Napoli, Salisburgo e la bellezza d’Europa

Angelo Forgione – Alexander von Humboldt fu un naturalista, esploratore e botanico tedesco che girò il mondo nel primo Ottocento, tra Europa, America Latina e Asia centrale. È considerato il fondatore della climatologia e della fitogeografia, cioè lo studio del rapporto tra l’ambiente geografico e la distribuzione delle piante.
Di lui si dice che, dopo aver visto il mondo di quel tempo, abbia confidato in una lettera quali fossero i luoghi della natura che più lo avevano colpito.

“Die Gegenden von Salzburg, Neapel und Konstantinopel halte ich für die schönsten der Erde.”
(Considero quelli di Salisburgo, di Napoli e di Costantinopoli i più bei luoghi del mondo)

humboldt

È questo uno dei detti più noti a Salisburgo, e però la lettera di Humboldt non è stata mai trovata. E Humboldt aveva vissuto per un anno e mezzo a Salisburgo e scalato per ben tre volte il Vesuvio, ma non risulta essere mai stato a Costantinopoli.
La citazione appare dunque come una leggenda che Salisburgo cavalca per pubblicizzare turisticamente i suoi luoghi, ma basata sui racconti dei viaggiatori dell’epoca e su quanto riportò il meno noto Benedikt Pillwein, storico nazionale austriaco, che in una sua opera del 1839 scrisse:

“Secondo i rapporti dei viaggiatori che hanno visto le città e le abitudini di molti popoli, Napoli è la prima tra le più belle città d’Europa, Costantinopoli la seconda, Salisburgo la terza.”

E tra i rapporti dei viaggiatori c’erano anche quelli di Leopold Mozart, padre di Wolfgang Amadeus. Quello che vedete a sinistra in fondo nel dipinto di Pietro Fabris conservato alla Scottish National Gallery di Edimburgo, vestito di rosso, è il quattordicenne musicista salisburghese a Napoli, affiancato proprio dal padre Leopold. Correva l’anno 1770, e in questa abitazione era in corso un incontro musicale, come accadeva di sovente nei salotti napoletani, dove si ospitavano studiosi stranieri di passaggio in città.

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Mozart fu influenzato dai musicisti della Scuola Musicale del ‘700 napoletano e quando lasciò la città cercò sempre di spronare il padre a ritornarvi, perché “una volta avuta una scrittura a Napoli, mi cercheranno ovunque”. Non ci riuscì mai, per implicazioni politico-religiose. Il padre Leopold aveva chiesto protezione e appoggio alla massoneria austriaca, e Maria Teresa, cattolica sovrana d’Austria, avvertì i suoi figli in Italia di non dargli considerazione. Li chiamava “persone inutili, mendicanti” (per approfondimenti: Napoli Capitale Morale, Magenes 2017).
Maria Carolina a Napoli dovette obbedire, anche se, già aperta alla Massoneria, introdusse Mozart nei conservatori della città e gli fece conoscere i grandi compositori che lo segnarono. Ferdinando, poi, più cattolico della suocera Maria Teresa, neanche lo accolse.
Dopo 17 anni, il cresciuto Mozart scrisse “Chi, avendo vista l’Italia una volta, non la ricorda per tutta la vita? E specialmente Napoli, dove ho imparato la musica”.

La Musica tedesca e la critica italiana che cancellarono la Scuola napoletana

Angelo Forgione Riccardo Muti cerca oggi di riaffermare l’importanza di un fondamentale momento della Musica europea volutamente cancellato, quello della Scuola Musicale Napoletana del Settecento. Preziosa opera, poiché essa fu delittuosamente eclissata nell’Ottocento dalla Musica tedesca, poi tramandata come fenomeno del tutto casuale dalla nuova critica dell’Italia unita, che si oppose con forza al tentativo di affermarne il ruolo fondamentale nella trasformazione musicale illuministica, prodotto dai più onesti e liberi musicologi, ai quali venne imputato di sostenere un’astrazione storiografica. I grandi Maestri napoletani che avevano insegnato all’Europa intera nel Settecento, ma in generale tutti gli italiani (Beethoven fu allievo di Salieri e Luchesi, Haydn di Porpora), furono relegati all’oblio e cancellati dalla nuova Musica Classica germanofona. I Mozart, padre e figlio, con la loro invidia, ci aiutano a capire il perché.
Leopold Mozart, modesto musicista, accompagnò più volte il figlio Wolfgang Amadeus alla volta dell’Italia, tra il 1770 e il 1772. L’obiettivo era quello di far crescere il ragazzo artisticamente e di strappare per lui una scrittura per una corte importante, in un teatro importante. La tappa più importante fu Napoli, luogo di scuola musicale di rilevanza internazionale, ma molto tempo fu trascorso a Milano. E però, nonostante le ottime conoscenze e le relative raccomandazioni, i vari sovrani italiani snobbarono i due per un motivo ben preciso: Mozart padre si era legato alla Massoneria, assistito nella cerimonia proprio dal rampollo, e questo significò ostracismo da parte della cattolica Maria Teresa d’Asburgo, la quale raccomandò il figlio Ferdinando, arciduca di Milano, di non dar retta a quei due “mendicanti”, e mise anche in guardia la figlia Maria Carolina, regina di Napoli. I due fratelli asburgici furono molto disponibili verso i Mozart ma non gli concessero mai l’opportunità di esibirsi a corte.
Leopold Mozart si riempì di invidia per i musicisti italiani, soprattutto i napoletani, e nel 1778 dissuase Amadeus dal provare ancora la via dell’Italia, “dove solo a Napoli ci sono sicuramente 300 Maestri”. Il ragazzo si arrese e dovette ereditarne la rabbia, visto che nel 1782, ormai cresciuto, dopo un “duello” musicale finito in parità con il romano Muzio Clementi, voluto dall’imperatore Giuseppe II d’Asburgo, scrisse al genitore: “Clementi è un ciarlatano, come tutti gli italiani”. Eppure aveva imparato tantissimo da loro, in particolar modo da Jommelli, Paisiello, Traetta, “Ciccio” De Majo e Anfossi.

maggiori particolari sulle vicende in Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017)

clip tratta da Mozart di Marcel Bluwal (1982)

Napoletani e londinesi, differenti per clima e… bevande

Limonata e cognac per spiegare come Napoli fosse meno pericolosa di Londra

Angelo Forgione Quando Johann Wolfgang Goethe giunse a Napoli, nel 1787, non era impreparato. Ricordava le belle parole che il padre, dopo averla visitata, aveva sempre usato per descriverla, racchiuse in una definizione che lui stesso immortalò su carta:

“[…] mio padre non riuscì mai ad essere del tutto infelice, perché il suo pensiero tornava sempre a Napoli”.

Da buon viaggiatore, il drammaturgo tedesco, prima di partire alla volta dell’Italia, aveva letto il volume Notizie storico-critiche d’Italia dell’amico Johann Jacob Volkmann, in cui, nel capitolo Napoli e i suoi dintorni, era scritto che per le strade della città c’erano dai trenta ai quarantamila oziosi. Goethe volle verificare di persona prima di scrivere le sue memorie e si mischiò tra la gente, sperimentando con curiosità la realtà napoletana, in cui individuò evidenti differenze col mondo nordico ma attribuendole a motivi climatici e sociali. Solo dopo aver osservato coi propri occhi la Napoli capitale negò l’esistenza di un atteggiamento refrattario al lavoro, ed entrò in polemica con Volkmann.
Per Goethe, i napoletani erano semplicemente diversi dai tedeschi di Prussia ma non per questo da considerare peggiori. Era la diversa piattaforma sociale a far apparire il popolo partenopeo una massa di mendicanti per vocazione. Apprezzata invece la possibilità di godersi la vita, vero motivo per cui coloro che erano impossibilitati a farlo – i più laboriosi nordici – consideravano inoperosi quelli che non lavoravano tutto il giorno. Il 28 maggio 1787 scrisse:

“[…] Non tardai a sospettare che il ritenere fannullone chiunque non s’ammazzi di fatica da mane a sera fosse un criterio tipicamente nordico. Rivolsi perciò la mia attenzione preferibilmente al popolo, sia quando è in moto che quando sta fermo, e vidi, bensì, molta gente mal vestita, ma nessuno inattivo.
[…] Più mi guardavo intorno, più attentamente osservavo, e meno riuscivo a trovare autentici fannulloni, nel popolino minuto come nel ceto medio, sia al mattino sia per la maggior parte del giorno, giovani o vecchi, uomini o donne che fossero.
[…] Sarei quasi tentato d’affermare per paradosso che a Napoli, fatte le debite proporzioni, le classi più basse sono le più industriose. Non si può pensare, beninteso, di mettere a paragone quest’operosità con quella dei paesi del Nord, la quale non ha da preoccuparsi soltanto del giorno e dell’ora immediati, ma nei giorni belli e sereni deve pensare a quelli brutti e grigi e nell’estate deve provvedere all’inverno. Postoché è la natura stessa che al Nord obbliga l’uomo a far scorte e a prendere disposizioni, che induce la massaia a salare e ad affumicare cibi per non lasciare sfornita la cucina nel corso dell’anno, mentre il marito non deve trascurare le riserve di legna, di grano, di foraggio per le bestie e così via, è inevitabile che le giornate e le ore più belle siano sottratte al godimento e vadano spese nel lavoro. Per mesi e mesi si evita di stare all’aperto e ci si ripara in casa dalla bufera, dalla pioggia, dalla neve e dal freddo; le stagioni si succedono inarrestabili, e l’uomo che non vuol finire malamente deve per forza diventare casalingo. […] È la natura che lo costringe ad adoperarsi, a premunirsi. Senza dubbio tali influenze naturali, che rimangono immutate per millenni, hanno improntato il carattere, per tanti lati meritevole, delle nazioni nordiche; le quali però applicano troppo rigidamente il loro punto di vista nel giudicare le genti del Sud, verso cui il cielo s’è dimostrato tanto benigno.
[…] E un cosiddetto accattone napoletano potrebbe facilmente sdegnare il posto di viceré in Norvegia e declinare l’onore, se l’imperatrice di Russia gliel’offrisse, del governatorato della Siberia.
[…] Se si pensa alla quantità di alimenti che offre questo mare pescoso, dei cui prodotti la gente è obbligata per legge a nutrirsi in alcuni giorni della settimana; a tutti i generi di frutta e d’ortaggi offerti a profusione in ogni tempo dell’anno; al fatto che la contrada circostante Napoli ha meritato il nome di Terra di Lavoro (dove lavoro significa lavoro agricolo) e l’intera sua provincia porta da secoli il titolo onorifico di Campania felix, campagna felice, ben si comprende come là sia facile vivere.”
[…] Si giungerebbe forse allora a concludere che il cosiddetto lazzarone non è per nulla più infingardo delle altre classi, ma altresì a constatare che tutti, in un certo senso, non lavorano semplicemente per vivere ma piuttosto per godere, e anche quando lavorano vogliono vivere in allegria.
Nel quinto capitolo della sua Storia Naturale Plinio concede soltanto alla Campania una descrizione diffusa. «Quelle terre» egli dice, «sono così felici, amene e beate che vi si riconosce evidente l’opera prediletta della natura.
[…] Su questo paese i Greci, popolo che aveva una smisurata opinione di sé, hanno espresso il più lusinghiero giudizio dando a una sua parte il nome di Magna Grecia.”

Lo scrittore britannico Harold Acton, nella sua opera The Bourbons of Naples del 1956, racconta che un contemporaneo inglese di Goethe ne condivise l’analisi e l’approfondì con uno straordinario esempio utile a spiegare perché la delinquenza napoletana non era più spaventosa di quella di Londra. Tutto racchiuso nelle bevande preferite dai due popoli:

“A Napoli vi è un numero molto inferiore di moti rivoltosi o di reati di qualsiasi tipo di quanto non ci sarebbe aspettati di avere in una città dove la polizia è ben lungi dall’essere severa, e dove ogni giorno si incontrano moltitudini di poveri disoccupati. Questo deriva in parte dal carattere nazionale [napolitano] che, secondo me, è quieto, sottomesso e rifugge dalle sommosse e dalle ribellioni; e in parte deriva anche dal fatto che il popolo è universalmente sobrio, e mai infiammato dall’alcool, come avviene invece nei paesi nordici. L’acqua ghiacciata e la limonata sono cose di lusso tra la gente più povera; […] Il lazzarone seminudo ha spesso la tentazione di spendere quel poco denaro che è destinato al mantenimento della sua famiglia in questa magica bibita, come il più dissoluto tra i poveri di Londra lo spende in gin e in cognac, così che ciò che rinfresca la povera gente di una città tende ad eccitare quella di un’altra fino a far compiere atti di smoderatezza e di brutalità.”

Certe abitudini, evidentemente, non sono cambiate granché.

Le fogne borboniche e la melma… di Venezia

Angelo Forgione – Riflessivo sul bidet e colto da un impeto d’orgoglio piemontese, Massimo Gramellini nega che nella Napoli borbonica esistesse una rete fognaria e dice che dappertutto fosse melma. Lo scrittore si è infilato in un vicolo cieco dal quale è uscito scrivendo su Facebook di voler approfondire la lettura della storia dei Borbone ma non rettificando le sue inesattezze sul giornale dove le aveva scritte.
Nella foto tratta da una relazione del Centro Speleologico Meridionale si può notare una fogna borbonica in disuso. Certo, la rete fognaria era statica, proprio perché antica; divenne sempre più inadeguata con l’espansione demografica e urbana, non vi è alcun dubbio, e si arrivò al punto di dover mettere mano al sottosuolo di Napoli all’epoca del “Risanamento”, ma accadde 34 anni dopo l’unità d’Italia, non 5 e nemmeno 10. Del resto, come dimostrano i tecnici del Comune di Napoli in una relazione sugli “interventi di razionalizzazione del sistema fognario cittadino” di qualche anno fa, “il mutato assetto degli insediamenti sul territorio richiedeva interventi urgenti sulla rete fognaria cittadina, in parte risalente ad epoca borbonica“.
D’altronde, quando due settimane fa Napoli si allagò per il primo temporale autunnale, tutti i quotidiani si affrettarono a scrivere che “Napoli è dotata di un impianto fognario che risale all’epoca dei Borbone…”.
La melma a Napoli? Wolfgang Goethe raccontò nel Viaggio in Italia del 1787 la pulizia delle strade della città dovuta anche ad un formidabile riciclaggio degli alimenti in eccesso che si attuava tra la città e le campagne tutt’intorno, un’operosità che faceva persino in modo che, nonostante girassero numerose carrozze per le strade della città, lo sterco dei cavalli fosse praticamente inesistente. Lo descrisse così: E con quanta cura raccattano lo sterco di cavalli e di muli! A malincuore abbandonano le strade quando si fa buio, e i ricchi che a mezzanotte escono dall’Opera certo non pensano che già prima dello spuntar dell’alba qualcuno si metterà a inseguire diligentemente le tracce dei loro cavalli”. A Napoli, in pratica, si faceva una specie di “compost” ante litteram.
Una pulizia che lo scrittore tedesco (tedesco!) reputò superiore agli altri posti visitati: Trento, Verona, Vicenza, Padova, Venezia, Ferrara, Bologna, Firenze, Perugia, Roma, e poi le città siciliane. E vide pure la melma, si, proprio quella buttata da Gramellini su Napoli, ma non a Napoli bensì a Venezia, che trovò sporchissima. Per la precisione la definì melma corrosiva lungo le strade. Inutile far notare che il viaggio in Italia del grande letterato tedesco non passò per Torino. Piuttosto bisognerebbe domandarsi perchè la città pulita del Sette-Ottocento sia divenuta sporca nel Novecento.