L’economia napoletana per salvare l’Occidente

Angelo ForgioneDal 29 al 31 marzo, a Firenze, presso il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, il Festival Nazionale dell’Economia Civile, uno dei tanti che ormai si propongono di promuovere un paradigma economico le cui radici affondano nel pensiero economico di Antonio Genovesi, inventore e titolare della prima cattedra di Economia nella Napoli del secondo Settecento, che teorizzò come il fine ultimo di questa nuova scienza fosse la “pubblica felicità”, ossia il conseguimento del bene comune. Un’economia fondata sui principi di reciprocità, fraternità ed equità, non incivile come l’Economia Politica purtroppo imperante, quella tipicamente capitalista di stampo anglosassone. Un’economia da riaffermare per rimettere al centro l’uomo, il bene comune, la sostenibilità e l’inclusione sociale. Un’economia che considera il profitto come mezzo e non come fine, che vuole offrire soluzioni concrete al problema occupazionale, e che vuole ridurre le disuguaglianze. Un’economia che può far ripartire l’Italia, ricca di culture, paesaggi, arti e mestieri. Un’Italia aperta al mondo, nella quale l’innovazione si sposa con la tradizione.
Un altro evento che conferma quanto ho scritto in Made in Naples nel capitolo relativo all’Economia Civile:

(…) “civilizzazione” e “umanizzazione” dell’Economia, che, se fosse stata regolata come indicato e fatto nella Napoli dei Lumi, avrebbe creato reciprocità e fraternità, ispirato la vita relazionale delle persone e generato la “pubblica felicità”. Basterebbe riprendere la strada indicata da Napoli per salvare l’Italia, e non solo l’Italia; il segreto è tutto lì, e invece…

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Il Comune di Napoli ricorda (solo) i giacobini (e inciampa sull’Illuminismo)

Angelo ForgioneNei giorni scorsi, a cura del Comune di Napoli e dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, è stata scoperta una targa commemorativa presso l’entrata della Basilica del Carmine in ricordo del martirio dei giacobini napoletani. Giusto ricordare gli eventi drammatici che posero fine alla Repubblica Napoletana del 1799, con le circa 120 esecuzioni tra gli aderenti alla stessa, ma pure manca un ricordo per gli almeno 3000 napoletani del popolo che persero la vita nel tentativo di evitare l’ingresso in Città delle milizie francesi del generale francese Jean Étienne Championnet.
Furono mesi, quelli da gennaio a giugno, molto difficili, sporcati da sangue, morte e barbarie, che impressero una ferita mai rimarginata. La cultura locale è da allora spaccata tra giacobini e sanfedisti, tra repubblicani e monarchici, ma ogni contesa che genera accesi estremismi e distanti fazioni finisce con lo scompaginare gli eventi e renderli poco chiari. La Storia di Napoli è complessa e va invece analizzata serenamente, senza nostalgie, recriminazioni e strumentalizzazioni. Accade quindi che anche il Comune di Napoli incappi in un non lieve errore storico nel comunicato stampa della Giunta (leggi qui), parlando di martirio degli “illuministi napoletani”. Gli uomini della Repubblica Napoletana non erano illuministi ma più correttamente colti esponenti della borghesia filomassonica. Gli illuministi, i riformatori che fecero di Napoli il centro universale dei Lumi, erano stati Pietro Giannone, Giambattista Vico, Bartolomeo Intieri, Ferdinando Galiani, Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri. Gli eccezionali scritti di quest’ultimo animarono gli intellettuali della Repubblica, ma il giurista napoletano aveva sostenuto e consigliato il primo ministro monarchico Bernardo Tanucci; e prima ancora, Antonio Genovesi aveva sostenuto la monarchia illuminata di Carlo di Borbone. Certamente un anello di congiunzione tra il giacobinismo e l’illuminismo furono alcuni figli della dottrina economica di Antonio Genovesi, tra cui spiccava Francesco Mario Pagano; ma questi, dopo l’assorbimento degli influssi rivoluzionari, deviarono il grande Pensiero napoletano rivolto alla soluzione dei problemi locali verso la corrente francese nata da una piattaforma sociale diversa. Quella parte di borghesia massonica era pure stata a Corte, ben vista e agevolata dalla massona Maria Carolina (Eleonora Pimentel Fonseca sua bibliotecaria, Domenico Cirillo suo medico, etc). Fu proprio grazie alla regina che accrebbero posizione e influenza. Tradirono la grande fiducia che la sovrana concesse loro per riformare il Regno quando il Gran Maestro napoletano Francesco d’Aquino fu rimpiazzato nel ruolo di favorito dall’inglese John Acton. Ripicche politiche da perdita di influenza, insomma, e ancora nel 2015 si confonde l’Illuminismo napoletano col giacobinismo, che fu invece il sottoprodotto dell’esterofilia della dotta borghesia filomassonica.
Bisogna anche chiarire il concetto di “rivoluzione”, e chi la fece. Una rivoluzione la fa il popolo, e il popolo, in quei mesi turbolenti, fece la resistenza. Il resto furono intrighi politici e interessi personali annegati purtroppo nel sangue. La “rivoluzione” partenopea non fu compiuta dal popolo napoletano e neanche dagli intellettuali della borghesia, bensì dalle milizie francesi, con lo scopo di assorbire soldi e opere d’arte in città. Dieci anni di tasse non pagate dai cittadini francesi dopo la Presa della Bastiglia necessitavano di rimedio, e l’Italia offriva liquidità da spremere nonché la nuova moda europea del momento, scoppiata col rinvenimento dei reperti vesuviani operato: il Neoclassicismo. Il temibile esercito francese, tra grandi resistenze, entrò a Napoli anche grazie ai giacobini napoletani, che aprirono il fuoco alle spalle del popolo da Castel Sant’Elmo, lasciando a terra migliaia di corpi esanimi. Erano napoletani, popolani, che cercavano di fermare l’ingresso del più forte esercito d’Europa con una strenua resistenza, ammirata dal generale Championnet, lo stesso condottiero che, come testimonia la pubblicazione Souvenirs du général Championnet (Flammarion – Parigi, 1904), annunciava con delle lettere inviate al ministero dell’Interno del Direttorio di Parigi la spedizione di gessi, statue, busti, marmi e porcellane di pregio trafugate a Napoli (lo straordinario pieno di opere d’arte in Italia e oltre consentì a Napoleone di riorganizzare nel 1800 l’esposizione del Louvre). Persino l’Ercole Farnese, principale obiettivo francese, fu imballato e approntato per andare a Parigi. Non partì perché i transalpini indugiarono. Eleonora Pimentel sapeva e qualcosa pure la raccontò sul suo Monitore Napoletano (la sottrazione di tutte le collane d’oro dispensate ai cavalieri del Toson d’Oro). Lei e tutti gli intellettuali giacobini sostenevano la tesi di Parigi per cui la Francia era l’unica nazione capace di garantire l’inviolabilità delle grandi opere e garantirle all’umanità nei secoli futuri.
E fu sempre il popolo a riprendersi la città e il Regno, dopo neanche sei mesi, approfittando dello sbandamento delle truppe napoleoniche, via dall’Italia dopo gli affanni di Bonaparte in Egitto e ovviamente disinteressato a dare protezione agli uomini della Repubblica Napoletana, che nel frattempo non avevano prodotto alcuna riforma politica. Non conoscevano le necessità del popolo, dimostrando di non  aver recepito l’altissimo insegnamento di Genovesi. I dotti massoni di Corte tradirono, sapendo a cosa andavano incontro. Il tradimento, ai quei tempi, era punito dappertutto con la pena capitale. Sapevano anche di mancare di adesione popolare ma erano sicuri di essere protetti dai fortissimi francesi. Fecero male i loro calcoli.
Stime ufficiali indicano circa 3.000 morti a Napoli, ma ne furono di più nell’arco di quei sei mesi; il generale francese Paul-Charles Thiébault, tra i protagonisti di quelle vicende, trascrisse nelle sue memorie la stima di 60.000 vittime in tutto il Regno, limitata ai primi mesi del ‘99. Morti che sembrano non aver mai pesato sul bilancio tra le parti.
E allora, di quale rivoluzione si continua a parlare a distanza di più di due secoli? Qualche anno fa, in una puntata del programma televisivo Passepartout di Philippe Daverio, Nicola Spinosa, ex Sovrintendente Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Napoli  (premiato nel 2008 col “FIAC Excellency Award 2008” come uomo che ha più contribuito alla diffusione della cultura italiana negli Stati Uniti), si espresse con toni molto duri nei confronti di chi continua a raccontare male e faziosamente la storia, definendo quella che ancora oggi tramandiamo come “rivoluzione napoletana” come qualcosa che non ha lasciato alcun segno nella cultura della Città, «un recupero storicistico operato da certi settori dell’intellighenzia napoletana» (guarda qui). Settori che hanno stimolato la realizzazione della nuova targa commemorativa in piazza Mercato e che però spingono per dimenticare le migliaia di morti tra il popolo napoletano perché poveri, incolti, straccioni.
Dunque, se è vero che per la repubblica il popolo è sovrano, ricordiamo anche il massacro dimenticato di migliaia di “lazzari” oltre alle notissime decapitazioni tra la borghesia partenopea… per rispetto della Storia e in nome dei diritti civili e della Libertà.

Giornata mondiale della felicità: diritto formulato a Napoli nel ‘700

Angelo Forgione – Si celebra oggi, 20 marzo, la Giornata Internazionale della Felicità, ricorrenza istituita il 28 giugno 2012 dall’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite allo scopo di riconoscere il benessere e la felicità quali aspirazioni universali della persona umana e dunque obiettivi fondamentali delle politiche pubbliche.

“L’Assemblea generale […] consapevole che la ricerca della felicità è un scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica […]”

Tre i pilastri riconosciuti dall’ONU: la crescita economica, il progresso sociale e la maggiore attenzione nei confronti dell’ambiente. “Solo queste tre componenti messe insieme definiscono la felicità globale”. Ma per Napoli tutto questo non è una novità e chi frequenta questo blog o ha letto Made in Naples lo sa bene. Crescita economica, progresso sociale e rispetto dell’ambiente, in quanto fondamenti della felicità, furono teorizzati proprio a Napoli nel Settecento dal maestro dei più noti illuministi e dei più grandi riformatori del Mezzogiorno, padre della Scuola Napoletana di Economia che è cardine dell’analisi del rapporto tra economia e “pubblica felicità”. L’Economia Civile di Genovesi impostò lo sviluppo della vita civile e urbana in funzione proprio della “pubblica felicità”, a differenza dell’Economia Politica britannica di Adam Smith che subordinò tutto ciò alla ricchezza della Nazione.
Il “diritto alla felicità” fu messo per iscritto nella Scienza della Legislazione da Gaetano Filangieri. Correva l’anno 1780 e fu ben presto inserito da Benjamin Franklin nella Costituzione degli Stati Uniti d’America, intrattenendo col giurista napoletano una fitta corrispondenza mentre a Filadelfia formulava L’Unanime Dichiarazione dei Tredici Stati Uniti d’America.
Il primo statuto fondato sulla felicità fu quello di San Leucio, voluto da Ferdinando di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo, che anche il repubblicano Pietro Colletta, mai tenero con la monarchia napoletana, definì “documento del secolo e impulso non leggiero alle opinioni civili”. La pubblicazione del Codice Leuciano avvenne proprio a un anno dalla morte di Gaetano Filangieri e la sua principale incoraggiatrice fu proprio Maria Carolina, che basò la sua politica riformista sull’opera Della pubblica felicità dello storico e sacerdote modenese Ludovico Antonio Muratori. Uno scritto pubblicato nel 1749 che poneva la felicità e la soddisfazione dei sudditi al centro della  politica di governo. Nel 1765, Antonio Genovesi, convinto della “pubblica felicità”, la mise in correlazione allo sviluppo economico, prima che Filangieri ne facesse un vero e proprio diritto dell’uomo.
L’ONU, dal 2011, esorta dunque la politica a fare ciò che si faceva nella Napoli dei Lumi, invitando cioè a smettere di concentrarsi su risultati puramente economici e a tenere in maggior considerazione i fattori che determinano la percezione di benessere nelle popolazioni del pianeta. Insomma, un invito indiretto a desistere dall’Economia Politica imperante a beneficio di un recupero dell’Economia Civile che rispetta i lavoratori, protegge l’ambiente, sviluppa i servizi e migliora i beni.
Sempre dal 2011, le Nazioni Unite stilano annualmente la classifica degli Stati più felici sulla base di 6 fattori principali: il reddito effettivo pro capite, l’aspettativa di una vita in salute, l’avere qualcuno su cui contare, la libertà di fare le proprie scelte di vita, la libertà dalla corruzione e la generosità dell’ambiente che ci circonda. L’Italia, nell’ultimo report, è giù in fondo, al 45° posto, prima di Guatemala, Sud Corea, Malta, Ecuador, Bolivia, Polonia ed El Salvador, lontana dagli altri Paesi europei che si trovano quasi tutti fra i primi 30, tranne pochi altri “infelici” come noi, che sono la Grecia e la Croazia.
A proposito, il Regno delle Due Sicilie, quello che formulò paradigmi economici, diritti e statuti basati sulla felicità, si presentò all’appuntamento con l’Unità come Stato dal debito pubblico più esiguo d’Europa, il meno indebitato, privo di emigrazione e meta di immigrazione. Operoso, con una percentuale totale del 50% della forza lavoro e con il 16,3% della popolazione impiegato nell’industria crescente (contro l’11,8% di tutto il Settentrione). Oggi, invece, Napoli e il Sud sono afflitti dalla “pubblica infelicità”, ovvero dall’emorragia di un popolo schiacciato dalla disoccupazione, dall’assenza di sviluppo e dal vuoto di prospettive di benessere sociale. Ecco perché il messaggio di Genovesi è un’ancora di salvezza per tutti, ora che la “pubblica felicità” è soltanto una chimera. Ecco perché l’ONU, Papa Bergoglio e alcuni economisti contemporanei cercano di riportare l’economia al servizio della felicità.

Londra e Milano si inchinano a Napoli

David Cameron e Phillip Blond

Angelo Forgione – Affascinato dal paradigma dell’Economia Civile di Antonio Genovesi, che, come più volte ho scritto in questo blog e, soprattutto, nel mio libro Made in Naples, è la teoria economica che può risolvere i problemi italiani e dell’Europa contemporanea, ho scovato un’interessante confessione di Phillip Blond, il teologo anglicano e uomo politico inglese che ha formulato per il Primo Ministro britannico David Cameron la Big Society, un programma di riforme apparentemente rivoluzionario col quale lo stesso Cameron ha vinto le elezioni nel 2010. Qualche mese dopo il suo arrivo al n. 10 di Downing Street, Phillip Blond presenziò a un convegno all’Università Cattolica di Milano. Da quanto si può leggere in una relazione di Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia Politica all’Università di Bologna e presidente dell’Agenzia per il terzo settore, in quell’occasione il consulente di Cameron dichiarò al pubblico:
«Noi inglesi credevamo di essere arrivati per primi ma dobbiamo riconoscere agli italiani e ai napoletani in particolare di averci anticipato.»
E infatti, in Made in Naples scrivo:
“Nel maggio 2010, il premier britannico David Cameron vinse le elezioni con un programma di riforme contenente la rivoluzione della
Big Society, un modello sociale per assegnare ai cittadini parte del potere detenuto interamente dallo Stato e del mercato. Niente di nuovo per una teoria completamente mutuata dall’Economia Civile di Antonio Genovesi di due secoli e mezzi più vecchia. La patria del capitalismo, pur ricca e dinamica, si sta evidentemente accorgendo che il proprio modello necessita di modifiche. Il paradosso, dunque, è che l’Italia lasci inaridire le radici napoletane dell’Economia, pur essendo detentrice del modello economico più valido e moderno. Il delitto è che non lo rivaluti, tenendo in vita quello straniero (l’Economia Politica di Adam Smith) che l’ha inginocchiata.”
Stefano Zamagni, che in un’altra relazione orale sul web smaschera Blond (guarda il video), si rammarica nello scritto che l’Italia abbia disimparato quello che gli inglesi vengono a imparare in Italia, e si irrita per il fatto che “non sappiamo valorizzare le nostre radici che sono di gran lunga superiori a quelle degli altri”. Il cattedratico riminese afferma anche che “l’illuminismo napoletano ha una marcia in più rispetto a quello milanese – anche se c’è Beccaria”, affermando questo concetto pure negli ambienti accademici milanesi, tant’è che lo scorso 14 novembre ha tenuto una discussione all’Istituto Lombardo di Milano in occasione del convegno internazionale “Antonio Genovesi maestro degli economisti lombardi nell’età dell’Illuminismo”, sulla cui presentazione si leggeva: “gli economisti dell’Illuminismo lombardo hanno mostrato rara efficacia nel recepire e interpretare prontamente il messaggio di Genovesi”.
L’esigenza di un ripensamento dell’economia mondiale ha coinvolto anche papa Francesco, che, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium dello scorso 26 novembre, ha chiesto pubblicamente un’economia più umana, diversa da quella imperante che uccide. In privato, alla vigilia del G8 dello scorso giugno, aveva già avuto uno scambio epistolare con David Cameron, ricordandogli che “il fine dell’economia e della politica è proprio il servizio agli uomini”. La sua lettera era piena di concetti formulati a Napoli da Antonio Genovesi circa due secoli e mezzo fa; concetti che Cameron, evidentemente, conosceva già benissimo, visto il consulente di cui si avvaleva.
Londra e Milano, capitali finanziarie, si inchinano alla cultura economica della povera Napoli, ma questo nessuno lo racconta. Tocca agli economisti illuminati come Zamagni organizzare convegni che facciano luce sulla vera cultura universale di Napoli, e agli scrittori, come il sottoscritto, che sentono il dovere di raccontare un’altra Napoli, all’avanguardia per cultura e dentrice di soluzioni per i mali del mondo moderno. Ma qualcuno ha voluto e vuole che resti in silenzio ed economicamente arretrata. Riflettiamo!

Bergoglio: «quest’economia uccide». E Antonio Genovesi ascolta.

Il Papa, contro l’economia imperante, guarda inconsapevolmente a Napoli

Angelo Forgione – Papa Francesco si è espresso sull’attuale sistema economico e capitalistico, ammonendo la politica che  “la violenza nasce dall’esclusione sociale”. Bergoglio ha messo nero su bianco con la sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium in cui ha affrontantato diverse tematiche legate alle questioni politiche, etico-morali e spirituali, e anche economico-sociali, chiedendo un’etica diversa:
“QUESTA ECONOMIA UCCIDE”. – “Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. Oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. È una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, di un mercato divinizzato dove regnano speculazione finanziaria, corruzione ramificata, evasione fiscale egoista. Il denaro deve servire e non governare”.
Bergoglio, inconsapevolmente, non ha fatto altro che richiedere la riscoperta dell’Economia Civile di Antonio Genovesi, quella che può salvare l’Occidente, e di abbandonare l’Economia Politica di Adam Smith, il paradigma che da più di due secoli ha assoggettato i poteri tradizionali alle banche. L’economia dev’essere civile, cioè considerare il popolo come assegnatario di una parte della ricchezza sociale. Se non fa questo diventa politica, ossia incivile, perché non crea posti di lavoro, non rispetta i lavoratori, non protegge l’ambiente, non migliora i beni e non sviluppa i servizi.
(per approfondimenti sull’argomento, rimando al mio libro Made in Naples)

Alla Reggia di Caserta si racconta (finalmente) il primo ascensore

sediaAngelo Forgione – Made in Naples (che oggi è stato recapitato in dono a Rafael Benitez e ai coniugi De Laurentiis-Baudet) continua a ottenere autorevolezza di indagine. Col capitolo “la Protezione Civile e il Governo del Territorio” ho anticipato l’esperimento del CNR sulle tecniche edilizie antisismiche del periodo borbonico e ora apprendo che, in occasione del prossimo Natale, è stato inaugurato alla Reggia di Caserta un inedito percorso tematico guidato da storici dell’arte, dal titolo “I Borbone e la modernità”, che avrà nel suo itinerario la sorprendente “Sedia volante”, il primo vero ascensore con sistema di sicurezza utilizzato dalla Corte borbonica prima che Elisha Otis brevettasse un sistema analogo a New York. Il percorso permetterà di approfondire l’esperienza tecnologica e industriale del regno borbonico, argomento poco noto al grande pubblico ma ben descritto nel mio libro. La “Sedia volante” è nello splendido palazzo vanvitelliano dal 1845, realizzato da Gaetano Genovese, e il suo modello è lì da anni. Ora, finalmente, è stato inserito in un percorso didattico per valorizzarlo e farlo conoscere al mondo.
Anche l’Economia Civile di Antonio Genovesi, ben trattata in Made in Naples e proposta come unico paradigma economico in grado di dare soluzioni concrete per il futuro dell’economia, dello sviluppo e dell’occupazione, dopo il recente convegno di Roma “Ragioni e sentimenti civili per un’economia ed una politica dal volto umano. La lezione di Antonio Genovesi“, sta per essere ridiscussa all’Istituto Lombardo – Accademia di Scienze e Lettere di Milano. Il 14 novembre, infatti, si terrà il convegno internazionale “Antonio Genovesi maestro degli economisti lombardi nell’età dell’Illuminismo“. L’invito informa che “nel 2013 ricorre l’anniversario dei trecento anni dalla nascita di Antonio Genovesi (1713-1769), il fondatore napoletano della scuola italiana di Economia civile, oggi rivalutata molto in ambito culturale e scientifico, e non solo in Italia. (…) Gli economisti dell’Illuminismo lombardo hanno mostrato rara efficacia nel recepire e interpretare prontamente il messaggio di Genovesi.” Non solo i lombardi, aggiungo io.

L’ONU chiede agli Stati di perseguire la felicità

Com’era moderna la Napoli di Antonio Genovesi, figura fondamentale per l’economia, maestro dei più noti illuministi e i più grandi riformatori del Mezzogiorno, che costituirono l’ossatura della Scuola Napoletana di Economia, cardine dell’analisi del rapporto tra economia e “pubblica felicità”. L’Economia Civile napoletana, salvezza per l’Occidente di oggi, teorizzò nel Settecento lo sviluppo della vita civile e urbana in funzione proprio della “pubblica felicità” mentre l’Economia Politica britannica di Adam Smith subordinò tutto ciò alla ricchezza della Nazione. E la “pubblica felicità” ispirò anche la Regina Maria Carolina nella stesura dello Statuto di San Leucio. Anche Ferdinando II finalizzò la sua spending review ottocentesca alla “pubblica felicità”.
Dal 2011, l’ONU esorta la politica a fare ciò che si faceva nella Napoli dei Lumi, invitando cioè a smettere di concentrarsi su risultati puramente economici e a tenere in maggior considerazione i fattori che determinano la percezione di benessere nelle popolazioni del pianeta. Insomma, un invito a desistere dall’Economia Politica a beneficio di un recupero dell’Economia Civile. Le Nazioni Unite stilano ormai annualmente la classifica degli Stati più felici. Per la cronaca, l’Italia non è che se la passi proprio bene. A proposito, il Regno delle Due Sicilie, all’appuntamento con l’Unità, si presentò come Stato dal debito pubblico più esiguo d’Europa, il meno indebitato, privo di emigrazione e meta di immigrazione. Ma che retrogradi questi napoletani, immersi in un Mezzogiorno infelice… oggi.