Una strada per i martiri di Pietrarsa

martiri_pietrarsaAngelo Forgione Tutto sommato non c’è voluto tanto per affermare una verità nascosta. Quattro anni fa l’eccidio di Pietrarsa del 1863 era sconosciuto, relegato all’oblio degli archivi e alla consapevolezza di quei meridionalisti che sapevano, e che nel corso di questi anni l’hanno portato alla luce a furia di commemorazioni nel Museo ferroviario di Pietrarsa. E così, nella giornata di sabato 19 dicembre, una strada di San Giorgio a Cremano è stata finalmente intitolata al ricordo dei martiri di Pietrarsa, uccisi in difesa del loro lavoro ben 23 anni prima degli analoghi incidenti di Chicago per cui fu istituita la festa dei lavoratori del 1 maggio.
Qualche anno per far emergere una verità dimenticata per più di un secolo, e va bene che sulla targa toponomastica vi sia scritto “caduti sotto il fuoco sabaudo”, rimarcando che, nel 1863, il già fuoco italiano odinato dal questore Nicola Amore, poi sindaco di Napoli (ancora oggi issato ad esempio di buona amministrazione), era fuoco obbediente ai voleri di Torino.
Via Martiri di Pietrarsa sostituisce l’antico toponimo di via della Ferrovia, su proposta dall’assessore all’urbanistica del comune vesuviano, Pietro De Martino. E già negli anni Novanta, l’ex sindaco Aldo Vella aveva cancellato di forza l’allora piazza Garibaldi per intitolarla a Massimo Troisi. Gli uomini cui è dedicato il ricordo sono Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, quattro operai (ma forse furono di più; NdR) che il 6 agosto 1863 furono uccisi da Bersaglieri, Carabinieri e Guardia Nazionale alle spalle durante uno sciopero di protesta contro i licenziamenti e le condizioni disumane di lavoro a cui erano stati costretti dai nuovi proprietari della fabbrica. Il Real Opificio di Pietrarsa, uno dei vanti dello Stato borbonico, che su un’area adiacente alla prima tratta ferrata, la Napoli-Portici, aveva sfornato le prime locomotive italiane, fu destinato allo smantellamento e al declino per decisione delle nuove classi dirigenti dell’Italia appena unita, decise a trasferire le commesse verso gli stabilimenti Ansaldo di Genova.
Dopo questo risultato, magari un giorno vedremo i segretari dei sindacati nazionali festeggiare il 1 maggio a Pietrarsa, luogo simbolo della lotta operaia in Italia.

collegamento con Radio Marte del 1 maggio 2012

Pulcinella, che vuol dirci costui?

Angelo Forgione È o non è un’offesa dare del “Pulcinella” al prossimo? È questo il tema scaturito dal modo con cui il tifoso interista Enrico Mentana si è rivolto al tifoso napoletano Raffaele Auriemma, entrambi giornalisti, seppur in diversi ambiti. Il fatto è che Pulcinella è finito nel Novecento sul podio del folklore partenopeo insieme alla pizza e al mandolino, coi quali condivide un’altissima dignità, svilita da quella profana superficialità che tutto trita. Tutto quanto è simbolo di una napoletanità fortemente espressiva, mal tradotta da chi parla un “linguaggio” diverso, rischia oggi di imbarazzare i napoletani stessi, o almeno quelli che subiscono passivamente ciò che è la vulgata nazionale predominante. Provare a chiarire i significati reconditi della notissima maschera napoletana della Commedia dell’Arte può aiutare a sgretolare un po’ di frivolezza soverchia.
Pulcinella è magnifico archetipo, rappresentazione universale di quella parte di umanità sofferente che affronta le difficoltà mascherandosi dietro un sorriso amaro. Pulcinella è messaggio esoterico: nasce dall’uovo alchemico della vita, e già dai primi respiri trova la morte a incombere; ma è esplosivo, figlio di una terra vulcanica, è fuoco, ed “erutta” con tutta la sua vitalità, pronto ad affrontare le difficoltà con la sua indole “leggera”, incurante del pericolo con cui esorcizza le paure e sfugge alle avversità dell’esistenza. È deforme, gibboso e panciuto, ha il naso adunco e la voce stridula, è affetto da ipogonadismo, motivo per cui è chiamato “piccolo pulcino”. Pulcinella è il bambino celato nell’adulto, è la morte dentro la vita, è la malinconia mascherata dall’allegria, è la saggezza popolare nascosta dalla sciocchezza, è il nero in mezzo al bianco. Pulcinella è il contrario di sè, è incoerenza fatta carne. Pulcinella, più di tutte le altre, è maschera. Il fatto è che è facile confondere l’incoerenza con l’inaffidabilità dalla quale nasce la sentenza “Pulcinella uguale cialtrone”.
Jean-Noël Schifano, in occasione dell’inaugurazione del busto in bronzo donato da Lello Esposito sito in vico fico Purgatorio ad Arco, definì antropologicamente Pulcinella «figura-simbolo partenopea, spesso bollata come folklore e invece vera porta sul genius loci della città… Pulcinella essere ermafrodito, Horus del popolo, figura esemplare del barocco esistenziale». Nella stessa occasione, l’intellettuale residente a Parigi si disse «molto felice di lasciare la torre Eiffel per una cosa autentica, vera e di filosofia che è Pulcinella». Con lui, il filosofo Aldo Masullo, appellandosi ai napoletani: «In nome della maschera di Pulcinella, togliamoci la maschera», cioè, recuperiamo la nostra vera identità.
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Aldo Masullo: «’napoli’ non può stare sul vacabolario come termine razzista»

Angelo Forgione È trasalito anche Aldo Masullo, intervistato da Dario De Martino per il Roma del 28 dicembre 2014 sulla presenza nel dizionario Hoepli dell’accezione spregiativa della parola ‘napoli’ (non nàpuli): “Un termine del genere non ha alcun diritto di entrare nella lingua italiana”, ha detto il filosofo napoletano.
Intanto, Massimo Pivetti, curatore del Grande Dizionario Hoepli-Gabrielli, informa che la voce è entrata nell’edizione del 1993, da lui stesso approvata, e che è opportuno che ci sia perché nell’uso è diventato un nome comune.
“In questi passaggi – dice Pivetti – il nome proprio di partenza ci perde sempre qualcosa, perché l’attenzione si concentra tutta su un unico aspetto di quanto esso designa, che oscura tutti gli altri: così Napoli (con la maiuscola) perde tutto quanto il nome della città evoca in termini di storia civile, di bellezze naturali, di ricchezza culturale, e si riduce a denominazione di un luogo geografico, come capitale di un Mezzogiorno dal quale tanti sono emigrati in cerca di lavoro. Nel nostro caso, l’uso con intento spregiativo di napoli (con la minuscola) col significato di napoletano o meridionale è ben poco attuale; anzi, sa molto di anni ’50. Ciò non toglie che il termine sia legittimato a far parte del nostro patrimonio linguistico, anche per merito di scrittori di un certo peso; e per chi si occupa di dizionari, l’impiego di una parola da parte di autori “consacrati”, come Pavese, Fenoglio, Testori. Lo spreg. vuol dire anche: state attenti che, se dite così, chi vi ascolta è probabile che si offenda; un po’ come accade a noi italiani quando ci sentiamo dare del macaronì dai Francesi. Sta però di fatto che questa parola esiste, e io non posso farci niente”.
Pivetti informa che la parola è presente anche nei dizionari Treccani, Battaglia, De Mauro, Devoto-Oli e Zingarelli. Ciò non assolve ma condanna ancor di più un paese velatamente razzista che finge di non esserlo, un paese che nella propria “cultura” lascia entrare certi termini, anche se la lingua italiana avrebbe il compito di unire.
Le colpe non sono di chi ha realizzato i vocabolari ma, evidentemente, di quegli autori “consacrati” a cui fa riferimento Pivetti, che hanno trasformato il piemontese “nàpuli” in italiano “napoli” per uso comune. Bisognerebbe chiedersi solo perché certi vocaboli entrano nei dizionari con tanta facilità e non ne escono più. Altro esempio? Il termine “borbonico”, nonostante ormai sia stato dimostrato che gran parte di quanto fatto al Sud nell’epoca borbonica è tutto fuorché retrogrado.

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‘Napoli’ aggettivo spregiativo per Hoepli

Angelo Forgione Con sommo stupore e trasalimento, ho notato che il dizionario Hoepli online, tratto dal Grande Dizionario Italiano di Aldo Gabrielli (editore Hoepli), riporta alla voce ‘Napoli‘ l’aggettivo spregiativo che sta per ‘Napoletano’. Nell’anti-meridionalità nazionalista dell’Italia del dopoguerra industrializzata a metà, gli operai del Sud agricolo, senza più opifici, furono chiamati dai torinesi «nàpuli» e «mau mau». Che nàpuli fosse un poco edificante vocabolo di matrice piemontese era chiaro, ma che fosse diventato addirittura ‘napoli’, e come tale inserito in un dizionario di lingua italiana, non era noto. Provare per credere.

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Quando Massimo Troisi scalzò Giuseppe Garibaldi

Angelo Forgione per napoli.com Impossibile non pensare a Massimo Troisi a venti anni esatti dalla sua scomparsa. Ogni parola potrebbe sovrapporsi a mille altre, ed è meglio che ognuno trovi le sue. Io preferisco ricordare il Pulcinella senza maschera nel 1977, quando, con fine sarcasmo, denunciò la questione meridionale: «Ho capito perché a noi meridionali ci hanno chiamato Mezzogiorno d’Italia. Per essere sicuri che a qualunque ora scendevano al Sud si trovavano sempre in orario per mangiarci sopra. Ma il napoletano è allegro, simpatico, ha la musica nelle vene. E per forza… Voi il sangue ce l’avete succhiato tutto quanto!» (guarda il video).
Preferisco ricordare Massimo nel 1981, quando, intervistato da Isabella Rossellini, analizzò l’abbandono istituzionale del popolo napoletano: «Se i napoletani sapessero dov’è il potere lo andrebbero ad assediare. E invece il potere si nasconde in modo subdolo. Ma quando si saprà chi è sarà dura per lui» (guarda il video).
Preferisco ricordare Massimo la sera del 17 maggio 1987, quando andò in onda su Rai Uno, in diretta da Napoli, uno show celebrativo del primo scudetto azzurro. Una “falsa” intervista di Gianni Minà culminata con uno sferzante sfogo mascherato con brillantissima ironia. Il giornalista piemontese gli ricordò: «Al Nord sono comparsi striscioni del tipo “siete i campioni del Nord-Africa”. L’Unità d’Italia non è mai avvenuta!». Il compianto attore, in epoca di apartheid, rispose: “È invidia che chi vince si deve portare dietro. Io intanto, sinceramente, preferisco essere un campione del Nord-Africa piuttosto che mettermi a fare striscioni da Sud-Africa» (guarda il video).
Mi piace infine ricordare il coraggioso atto di Aldo Vella, ex sindaco identitario di San Giorgio a Cremano, che negli anni Novanta cancellò di forza l’allora piazza Garibaldi e la intitolò a Troisi. L’iniziativa attirò critiche e veti, a cominciare dalla Società di Storia Patria di Giuseppe Galasso, ma la prova di forza fu vinta e la cerimonia avvenne l’11 gennaio 1997, alla presenza di cittadini, familiari di Massimo e dell’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano. Garibaldi fu spodestato per la prima volta da una piazza italiana, restituita all’identità del territorio, e fu un po’ come cambiare la storia.

Pulcinella e l’identità da ritrovare

Pulcinella si riprende la scena e lo fa a vico fico Purgatorio ad Arco, angolo di via Tribunali, con una scultura in bronzo che lo raffigura alta 2 metri e 30 centimetri, forgiata e regalata da Lello Esposito al Comune di Napoli. All’inaugurazione presenti, oltre allo scultore, l’intellettuale Jean Noël Schifano, il filosofo Aldo Masullo, il sindaco Luigi de Magistris, l’assessore all’Urbanistica Luigi De Falco e il regista teatrale Michele Del Grosso, promotore dell’iniziativa. Un’occasione per restituire finalmente alla maschera napoletana la sua vera identità che è filosofica, antropologica, esoterica, poetica e teatrale e non semplicemente folcloristica come quella che le è stata ricucita addosso, anche a causa di clamorosi errori di mostri sacri del teatro napoletano. «Pulcinella essere ermafrodito, Horus del popolo, figura esemplare del barocco esistenziale. Più si è napoletani e più si è universali… e sono molto felice di lasciare la torre Eiffel per una cosa autentica, vera e di filosofia che è Pulcinella», sottolinea il solito impeccabile Schifano. Gli fa eco il filosofo Aldo Masullo: «In nome della maschera di Pulcinella, togliamoci la maschera». Come dire, recuperiamo la nostra vera identità. E Pulcinella racchiude tutta la metafora.

Nino D’Angelo e la storia di Napoli, da ignorante a consapevole!

“La Juventus non può non essere odiata dai napoletani, è questione storica”.
Storia di un percorso di conoscenza, vittoria della diffusione culturale vigile

Angelo Forgione – E alla fine Nino D’Angelo studiò e divenne consapevole della storia di Napoli! E la cosa felicita perchè dimostra quanto sia efficace il lavoro di chi non accetta le falsità storiche e cerca di riattivare un senso di orgoglio in un popolo che è l’unico artefice del cambiamento o dell’immobilismo.
Nino D’Angelo è tornato a parlare attraverso le pagine de “Il Mattino” e ha spiegato perchè, secondo lui, i tifosi napoletani detestano la Juventus. Alla domanda “Perchè la Juve è antipatica ai tifosi del Napoli?”, il cantante ha così risposto: “Un vero sostenitore azzurro non può non odiarla, sportivamente. Fa parte del nostro dna, forse dipende anche dai retaggi derivanti dalla storia, con i piemontesi che vennero a saccheggiare il Sud”.
Dichiarazione frutto di una conoscenza da poco approfondita e sollecitata da tutti noi divulgatori delle verità storiche. Tutto comincia nel Febbraio di due anni fa, quando D’Angelo partecipa a Sanremo e sempre a “Il Mattino”, alla vigilia della kermesse, rilascia un’intervista-denuncia sulla condizione sociale di Napoli e del Sud che il quotidiano titola “D’Angelo, la camorra e i sottotitoli”. Tanti i temi toccati dibattendo il testo della sua canzone “Jammo jà”, compresa la questione meridionale, e D’Angelo scivola così: «Quella cartolina (Napoli) l’abbiamo inventata noi, a partire dalle canzoni. Le bandiere bianche, la resa evocata nei versi, sono colpa nostra quanto degli altri. Della destra come della sinistra. Di chi ci tratta con razzismo e di chi ha fatto tanto perché questo accadesse. Dei Borbone come dei Savoia». Insomma, chi aveva avviato un progresso di Napoli accomunato nelle colpe a chi gliel’aveva rubato. Tante le proteste dal fronte meridionalista, da diversi movimenti e associazioni, compresa quella di chi scrive: “Mi rammarico del fatto che siano stati accomunati i Borbone di Napoli ai Savoia, quest’ultimi capaci di invadere una terra ricca di monete d’oro e risorse per renderla schiava, costringendo i meridionali ad emigrare e facendo si che la camorra proliferasse. Esprimersi senza conoscenza delle vicende storiche rischia di far ancora più male alla città e fare il gioco di chi, 150 anni fa, ci ha rubato tutto”.
Nino D’Angelo fu cortese a rispondere, ammettendo la sua falla: “Non volevo dare giudizi, né prendere posizione, perchè la mia “ignoranza in materia” non me lo permette, quindi lascio a Voi, che conoscete bene la storia, la riflessione su chi abbia fatto più o meno meglio per il nostro amato Meridione. Credetemi, Nino D’Angelo è e resterà sempre uno del popolo, un “suddito”, a cui non piacciono a priori i Re….”.
Gli fu precisato che non si trattava di amare la monarchia ma di rispettare la storia di Napoli, ieri come oggi; che si trattava di guardarsi dal pericolo di vedere la sua pur bella canzone meridionalista sacrificata al cospetto di una canzone di chiaro stampo “fintopatriottico” di Emanuele Filiberto di Savoia (Italia amore mio) che faceva molto comodo alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Ci mise poco l’artista napoletano a scontrarsi con la realtà. Lui e Maria Nazionale eliminati al festival, il principe promosso fino alla finale. Ci mise poco anche a scoprire la verità e dopo soli pochi giorni, in una nuova intervista a “Il Mattino”, si scagliò contro Emanuele Filiberto e la sua canzone definita “molto più che una chiavica” che era arrivata fino in fondo. Eloquente lo sfogo: “È un altro schiaffo dei Savoia a Napoli. Mi sento un Masaniello bastonato. In questi giorni ho studiato, mi sono documentato, ora so meglio quello che hanno combinato a Napoli e all’Italia. Ma, a parte il fatto che uno venuto dal popolo come me non ha simpatia per nessun re, il problema è musicale. Ed è grave”.
A distanza di due anni arrivò Aldo Cazzullo a sondare l’identità meridionalista napoletana per il Corriere.it e nel suo reportage fu tirato in mezzo anche Nino D’Angelo che raccontò la sua conoscenza con il mondo meridionalista dichiarandosi ignorante in storia del Risorgimento e fecendo riferimento all’episodio sanremese che lo aveva visto oggetto di un “richiamo generale” per alcune affermazioni superficiali (guarda a -02:16). Ma nelle sue parole ancora un po’ di timidezza mista ad una ritrovata consapevolezza, con molta cautela nel parlare di monarchia. Oggi Nino D’Angelo spiega il motivo per cui i tifosi napoletani diventano sempre più insofferenti alla Juventus, e in chiave contemporanea ci prende in parte. Finalmente parlando di dinamiche di popolo, a prescindere dai re. “I piemontesi che vennero a saccheggiare il Sud”, prima non sapeva, ora sa. Se non è maturazione culturale questa?!