Riccardo Muti: «Napoli è la vera capitale d’Italia»

Fa bene il grande direttore d’orchestra a reclamare la centralità culturale di Napoli, l’unica città ad aver dialogato con Parigi, Vienna, Londra, Madrid e San Pietroburgo, e poi con le Americhe e pure con l’Oriente.
Fa bene, perché, come scrivo in Napoli Capitale Morale, “occorre trasformare la menzogna in verità, e convertire il rancore in fierezza. Occorre sapere, ascendere dal ventre molle al raziocinio e disincagliarsi dalla soffocante ignoranza, per troppo tempo coltivata e distribuita in un’Italia separata dalle sue nobili radici”.

Muti: «Napoli cultura immensa e sconosciuta, se le mangia tutte!»

Angelo Forgione – «Sono stanco dell’immagine falsata di Napoli, si parla solo della delinquenza, anche se ci sono città dove la criminalità fa molte più vittime. Una immagine che oscura la sostanza vera della città. Della grandezza della Napoli della cultura il mondo non sa niente. Certo, sono contento del riconoscimento dell’arte dei pizzaiuoli napoletani, ma il mondo deve sapere che abbiamo un centro storico che non teme confronti, dove sono concentrati il Museo Archeologico, il Conservatorio di San Pietro a Majella, i Gerolamini, e tanto altro. Per non parlare della Scuola Musicale Napoletana del Settecento, e anche di questo nessuno sa nulla. Paisiello era il preferito da Napoleone, Cimarosa fu chiamato a San Pietroburgo, senza dimenticare Scarlatti. Prima dell’allestimento nel 2014 di un presepe napoletano presso l’Art Institute di Chicago, il presepe napoletano era sconosciuto agli americani».
Parole di Riccardo Muti, delle quali approfitto per sottolineare che è proprio per questo enorme e delittuoso vuoto di cultura che ho scritto, almeno per gli italiani, Made in Naples e Napoli Capitale Morale. Ma non sono certo i libri che mettono in chiaro la grande Cultura di Napoli a godere dei riflettori internazionali, e neanche nazionali, tutti puntati sulla narrazione del male. Magari un giorno, chissà, riuscirò a veder tradotti i miei, almeno per i turisti stranieri che giungono in città. Mi basterebbe. E intanto vado avanti.

La Musica tedesca e la critica italiana che cancellarono la Scuola napoletana

Angelo Forgione Riccardo Muti cerca oggi di riaffermare l’importanza di un fondamentale momento della Musica europea volutamente cancellato, quello della Scuola Musicale Napoletana del Settecento. Preziosa opera, poiché essa fu delittuosamente eclissata nell’Ottocento dalla Musica tedesca, poi tramandata come fenomeno del tutto casuale dalla nuova critica dell’Italia unita, che si oppose con forza al tentativo di affermarne il ruolo fondamentale nella trasformazione musicale illuministica, prodotto dai più onesti e liberi musicologi, ai quali venne imputato di sostenere un’astrazione storiografica. I grandi Maestri napoletani che avevano insegnato all’Europa intera nel Settecento, ma in generale tutti gli italiani (Beethoven fu allievo di Salieri e Luchesi, Haydn di Porpora), furono relegati all’oblio e cancellati dalla nuova Musica Classica germanofona. I Mozart, padre e figlio, con la loro invidia, ci aiutano a capire il perché.
Leopold Mozart, modesto musicista, accompagnò più volte il figlio Wolfgang Amadeus alla volta dell’Italia, tra il 1770 e il 1772. L’obiettivo era quello di far crescere il ragazzo artisticamente e di strappare per lui una scrittura per una corte importante, in un teatro importante. La tappa più importante fu Napoli, luogo di scuola musicale di rilevanza internazionale, ma molto tempo fu trascorso a Milano. E però, nonostante le ottime conoscenze e le relative raccomandazioni, i vari sovrani italiani snobbarono i due per un motivo ben preciso: Mozart padre si era legato alla Massoneria, assistito nella cerimonia proprio dal rampollo, e questo significò ostracismo da parte della cattolica Maria Teresa d’Asburgo, la quale raccomandò il figlio Ferdinando, arciduca di Milano, di non dar retta a quei due “mendicanti”, e mise anche in guardia la figlia Maria Carolina, regina di Napoli. I due fratelli asburgici furono molto disponibili verso i Mozart ma non gli concessero mai l’opportunità di esibirsi a corte.
Leopold Mozart si riempì di invidia per i musicisti italiani, soprattutto i napoletani, e nel 1778 dissuase Amadeus dal provare ancora la via dell’Italia, “dove solo a Napoli ci sono sicuramente 300 Maestri”. Il ragazzo si arrese e dovette ereditarne la rabbia, visto che nel 1782, ormai cresciuto, dopo un “duello” musicale finito in parità con il romano Muzio Clementi, voluto dall’imperatore Giuseppe II d’Asburgo, scrisse al genitore: “Clementi è un ciarlatano, come tutti gli italiani”. Eppure aveva imparato tantissimo da loro, in particolar modo da Jommelli, Paisiello, Traetta, “Ciccio” De Majo e Anfossi.

maggiori particolari sulle vicende in Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017)

clip tratta da Mozart di Marcel Bluwal (1982)

Maggio dei Monumenti borbonico per riscoprire il 700 musicale napoletano

Angelo Forgione Dopo la discussa apposizione della targa in ricordo dei martiri giacobini del 1799, il Comune di Napoli ha deciso di dedicare il ‘Maggio dei monumenti‘ 2016, XXII edizione, al trecentesimo anniversario della nascita di Carlo di Borbone ed al 700 musicale ed artistico napoletano. La città che influenzò la grande musica d’Europa, ma anche altri campi delle arti, dopo l’opera meritoria del Maestro Enzo Amato col Festival Internazionale del 700 Musicale Napoletano, ha forse deciso di proporre ai turisti e ai napoletani stessi i grandi compositori colpevolmente dimenticati dall’Italia dal secondo Ottocento ai giorni nostri, sulla scia dell’opera di rivisitazione portata in Europa da Riccardo Muti (da me descritta in Made in Naples e su questo blog), che, si spera, non resti una voce nel deserto.

Le chiavi della Città a Riccardo Muti, fiero napoletano e lustro di Napoli nel mondo

Angelo Forgione Al Real Conservatorio di San Pietro a Majella, Riccardo Muti ha ricevuto le Chiavi della Città di Napoli dal sindaco De Magistris. Applausi non solo per l’esecuzione del concerto ma anche e soprattutto per il discorso al pubblico del Maestro, che ha raccontato i suoi natali napoletani e, purtroppo, un’Italia che umilia la cultura: «L’Italia è il Paese della Musica ma non insegna la Musica. Dobbiamo smetterla di parlare di Cultura se poi non la facciamo più».
La chiusura è un classico del grande Maestro: «Mia madre volle partorire me e i miei fratelli a Napoli perché se un giorno avessimo girato il mondo saremmo stati rispettati». Se oggi è ancora così e grazie a persone come Muti.

Conservatorio di Napoli bene di interesse storico-architettonico

Angelo Forgione – Il Regio Conservatorio di Musica di San Pietro a Majella, uno dei più celebri istituti d’alta formazione musicale nel mondo, è stato dichiarato Bene di Interesse Storico-Architettonico. Il riconoscimento è stato ratificato dal Ministero delle Attività Culturali e dalla Sovrintendenza per i Beni Architettonici della Campania, e darà la possibilità di tutelare l’edificio che ospita il conservatorio di musica ma anche tutto il patrimonio artistico musicale e decorativo (spartiti e manoscritti, strumenti musicali, cimeli, stampe, foto antiche, dipinti e arredi), in particolar modo la sua preziosa biblioteca musicale, tra le più importanti al mondo, che consta di circa 27.000 manoscritti musicali, 300.000 stampe musicali, 20.000 libri, 10.000 libretti d’opera, 10.000 lettere e 1000 periodici. Il progetto è stato supportato da Roberto De Simone, Riccardo Muti, Vincenzo De Gregorio e l’attuale direttore del conservatorio, Elsa Evangelista. Quest’ultima ha annunciato che il prossimo obiettivo è quello di far includere il Conservatorio nei patrimoni dell’umanità, secondo la convenzione adottata dalla conferenza dell’Unesco.
biblioteca_conservatorioIl Conservatorio di San Pietro a Majella è attivo dal 1826, anno in cui il Real Collegio di Musica (che aveva racchiuso quattro orfanotrofi) si trasferì per volontà del re Francesco I nella sede dell’omomino convento dei Padri Celestini, dopo aver iniziato le sue attività didattiche nel 1808. La Scuola plasmò uno stile musicale che si diffuse rapidamente in tutt’Europa e fece da faro per tutto l’Occidente, consacrando la conservatorio-salegrande Scuola Musicale Napoletana del Settecento. L’istituto cambiò il concetto di conservatorio, da istituzione caritatevole di “conservazione” degli orfanelli (che ricevevano istruzione musicale) ad alta scuola di musica. È proprio con San Pietro a Majella che con “conservatorio” si iniziò ad intendere nel mondo ogni luogo di formazione musicale.
Riccardo Muti, nel corso di una conferenza stampa di presentazione di una rappresentazione di Niccolò Jommelli tenutasi a Parigi nel giugno 2009, consigliò a ogni musicista di visitare il Conservatorio di San Pietro a Majella per assaporare il Settecento perduto:
«L’unico luogo al mondo che può far rivivere un fantastico mondo del suono che è andato perduto… un antico monastero immutato con la sua meravigliosa biblioteca, una serie di sale dove si respira ancora il profumo originario dei libri e l’atmosfera della Napoli antica.»

Muti e i lavoratori del San Carlo contro la rozza Italia

Angelo Forgione – Sabato 1 marzo, seppur senza troppo clamore, è stata una giornata molto significativa per la cultura musicale napoletana. Due messaggi di forte denuncia sono partiti da altrettanti luoghi simbolo della Città. Il primo è stato inviato da Riccardo Muti, in occasione della cerimonia di consegna del premio “San Pietro a Majella” all’antico Conservatorio dove studiò da giovane, tra il 1957 e il 1962, e dove gli è stato intitolato l’ormai ex foyer della sala Scarlatti.
«Il Conservatorio di San Pietro a Majella è il luogo più sacro dei conservatori nel mondo e dentro ci sono meraviglie che tutto il mondo vorrebbe avere. Non so se questo lo sappiano i nostri governanti, ma se lo sanno e non fanno nulla per valorizzare questa istituzione calpestata e dimenticata vuol dire che la situazione in Italia è senza speranza. Il governo deve prendersi cura di questo posto, che egregiamente rappresenta la cultura della nostra terra. Deve far sì che questo non sia un luogo di sofferenza per chi ci studia e chi ci insegna. Da qualche anno dirigo la Chicago Symphony Orchestra. Ebbene, se in America esistesse un luogo in cui fosse custodito un decimo dei tesori che sono custoditi a San Pietro a Majella, quel luogo riceverebbe il massimo delle attenzioni. Tutti ne avrebbero il massimo rispetto, tutto il mondo ne sarebbe a conoscenza». Queste le parole di indignazione per come il più nobile dei conservatori d’Italia, quello che ha racchiuso in una sola istituzione i primi quattro istituti di istruzione per orfani, quello che ha dato il nome agli istituti di didattica musicale del mondo, sia trascurato dalle politiche governative centrali.
Se il Conservatorio piange, il San Carlo non ride, insieme a molti teatri italiani (La Scala a parte). E per protestare contro il Decreto Valore Cultura e denunciare i problemi occupazionali e retributivi, i lavoratori del Massimo napoletano hanno offerto uno splendido concerto gratuito nella basilica di San Ferdinando, dove sono stati proposti brani e letture didattiche della gloriosa Scuola Musicale Napoletana del Settecento che cambiò la musica in Europa. L’esibizione (piccolo contributo video in basso) ha regalato inizialmente una chicca molto suggestiva ed emozionante: l’esecuzione dell’introduzione dell’Achille in Sciro di Domenico Sarro e Pietro Metastasio, Opera data al San Carlo la sera del 4 ottobre 1737, data di inaugurazione del Real Teatro. All’evento ha presenziato il sindaco De Magistris, sostenitore delle ragioni delle maestranze sancarline. Al termine, il corista Sergio Valentino, all’altare, ha pronunciato il secondo messaggio di denuncia della giornata:
«Permetteteci di dire che Napoli è una città che produce una cultura imperitura da tre millenni e quello che sta accadendo da anni non la piegherà. Napoli è stata, è, e sarà sempre la città colta che l’Europa intellettuale conosce».