Città più “green”, consigliava Marino Turchi nel 1861

Angelo ForgioneLe rilevazioni sono chiare: dal 2017 in avanti non c’è stato praticamente più un agosto “fresco” in Italia. L’estate 2026 è stata la più calda di sempre, battendo per intensità di calore quella del 2003, e in futuro potrebbe andare anche peggio. Un’emergenza crescente che, tra le tante problematiche, rende difficile la vita nelle strade e, soprattutto, nelle piazze delle nostre città.

Laura Lieto, vicesindaca di Napoli con delega all’Urbanistica, ha annuncia delle misure per affrontare le ondate di calore estremo: meno asfalto e cemento e più alberi. Si parte da una riflessione su piazza Garibaldi e sull’area di piazza Municipio, da rendere più “green” anche con i consigli delle archistar internazionali che le hanno progettate, ma il Comune sta preparando un piano che prevede sconti sulle tasse comunali e incentivi per i privati che piantino e curino alberi. A tutto ciò si aggiunge il giù avviato programma di ripiantumazione finanziato da Città Metropolitana, con il quale si conta di dotare Napoli di oltre 4.000 nuovi alberi entro la fine dell’anno per migliorare la qualità dell’aria, combattere le isole di calore urbane e offrire ai cittadini spazi più accoglienti.

piazza Municipio (Napoli) negli anni Novanta e oggi

Quantunque l’emergenza climatica sia una questione del mondo moderno, già nell’Ottocento ci si preoccupava di come rendere più confortevoli le passeggiate cittadine nella stagione estiva. Se oggi Milano è sufficientemente posizionata per numeri di alberi censiti, 18 ogni 100 abitanti, è anche grazie a Napoleone, che la città meneghina l’apprezzava molto, ma ne temeva il caldo estivo al punto di disseminarla di platani, più per rimedio all’asfissiante afa che per abbellimento urbano.
Anche i Borbone, a Napoli, fecero piantare migliaia di alberi lungo le strade per abbellimento della capitale e per dare frescura e ombra ai cittadini, introducendo il concetto di viale alberato in una città in cui gli alberi erano stati quasi esclusiva dei giardini recintati dei monasteri e dei cortili dei palazzi nobiliari.

Nel 1861, a unità d’Italia appena fatta, l’igienista Marino Turchi, membro della Commissione municipale d’igiene di Napoli, nel suo trattato Sulla igiene pubblica della città di Napoli, si preoccupò del benessere dei napoletani nella stagione estiva nell’ambito di una più articolata proposta indirizzata al Sindaco e al Consiglio Municipale. Circa le Proposte per gli edifici, la numero 36 indicava la piantumatura di alberi in tutti i luoghi cittadini in cui il sole estivo picchiava sulle teste scoperte e riscaldava il selciato.

L’intero trattato ebbe una risonanza tale che la seconda edizione del 1862 fu esplicitamente ridefinita e “ridotta ad uso di tutt’i municipio e cittadini italiani”, trasformando un rapporto per il Comune di Napoli in un modello di gestione sanitaria per i sindaci di tutta la neonata Italia unita.

Piazza Municipio negli anni Trenta

Oggi, a distanza di centosessantacinque anni dalla proposta di Marino Turchi, Napoli fa registare una media di soli 4 alberi ogni 100 abitanti. Il capoluogo campano si posiziona nelle ultime posizioni delle classifiche per estensione del verde urbano complessivo, con un valore di verde per abitante al di sotto della media nazionale.

E mentre Napoli e altre città cercano soluzioni, a Parigi, la Place de l’Hotel de Ville, lo slargo del locale Municipio, è stata trasformata in una foresta urbana per abbassare le temperature estive e restituire spazio pedonale di qualità ai cittadini. Rimossi oltre 2500 metri quadri di cemento e pavimentazione in pietra e piantati circa 50 alberi adulti, centinaia di alberi più piccoli e oltre 20mila arbusti e piante. Questa è la strada. Alberata, si spera.

Napoletani e londinesi, differenti per clima e… bevande

Limonata e cognac per spiegare come Napoli fosse meno pericolosa di Londra

Angelo Forgione Quando Johann Wolfgang Goethe giunse a Napoli, nel 1787, non era impreparato. Ricordava le belle parole che il padre, dopo averla visitata, aveva sempre usato per descriverla, racchiuse in una definizione che lui stesso immortalò su carta:

“[…] mio padre non riuscì mai ad essere del tutto infelice, perché il suo pensiero tornava sempre a Napoli”.

Da buon viaggiatore, il drammaturgo tedesco, prima di partire alla volta dell’Italia, aveva letto il volume Notizie storico-critiche d’Italia dell’amico Johann Jacob Volkmann, in cui, nel capitolo Napoli e i suoi dintorni, era scritto che per le strade della città c’erano dai trenta ai quarantamila oziosi. Goethe volle verificare di persona prima di scrivere le sue memorie e si mischiò tra la gente, sperimentando con curiosità la realtà napoletana, in cui individuò evidenti differenze col mondo nordico ma attribuendole a motivi climatici e sociali. Solo dopo aver osservato coi propri occhi la Napoli capitale negò l’esistenza di un atteggiamento refrattario al lavoro, ed entrò in polemica con Volkmann.
Per Goethe, i napoletani erano semplicemente diversi dai tedeschi di Prussia ma non per questo da considerare peggiori. Era la diversa piattaforma sociale a far apparire il popolo partenopeo una massa di mendicanti per vocazione. Apprezzata invece la possibilità di godersi la vita, vero motivo per cui coloro che erano impossibilitati a farlo – i più laboriosi nordici – consideravano inoperosi quelli che non lavoravano tutto il giorno. Il 28 maggio 1787 scrisse:

“[…] Non tardai a sospettare che il ritenere fannullone chiunque non s’ammazzi di fatica da mane a sera fosse un criterio tipicamente nordico. Rivolsi perciò la mia attenzione preferibilmente al popolo, sia quando è in moto che quando sta fermo, e vidi, bensì, molta gente mal vestita, ma nessuno inattivo.
[…] Più mi guardavo intorno, più attentamente osservavo, e meno riuscivo a trovare autentici fannulloni, nel popolino minuto come nel ceto medio, sia al mattino sia per la maggior parte del giorno, giovani o vecchi, uomini o donne che fossero.
[…] Sarei quasi tentato d’affermare per paradosso che a Napoli, fatte le debite proporzioni, le classi più basse sono le più industriose. Non si può pensare, beninteso, di mettere a paragone quest’operosità con quella dei paesi del Nord, la quale non ha da preoccuparsi soltanto del giorno e dell’ora immediati, ma nei giorni belli e sereni deve pensare a quelli brutti e grigi e nell’estate deve provvedere all’inverno. Postoché è la natura stessa che al Nord obbliga l’uomo a far scorte e a prendere disposizioni, che induce la massaia a salare e ad affumicare cibi per non lasciare sfornita la cucina nel corso dell’anno, mentre il marito non deve trascurare le riserve di legna, di grano, di foraggio per le bestie e così via, è inevitabile che le giornate e le ore più belle siano sottratte al godimento e vadano spese nel lavoro. Per mesi e mesi si evita di stare all’aperto e ci si ripara in casa dalla bufera, dalla pioggia, dalla neve e dal freddo; le stagioni si succedono inarrestabili, e l’uomo che non vuol finire malamente deve per forza diventare casalingo. […] È la natura che lo costringe ad adoperarsi, a premunirsi. Senza dubbio tali influenze naturali, che rimangono immutate per millenni, hanno improntato il carattere, per tanti lati meritevole, delle nazioni nordiche; le quali però applicano troppo rigidamente il loro punto di vista nel giudicare le genti del Sud, verso cui il cielo s’è dimostrato tanto benigno.
[…] E un cosiddetto accattone napoletano potrebbe facilmente sdegnare il posto di viceré in Norvegia e declinare l’onore, se l’imperatrice di Russia gliel’offrisse, del governatorato della Siberia.
[…] Se si pensa alla quantità di alimenti che offre questo mare pescoso, dei cui prodotti la gente è obbligata per legge a nutrirsi in alcuni giorni della settimana; a tutti i generi di frutta e d’ortaggi offerti a profusione in ogni tempo dell’anno; al fatto che la contrada circostante Napoli ha meritato il nome di Terra di Lavoro (dove lavoro significa lavoro agricolo) e l’intera sua provincia porta da secoli il titolo onorifico di Campania felix, campagna felice, ben si comprende come là sia facile vivere.”
[…] Si giungerebbe forse allora a concludere che il cosiddetto lazzarone non è per nulla più infingardo delle altre classi, ma altresì a constatare che tutti, in un certo senso, non lavorano semplicemente per vivere ma piuttosto per godere, e anche quando lavorano vogliono vivere in allegria.
Nel quinto capitolo della sua Storia Naturale Plinio concede soltanto alla Campania una descrizione diffusa. «Quelle terre» egli dice, «sono così felici, amene e beate che vi si riconosce evidente l’opera prediletta della natura.
[…] Su questo paese i Greci, popolo che aveva una smisurata opinione di sé, hanno espresso il più lusinghiero giudizio dando a una sua parte il nome di Magna Grecia.”

Lo scrittore britannico Harold Acton, nella sua opera The Bourbons of Naples del 1956, racconta che un contemporaneo inglese di Goethe ne condivise l’analisi e l’approfondì con uno straordinario esempio utile a spiegare perché la delinquenza napoletana non era più spaventosa di quella di Londra. Tutto racchiuso nelle bevande preferite dai due popoli:

“A Napoli vi è un numero molto inferiore di moti rivoltosi o di reati di qualsiasi tipo di quanto non ci sarebbe aspettati di avere in una città dove la polizia è ben lungi dall’essere severa, e dove ogni giorno si incontrano moltitudini di poveri disoccupati. Questo deriva in parte dal carattere nazionale [napolitano] che, secondo me, è quieto, sottomesso e rifugge dalle sommosse e dalle ribellioni; e in parte deriva anche dal fatto che il popolo è universalmente sobrio, e mai infiammato dall’alcool, come avviene invece nei paesi nordici. L’acqua ghiacciata e la limonata sono cose di lusso tra la gente più povera; […] Il lazzarone seminudo ha spesso la tentazione di spendere quel poco denaro che è destinato al mantenimento della sua famiglia in questa magica bibita, come il più dissoluto tra i poveri di Londra lo spende in gin e in cognac, così che ciò che rinfresca la povera gente di una città tende ad eccitare quella di un’altra fino a far compiere atti di smoderatezza e di brutalità.”

Certe abitudini, evidentemente, non sono cambiate granché.

video / divertente Riccardo Muti, Napoletano a Milano

video / divertente Riccardo Muti, Napoletano a Milano
ancora un messaggio identitario del grande Maestro

Esattamente un anno fa, il 14 Novembre 2010, il grande Maestro Riccardo Muti era ospite alla trasmissione “Che tempo che fa” di Fabio Fazio per parlare della sua autobiografia. Dopo il messaggio identitario pescato sul sito dell’emittente nazionale spagnola in occasione del premio “Principe de Asturias” a Oviedo di Ottobre, pongo ora in evidenza il “cuore” di una chiacchierata in cui Muti si mette a nudo e mostra il suo lato autenticamente Napoletano, insospettabilmente ironico e divertente.
Un racconto della sua gioventù di uomo del Sud che si trasferisce al Nord per studiare musica. Dalla calda e artistica Napoli alla gelida e “squadrata” Milano, a cui pure è affezionato, dove incontra un vecchio amico napoletano poi non più rivisto ma capace di lasciare un segno indelebile nella sua vita.
Con grande verve tutta partenopea, Muti riesce a far ridere con la Napoletanità senza umiliarla ma esaltandola come non riesce neanche ad alcuni comici, evidenziando le differenze tra Napoli e Milano, il calore-colore meridionale diverso da quello settentrionale, e comunicando un ulteriore messaggio identitario: mai perdere la propria identità ovunque ci si trovi!

A margine, riporto un’intervista di Muti rilasciata al Corriere della Sera nel 1999.
«I luoghi della mia infanzia (Napoli e Molfetta) rappresentano il mio ideale paradiso soprattutto per il senso della storia che ti mettono dentro e che, vivendoci, hai immagazzinato. Napoli ha in se’ la storia. E’ stata violentata, ma questo suo fascino resiste. In alcune prospettive della citta’ convivono il mondo greco, il mondo romano, il Rinascimento, il Barocco.
Ringrazio Dio di essere nato a Napoli. Ci ho pensato, un giorno in cui, quando dirigevo l’ orchestra di Filadelfia ed ero in tournee negli Stati Uniti, mi hanno fatto visitare l’ Universita’ dell’ Indiana, una fra le maggiori istituzioni musicali americane. Siamo entrati in un’ aula: due lussuosissimi pianoforti a coda su tappeti, impianti stereo, televisioni per i video musicali, il bar. Ho ricordato le nostre aule: un pianoforte, qualche sedia monacale, niente alle pareti, una luce fioca dal soffitto, ma quanta polvere di cultura, di conoscenza, quante memorie di grandi da Thalberg, il rivale di Liszt, il fondatore della scuola pianistica napoletana, a Cilea, a Martucci. Ho ricordato le chiese di Napoli dove, fanciullo, Pergolesi “cantava” quel canto che oggi sembra sia appannaggio quasi esclusivo di olandesi, inglesi e tedeschi. Si avvicinano a questo mondo con strumenti cosiddetti originali, con una pratica esecutiva cosiddetta originale: molta teoria, ma poco di quell’ humus che si respira nei vicoli, nelle strade dove sostavano Bellini, Donizetti e Rossini, in via Toledo che Leopardi scendeva ogni giorno verso piazza Carita’ dove vendevano un gelato di cui era ghiotto.

A Napoli, forse, ci invecchierei volentieri. Ero alla reggia di Caserta per ricevere il Premio Vanvitelli. Mi hanno fatto entrare in quella meraviglia che è il Teatro di Corte e mi hanno detto: “Se un giorno vorrà insegnare ai giovani quel che lei ha imparato, questo teatro può essere la sua casa».

videoclip: MEZZOGIORNO DI FUOCO

videoclip: MEZZOGIORNO DI FUOCO
il film di Napoli-Lazio

Il film della partita NAPOLI-LAZIO del 3 Aprile 2011, entrata nella storia del calcio a Napoli per quanto bella, intensa ed emozionante. Una giornata di sport indimenticabile segnata da un bellissimo sole primaverile, dal saluto del “San Paolo” a Edy Reja, dal sano agonismo dei giocatori e dall’encomiabile sostegno dei tifosi. Alle 12:30, le squadre scendono in campo in una cornice di pubblico unica al mondo, dando vita ad un vero e proprio “mezzogiorno di fuoco” culminato nella doppia rimonta della squadra di casa, il cui allenatore, solo rientrando negli spogliatoi a missione compiuta, può rimettere la giacca e raffreddare i bollenti spiriti.
È quest’ultima l’immagine simbolo di questo Napoli immortale.

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