Antonella Leardi chiede giustizia a Mattarella

“Signor Presidente, se non dovessi avere neanche da Lei un segno di maggiore giustizia, quando scatterete ritti dinanzi al tricolore o per l’inno nazionale, non si sorprenda se io mi girerò di spalle”, scrive Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, a Sergio Mattarella. E io sarò al suo fianco, orientato verso la sua stessa direzione.
Ho sottoscritto senza esitare il suo appello al Presidente della Repubblica e guida del CSM, figura istituzionale di uno Stato la cui Magistratura reputa una “bravata” quella di un uomo uscito di casa con una pistola con matricola abrasa e carica di proiettili artigianali, che attenua la pena a un assassino che, con “una scomposta azione dimostrativa”, voleva affermare la sua presunta superiorità di razza ai napoletani, “insofferente alla presenza di tanti tifosi napoletani”, verso i quali ha prima lanciato “gioiosamente” alcuni petardi e poi, una volta ostacolato, ha sparato mortali colpi di pistola, favorito dall’assenza di forze dell’ordine.
Vicino ad Antonella, a Giovanni, a tutta la famiglia Esposito e alle splendide persone che guidano l’associazione “Ciro Vive”, ho letto e condiviso insieme alla Giunta del Comune di Napoli, all’On.le Gianni Pittella, al Prof. Gennaro De Crescenzo, a Pino Aprile, a Maurizio De Giovanni, e ad altre personalità istituzionali e artistiche non solo di Napoli. Può farlo chiunque lo voglia presso la sede dell’associazione a Scampia.
Per contatti: 3455826473 – 3316768080

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Sconto di pena in Appello per l’assassino di Ciro Esposito

Angelo Forgione 16 anni di condanna in Appello per Daniele De Santis, l’assassino di Ciro Esposito nella tragica notte della finale di Coppa Italia 2014. 10 in meno rispetto alla sentenza di primo grado, più dei già temuti 6 richiesti in sconto dal pg. Antonella Leardi, mamma di Ciro, sconvolta e delusa, ma con la consueta pacatezza, dichiara: «Me l’hanno ucciso di nuovo, mi vergogno di essere italiana!».
La riduzione della condanna a  De Santis è motivata, secondo la prima Corte d’assise d’appello di Roma, dall’assoluzione dall’ulteriore reato di rissa contestato, nonché dall’esclusione dell’aggravante dei futili motivi e della recidiva. Tutto è rimandato all’ultimo grado di giudizio della Cassazione.
Ma cos’è accaduto davvero a Ciro Esposito, si domanda la testata spagnola PlayGround? Gliel’ho spiegato: di fatto, il ragazzo fu vittima di una caccia al napoletano coordinato dalla estrema destra romana. Si deve uscire dall’equivoco dello scontro tra tifoserie. L’omicidio di Ciro ha sfumature razziste, di matrice neofascista, ed è qualcosa che avrebbe potuto avere conseguenze ancora peggiori se Ciro non fosse intervenuto per difendere un autobus che trasportava bambini e famiglie all’indirizzo del quale venivano lanciati petardi. Lo ribadisco nuovamente, si trattò di tentata strage.

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Corteo per dire no alla riduzione di pena dell’assassino di Ciro Esposito

Angelo Forgione Il 17 giugno, sotto un torrido sole e in un’umidissima aria di fine primavera, si è svolto un corteo nel centro di Napoli per chiedere la riconferma di pena di 26 anni a Daniele De Santis, assassino di Ciro Esposito, condannato in primo grado di giudizio. Nel corso processo d’appello, il procuratore generale Vincenzo Saveriano ha chiesto una riduzione della pena a 20 anni, confermando l’accusa di omicidio volontario ma escludendo l’aggravante dei futili motivi, nonostante vi siano video e audio che testimoniano come De Santis abbia messo in atto un vero e proprio agguato nei confronti di un pullman pieno di tifosi napoletani.
La famiglia di Ciro Esposito e l’Associazione Ciro Vive, promuovendo il corteo, hanno voluto chiedere verità, giustizia, e conferma della pena, in vista del prossimo appuntamento del 27 giugno. La manifestazione ha preso il via da via Toledo per giungere in Piazza Plebiscito, dove Antonella Leardi ha consegnato una lettera al Prefetto di Napoli, mentre chi scrive invitava a riflettere sull’accaduto e sulle omissioni in sede processuali. Si trattò di agguato a sfondo razzista, di matrice neo-fascista, rivolto alla gente di Napoli, che avrebbe potuto avere conseguenze maggiori se Ciro Esposito non fosse intervenuto a intralciare il lancio di petardi all’indirizzo di un pullman pieno di famiglie con bambini e donne, e se l’autista non avesse avuto il sangue freddo di tenere chiuse le porte del veicolo, evitando così l’introduzione di materiale esplosivo. De Santis avrebbe meritato anche l’accusa di tentata strage, e invece ora si rischia persino la riduzione della pena per assenza dell’aggravante dei futili motivi.

Riprese del corteo: Mauro Cielo

La speranza cinese di Tavecchio e la sacralità del San Carlo

Tratto da Club Napoli All News del 4 gennaio, due chiacchiere con Francesco Molaro e Vincenzo Balzano sulle parole di Tavecchio, la polemica su Maradona-Siani al teatro di San Carlo e la partita dell’anno Napoli-Real, senza dimenticare un ricordo di Pino Daniele.

Il ‘Premio Fonseca’ e la commemorazione neogiacobina

Angelo Forgione Anche quest’anno, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli, insieme all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, propone per il 20 agosto la cerimonia di commemorazione dei martiri del 1799, intrecciandola alla seconda edizione del Premio Pimentel Fonseca “simbolo dei diritti umani e di libertà”, dedicato all’impegno e al coraggio delle donne che svolgono la professione di giornalista.
Anche quest’anno, dopo il confronto con l’assessore Nino Daniele dello scorso settembre, ribadisco con convinzione che è giusto ricordare gli eventi drammatici che posero fine alla Repubblica Napolitana, ma ciò andrebbe fatto ricordando anche le vittime del popolo. La “rivoluzione” partenopea non fu promossa dal popolo napoletano bensì dalle milizie francesi, che rubavano soldi e opere d’arte alla Città. I saccheggi di monete nascondevano il bisogno parigino di danaro dettato dalle mancate entrate a partire dalla grande Rivoluzione del 1789. Persino l’Ercole Farnese fu imballato e approntato per andare a Parigi, fortunatamente invano. La Fonseca sapeva, tant’è che sul giornale ‘Monitore napoletano’, da lei diretto, denunciò le ruberie degli “amici” d’oltralpe, tra cui la sottrazione di tutte le collane d’oro dispensate ai cavalieri del Toson d’Oro commessa dal comandante della piazza di Napoli Antonio Gabriele Venanzio Rey. I tesori confluivano a Livorno, da dove prendevano la strada di Marsiglia e, attraverso il Rodano, la Saona e il sistema dei canali fluviali, giungevano fino alla Senna di Parigi. Lei e tutti i repubblicani napoletani stettero a guardare.
Il terribile esercito francese, il più forte d’Europa, tra grandi resistenze, entrò a Napoli anche grazie agli amici della Fonseca, che da Castel Sant’Elmo aprirono il fuoco alle spalle degli irriducibili napoletani intenti ad assaltare il Palazzo Reale. Popolo che si riprese la città dopo neanche sei mesi di astrattezza politica e immobilismo giacobino, contando migliaia di vittime. I giacobini napoletani avevano perso la copertura dal potente esercito francese, via dall’Italia dopo gli affanni di Napoleone in Egitto.
Fu vera rivoluzione? Macché! Fu un colpo di stato. È rivoluzione un evento politico agitato dal popolo che muta radicalmente le abitudini, un processo in cui le forze sociali spingono in una direzione precedentemente inesistente e obbligano le strutture governative a rompersi per contenere la nuova forma. La vera rivoluzione fu quella dei sanfedisti, una feroce controinsurrezione popolare per porre fine al momentaneo potere aristocratico e per ripristinare lo status quo. Il perpetuarsi nel tempo della definizione di “rivoluzione” per esaltare il colpo di stato di un’agiata e colta minoranza napoletana sobillata da qualche straniero venuto da Copenaghen (nel mio prossimo libro farò i nomi e spiegherò gli intenti; ndr), è frutto di un esercizio storicistico operato da certe sfere dell’intellighenzia napoletana, ancora oggi vincolata all’ideale massonico risorgimentale.
Il popolo è sovrano, a quanto pare, e quello napoletano non si schierò coi giacobini ma col Re, nato a Napoli e napoletanissimo, quando comprese che quelli non portavano democrazia ma sottraevano ricchezze e intendevano cancellare usi e costumi locali. Dunque, ricordiamo pure le centinaia di decapitazioni tra la borghesia partenopea ma anche le dimenticate migliaia di morti tra il popolo napoletano… in nome dei diritti civili e della libertà. Finché continueremo a raccontare la storia a metà, a metà resteremo divisi, e mai costruiremo quella coscienza di popolo che manca. Se a rendersene responsabile è il Comune di Napoli, non è proprio cosa lieve.

(nell’immagine, tratto dal mio libro Made in Naples, una delle tante lettere che il generale Championnet scrisse da Napoli al ministero dell’interno del Direttorio di Parigi, pubblicata nel 1904 nei Souvenirs du général Championnet)

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Console USA lascia Napoli e si commuove al TgR

Il console generale Usa uscente, Colombia A. Barrosse, in procinto di lasciare Napoli dopo tre anni di mandato al Sud, si commuove in diretta al TgR Campania e non riesce a contenere l’emozione:

«È un momento difficile. Lasciare Napoli è difficile. Penso a quello che ha cantato Pino Daniele: Napule è mille culure. Ma non solo. È mille emozioni, sapori. È la sua cultura, la sua storia, le sue eccellenze. Napoli è qualcosa che ti entra nel cuore. Dentro di me ci sarà sempre un caledoscopio di tutto questo. E ci sarà il ricordo… – qui la voce si rompe per l’emozione, ma la Barrosse riesce faticosamente a proseguire – … di un popolo che è stato accogliente, generoso. E chi mi succederà è felice perché già sa, perché gliel’ho detto, quant’è bello questo luogo. Grazie al popolo napoletano e alla Campania».

Colombia A. Barrosse aveva già avuto diverse esperienze diplomatiche, tra le quali quelle nelle ambasciate di Santo Domingo (1989-91), Madrid (1991-94), Buenos Aires (1994-96), Lima (1998-2001) e Parigi (2003-07).

Pino, un anno senza te

Era il 4 gennaio del 2015 quando la notizia della morte di Pino Daniele sconvolse i suoi fan e i napoletani tutti. A distanza di un anno esatto, all’ora esatta del decesso, la comitiva de la Radiazza di Gianni Simioli si è ritrovata al Gran Caffè Gambrinus per ricordare il cantautore che non c’è più. È stata una festa della gente, la stessa che “chiamò” i funerali in piazza del Plebiscito, inizialmente previsti solo a Roma. Canti, ricordi e riflessioni. E poi torta e spumante per scandire rispettosamente il primo anno d’eternità dell’artista, che continua a vivere soprattutto nelle sue canzoni ma anche grazie all’affetto del suo popolo.