Barbaja, il principe degli impresari

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Angelo Forgione La Barbajada è una bevanda-dessert di gran successo nella Milano dell’Ottocento, a base di caffè, cioccolata e panna. La inventò un giovane Domenico Barbaja, prima di diventare biscazziere della Scala e poi impresario al Real Teatro di San Carlo, chiamato a Napoli da Gioacchino Murat. La sua creazione divenne l’appuntamento delle ore 17 nella città lombarda e fu esportata anche a Napoli. Scomparsa dopo la guerra, nel gennaio del 2007 ha ottenuto il Riconoscimento De.Co. (Denominazione Comunale) da parte dell’amministrazione comunale di Milano, insieme a pochi altri prodotti gastronomici tradizionali milanesi. Oggi la si può gustare solo in qualche bar storico di Milano e di Napoli (quella in foto è servita al Gran Caffé Gambrinus, di fronte al Massimo napoletano).
Partendo da questa bevanda, Domenico Barbaja divenne uno degli uomini più potenti d’Europa, ma anche il più napoletano dei milanesi.barbaja_1.jpg F
u artefice delle prolungate fortune del Real Teatro borbonico dopo il tramonto della Scuola Napoletana del Settecento determinato dal giacobinismo rivoluzionario. Con lui, Napoli divenne la città di Gioachino Rossini, Gaetano Donizetti e diversi altri artisti di spicco dell’epoca.
Acquistò un intero palazzo su via Toledo, all’angolo con Santa Brigida, e mise persino in piedi una ditta edile da cui si fece costruire un villino a Mergellina per ospitare cantanti e musicisti e un’esclusiva villa a Casamicciola d’Ischia per ospitare diplomatici e uomini di gran rispetto. Gli fu affidato il compito di costruire la nuova facciata esterna del San Carlo, poi la nuova sala interna, dopo l’incendio che la devastò, e addirittura la nuova costruzione-simbolo del neoclassicismo napoletano, la basilica di San Francesco di Paola innanzi Palazzo Reale.
barbaja_2Ignorante di studi quale fu, Barbaja finì col parlare uno stentato italiano misto a termini e inflessioni meneghine e partenopee. Ma parlava con re, principi e diplomatici europei, e riuscì nell’ineguagliata impresa di ricoprire contemporaneamente le cariche di direttore del San Carlo di Napoli, della Scala di Milano e del Kärntnertortheater di Vienna, avendo come base la capitale borbonica.
Con i suoi affollati funerali a Santa Brigida si chiuse l’epoca d’oro del San Carlo e iniziò quella della Scala, legata alle vicende risorgimentali e all’opera di Verdi.

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PizzaUnesco e presepe tra caffè e mandolini

Il promotore della campagna #pizzaUnesco, Alfonso Pecoraro Scanio, col maestro pizzaiuolo Franco Pepe, al Gambrinus per mettere un pastore pizzaiuolo, dono di un’artista dei maestri di San Gregorio Armeno, nel presepe dello storico Gran Caffè.
Invitati all’evento, l’organizzatore di ‘Napoli Pizza Village’ Claudio Sebillo, Franco Manna di Rossopomodoro, Antimo Caputo del Molino Caputo, Angelo Forgione, Patrizio Oliva, Enrico Durazzo di Napolimania, i mandolinisti dell’Accademia Mandolinistica Napoletana e la Fondazione UniVerde Coldiretti Campania, oltre ai padroni di casa Antonio, Arturo Sergio e Massimiliano Rosati, che hanno offerto un brindisi natalizio.
L’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani, riconosciuta patrimonio immateriale dell’Umanità dall’UNESCO, può essere un veicolo per il rilancio delle tradizioni artigiane e culturali di Napoli.

Il culto del caffè a Napoli (Acino Ebbro – Radio Siani)

Tratto da Radio Siani, l’intervento di Angelo Forgione alla trasmissione Acino Ebbro di Marina Alaimo sulla storia del caffè e del suo radicamento nella cultura napoletana e italiana.

L’intera puntata, con l’intervento di Paola Campana della torrefazione artigianale Campana, che racconta le diverse varietà, le origini geografiche e il metodo di tostatura, è disponibile qui.

 

Pino, un anno senza te

Era il 4 gennaio del 2015 quando la notizia della morte di Pino Daniele sconvolse i suoi fan e i napoletani tutti. A distanza di un anno esatto, all’ora esatta del decesso, la comitiva de la Radiazza di Gianni Simioli si è ritrovata al Gran Caffè Gambrinus per ricordare il cantautore che non c’è più. È stata una festa della gente, la stessa che “chiamò” i funerali in piazza del Plebiscito, inizialmente previsti solo a Roma. Canti, ricordi e riflessioni. E poi torta e spumante per scandire rispettosamente il primo anno d’eternità dell’artista, che continua a vivere soprattutto nelle sue canzoni ma anche grazie all’affetto del suo popolo.

Capodanno in piazza, tradizione nata a Napoli, Roma e Bologna

Angelo Forgione  È ormai usanza consolidata di tutte le principali città italiane quella di festeggiare l’arrivo del nuovo anno in piazza, al gran freddo della prima notte di Gennaio. Da ventitré anni va avanti così, ormai tradizionalmente, tra concerti, spumante e fuochi d’artificio sotto le stelle piuttosto che al tepore dei più riparati e costosi locali.
A fare da apripista alla rivoluzione di San Silvestro furono Napoli, Roma e Bologna, il 31 dicembre del 1994, quando in Italia era davvero impensabile catapultarsi in strada per salutare il nuovo tempo. Tre feste pubbliche sull’asse Sud-Centro-Nord, organizzate da tre sindaci che, in un epoca in cui Milano faceva da capitale della Tangentopoli nazionale, erano considerati a capo di amministrazioni progressiste: Antonio Bassolino a Napoli, Francesco Rutelli a Roma e Walter Vitali a Bologna.
All’ombra del Vesuvio, qualche mese prima, era stato rigenerato il “salotto reale” di piazza del Plebiscito, l’antico largo di Palazzo, pedonalizzato e liberato dalle auto con il maquillage del G7, che poi era stato G8 con l’invito accettato dalla Russia. Se ne erano innamorati tutti, non solo i capi di Stato presenti a quel summit ma soprattutto i cittadini, improvvisamente travolti dalla dimenticata regalità di quel fazzoletto di città e dalle speranze poi tradite del cosiddetto “rinascimento napoletano”. La sera del 10 luglio, giorno di chiusura del vertice mondiale, Bassolino aveva notato che gli automobilisti avevano già violato il divieto provvisorio di circolazione nello slargo neoclassico e, dopo aver riposizionato personalmente le transenne spostate, quella notte stessa aveva preso la decisione di pedonalizzarlo permanentemente. Cinque mesi dopo, a dicembre, avrebbe inaugurato i festeggiamenti del Capodanno musicale in piazza, una novità assoluta per Napoli, ma anche per l’intera Italia.
Sembrò una follia per una città abituata pure all’esplosività anche drammatica della mezzanotte, e in realtà fu una scommessa, vinta. La lira era crollata ma paradossalmente qualche milione di italiani se ne era andato all’estero a festeggiare. Non proprio pochissimi avevano invece preferito Napoli dopo aver visto in estate le immagini in mondovisione dei più influenti uomini del mondo con espressioni cariche di meraviglia per una dimenticata capitale che ritrovava gli antichi sfarzi. Bassolino fece un colpo di telefono a Luciano De Crescenzo e a Marisa Laurito, in città per le feste, invitandoli a scandire il countdown e a brindare tra la gente. Ebbe il sì, come pure quello di Enzo Gragnaniello, Antonio Onorato, Tony Cercola e Nello Daniele, designati a suonare incappottati. Don Antonio registrò un messaggio di fine anno davanti alle telecamere delle tivù locali, con cui invitò tutti in piazza, turisti e cittadini. Arrivarono in centomila al Plebiscito, e trovarono i musicisti sul palco, allestito in tutta fretta sul lato di palazzo Salerno, e poi artisti di strada, mimi, musici, attori, ballerini e clown qua e là. A mezzanotte il brindisi, e poi il promesso spettacolo pirotecnico sul mare, che non si vedeva dai tempi della già scomparsa festa di Piedigrotta. E per concludere la nottata, lasciata all’improvvisazione dei dj delle principali radio private, cornetti caldi a mille lire del vecchio conio nei chioschi allestiti dagli acquafrescai di Mergellina.
Contemporaneamente, in piazza del Popolo a Roma, i migliori jazzisti italiani suonarono le note di cento anni di cinema d’autore con cinquanta pianoforti, mentre le immagini delle più storiche pellicole furono proiettate su un megaschermo. Gran ballo in compagnia del sindaco Rutelli e fuochi d’artificio. Più su, a Bologna, in piazza Maggiore, fu messa in piedi la ‘Notte degli Angeli’ all’insegna della solidarietà. Uno spettacolo condotto da Paolo Bonolis con i maggiori nomi dello spettacolo bolognese: Lucio Dalla, Gioele Dix, Red Ronnie, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni e altri.
Così, in Italia, nacque il Capodanno in piazza. Fu un successo! Tutte le amministrazioni, negli anni successivi, si accodarono alla modernità lanciata da Napoli, Roma e Bologna, rendendo il brindisi sotto le stelle di San Silvestro un irrinunciabile appuntamento di tutte le città italiane. Oggi il cosiddetto “concertone di Capodanno” è tradizione nazionale.

Dalla Germania, il re della birra nel tempio del caffè

Angelo Forgione Ursula Stumpe Lockheimer è una donna di Leimen, sud della Germania. Un tempo, la sua famiglia gestiva una birreria e qualcosa da smaltire di quegli arredi ancora le è rimasta in magazzino. Un pezzo ha voluto portarlo a Napoli, città che ama e sul cui sviluppo urbanistico ha incentrato, anni fa, la sua tesi di laurea. Ha caricato sulla sua auto una statua di Gambrinus, il mitologico Giovanni di Borgogna, il “senza paura”, Re della Fiandre e patrono della birra, ha acceso il motore ed è partita in direzione del Vesuvio. La sua meta era il Gran Caffè Gambrinus, in pieno centro. Quando è arrivata, dopo 1200 chilometri e 15 ore di viaggio, ha consegnato la scultura ai gestori dello storico caffè napoletano (foto F. Borrelli). La sua testimonianza appassionata è stata raccolta dal consigliere regionale Francesco Borrelli (clicca qui per il video).
Ma perché il Re della birra ha dato il nome al locale simbolo del caffè di Napoli? La storia inizia nel 1860, quando, al piano terra del lato di piazza San Ferdinando del palazzo della Foresteria, l’elegante edificio costruito nel 1816 che oggi ospita la Prefettura, l’impreditore Vincenzo Apuzzo apre il Gran Caffè. Diviene in breve tempo il salotto del bel mondo cittadino, tanto da ottenere il raro e prestigioso riconoscimento di “Fornitore della Real Casa borbonica” per la bontà dei suoi prodotti. Nel 1890, in piena Belle Èpoque, il Gran Caffè viene ristrutturato in stile liberty dall’architetto Antonio Curri, con il prezioso lavoro di quaranta tra artigiani e artisti, e ribattezzato Gambrinus in nome del leggendario Re delle Fiandre e della birra, colui che, secondo il poeta tedesco del Cinquecento Burkart Waldis, apprese l’arte della birra da Iside. Chiaro il riferimento esoterico, visto che la birra è da sempre figlia di un processo alchemico capace di esaltare l’umore, di ridurre i freni inibitori e di rendere impavidi, cioè “senza paura”; da sempre, simbolo del sacro fuoco anche nel nome (dal greco pyros: fuoco). Ma perché, mentre in tutta Europa il Re senza paura dà il nome a diverse birrerie, a Napoli veniva associato a un Caffé? In piena Unità d’Italia, l’intenzione è quella di mettere insieme, nell’immaginario, la classica bevanda fredda e chiara del nord con quella bollente e scura ormai tipicamente napoletana. Un respiro internazionale per il nuovo Gambrinus, che si consacra come tempio dell’élite intellettuale napoletana, europea ed oltre, dove ritrovarsi per fare politica, letteratura e arte, rendendosi uno dei più riusciti esempi in Italia di caffè letterario di ispirazione europea. Durante il Fascismo, il Gran Caffè Gambrinus viene chiuso perché luogo di ritrovo antifascista. Nel 1938, i locali vengono occupati da un’agenzia del Banco di Napoli e poi, nel 1952, restituiti alla loro precedente funzione. Ma solo negli anni Settanta il Gambrinus viene restaurato e rimesso a nuovo da Michele Sergio, riappropriandosi anche dello sfarzo dei suoi saloni.
Oggi, in nome della birra, una tedesca è scesa a Napoli per stringere la mano ai figli di Sergio, signori del caffè.

Il caffè da migliorare

Angelo Forgione – La tanto attesa inchiesta di Report (Rai Tre) sul caffè ha evidenziato i guasti del sistema in Italia, dimostrando che i torrefattori fanno spesso abuso della qualità “Robusta”, che costa la metà della “Arabica” e ha aromi legnosi, se proviene dal Vietnam, e di terra, se di origine Africana. Fari puntati anche sui baristi che in troppi casi non sanno cosa c’è nelle miscele che servono, non effettuano il “purge” (l’operazione a bottone per pulire l’acqua, che è però automatica con le macchine a leva diffusissime a Napoli), non puliscono i filtri dove lasciano sedimentare residui cotti più volte, non puliscono la campana del macinino e non macinano il caffè al momento, pregiudicando l’aroma. Il resto dell’inchiesta ha riguardato le capsule.
Niente paura, però. La cultura della bevanda a Napoli e nel resto d’Italia è intatta, e non basteranno i pareri sul sapore a umiliarla. Andrej Godina, l’uomo dei voti, è stato presentato come rappresentante della Scae (Speciality Coffee Association of Europe), ma in realtà le sue degustazioni sono state condotte a titolo personale e completamente individuale, con la stessa Scae che si è dissociata dai suoi pareri, e lui da Report. Non tutti i produttori e non tutti i baristi sono sprovveduti e una trasmissione che punta le telecamere dove le cose vanno male, cercando solo quelle e non le positività, può condizionare l’opinione pubblica. Ma è evidente che certi guasti finiscano col pregiudicare il mercato e abbassare la qualità, col rischio di cambiare il gusto e imporlo al pubblico. Insomma, anche sul caffè bisogna imparare a saper scegliere, e anche a pretendere. Non c’è dubbio che il caffè, soprattutto quello napoletano, è da proteggere.