Italia, ammore e malavita

 

Angelo Forgione Discutibili riflessioni su Napoli, Sicilia e Calabria di Daniele Piervincenzi dopo il pestaggio subito a Roma, anch’egli spiazzato dal fatto che la protervia mafiosa non appartenga solo al Mezzogiorno. La vicenda ha fatto emergere un problema di ignoranza e pregiudizio che ha profonde radici storiche. Il filtro distorto del Positivismo di fine Ottocento ha fatto supporre che solo al Sud sarebbero potute nascere e pascere le mafie, e dove se no? Se però riavvolgiamo il nastro del tempo scopriamo che il fare delinquenziale in Italia esplode enormemente nella stagione spagnola del Cinquecento, capace di lasciare evidenti segni nei territori italici conquistati, a Sud come a Nord, a Napoli come a Milano, accomunate da un vincolo di sottomissione alla corona di Spagna, tra controllo delle masse da parte dei governi ispanici, imposizione di pagamenti di gabelle inique e crescita di movimenti popolari protestanti. Basta leggere ‘I Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni per capire che quella Milano era violenta, molto violenta. Quella Milano sostituì il diritto con i Don Rodrigo e gli Azzecca-garbugli, e ai soprusi dei suoi nobili si trovava soluzione solo facendo ricorso alla protezione di altri nobili più potenti, che sguinzagliavano i Bravi, il loro braccio armato e prepotente. Contestualmente, a Napoli prese piede l’Organizzazione Segreta dell’Ordine per la tutela degli interessi della plebe, manovrata dai Compagnoni, arroganti malavitosi che replicavano i modi dei soldati e dei nobili spagnoli, secondo le regole della Garduña española, una confraternita criminale di cavalieri fondata a Siviglia e completamente votata al crimine. Insomma, niente Stato a Sud e niente Stato a Nord, e tutti iniziarono ad arrangiarsi come potevano. Non che nei territori pontifici andasse tanto meglio. A Roma, Caravaggio, già rissoso giovane a Milano, uccise il ternano Ranuccio Tommasoni, prepotente capo di una banda malavitosa di Campo Marzio.
Le cose, evidentemente, procedevano di pari passo, ma poi, nella prima metà dell’Ottocento, nacquero le mafie meridionali, in due città ricche come Napoli e Palermo, in piena degenerazione carbonara, come società segrete paramassoniche dedite al crimine e rispondenti alle logge inglesi, interessate a destabilizzare il Regno delle Due Sicilie. Queste, dopo aver contribuito a cancellare il pericoloso e nemico regno borbonico, si imposero nel sud del Regno dell’Italia unita, là dove lo Stato era meno presente, e dove la povertà iniziava ad essere maggiore che al Nord. Fu lasciata ad esse la gestione dell’economia di quei territori depressi, per i quali iniziarono a rappresentare veri e propri ammortizzatori sociali, ancor più nel dopoguerra, quando rialzarono la testa dopo la repressione fascista. Ma un cancro è un cancro, e non conosce confini. Un cancro si allarga, crea metastasi, e si estende oltre. Negli anni Sessanta le mafie sono approdate al Nord, nel territorio più ricco, alla ricerca di affari più remunerativi. Ora che la situazione è completamente sfuggita di mano, con chi ce la vogliamo prendere?

Roma Capat Mundi, capitale mafiosa di un paese mafioso

Angelo Forgione Roma si scopre nuovamente capitale mafiosa. Tra il matrimonio dei Casamonica e la testata di Roberto Spada la finzione di Suburra e poca narrazione di un problema concreto della capitale d’Italia, una città di attività terziarie in cui gli affari più lucrosi si fanno attraverso l’acquisizione e il controllo dei servizi e l’infiltrazione sistematica nei settori economici e commerciali, nei servizi pubblici, e dunque negli appalti pubblici. Ostia, nello specifico, è inquinata dal traffico di stupefacenti, dalle attività di usura ed estorsione, e soprattutto dal controllo di numerose attività commerciali e dalla gestione degli stabilimenti balneari sul litorale, dove i muri abusivi impediscono l’accesso alle spiagge pubbliche. Le organizzazioni criminali della Capitale si avvalgono del legame con alcuni personaggi dell’estrema destra romana, capaci di sfoderare inaudita violenza. Le vittime si aspettano il peggio in Sicilia, in Calabria, in Campania, e invece finiscono per scoprirlo dove non se l’aspettano. Più della testa di Roberto Spada, a colpire è la protervia esibita dallo stesso davanti le telecamere, dopo aver dissimulato con apparente tranquillità. Ed è proprio questa l’immagine simbolo del potere che comanda il Paese. Quantunque il ministro Minniti, dopo l’arresto di Spada, si sia affrettato a dire che lo Stato c’è, da Cosa Nostra alla Ndrangheta, dalla Sacra Corona Unita alle mafie foggiane, dalla Camorra a Mafia Capitale, il fenomeno mafioso si estende da Sud a Nord, dalla Sicilia a Milano, Torino, Genova e Bologna, con infiltrazioni nel mondo della politica e degli affari. Al Nord il fenomeno sembra meno gravoso semplicemente perché è più silenzioso. Lì, diversamente che al Sud, gli strumenti utilizzati sono prevalentemente la corruzione, il condizionamento delle istituzioni e lo scambio elettorale.
E casomai sfugga, visto che sfugge che le mafie sono ben oltre il Garigliano, sono roba concreta i collegamenti tra le organizzazioni autoctone e i terroristi, che dalla camorra ricevono documenti falsi per entrare in Europa e che con Cosa Nostra organizzano il contrabbando di petrolio nel Continente per finanziarsi; e poi con la criminalità cinese, con quella rumena e coi gruppi criminali di matrice nigeriana.
Questa è la fotografia di un Paese nato sul patto scellerato tra i padri della patria e i malavitosi meridionali per conquistare il Sud e farne colonia interna, e repubblicanizzato sul patto con le mafie, sdoganando definitivamente la malavita organizzata. Forse qualcuno credeva che il cancro sarebbe rimasto circoscritto alla colonia, e ha fatto male i calcoli.

Antonella Leardi chiede giustizia a Mattarella

“Signor Presidente, se non dovessi avere neanche da Lei un segno di maggiore giustizia, quando scatterete ritti dinanzi al tricolore o per l’inno nazionale, non si sorprenda se io mi girerò di spalle”, scrive Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, a Sergio Mattarella. E io sarò al suo fianco, orientato verso la sua stessa direzione.
Ho sottoscritto senza esitare il suo appello al Presidente della Repubblica e guida del CSM, figura istituzionale di uno Stato la cui Magistratura reputa una “bravata” quella di un uomo uscito di casa con una pistola con matricola abrasa e carica di proiettili artigianali, che attenua la pena a un assassino che, con “una scomposta azione dimostrativa”, voleva affermare la sua presunta superiorità di razza ai napoletani, “insofferente alla presenza di tanti tifosi napoletani”, verso i quali ha prima lanciato “gioiosamente” alcuni petardi e poi, una volta ostacolato, ha sparato mortali colpi di pistola, favorito dall’assenza di forze dell’ordine.
Vicino ad Antonella, a Giovanni, a tutta la famiglia Esposito e alle splendide persone che guidano l’associazione “Ciro Vive”, ho letto e condiviso insieme alla Giunta del Comune di Napoli, all’On.le Gianni Pittella, al Prof. Gennaro De Crescenzo, a Pino Aprile, a Maurizio De Giovanni, e ad altre personalità istituzionali e artistiche non solo di Napoli. Può farlo chiunque lo voglia presso la sede dell’associazione a Scampia.
Per contatti: 3455826473 – 3316768080

Clicca qui
per leggere la lettera integrale.

 

Sconto di pena in Appello per l’assassino di Ciro Esposito

Angelo Forgione 16 anni di condanna in Appello per Daniele De Santis, l’assassino di Ciro Esposito nella tragica notte della finale di Coppa Italia 2014. 10 in meno rispetto alla sentenza di primo grado, più dei già temuti 6 richiesti in sconto dal pg. Antonella Leardi, mamma di Ciro, sconvolta e delusa, ma con la consueta pacatezza, dichiara: «Me l’hanno ucciso di nuovo, mi vergogno di essere italiana!».
La riduzione della condanna a  De Santis è motivata, secondo la prima Corte d’assise d’appello di Roma, dall’assoluzione dall’ulteriore reato di rissa contestato, nonché dall’esclusione dell’aggravante dei futili motivi e della recidiva. Tutto è rimandato all’ultimo grado di giudizio della Cassazione.
Ma cos’è accaduto davvero a Ciro Esposito, si domanda la testata spagnola PlayGround? Gliel’ho spiegato: di fatto, il ragazzo fu vittima di una caccia al napoletano coordinato dalla estrema destra romana. Si deve uscire dall’equivoco dello scontro tra tifoserie. L’omicidio di Ciro ha sfumature razziste, di matrice neofascista, ed è qualcosa che avrebbe potuto avere conseguenze ancora peggiori se Ciro non fosse intervenuto per difendere un autobus che trasportava bambini e famiglie all’indirizzo del quale venivano lanciati petardi. Lo ribadisco nuovamente, si trattò di tentata strage.

clicca qui per leggere l’articolo di Inacio Pato per PlayGround

Corteo per dire no alla riduzione di pena dell’assassino di Ciro Esposito

Angelo Forgione Il 17 giugno, sotto un torrido sole e in un’umidissima aria di fine primavera, si è svolto un corteo nel centro di Napoli per chiedere la riconferma di pena di 26 anni a Daniele De Santis, assassino di Ciro Esposito, condannato in primo grado di giudizio. Nel corso processo d’appello, il procuratore generale Vincenzo Saveriano ha chiesto una riduzione della pena a 20 anni, confermando l’accusa di omicidio volontario ma escludendo l’aggravante dei futili motivi, nonostante vi siano video e audio che testimoniano come De Santis abbia messo in atto un vero e proprio agguato nei confronti di un pullman pieno di tifosi napoletani.
La famiglia di Ciro Esposito e l’Associazione Ciro Vive, promuovendo il corteo, hanno voluto chiedere verità, giustizia, e conferma della pena, in vista del prossimo appuntamento del 27 giugno. La manifestazione ha preso il via da via Toledo per giungere in Piazza Plebiscito, dove Antonella Leardi ha consegnato una lettera al Prefetto di Napoli, mentre chi scrive invitava a riflettere sull’accaduto e sulle omissioni in sede processuali. Si trattò di agguato a sfondo razzista, di matrice neo-fascista, rivolto alla gente di Napoli, che avrebbe potuto avere conseguenze maggiori se Ciro Esposito non fosse intervenuto a intralciare il lancio di petardi all’indirizzo di un pullman pieno di famiglie con bambini e donne, e se l’autista non avesse avuto il sangue freddo di tenere chiuse le porte del veicolo, evitando così l’introduzione di materiale esplosivo. De Santis avrebbe meritato anche l’accusa di tentata strage, e invece ora si rischia persino la riduzione della pena per assenza dell’aggravante dei futili motivi.

Riprese del corteo: Mauro Cielo

La speranza cinese di Tavecchio e la sacralità del San Carlo

Tratto da Club Napoli All News del 4 gennaio, due chiacchiere con Francesco Molaro e Vincenzo Balzano sulle parole di Tavecchio, la polemica su Maradona-Siani al teatro di San Carlo e la partita dell’anno Napoli-Real, senza dimenticare un ricordo di Pino Daniele.

Il ‘Premio Fonseca’ e la commemorazione neogiacobina

Angelo Forgione Anche quest’anno, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli, insieme all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, propone per il 20 agosto la cerimonia di commemorazione dei martiri del 1799, intrecciandola alla seconda edizione del Premio Pimentel Fonseca “simbolo dei diritti umani e di libertà”, dedicato all’impegno e al coraggio delle donne che svolgono la professione di giornalista.
Anche quest’anno, dopo il confronto con l’assessore Nino Daniele dello scorso settembre, ribadisco con convinzione che è giusto ricordare gli eventi drammatici che posero fine alla Repubblica Napolitana, ma ciò andrebbe fatto ricordando anche le vittime del popolo. La “rivoluzione” partenopea non fu promossa dal popolo napoletano bensì dalle milizie francesi, che rubavano soldi e opere d’arte alla Città. I saccheggi di monete nascondevano il bisogno parigino di danaro dettato dalle mancate entrate a partire dalla grande Rivoluzione del 1789. Persino l’Ercole Farnese fu imballato e approntato per andare a Parigi, fortunatamente invano. La Fonseca sapeva, tant’è che sul giornale ‘Monitore napoletano’, da lei diretto, denunciò le ruberie degli “amici” d’oltralpe, tra cui la sottrazione di tutte le collane d’oro dispensate ai cavalieri del Toson d’Oro commessa dal comandante della piazza di Napoli Antonio Gabriele Venanzio Rey. I tesori confluivano a Livorno, da dove prendevano la strada di Marsiglia e, attraverso il Rodano, la Saona e il sistema dei canali fluviali, giungevano fino alla Senna di Parigi. Lei e tutti i repubblicani napoletani stettero a guardare.
Il terribile esercito francese, il più forte d’Europa, tra grandi resistenze, entrò a Napoli anche grazie agli amici della Fonseca, che da Castel Sant’Elmo aprirono il fuoco alle spalle degli irriducibili napoletani intenti ad assaltare il Palazzo Reale. Popolo che si riprese la città dopo neanche sei mesi di astrattezza politica e immobilismo giacobino, contando migliaia di vittime. I giacobini napoletani avevano perso la copertura dal potente esercito francese, via dall’Italia dopo gli affanni di Napoleone in Egitto.
Fu vera rivoluzione? Macché! Fu un colpo di stato. È rivoluzione un evento politico agitato dal popolo che muta radicalmente le abitudini, un processo in cui le forze sociali spingono in una direzione precedentemente inesistente e obbligano le strutture governative a rompersi per contenere la nuova forma. La vera rivoluzione fu quella dei sanfedisti, una feroce controinsurrezione popolare per porre fine al momentaneo potere aristocratico e per ripristinare lo status quo. Il perpetuarsi nel tempo della definizione di “rivoluzione” per esaltare il colpo di stato di un’agiata e colta minoranza napoletana sobillata da qualche straniero venuto da Copenaghen (nel mio prossimo libro farò i nomi e spiegherò gli intenti; ndr), è frutto di un esercizio storicistico operato da certe sfere dell’intellighenzia napoletana, ancora oggi vincolata all’ideale massonico risorgimentale.
Il popolo è sovrano, a quanto pare, e quello napoletano non si schierò coi giacobini ma col Re, nato a Napoli e napoletanissimo, quando comprese che quelli non portavano democrazia ma sottraevano ricchezze e intendevano cancellare usi e costumi locali. Dunque, ricordiamo pure le centinaia di decapitazioni tra la borghesia partenopea ma anche le dimenticate migliaia di morti tra il popolo napoletano… in nome dei diritti civili e della libertà. Finché continueremo a raccontare la storia a metà, a metà resteremo divisi, e mai costruiremo quella coscienza di popolo che manca. Se a rendersene responsabile è il Comune di Napoli, non è proprio cosa lieve.

(nell’immagine, tratto dal mio libro Made in Naples, una delle tante lettere che il generale Championnet scrisse da Napoli al ministero dell’interno del Direttorio di Parigi, pubblicata nel 1904 nei Souvenirs du général Championnet)

championnet_furti