e ringraziano pure.
Calcio che trita tutto, anche quei pochi valori residui. Manca il buonsenso oltre i soldi e le idee. Quello che in un passato neanche tanto lontano consentiva di nascondere il volto brutto di uno sport che già si trasformava in show-business. A proposito, Corrado Ferlaino ha parlato con Dario Sarnataro per “Il Mattino” e ha fatto una battuta per commentare il furto di Pechino: «Dopo 150 anni i piemontesi ci hanno fregato un’altra volta. Allora si servirono di Garibaldi, stavolta di Mazzoleni». Non era solo una battuta, di Ferlaino è nota la conoscenza e la passione per le vicende storiche di Napoli condivisa con l’ex moglie Patrizia Boldoni. E l’ex presidente non ha fatto riferimenti casuali perchè sa bene che gran parte delle mille camicie rosse era bergamasca, proprio come Mazzoleni. Ma se il buon Corrado, negli anni degli scudetti, avesse dato ascolto alla sua passione invece di accontentare la sua ex signora affascinata dalla figura di Napoleone oggi non avremmo la N napoleonica sovrapposta all’azzurro borbonico. Chi conosce la storia di Napoli sa che l’epoca di Napoleone iniziò con furti e ruberie all’ombra del Vesuvio (vero Championnet?). Poi arrivarono i piemontesi, mezzi francesi con l’aiuto degli inglesi. E la storia si ripete, non solo nel calcio. Caro Ferlaino, ma allora te le cerchi?!