Il rencido caffè napoletano secondo Godina

Angelo Forgione Report, con la coppia Bernardo Iovene – Andrej Godina, è tornato sul luogo del delitto, a Napoli, che dopo più di cinque anni si è fatta trovare ancora impreparata e un po’ vaga sulla sacra questione caffè.
Allora fu un massacro. Le tazzine napoletane descritte come ciofeche degne dei peggiori bar di Caracas. Il triestino Godina già allora non era uno qualunque. Dottore di ricerca in Scienza, Tecnologia ed Economia dell’Industria del caffè, dall’alto di questa qualifica si spese per sfatare il mito dell’espresso napoletano. In verità, il suo anatema era partito qualche mese prima con un tour personale in compagnia di un barista romano, e aveva trovato il tempo di fermarsi alla Feltrinelli della stazione centrale, comprare il mio Made in Naples e snobbare il capitolo “Il Caffè”, mentre Alberto Angela lo adottava come fonte per i suoi approfondimenti storici sul rito del caffè a Napoli. Poi era andato ad assaggiare qualche caffè in piazza Garibaldi, al Gambrinus e a Santa Lucia, dove aveva scattato qualche foto per la sua pagina facebook, sulla quale poi autocommentò che con la sua passeggiata partenopea aveva “definitivamente sfatato il mito del buon caffè a Napoli!”.

Una volta tornato a casa, il dottor degustatore scrisse un articolo che fece parlare il web già prima della messa in onda della prima inchiesta di Report. E lì capii che l’attenzione con cui analizzava il caffè non corrispondeva a quella con cui aveva letto il mio libro, visto che “minuscolizzò” la parola Naples, pluralizzò il mio cognome e sbagliò anche il nome dell’editore. Pazienza.

Sulle sua sentenza non fu d’accordo il blog “Espresso News and Reviews” di San Francisco, che commentò il lavoro con perplessità e chiuse la propria analisi scrivendo: “Difendiamo la nostra valutazione sullo standard dell’Espresso a Napoli, che batte quelli di qualsiasi altra città del mondo in cui siamo stati (e sono tantissime). Ma, come l’articolo di Mr. Godina dimostra, le opinioni variano”.

Scoppiò fragorosa la polemica già al solo trailer della trasmissione, tra Napoli e Report, ma anche tra Report e Godina, che al TgR Campania accusò la redazione del programma di averlo gettato in pasto ai leoni, cioè di aver calcato la mano su Napoli mentre lui era critico con tutti i caffè d’Italia.

A puntata ormai vista, la polemica si ingigantì ancor di più, ed entrò in campo la Scae (Speciality Coffee Association of Europe), di cui Godina è membro degustatore. L’Associazione si dissociò dai pareri dell’esperto triestino, dichiarando che egli aveva condotto le sue degustazioni a titolo personale.
Anche l’Istituto Internazionale Assaggiatori di Caffè diffuse una propria nota, suggerendo un metodo di assaggio scientifico basato sull’analisi sensoriale di un gruppo di esperti, mentre quello che avevano visto fare da Godina rientrava invece nell’inattendibile critica enogastronomica del tutto individuale.

Acque agitate ma acque calmate in questi anni, e allora ecco il ritorno a Napoli, stavolta in compagnia di un altro degustatore, il napoletano Mauro Illiano. Ritorno meno turbolento nelle reazioni anche se non troppo diverso nei contenuti: il caffè napoletano fa un po’ meno schifo di allora, ma sa sempre di straccio bagnato.

Chiariamoci, Godina e Iovene non avevano torto nel 2014 e non ce l’hanno oggi, perché punti deboli nei bar napoletani ve ne sono. Diversi seguono le cattive logiche commerciali di torrefattori che offrono ristrutturazioni e benefit in cambio della loro miscela, che può essere di qualità o, in molti casi, non così buona. Peggio ancora accade quando a imporre il proprio pessimo standard sono i marchi delle organizzazioni criminali, e lì non c’è possibilità di avere chicchi di qualità.
I torrefattori fanno spesso abuso della qualità “Robusta”, che costa la metà della “Arabica” perché inferiore, con aromi legnosi, se proviene dal Vietnam, e di terra, se di origine Africana. I baristi, in troppi casi, non sanno cosa vi sia nelle miscele che servono, non puliscono i filtri dove lasciano sedimentare residui cotti più volte, non puliscono la campana del macinino, non macinano il caffè al momento (pregiudicando l’aroma) e non effettuano il “purge”, l’operazione per la pulizia dell’acqua, che però, attenzione, è automatica con le macchine a leva ancora diffusissime a Napoli rispetto a quelle a bottone.
È evidente che certi guasti finiscano col pregiudicare la qualità, col rischio di cambiare il gusto e imporlo al pubblico. Insomma, anche sul caffè bisogna imparare a scegliere, e anche a pretendere. Perché non v’è alcun dubbio che il caffè napoletano, per tutta la storia e la ritualità che vi girano intorno, è da proteggere, soprattutto ora che il fatturato delle aziende napoletane del caffè è in crescita.
È bene che lo standard della “tazzulella” si alzi, tra miscela e preparazione, e ciò è possibile anche senza un’associazione di categoria (una chimera!) che pensi magari ad un disciplinare di preparazione, così come fatto per la pizza napoletana, salvata dallo scippo che negli anni Ottanta qualcuno pensò di fare a Napoli, e ora innalzatasi a livelli di qualità ben più alti rispetto a qualche tempo fa.

Godina è certamente credibile per competenza, ma qualche tassello gli manca quando parla di miscela napoletana, ed è di tipo storico. Così come la scienza dei degustatori è stata imposta dal marketing così la consistenza del caffè a Napoli è stata imposta dalla storia e dai gusti locali, ed è lì che bisogna andare a cercare il motivo per cui nell’ espresso napoletano si usi una piccola percentuale di qualità “Robusta-Canephora”, certamente inferiore alla “Arabica”. Quando la cultura del caffè iniziò a diffondersi a Napoli, nel Settecento, per influenza della viennese regina Maria Carolina, i napoletani erano grandi consumatori di cioccolata. Nel 1771, il Bilancio del Commercio esterno del Regno, fatto d’ordine del Re, riportava una spesa davvero elevata per l’importazione di cacao, in quantità quasi tripla rispetto al caffè.

L’industrializzazione ottocentesca del cioccolato fece esplodere il consumo di cioccolatini e barrette, cioccolata in forma solida che relegò quella liquida in secondo piano rispetto al caffè, che divenne la bevanda da degustazione regina. Ma i napoletani erano abituati alla densità dell’infuso di cacao, e allora i produttori locali di caffè preferirono miscelare un po’ di “Robusta” alla “Arabica” per incontrare e soddisfare il palato dei napoletani. ‘A ciucculata ‘e café, a Napoli, era ed è sempre preferita al 100% Arabica, che è infuso più liquido. A patto però che si scelga una buona qualità di “Robusta”, che non si ecceda nella percentuale, e che il caffè si tosti e si prepari a regola d’arte. Su questo dobbiamo essere tutti d’accordo, senza presunzione.

Come il caffè si fece napoletano

Angelo Forgione – Philippe Daverio, qualche tempo fa, ipotizzò che il caffè fosse partito da Costantinopoli, arrivato a Vienna, poi passato a Venezia e giunto, infine, a Napoli.

In realtà il caffè giunse in territorio vesuviano direttamente per mano dei mercanti veneziani, bypassando Vienna, ma non si diffuse come altrove. Il cuoco marchigiano Antonio Latini, nel trattato di cucina “Lo scalco alla moderna” scritto e pubblicato a Napoli nel 1694, cita il caffè come rimedio per i convalescenti. La Chiesa ne ostacolava l’uso per il colore e per le sue proprietà eccitanti, considerandolo portatore di malocchio e bevanda del diavolo. La forte corrente anticlericale partenopea del Settecento spazzò via anche certe dicerie.
Nel 1768 giunse a Napoli la viennese Maria Carolina D’Asburgo-Lorena, figlia di Maria Teresa d’Austria, data in sposa a Ferdinando IV di Borbone. Fu effettivamente lei, laica e di forti tendenze massoniche, a dare impulso massiccio all’importazione del caffè e a radicarne la tradizione nella cultura napoletana. La diplomazia asburgica aveva interpretato il matrimonio tra una Asburgo e un Borbone come strumento di sottrazione del Regno di Napoli dall’influenza spagnola, obiettivo politico che passò anche attraverso l’affermazione del costume viennese nell’etichetta di corte. La nuova autoritaria sovrana ingaggiò immediatamente una guerra intestina a corte con il primo ministro Bernardo Tanucci, rappresentante delle ingerenze del suocero Carlo di Borbone da Madrid, e il caffè assunse funzione diplomatica sull’asse Vienna-Napoli. La giovane nordica la esercitò immediatamente, tant’è che già nel 1771 la colta gentildonna inglese Lady Anne Miller annotò in un resoconto di un ballo di corte di aver visto alla Reggia di Caserta la sala del caffè, dove l’infuso veniva preparato e servito dietro alcune tavole da servitori in livrea bianca con berretti in testa.

“Appena la Regina si accorse che tutta la compagnia aveva cenato, si alzò e si avviò verso la sala del caffè, e così fecero quelli che ne desideravano. Le pareti sono coperte di scaffali sui quali vi sono tutte le qualità di liquori e vini greci. Vi sono tavole dietro alle quali stanno alcuni giovanotti con berretti e giacche bianche, che fanno e servono il caffè e altri rinfreschi. La Regina fu molto affabile con me, e quasi mi imbarazzò con la sua bontà; essendovi molta gente, e trovando una sedia vuota, mi sedetti, poi voltando la testa e accorgendomi che ero vicino a Sua Maestà mi alzai, ma essa, prendendomi per un braccio, mi obbligò a sedermi di nuovo, e siccome avevo una tazza di caffè, fu soltanto colla massima difficoltà che riuscii ad impedire che il suo contenuto si versasse sul vestito della Regina”.

approfondimenti sulla storia del caffè in Made in Naples (Magenes, 2013)

“SPARANAPOLI”, la copertina “gomorristica” de l’Espresso

Angelo Forgione – Una nuova copertina, quella dell’ultimo numero de l’Espresso, che fa discutere. “Sparanapoli: «In città ora comandiamo noi»”. Sul tetto di un palazzo del centro storico di Napoli, tre ragazzini incappucciati, pistola in pugno e Duomo alle spalle. All’interno, un reportage sulla “paranza dei bambini” che racconta, attraverso le confessioni di uno dei presunti protagonisti, l’emersione di un nuovo fenomeno protomafioso.
La foto di copertina è tutto fuorché un lavoro da fotoreporter, presentando tutti i crismi di un lavoro da fotografo pubblicitario, con soggetti in posa proprio come nelle locandine dei film e dei serial televisivi. È proprio l’onda lunga della spettacolarizzazione del fenomeno malavitoso, in quel filone “gomorristico” che continua a rappresentare un’increbile macchina da soldi, ad alterare la realtà, confondendo spettatori e lettori. Ne paga le conseguenze, ancora una volta, l’immagine della città, in faticosa rincorsa turistica, dipinta come luogo infernale dove giovani incappucciati sono pronti a seminare terrore. Certo, il problema è reale, e andrebbe analizzato in altri termini, magari puntando il dito sui poteri centrali che fanno del Sud un serbatoio di voti e un mercato della ricchezza prodotta dal Paese, che è in grossa parte a Nord, così come il potere mediatico. Napoli ha bisogno di voce, ma in un territorio povero si può solo scrivere libri luminosi e cercare di sfruttare al meglio internet, che è l’unico canale democratico, così da provare a convincere qualcuno che Napoli non è l’inferno degli incappucciati con pistola in pugno. Di questo ed altro ne abbiamo parlato alla trasmissione #Parliamone, in onda sull’emittente campana TeleClubItalia.

espressioni

Fatturato del caffè napoletano in crescita. Eccellenza da proteggere con un consorzio.

Continuano le polemiche sulle performance di Andrej Godina a Napoli. Da “la Radiazza” (Radio Marte), l’analisi di Angelo Forgione sulla vulnerabilità della grande tradizione del caffè napoletano sul mercato e sull’incapacità napoletana di fare marketing nonché la denuncia di Walter Wurzburger, responsabile commerciale caffè Kenon, sui reali intenti dell’operazione in corso: «il fatturato delle aziende napoletane del caffè è in crescita e sta dando fastidio ai competitors».

Caffè napoletano: la SCAE si dissocia dal suo Godina

SCAE Italia (Speciality Coffee Association of Europe) ha diffuso una nota stampa con cui prende le distanze dalle dichiarazioni di Andrej Godina sulla qualità del caffè servito in alcuni bar della città di Napoli. Ricordiamo che Godina è membro della stessa SCAE in qualità di coordinatore per la formazione.

“Le opinioni espresse dal Dott. Andrej Godina nella recente intervista apparsa sui media italiani sono strettamente personali e non rappresentative delle opinioni e dell’atteggiamento di SCAE nei confronti dei torrefattori, operatori di bar e baristi italiani”.

Anche l’Istituto Internazionale Assaggiatori di Caffè ha diffuso una nota, di seguito riportata:

Polemiche sul caffè a Napoli: meglio un metodo di assaggio scientifico

Esiste un metodo scientifico per valutare la qualità del caffè ed è basato sull’analisi sensoriale. Quanto visto sinora a Napoli rientra più che altro nella critica enogastronomica, materia che non offre certezza del dato.
Assistendo alle polemiche di questi giorni sulla qualità del caffè a Napoli, l’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè (Iiac) ci tiene a precisare che esiste un metodo scientifico di assaggio del caffè. E’ basato essenzialmente sul parere espresso da un gruppo di assaggiatori, mai da un singolo, attraverso una scheda sensoriale. I dati che emergono dal gruppo sono successivamente validati statisticamente per verificare quanto sono attendibili o meno.
“La validazione del dato è essenziale perché anche ai migliori assaggiatori possono capitare giornate meno fortunate – racconta Luigi Odello, presidente Iiac e professore di analisi sensoriale in diverse università italiane e straniere – I metodi statistici permettono essenzialmente di fare la prova del nove e di stabilire che grado di certezza hanno i giudizi espressi dagli assaggiatori”.
“Tutto ciò che passa al vaglio di un singolo assaggiatore, per quanto esperto, non è quindi attendibile – ribadisce Odello – Si può parlare tutt’al più di critica enogastronomica in cui si esprime un pensiero personale, ma non corrisponde ai criteri, accettati dalla moderna industria alimentare, di analisi sensoriale”.

Col caffè sospeso Napoli continua a civilizzare il mondo

Angelo Forgione – Il caffè sospeso, che suggerisce il pagamento anticipato di una tazzina a beneficio di ignoti indigenti che arriveranno a consumarla, un atto di solidarietà nato a Napoli in tempi antichi, si diffonde nel mondo di oggi, travolto dalla crisi economica mondiale. Qualche esperto del caffè, leggendo il mio libro, l’ha definita ultimamente una “vetusta e desueta abitudine“, ma forse si sarà già ricreduto dopo aver visto il breve servizio del TG1 del 24 marzo.
È solo una mia convinzione, di Jean-Noël Schifano, o di chi conosce Napoli, che essa continui a civilizzare il pianeta anche dalla sua posizione di città assistita? Eppure lo dimostra da secoli, facendosi modello ad ogni latitudine con suo impareggiabile anticonformismo.

Uno schiaffetto al caffè napoletano

Il sito Parallelo Quarantuno ha ripreso la notizia diffusa dal Boston Globe che ha assegnato al caffè fatto a Roma il trofeo come migliore caffè espresso. «Per chi beve caffè andare a Roma è come per un conoscitore della birra andare a Bruxelles o per un amante del vino a Parigi». Così ha detto Matt Viser, reporter politico a Washington, che a Roma c’è stato il 21 aprile. Evidentemente non è mai stato a Napoli, e se c’è stato si è perso qualcosa nella città che il caffè l’ha reinventato con la sua tostatura superiore. Roma? Si accodi pure a Trieste, non solo a Napoli. I giudizi all’ingrosso non hanno mai fatto centro e non è certamente nella capitale che si trova l’optimum. Chiedete ai napoletani a Roma qual è la prima cosa che fanno quando rientrano a Napoli.