Aldo Masullo: «’napoli’ non può stare sul vacabolario come termine razzista»

Angelo Forgione È trasalito anche Aldo Masullo, intervistato da Dario De Martino per il Roma del 28 dicembre 2014 sulla presenza nel dizionario Hoepli dell’accezione spregiativa della parola ‘napoli’ (non nàpuli): “Un termine del genere non ha alcun diritto di entrare nella lingua italiana”, ha detto il filosofo napoletano.
Intanto, Massimo Pivetti, curatore del Grande Dizionario Hoepli-Gabrielli, informa che la voce è entrata nell’edizione del 1993, da lui stesso approvata, e che è opportuno che ci sia perché nell’uso è diventato un nome comune.
“In questi passaggi – dice Pivetti – il nome proprio di partenza ci perde sempre qualcosa, perché l’attenzione si concentra tutta su un unico aspetto di quanto esso designa, che oscura tutti gli altri: così Napoli (con la maiuscola) perde tutto quanto il nome della città evoca in termini di storia civile, di bellezze naturali, di ricchezza culturale, e si riduce a denominazione di un luogo geografico, come capitale di un Mezzogiorno dal quale tanti sono emigrati in cerca di lavoro. Nel nostro caso, l’uso con intento spregiativo di napoli (con la minuscola) col significato di napoletano o meridionale è ben poco attuale; anzi, sa molto di anni ’50. Ciò non toglie che il termine sia legittimato a far parte del nostro patrimonio linguistico, anche per merito di scrittori di un certo peso; e per chi si occupa di dizionari, l’impiego di una parola da parte di autori “consacrati”, come Pavese, Fenoglio, Testori. Lo spreg. vuol dire anche: state attenti che, se dite così, chi vi ascolta è probabile che si offenda; un po’ come accade a noi italiani quando ci sentiamo dare del macaronì dai Francesi. Sta però di fatto che questa parola esiste, e io non posso farci niente”.
Pivetti informa che la parola è presente anche nei dizionari Treccani, Battaglia, De Mauro, Devoto-Oli e Zingarelli. Ciò non assolve ma condanna ancor di più un paese velatamente razzista che finge di non esserlo, un paese che nella propria “cultura” lascia entrare certi termini, anche se la lingua italiana avrebbe il compito di unire.
Le colpe non sono di chi ha realizzato i vocabolari ma, evidentemente, di quegli autori “consacrati” a cui fa riferimento Pivetti, che hanno trasformato il piemontese “nàpuli” in italiano “napoli” per uso comune. Bisognerebbe chiedersi solo perché certi vocaboli entrano nei dizionari con tanta facilità e non ne escono più. Altro esempio? Il termine “borbonico”, nonostante ormai sia stato dimostrato che gran parte di quanto fatto al Sud nell’epoca borbonica è tutto fuorché retrogrado.

napuli_roma

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