Lucio Dalla e quella scintilla pugliese che l’ha reso napoletano

Angelo Forgione – «Se ci fosse una puntura intramuscolo con dentro tutto il Napoletano me la farei, anche se costasse duecentomila euro». Parole senza musica di Lucio Dalla, un bolognese purosangue che disse di voler rinascere a Napoli in una seconda vita.
Dalla fu rapito dalla lingua dialettale napoletana, e perciò cambiò il suo modo di comporre musica, tendendo alla lirica. Fu una trasformazione intima ancor prima che artistica, innescata dal dialetto delle isole Tremiti, geograficamente pugliesi ma foneticamente napoletane-ischitane, e poi completata dalla vista del Golfo di Napoli, ammirato dalla stanza di Caruso a Sorrento.
Un piccolo grande particolare storico-geografico che ho rivelato a La Radiazza (Radio Marte), interpellato dopo la telefonata di un radioascoltatore. Ci ha pensato Gianni Simioli a telefonare a una signora tremitese per parlare in napoletano e verificare se a largo del Gargano fosse come parlare con una compaesana. Davvero un bel momento di radio identitaria.

Guida Feltrinelli “Bocca style”

Angelo Forgione – Se non fosse defunto anni fa, ci sarebbe da pensare che la guida “Italia del Sud e Isole” di Feltrinelli, di cui si parla in queste ore circa le stroncature a #Caserta, i suoi dintorni e la Reggia, l’abbia scritta Giorgio Bocca, che anni fa, in una puntata di Passepartout di Philippe Daverio, definì il Real Palazzo borbonico “una reggia da Re Sole in un paese di Re merda”, prendendosela con i sovrani napoletani, “dei megalomani” perché invece di dedicarsi alle poste e telegrafi realizzarono palazzi e musei.
Alla stessa maniera, gli autori di casa Feltrinelli sostengono che la Reggia di Caserta è “una struttura piuttosto monotona nella quale la dimensione supplisce all’ispirazione artistica”, e che gli appartamenti stessi “sono una grandiosa sfilata di stanze sovraccariche di dipinti e stucchi e arredate con qualche mobile in stile Impero, moda importata dalla Francia, con grandi, imperiose statue classiche e ritratti compiaciuti della dinastia borbonica”.
Vorrei dire al miope allievo di Bocca di casa Feltrinelli che l’ispirazione artistica di Luigi Vanvitelli è cosa sacra, e che il genio settecentesco ha lasciato ai posteri il monumento napolitano per il mondo. E gli direi che gli arredi in stile Impero furono una conseguenza del trono di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, che Ferdinando di Borbone, rientrando col Congresso di Vienna, mantenne, facendo rimuovere i soli ritratti dei predecessori. E li mantenne perché più alla moda del tempo ottocentesco, una moda francese nata però sotto l’influenza di Napoli e degli scavi vesuviani. Una moda che aveva imposto Napoleone per celebrare la sua ascesa, facendo sì che il neoclassicismo di matrice ercolanese-pompeiana (ispirato proprio da Vanvitelli e applicato dai suoi allievi) fosse declinato dagli architetti transalpini in maniera più maestosa, riprendendo i primi stilemi ispirati alle romanità vesuviane, poi indirizzati da Giovan Battista Piranesi all’architettura greca di Paestum. Napoleone si era innamorato del Neoclassicismo vedendo i nuovi monumenti costruiti a Milano da Giuseppe Piermarini, allievo di Vanvitelli (prima a Roma e poi a Napoli-Caserta) che aveva portato i fermenti di Napoli nella città lombarda. Da Napoli a Milano, da Milano a Parigi, da Parigi di nuovo a Napoli.
Su tutto il resto soprassiedo. L’ignorante allievo di Bocca di casa Feltrinelli ha data sfoggio del suo spessore culturale e non è il caso di dibattere d’altro. Non soprassiedo invece su Feltrinelli, che prima di mandare in libreria una pubblicazione ne dovrebbe verificare i contenuti e vietare la pubblicazione di contenuti offensivi che potrebbero recare danno all’immagine turistica, e non solo, di un territorio.

Carlo Panella: «Porcate di Colonia come in Sicilia». Ma i dati lo contraddicono.

Angelo Forgione Bufera siciliana sulla Rai per una frase dello scrittore Carlo Panella. Durante la trasmissione Uno Mattina In Famiglia di sabato 16 gennaio, il genovese ha commentato i presunti stupri di massa a Colonia sostenendo che «dietro Colonia c’è la dinamica del branco, un gruppo di maschi ubriachi, testosterone, che fanno le porcate che facevano i maschi in Sicilia e che forse fanno ancora in Sicilia» (clicca qui per guardare il video).
Movimenti e associazioni siciliane in rivolta, con pretesa di scuse da parte di Panella e indignazione per il conduttore Tiberio Timperi per non aver fermato quello che viene definito “delirio razzista”, ma anche per l’assenza di replica da parte dell’avvocata palermitana Giulia Bongiorno, presente in studio.
Non si può non condividere l’idignazione dei siciliani. Anche perché i dati sulle violenze sessuali, riferiti agli ultimi dieci anni, condannano il Nord (58%) più che il Sud (7%) e le Isole (13%). Qualche mese fa li ha snocciolati proprio in Rai, alla trasmissione Superquark, il professor Emmanuele Jannini, docente di Endocrinologia all’Università di Roma Tor Vergata. «Ci siamo resi conto – ha detto Jannini – che, contrariamente a quello che pensavamo, il Nord è il posto dove è più pericoloso essere donna, mentre il Sud è il fanalino di coda. I dati sono motivati probabilmente dalle diverse influenze culturali nella società settentrionale».
Anche i dati europei riportati in un’indagine condotta dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali dicono che gli abusi di genere sono più diffusi nell’Europa del Nord: al vertice della classifica infatti troviamo la Danimarca (con il 52% di donne che raccontano di avere subìto violenza fisica o sessuale dall’età dei 15 anni), la Finlandia (47%) e la Svezia (46%). A seguire i Paesi Bassi (45%), Francia e Gran Bretagna (44%), mentre l’Italia si piazza al diciottesimo posto (27%). Un po’ come per suicidi e uso di psicofarmaci, il dato dimostra che più ci si approssima alle aree nordiche ricche e più l’incidenza del fenomeno aumenta.
Non si può non considerare, infine, che la cultura maschilista italiana è oggi incarnata dall’offensiva visione della donna diffusa delle tivù di Berlusconi e dalle sue lussuose avventure extra-politiche. E se vogliamo andare agli albori della Nazione, è bene ricordare che i primi stupri d’Italia li commisero Bersaglieri e Carabinieri del Regno di Sardegna, (comprendente la Genova di Panella) ai danni delle donne del Sud, in nome del disprezzo etnico e della diversità culturale. «Contrariamente a quel che pensavamo», dice il professor Jannini. Contrariamente a quello che pensa e dice Panella.

Maradona o Messi? Diego superiore perchè “limitato”

Lombalgia e tossicodipendenza per l’unico vero rivoluzionario del Calcio

Angelo Forgione Il paragone tutto argentino tra Messi e Maradona spunta sempre fuori ad ogni magia di Lionel, colui che si è già assicurato un posto tra i grandissimi di tutti i tempi a suon di goal e dribbling, e con una carriera ancora tutta da completare.
Una cosa è certa: Messi è evidentemente più incisivo di Maradona in fase realizzativa ma nel complesso Diego era ben altra cosa per decisività e per genialità. È lui che, venendo via da Barcellona, ha fatto grande un Napoli mediocre, portandolo ai vertici del calcio nazionale e internazionale. È lui che ha vinto un campionato mondiale sostanzialmente da solo. A Messi tutto questo, al momento, manca.
Immaginiamo che oggi Messi lasci il comodo e ricco Barcellona e si trasferisca al Chievo (paragonabile per risultati al Napoli del 1984), che, mettendogli vicino degli ottimi calciatori e non dei fuoriclasse assoluti, vinca lo scudetto in tre anni in un campionato territorialmente spaccato in due da sempre. È questo quello che ha fatto Maradona lasciando la Catalogna per Napoli. Immaginiamo che Messi diventi decisivo in nazionale come non lo è mai stato, a tal punto da vincere un mondiale praticamente da solo. È questo quello che ha fatto Maradona nel 1986.
È inconfutabile che Maradona abbia reso il Napoli campione d’Italia e d’Europa e l’Argentina campione del mondo. E l’ha fatto su una magica caviglia sinistra ricostruita dopo l’operazione chirurgica che gli salvò la carriera, messa a rischio dall’entrata killer di Goikoetxea. La memoria corta fa dimenticare anche la cronica patologia del “pibe de oro”, la lombalgia che lo costringeva a continue e logoranti infiltrazioni di cortisone con cui spesso andava in campo. Come se non bastassero gli handicap fisici, Maradona limitò se stesso con la sua tossicodipendenza, nata a Barcellona e trascinata ben oltre la fine della carriera. Quando riuscì a tenerla a bada dimostrò al mondo che poteva scendere in campo con una decina di controfigure e vincere una Coppa del Mondo. Pensiamo allora a un Diego con la gamba mai operata, senza mal di schiena, lontano dalle droghe e “regolare” come Messi. Solo così conciato poteva risultare umano e avvicinabile, mantenendo fede alla sua natura di genio anticonformista inviso ai potenti del calcio e ai suoi avversari, che per fermarlo puntavano alle sue gambe; Maradona non era né rispettato né tutelato (come lo è invece Messi) ed era un capopopolo per due popoli: gli argentini e i napoletani. “Ripagati” i primi dopo che gli inglesi gli avevano rubato le isole Malvinas, “ripagati” anche i secondi dopo aver capito che i settentrionali gli avevano rubato la dignità.
Messi, pur col 100% delle sue capacità fisiche e con la sua immensa classe, non ha fatto il Barcellona, zeppo di fuoriclasse. Anzi, si può dire che sia più Messi ad essere stato fatto dal Barça, il club che ha creduto nelle sue qualità garantendogli assistenza sanitaria quando, in età preadolescenziale, era effetto da un disturbo della crescita, facendolo crescere nella sua “cantera” e rendendolo il più brillante gioiello tra i tanti gioielli. Messi lo sa, ed è per questo che è grato al Barcellona, che è la sua casa, il suo club eterno.
I paragoni sono solo un gioco per soddisfare chi vuol dare allo show-business un nuovo Re, un nuovo idolo massimo per i tempi moderni. La verità è che “la pulce” rievoca “el pibe”, ricorda le sue magie, ma non sarà mai Diego, l’unico vero rivoluzionario del Calcio, il Che Guevara del pallone, il calciatore che sovvertì ogni gerarchia e fece vincere il Napoli, un club storico d’Italia, ma pur sempre della periferia del Calcio mondiale. Fu proprio lui a dire nel 1995 «tutti dicono: “Questo è stato il migliore del Barcellona, questo è stato il migliore del Real Madrid, questo è stato il migliore del Chelsea…”. Io sono orgoglioso di essere stato il migliore a Napoli». Il migliore… del mondo… a Napoli, non il migliore del Napoli. Maradona si è riempito d’orgoglio per aver conquistato il trono e la gloria dal basso, smettendo la maglietta del ricco Barcellona, e mica per infilare quella della Juventus! Pur di fuggire dall’inferno catalano accettò alla cieca la maglia che Paolo Rossi aveva rifiutato qualche anno prima.
Diego era un antiaziendalista capace di dettare campagne acquisti a Ferlaino. Giordano e Careca, giusto per citare la storica Ma-Gi-Ca, li volle lui, e loro lasciarono le squadre del cuore, la Lazio e il São Paulo pur di giocare col più grande di tutti. Diego condizionò le convocazioni in nazionale di Bilardo. E si mise contro i dinosauri della FIGC, della sua AFA e della FIFA, che gli fecero pagare tutto.
Messi è nel gotha del Calcio ma nel Barcellona più forte di sempre ci è nato, ci è cresciuto e ci “morirà”. Determina risultati e segna a raffica, più di Maradona, ma nel suo fortissimo club, e molto meno in nazionale. Delizia tutti gli amanti del Calcio nel mondo, ma non cambia gerarchie, non detta gli acquisti, non indirizza le convocazioni in nazionale e non ha il piglio del rivoluzionario. Diego è il più grande, un calciatore che ha sfidato e piegato le leggi della fisica e della logica. Un calciatore che va ben oltre il football. Insomma, Messi sarà pure un Carracci, ma Maradona è Caravaggio.

Ferrovie: lo Stato fa viaggiare il Sud più lentamente e con meno frequenza

Angelo Forgione per napoli.com – Il Censis ha definito il Sud-Italia “abbandonato a se stesso” a causa dei “piani di governo poco chiari” ma anche, tra le varie problematiche, di infrastrutture scarsamente competitive. E di fatto i gruppi dirigenti nazionali continuano a non prevedere delle mirate politiche di sviluppo economico e civile nella parte più arretrata del Paese per rimuovere le differenze sociali esistenti. Un esempio di discriminazione governativa? Lo sviluppo della rete ferroviaria, col Governo Renzi che, nonostante l’evidente sperequazione dell’offerta ferroviaria tra Nord e Sud, ha concentrato il 98,8% degli investimenti ferroviari dalla Toscana in su, cioè nella parte del Paese che ne ha meno bisogno.
La rete ferroviaria italiana più evoluta è composta da: treni ‘Fracciarossa’ (Alta Velocità fino a 300 km/h), treni ‘Frecciargento’ (Alta Velocità fino a 250 km/h) e treni ‘Frecciabianca’ (linee tradizionali al di fuori della rete Alta Velocità). L’Alta Velocità ferroviaria, coi più veloci treni ‘Frecciarossa’, conduce da Torino a Salerno, e più a sud dell’Irno non si spinge. La diramazione secondaria da Bologna per Ancona esclude tutto il corridoio adriatico Pescara-Foggia-Bari-Taran­to-Lecce. Nel capoluogo salentino e a Reggio Calabria ci si arriva solo da Roma, coi meno veloci ‘Frecciargento’ e con una grossa sproporzione di frequenza delle corse rispetto a quelle dalla Capitale per Milano-Torino.
L’orario 2015 di Trenitalia indica che 78 Frecciarossa uniscono Milano e Roma, di cui 34 in meno di tre ore. 29 in totale le corse ‘Frecciarossa’ tra Torino e Roma, di cui 14 superveloci. Solo 6 treni ‘Frecciargento‘, più lenti, da Roma a Lecce. Addirittura 2, ovviamente ‘Frecciargento’, da Roma a Reggio Calabria. 36 sono i collegamenti Roma-Padova/Venezia e 14 i Roma-Verona.
Nelle dimenticate Sardegna e Sicilia non circolano neanche gli ancor più lenti ‘Frecciabianca’, i convogli che assicurano la copertura su rete convenzionale di grandissima parte della Penisola… ma non la congiunzione delle dorsali tirrenica e adriatica del Meridione. Nelle due isole maggiori, già penalizzate dalla mancanza di continuità territoriale, solo trenini regionali su linee complementari.
Insomma, sui binari del Sud si viaggia di meno e più lentamente che su quelli del Nord, e non è raro che vi scorrano vetture ferroviarie già utilizzate in Alta-Italia quando sostituite da materiale rotabile di ultima generazione. Un Paese che limita la mobilità di una parte dei cittadini non può certamente dirsi unito.

Vedi Napoli e poi muori

Magnifica Italia è un programma televisivo in onda sulle reti Mediaset dal 2007. Si tratta di un ciclo di documentari tematici dedicati a regioni, province e principali città della Penisola viste dal cielo e non solo. Particolarmente interessante la produzione dedicata a Napoli e i suoi dintorni. La linea guida narrativa si dipana da alcune bellissime riprese effettuate dall’elicottero, staccando su tradizionali inquadrature da terra. La voce fuori campo di Mario Scarabelli racconta la storia e il costume locale, con l’ausilio delle testimonianze di alcuni protagonisti del luogo. Il racconto condensa in sintesi la grande tradizione culturale di Napoli, omettendo inevitabilmente molto ma descrivendo una Napoli più aderente alla sua vera identità. Unici veri nei, l’assenza del primario Museo Archeologico Nazionale e della Cappella Sansevero.

Perchè una “cruda” ZTL non può funzionare a Napoli

Angelo Forgione per napoli.com – Piazza Dante, Via Duomo, Chiaia: caos da zone a traffico limitato a Napoli. La confusione e l’esasperazione è esplosa in una manifestazione sotto Palazzo San Giacomo, mettendo nel mirino il sindaco De Magistris e l’assessore alla viabilità Anna Donati.
La verità è che Napoli è una città peculiare, unica, dove non è detto che funzioni ciò che funziona altrove. Il centro antico di Napoli, ad esempio, è urbanisticamente strutturato sul trimillenario schema ippodameo greco a scacchiera, ideato dall’urbanista Ippodamo da Mileto nel V secolo a.C., e tale è rimasto (per fortuna): tre grandi direttrici da est a ovest su tre livelli protesi sul mare. Le piazze-hub di sfogo non esistono ma ci sono solo degli slarghi adiacenti alle strette strade. E in mancanza di sfoghi, le strade deputate ad accogliere le auto diventano a traffico ingolfato, mentre quelle pedonalizzate, dove i cittadini non arrivano coi mezzi pubblici insufficienti, diventano deserti.
L’ICOMOS, International Council on Monuments and Sites, il cui scopo è promuovere la conservazione e la valorizzazione dei monumenti e dei siti di interesse culturale nel mondo, basa la sua attività sull’autorevole contributo di oltre settemila tra architetti, archeologi, antropologi, storici dell’arte, geografi, storici e urbanisti di diversi Paesi che ne studiano le caratteristiche e presentano delle accurate relazioni consultive all’UNESCO, che a sua volta ne decide l’eventuale inclusione nella sua lista. Ebbene, nella valutazione ICOMOS del centro storico di Napoli si legge che “è difficile identificare una o più città con cui Napoli potrebbe essere confrontata. Le sue radici culturali sono così completamente diverse da quelle di qualsiasi altra città italiana che il confronto sarebbe inutile. È altrettanto difficile equiparare Napoli con altre grandi città mediterranee come Barcellona o Marsiglia. L’unicità è una qualità che è difficile da definire, ma Napoli sembra avvicinarsi tantissimo a detenerla”.
Bisogna una volta e per tutte prendere atto che Napoli è totalmente diversa (l’assessore Donati da Faenza lo sa?), che questo è un pregio che non va trasformato in un limite cercando di attuare modelli sperimentati altrove con più semplicità. Aggiungiamoci poi che Napoli è la città più densamente popolata d’Italia, con le sue circa ottomila anime per chilometro quadrato a fronte delle settemila di Milano e Torino e delle duemila di Roma, e che il parco veicolare è in numero elevato in relazione agli abitanti. In questo genere di città, certe misure necessitano, ancor di più che in altre, di un servizio pubblico efficiente e continuo, di un sistema di metropolitane a regime e fino a tarda ora, ma anche di un’illuminazione pubblica potenziata e di forze dell’ordine a sufficienza per garantire la sicurezza serale. Condizioni che al momento non sussistono, e così il suicidio è assicurato, compreso quello commerciale delle piccole attività strangolate nelle diverse aree “recintate”.
De Magistris preannucia correttivi e affida la sue riflessioni ad un video diffuso in rete. Il primo passo va in direzione della sicurezza serale e prevede la riapertura, dalle ore 21 fino alle 8 del mattino, dei due “passanti” di piazza Dante e via Duomo della grande ZTL del centro storico, accessibili giorno e notte al passaggio dei motorini.
Certo è che Napoli deve assumere una dimensione europea a tutti i costi, riducendo l’uso dell’automobile e godendo di strade in cui ci sia vita ogni giorno. Ma per far cuocere la pasta sarà necessario prima far bollire l’acqua; il grano duro, buttato subito nella pentola fredda, non è mai mangiabile.