Lucio Dalla e quella scintilla pugliese che l’ha reso napoletano

Angelo Forgione – «Se ci fosse una puntura intramuscolo con dentro tutto il Napoletano me la farei, anche se costasse duecentomila euro». Parole senza musica di Lucio Dalla, un bolognese purosangue che disse di voler rinascere a Napoli in una seconda vita.
Dalla fu rapito dalla lingua dialettale napoletana, e perciò cambiò il suo modo di comporre musica, tendendo alla lirica. Fu una trasformazione intima ancor prima che artistica, innescata dal dialetto delle isole Tremiti, geograficamente pugliesi ma foneticamente napoletane-ischitane, e poi completata dalla vista del Golfo di Napoli, ammirato dalla stanza di Caruso a Sorrento.
Un piccolo grande particolare storico-geografico che ho rivelato a La Radiazza (Radio Marte), interpellato dopo la telefonata di un radioascoltatore. Ci ha pensato Gianni Simioli a telefonare a una signora tremitese per parlare in napoletano e verificare se a largo del Gargano fosse come parlare con una compaesana. Davvero un bel momento di radio identitaria.

Napoletano, lingua o dialetto?

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Angelo Forgione per Napoli (giornale gratuito) Il Napoletano è un dialetto o una lingua? Cercare una differenza tra le due definizioni è davvero esercizio inutile. In realtà il dialetto è una lingua parlata con specificità territoriale, non nazionale, ma pur sempre lingua. Il Napoletano è oggi un dialetto, cioè lingua regionale romanza con proprie norme grammaticali, lessicali, fonetiche e ortografiche, e assume, nelle sue variazioni, pronunce diverse nell’alto Casertano, nel Sannio, in Irpinia, nel Cilento, fino a irradiarsi nelle zone più vicine di Lazio, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise e Puglia. Ma fu anche lingua ufficiale, allorché Alfonso d’Aragona, sovrano di lingua catalana, per decreto del 1442, sostituì il Napoletano antico, diverso da quello moderno, al Latinotardo nei documenti ufficiali e nelle assemblee. Lo fece per dare impulso alla poesia vernacolare, affinché l’intera cultura napoletana respirasse il clima umanistico ormai imperante. E fu in quel momento che il Napoletano fu contaminavano dai tanti spagnoli a corte con diversi termini catalani e poi castigliani, sommati alle influenze di radice greca, latina, francese e araba. I grandi umanisti napoletani, dal Panormita al Pontano e al Sannazaro, continuarono a scrivere in Latino, ma la poesia vernacolare si sviluppò enormemente, e fu Bernardino detto il Velardiniello, nel Cinquecento, a purificarla, portandola anche nella musica, proprio mentre Napoli era declassata a vicereame e il Castigliano spodestava il Napoletano come lingua ufficiale. Il Velardiniello fu il primo vero autore della Canzone napoletana, padre delle Villanelle napoletane, delle cantate a più voci dal sapore rinascimentale su tema amoroso che sublimavano l’espressione gergale, e figura fondamentale nella definizione dell’idioma partenopeo, che si diffuse prepotentemente grazie a una folta schiera di poeti e musici popolari in tutta Europa che preferirono il genere partenopeo al canto carnascialesco toscano e alla villotta veneta. La grande diffusione fu operata da tre compositori fiamminghi: Orlando Di Lasso, Adrian Willaert e Hubert Waelrant. Il giuglianese Giambattista Basile, nel Seicento, dedicò alle villanelle del secolo precedente un elogio scritto con cui ne decretò anche la loro morte lirica. Fine di una certa produzione musicale ma non del dialetto, che proprio il Basile, nel suo fiabesco Lo Cunto de Li Cunti, propose in forma barocca, più articolato e virtuoso quantunque rude e ostico nella lettura, capace di accelerare un processo che, anche attraverso l’indipendenza d’epoca borbonica, quando il Napoletano tornò ad essere lingua nazionale parlata del Regno al di qua del faro di Messina, portò alla definizione della lingua armoniosa di Di Giacomo, Murolo, Mario e Bovio sdoganata nel mondo con le canzoni classiche.
Da qualche anno si rimarca, con una certa insistenza, che la lingua napoletana sia patrimonio UNESCO. È in realtà una bufala virale che non ha alcun fondamento, perché non figura affatto nella lista dei Patrimoni immateriali dell’Umanità del World Heritage. L’UNESCO, semmai, riconosce lo riconosce come “lingua vulnerabile”, cioè tra quelle non a rischio di estinzione ma che vengono tramandate come uso e costume e non accademicamente. E qui spunta il vero problema del Napoletano, soggetto a trasformazione e perdita di purezza per la mancanza d’insegnamento. Certamente si tratta dell’idioma italico più esportato e conosciuto, proprio grazie alla canzone classica partenopea, una delle maggiori espressioni artistiche della cultura occidentale, che da più di un secolo diffonde in tutto il globo la bellezza della parlata partenopea. Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Tito Schipa, Luciano Pavarotti, Placido Domingo, José Carreras e Andrea Bocelli l’hanno portata in giro per il mondo, calcando i più importanti ed entusiasti palcoscenici del pianeta; nomi altisonanti che fanno ben comprendere quale diffusione siano stati capaci di garantire, continuando a cantare in Napoletano anche oltre gli anni Settanta del Novecento, quelli in cui il mercato discografico impattò con la musica straniera, iniziando a snobbare la produzione partenopea. Se fino ad allora i cantanti italiani di musica leggera o lirica avevano dovuto imparare a cantare in Napoletano, divenne da quel momento necessario farlo in Inglese e in Spagnolo per aggredire i mercati discografici internazionali.
Lingua “vulnerabile”, dunque, perché dal 1860 in poi è andata sempre più degradando, considerata erroneamente retriva e volgare, e oggi va trasformandosi per molteplici cause che ne oltraggiano la scrittura e la meravigliosa pronuncia. Forte è l’aggressione delle contaminazioni moderne fatte di uno sguaiato slang giovanile e di vocaboli stravolti nel significato. Un esempio? Il vocabolo «vrenzola», ossia cosa da poco, è tristemente trasformato in indicazione di donna dalla spiccata villania. «Sta ascénno na vrenzola ‘e sole» si direbbe per indicare il sereno dopo la tempesta. Provate poi a chiedere a un napoletano di aferesi e apocope, e che differenza passi tra loro. Non è cosa da poco, perché si tratta di segni diacratici fondamentali della scrittura partenopea, deputati a precedere e seguire un articolo determinativo. E qui si apre la discussione sul più frequente, e ormai comunissimo, tra gli inguardabili errori di scrittura oggi ravvisabili sulle tante insegne commerciali della città e sui manifesti pubblicitari in dialetto. L’articolo il, che si traduce in lo, diviene tronco ponendovi un’aferesi, che ne cancella la consonante iniziale e la sua pronuncia. Ma è diventato ormai massivo l’errore di scriverlo con un’errata apocope dopo la vocale che segnala un’elisione inesistente. Cioè, «’o nnapulitano» è diventato «o’ nnapulitano». Più vulnerato di così…
Prima fra tutte le cause di certe derive è proprio l’assenza d’insegnamento, in un territorio in cui è già deficitario l’apprendimento delle lingue internazionali. Fanno però riflettere esempi come quello di Barcellona e di tutta la comunità autonoma della Catalogna, dove il Catalano si apprende nelle scuole, ma anche nelle università napoletane, quantunque sia stata proprio Napoli la capitale del Regno Catalano-Aragonese nella sua massima estensione, non Barcellona.
Iniziative private provano oggi a rimettere i napoletani sulla retta via, ma non basta. Timidi interessamenti al problema sono venuti negli anni passati dalle istituzioni locali, ma mai portati a compimento. Nella seduta del 14 Ottobre 2008, il Consiglio Regionale della Regione Campania approvò un disegno di legge d’iniziativa provinciale sotto il titolo di “Tutela e valorizzazione della lingua napoletana”, ma la legge mai arrivò.
Ai meno superficiali non resta che recarsi in libreria e dotarsi di testi di grammatica napoletana, o spulciare in internet, dove è possibile recuperare utilissimi saggi. In fondo, Lucio Dalla da Bologna, pur di poter parlare correttamente in Napoletano, disse di volerselo iniettare nelle vene: «Se ci fosse una puntura intramuscolo con dentro tutto il Napoletano me la farei, anche se costasse duecentomila euro».

Dov’è la Vittoria a Radio Goal

A Radio Goal (Radio Kiss Kiss Napoli) due chiacchiere con Lucio Pengue su Dov’è la Vittoria (Magenes).

L’influenza della Canzone napoletana nella musica internazionale

Angelo Forgione Lucio Dalla, da grande appassionato di cultura napoletana, una volta disse: «Quella napoletana è la musica più importante del Novecento, altro che Beatles! Dobbiamo tornare a noi, e non essere provinciali, scopiazzando all’estero». È innegabile che le radici della melodia e del belcanto nel mondo siano partenopee. Magari sfugge che nella Napoli sveva del XIII secolo iniziò a delinearsi quello che oggi chiamiamo genere pop, cioè popular, coi primi canti intonati delle lavandaie dell’agreste collina del Vomero. Nel successivo periodo angioino venne rappresentata in pubblico la primissima opera in musica folcloristica, firmata del fiammingo Adam de la Halle. Passando per le villanelle, diffuse in Europa dai fiamminghi Orlando Di Lasso, Adrian Willaert e Hubert Waelrant, l’evoluzione della melodia napoletana, legata a quella del dialetto, non si è mai interrotta, anche se la sua diffusione nel mondo ha subito un forte rallentamento per l’impatto avvenuto negli anni ’60 del ‘900 con la musica inglese e americana. Oggi, a girare per il mondo, è il grande repertorio classico della Canzone napoletana. Ma che influenza ha avuto tutta questa storia nella musica internazionale delle grandi band del Novecento? Proviamo a capirlo ascoltando qualche brano dei Beatles.

Bologna chiede scusa a Napoli

Qualche tempo fa fu la redazione regionale Rai del Piemonte, colta in castagna, a dover chiedere scusa ai napoletani per il razzismo da stadio. Non lo fece il Comune di Torino, come il consiglio comunale di Bologna, che oggi, dopo i cori razzisti intonati ieri allo stadio Dall’Ara, ha stigmatizzato più spontaneamente ogni forma di espressione di stampo razzista e si è scusato con la città di Napoli e con tutti i cittadini che non si sentano rappresentati dal fanatismo ultras. È quanto si legge in un ordine del giorno approvato all’unanimità (clicca qui). Il Consiglio “auspica che le società calcistiche prendano una volta per tutte le distanze da ogni forma di violenza”. Il sindaco felsineo Virginio Merola ha commentato in una nota dicendo che “si è trattato di comportamenti che nulla hanno a che fare con lo sport. Una violenza verbale inconcepibile, da condannare”. Inoltre, secondo Merola, “è stata infangata la memoria di Lucio Dalla, persone che ha sempre amato la sua città e Napoli”. Nulla invece l’informazione sulla vicenda da parte della redazione regionale Rai dell’Emilia Romagna.

Bologna in corsa per l’oscar della stupidità (sportiva?)

Fischi su Dalla e sdegno di Gianni Morandi. La deriva dello stadio di Bologna.

Angelo Forgione – Lo striscione esposto dai tifosi bolognesi durante Bologna-Napoli, che recitava “Sarà un gran piacere quando il Vesuvio farà il suo dovere”, supera forse per cattivo gusto ogni altra volgarità letta e ascoltata negli stadi italiani negli ultimi decenni. A parte il volgare godimento espresso per eventuali catastrofi naturali, i cervelloni dell’idiozia hanno assegnato alla natura un dovere di comportamento imposto da una norma, dove per norma si intende la morte dei napoletani. La natura, si sa, non accetta compiti dall’uomo, ma semmai glieli suggerisce. Il vero problema è che l’unica norma o dovere nei nostri dannati stadi è la volgarità, l’offesa e il razzismo.
La stupidità aveva già offeso la memoria di Lucio Dalla, il bolognese napoletano, le cui note di “Caruso” erano state sommerse dai cori discriminatori di circa settemila sostenitori rossoblù. Sempre gli stessi, mentre i partenopei gridavano “Lucio, Lucio” dall’altra parte. Sempre più preoccupante la tendenza dello stadio felsineo, che già nel corso della partita all’insegna della lotta contro il razzismo tra Italia e San Marino della scorsa primavera aveva fatto notizia per la inopportuna rivendicazione anti-napoletana. Duro e nausato Gianni Morandi, che ha voluto far risuonare “Caruso” al Dall’Ara. “Non credevo che il tifo fosse degenerato a questo punto”, ha detto il cantante bolognese, lamentandosi del fatto che “sono lontani i tempi quando lo stadio di Bologna veniva preso ad esempio per la civiltà e la sportività del pubblico presente, che sapeva addirittura applaudire la squadra avversaria quando giocava meglio della nostra”.

Il Napoli è grande, alcuni bolognesi molto piccoli.

sorteggio Champions LeagueAngelo Forgione – Il Napoli torna in Champions, viva il Napoli! È la dimensione che meriterebbe la città, è la dimensione che merita appieno la società sportiva calcio. Non c’è squadra in Italia che abbia fatto i progressi del Napoli nell’ultima decade, neanche la Juventus dei due scudetti che veniva da due settimi posti e dalla serie B per nefandezze, non per fallimento.
Il progetto Napoli avanza, è in fieri, e non prevede cedimenti improvvisi. I tifosi azzurri siano orgogliosi e sereni, al di là dei mugugni per le strategie di De Laurentiis e i limiti di Mazzarri. Già, Mazzarri, il vero protagonista di questo progetto, da trattenere a tutti i costi, purché lui sia ancora stimolato dal tentativo di vincere lo scudetto col Napoli e di giocarsi la Champions Legue. Walter è probabilmente il miglior allenatore della storia del Napoli, e di grandi tecnici ce ne sono stati sulla panchina azzurra. Giova ricordare che la mentalità vincente, a prescindere dal fattore campo, è una sua impronta, che ogni giocatore cui lui dà fiducia riesce a offrire il centoventi percento, che il suo staff riesce a ridurre al minimo, quasi nullo) gli infortuni e lo stress fisico. Perdere un tecnico così sarebbe problematico e De Laurentiis lo sa benissimo.
Il Napoli ha ora il dovere di proseguire il rafforzamento per puntare al vero grande obiettivo del prossimo anno: il tricolore. E dovrà provarci con la consapevolezza che la Champions porterà via energie. Ecco perché la panchina dovrà essere lunga e forte, ecco perché questo mercato sarà fondamentale per le ambizioni del Napoli, che di soldi da spendere ne ha. Cavani si o Cavani no? Tutti dicono che ormai sia già altrove ma a me questa vicenda non ha mai appassionato, così come quella di Mazzarri. Il continuo chiacchiericcio è fonte di inchiostro per i quotidiani da vendere e ha stufato. Ogni anno la questione Mazzarri e quella del top-player di turno in partenza agitano le acque. Ma Cavani non è affatto già altrove. Le offerte ci sono ma soddisfano solo il calciatore, non la società. Chi vorrà il matador dovrà assicurare l’intera somma della clausola rescissoria e in caso contrario toccherà al Napoli accontentare il calciatore con un sostanzioso ritocco sull’ingaggio. La partita è tutta qui.
Doveroso uno sguardo al vergognoso comportamento dei tifosi bolognesi, qualche decennio fa gemellati con quelli napoletani. Già lo scorso anno si era capito che anche dalla città delle due torri non c’era più da aspettarsi i tappeti rossi. Erano stati anche più disgustosi di ieri, non perché esultarono ai goal dell’Udinese mentre il Napoli scivolava via dalla zona Champions ma perché, oltre a tutto lo scibile delle nefandezze ascoltate ieri, se la presero pure con San Gennaro. Ieri si sono limitati all’invocazione del Vesuvio, proprio loro cui la terra trema tutt’intorno da un anno. Il Napoli e il Bayern Monaco, la scorsa estate, devolsero centomila euro a testa più l’incasso dell’amichevole disputata ad Arco di Trento (e vinta dal Napoli) a favore delle popolazioni emiliane. Figuriamoci se questi schiavi del malcostume ad ogni costo lo sanno, loro che hanno pure dimenticato che, in una fredda serata d’inverno di quattro anni fa al “San Paolo”, Napoli fu l’unica a ricordare la bandiera Giacomo Bulgarelli. Due numeri 8 giganti rossoblù formati da una quarantina di ragazzi stesi a terra nelle due metà campo, applausi di tutto lo stadio e  striscioni sugli spalti. Da Bologna qualche corretto tifoso ringraziò e qualcuno scrisse anche “noi sportivi rossoblù non dimenticheremo mai la grande umanità del popolo partenopeo”. Lo scorso anno, i tifosi azzurri erano a Parma a ricordare il bolognese-napoletano Lucio Dalla da poco scomparso con due vistosi striscioni e tanta commozione. Te voglio bene assaje e Ciao Lucio, mentre Caruso risuonava in tutto lo stadio “Tardini”. Mi piace pensare che ieri tre urla si siano levate in cielo, quelle di Lucio Dalla: “GOOOOL”. Aveva detto che la cicogna era cieca e che voleva rinascere a Napoli per essere napoletano a tutti gli effetti. Ora può venire con noi in Europa, senza vergognarsi dei suoi concittadini, cantando ‘o surdato nnammurato.