Saluto a Paolo Villaggio, uomo in polemica col “suo” Sud

Angelo Forgione Scompare a 84 anni Paolo Villaggio, sangue palermitano e identità genovese trapiantata a Roma. Con lui, protagonista del fortunato Io speriamo che me la cavo di Lina Wertmüller, entrai in polemica diretta nel 2011, dopo una delle tante violente alluvioni di Genova. Tra distruzione e emergenza, Villaggio se la prese col Sud, con la sua storia, colpevole, a suo dire, di aver infettato l’intera Italia. Questo era il suo modo di pensare, ma non ne aveva completamente colpa. La sua era un’errata presunzione di superiorità nordica, e gli era stata trasmessa dalla sua Genova, dalla storia d’Italia. Lui, che prediligeva da buon ligure la cultura anglosassone, non conosceva davvero la Storia, e non sapeva che i grandi problemi del Sud e anche del resto d’Italia erano radicati nelle politiche dei primi governi del Regno d’Italia, proprio quelle che avevano sollevato la sua Genova, insieme a Torino e Milano.
Se ne va uno dei sostenitori delle falsità storiografiche d’Italia, ma aveva almeno l’attenuante di esserne stato plagiato, non quella di aver insisto fino alla fine a puntare il dito con eccessiva severità e superiorità contro Napoli e il Sud.

Alla Reggia di Caserta si racconta (finalmente) il primo ascensore

sediaAngelo Forgione – Made in Naples (che oggi è stato recapitato in dono a Rafael Benitez e ai coniugi De Laurentiis-Baudet) continua a ottenere autorevolezza di indagine. Col capitolo “la Protezione Civile e il Governo del Territorio” ho anticipato l’esperimento del CNR sulle tecniche edilizie antisismiche del periodo borbonico e ora apprendo che, in occasione del prossimo Natale, è stato inaugurato alla Reggia di Caserta un inedito percorso tematico guidato da storici dell’arte, dal titolo “I Borbone e la modernità”, che avrà nel suo itinerario la sorprendente “Sedia volante”, il primo vero ascensore con sistema di sicurezza utilizzato dalla Corte borbonica prima che Elisha Otis brevettasse un sistema analogo a New York. Il percorso permetterà di approfondire l’esperienza tecnologica e industriale del regno borbonico, argomento poco noto al grande pubblico ma ben descritto nel mio libro. La “Sedia volante” è nello splendido palazzo vanvitelliano dal 1845, realizzato da Gaetano Genovese, e il suo modello è lì da anni. Ora, finalmente, è stato inserito in un percorso didattico per valorizzarlo e farlo conoscere al mondo.
Anche l’Economia Civile di Antonio Genovesi, ben trattata in Made in Naples e proposta come unico paradigma economico in grado di dare soluzioni concrete per il futuro dell’economia, dello sviluppo e dell’occupazione, dopo il recente convegno di Roma “Ragioni e sentimenti civili per un’economia ed una politica dal volto umano. La lezione di Antonio Genovesi“, sta per essere ridiscussa all’Istituto Lombardo – Accademia di Scienze e Lettere di Milano. Il 14 novembre, infatti, si terrà il convegno internazionale “Antonio Genovesi maestro degli economisti lombardi nell’età dell’Illuminismo“. L’invito informa che “nel 2013 ricorre l’anniversario dei trecento anni dalla nascita di Antonio Genovesi (1713-1769), il fondatore napoletano della scuola italiana di Economia civile, oggi rivalutata molto in ambito culturale e scientifico, e non solo in Italia. (…) Gli economisti dell’Illuminismo lombardo hanno mostrato rara efficacia nel recepire e interpretare prontamente il messaggio di Genovesi.” Non solo i lombardi, aggiungo io.

CNR: a costruire case antisismiche ce lo insegnano i Borbone

Angelo Forgione per napoli.com Non dimentico quando Paolo Villaggio disse che “la cultura meridionale borbonica è la piaga di tutta l’Italia”. Entrai in polemica con lui in un confronto telefonico su Radio Marte (guarda video) e poi scrissi in Made in Naples un capitolo/”mattone” dedicato per intero a “LA PROTEZIONE CIVILE E IL GOVERNO DEL TERRITORIO” in cui descrissi come Napoli e il Sud borbonico primeggiassero nella stesura e nell’applicazione, tra le varie cose, di leggi antisismiche all’avanguardia, e di tutto ciò che concerne la difesa attiva del territorio (guarda video).
Ora arriva il CNR a dimostrare scientificamente che le norme antisismiche dei Borbone sono ancora all’avanguardia, parlando del primo sistema antisismico pensato per fronteggiare i terremoti e della costruzione di edifici con “una rete di legno all’interno della parete in muratura”. Questa stessa tipologia di struttura è stata riprodotta in laboratorio e sottoposta a una serie di test per una serie di prove meccaniche, con risultati eccellenti. E ciò dimostra che il sistema ideato dagli ingegneri borbonici può indicare la via all’edilizia moderna, a più di duecento anni di distanza. Il comunicato stampa del CNR non mostra il nome di questi particolari edifici, che è possibile invece apprendere proprio dal mio libro, da cui estraggo un breve stralcio:
“… le cosiddette case baraccate, ideate dal fisico di corte Giovanni Vivenzio e perfezionate dall’ingegnere Francesco La Vega. (…) Restarono in piedi anche dopo il fortissimo terremoto calabro del 1905 e ne sopravvivono alcuni esempi ancora oggi, testimoni del merito degli ingegneri borbonici, i primi a ritenere che la risposta sismica di una struttura dipendeva in primo luogo dal suo comportamento d’insieme, concetto prioritario ripreso dal Regno d’Italia solo dopo il terremoto di Messina del 1908. (…)
Il CNR non scopre nulla ma fa bene a certificarlo scientificamente. Tutto era già chiaro dopo l’ecatombe calabrese del 1908, quando il giornalista Olindo Malagoli evidenziò l’evidenza tra le macerie, scrivendo sul quotidiano “La Tribuna”: “C’era, nella vecchia legislazione borbonica, una provvida legge edilizia che imponeva uno speciale tipo di casa. Le case costrutte secondo questo tipo hanno resistito mirabilmente anche in questo nuovo disastro; noi abbiamo potuto constatarlo in ogni paese.”
Con l’Unità d’Italia, tutte le efficaci normative per la prevenzione e la gestione delle catastrofi, di ogni tipo, furono spazzate via dall’estensione ai territori del Sud dello Statuto Albertino, adottato dal Regno di Sardegna nel 1848. L’ordinamento sabaudo non prevedeva norme edilizie antisismiche perché commisurato al territorio piemontese, che non era interessato da rischio sismico, e neanche misure di contrasto alle calamità naturali. Così, con incredibile miopia, fu estesa al Meridione una legislazione totalmente inadeguata in sostituzione dell’efficace ordinamento borbonico. Persino la legge sulle acque e sui lavori pubblici, adottata dal Regno di Sardegna nel novembre 1859, era insufficiente, non contemplando normative per bonifiche e sistemazioni montane. Il Sud, che certamente aveva ancora gran bisogno di importanti opere pubbliche, fu coperto dalla sola tradizione ingegneristica idraulica sviluppatasi nei territori settentrionali che garantiva unicamente il controllo dei fiumi.
Il dissesto idrogeologico del territorio nazionale ha un’origine e parte dal tempo della piemontesizzazione d’Italia, epoca in cui iniziò il disboscamento degli Appennini. L’avanguardia borbonica in tema è molto più complessa e completa, ed è tutta nel mio saggio. In pochi la riconoscono, ma il tempo è sempre galantuomo, soprattutto per chi conosce la verità e la racconta. E per fortuna la scienza non conosce pregiudizi.

approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)

L’educazione civica che non c’è più, e neanche controlli e pene

Angelo Forgione per napoli.com A vedere come sono ridotti i monumenti della città, i tantissimi monumenti della città, viene da piangere. È sempre stato così? Certo che no. L’aggressione ai monumenti è una piaga contemporanea, iniziata con l’avvento nel dopoguerra delle bombolette spray, esplosa con la morte del senso civico degli ultimi trent’anni. Basta dare uno sguardo al cortometraggio dei fratelli Lumiere datato 1898 per rendersi conto della pulizia di via Toledo, dove all’inizio del secolo scorso non si trovava una carta per terra, e così era in tutte le strade della città. E la Napoli epicentro di cultura eruropea di Sette-Ottocento non poteva certo presentarsi al mondo che l’osservava, ai viaggiatori del Grand Tour e al primo turismo massivo in condizioni miserrime come quelle di oggi. C’erano delle leggi ferree e venivano applicate. Basta prendere ad esempio lo stato in cui versa la Villa Comunale, e rileggere il “Regolamento per la decenza, e per lo buon ordine da serbarsi sì nell’esterno che nell’interno della Real Villa di Chiaja emanato dalla Prefettura di Polizia nel 1826. All’Articolo VIII si legge:
Chiunque ardirà di distruggere, abbattere, mutilare, o in qualunque altro modo deteriorare le statue, i monumenti, o altri oggetti di arte esistenti nella Real Villa, sarà immediatamente arrestato per essere punito a norma dell’articolo 261 delle leggi penali. Chiunque ardirà di abbattere, tagliare e svellere gli alberi, i rami, gl’innesti, le piante, come pure chiunque ardirà di deteriorare o danneggiare qualsivoglia ornato di fabbrica o di legno, o di ferro nella predetta Real Villa, sarà  del pari subito arrestato per essere punito a norma degli articoli 445 e 446 di dette leggi penali.
Nessuno si permetteva di sporcare e degradare la Villa perché sapeva che, se fosse stato pizzicato, e i controlli c’erano, subito sarebbe stato tradotto al Commissariato del Quartiere Chiaja per essere detenuto. E non stiamo parlando del Ventennio fascista.
Regole, controlli e punizioni ferree… ciò che oggi non esiste, e si vede. A proposito, in Villa non si poteva fumare.

“Stadio Partenopeo”, emblema della modernità negli anni ’30

“Ascarelli” prima impianto del Napoli, poi emblema della modernità al Sud

ascarelliAngelo Forgione – Con facile approssimazione si è detto che il primo stadio di proprietà della storia del calcio italiano è lo “Juventus Stadium”. In realtà, andando a ritroso nel tempo, non è difficile ricordare il “Giglio” di Reggio Emilia, poi ribattezzato “del tricolore”, inaugurato nel 1995. Più difficile rievocare l’inaugurazione nel Settembre 1925 del primo stadio di San Siro in Milano di proprietà del Milan e quella del 16 Febbraio 1930, giorno in cui venne inaugurato lo stadio di proprietà del Napoli, costruito in meno di sette mesi a spese del presidente azzurro Giorgio Ascarelli. Al Rione Luzzatti di Gianturco, nei pressi della stazione ferroviaria, poco più di 15mila spettatori potevano riempire le tribune in legno dello stadio “Vesuvio”, ribattezzato “Ascarelli” a furor di popolo dopo la morte del presidente stadio_partenopeoavvenuta appena diciassette giorni dopo l’inaugurazione.
L’idea di Ascarelli di costruire uno stadio di proprietà, a pochi anni dalla nascita del Napoli, rappresentò un esempio di intraprendenza per l’epoca e quello stadio superò per capienza il preesistente impianto comunale del Vomero divenendo il più capiente della città.
Scomparso il presidente, lo stadio fu dopo qualche tempo requisito dal regime fascista che, in vista dei mondiali di calcio in Italia del 1934, lo ristrutturò in cemento armato (vedi video), ne mutò l’aspetto con una facciata imponente e maestosa di stile fascista e ne aumentò la capienza portandola a circa 40mila spettatori. Venne ribattezzato “Stadio Partenopeo” poiché il compianto presidente che aveva dato simboli e colori al Napoli era ebreo, quindi perseguitato, ed ospitò la finale per il 3° e 4° posto. In quello stadio, nel 1937, fu consentito per la prima volta l’ingresso libero alle donne. Fu uno dei simboli fascisti della modernità di Napoli nonché uno dei più fulgidi esempi di propaganda del regime al Sud.
L’impianto venne poi distrutto dai bombardamenti aerei degli anglo-americani che colpirono violentemente Napoli nel 1942 e andò incontro ad un triste saccheggio prima di essere abbattuto definitivamente. Il Napoli si trasferì allo stadio del Vomero, di proprietà comunale, prima di prendere casa al “San Paolo” di Fuorigrotta nel 1959.

Quando Napoli era la città più pulita d’Europa

Quando Napoli era la città più pulita d’Europa
Nell’800 già si faceva la differenziata

di Angelo Forgione

Napoli città sporca, fotografata nel mondo come effigie della sporcizia e dei rifiuti. Che triste destino è questo per una città che qualche secolo fa era considerata capofila d’ordine e pulizia, e che aveva iniziato le popolazioni italiane persino all’uso del bidet!

Era Luglio del 2008 quando il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, affiancato del sottosegretario di Governo Guido Bertolaso, annunciava la fine della crisi, lanciando in pompa magna una campagna di decoro per farne la città più pulita e ordinata d’Italia. Nulla di tutto ciò si è verificato, né la fine della crisi né l’inizio di un’educazione al decoro che di fatto manca a una buona parte di Napoletani. Ma del resto di quale educazione si può parlare se le montagne di rifiuti ancora oggi invadono le strade della città e del suo hinterland?
Napoli non è questa, e non lo è stata nel periodo più fulgido, quando le sue strade del centro erano pulite e non si trovava neanche una carta a terra lungo la Via Toledo, considerata la strada più bella del mondo insieme a Broadway nell’ottocento. Sembrerà strano ma il culto della nettezza urbana e l’attuazione della raccolta differenziata non furono invenzione del nord opulento ma si iniziarono, e seriamente, proprio a Napoli prima dell’unità d’Italia, prima che altrove e per volontà di Ferdinando II di Borbone.

Lo si evince dalla “Collezione delle Leggi e dei Decreti del Regno delle Due Sicilie” in cui è possibile apprendere che il 3 Maggio 1832 l’allora Prefetto di Polizia borbonica Gennaro Piscopo ordinò quanto segue: «Tutt’i possessori, o fittuarj di case, di botteghe, di giardini, di cortili, e di posti fissi, o volanti, avranno l’obbligo di far ispazzare la estensione di strada corrispondente al davanti della rispettiva abitazione, bottega, cortile, e per lo sporto non minore di palmi dieci di stanza dal muro, o dal posto rispettivo».
Il prefetto diede disposizioni in merito alla differenziazione dei rifiuti aggiungendo che «questo spazzamento dovrà essere eseguito in ciascuna mattina prima dello spuntar del sole, usando l’avvertenza di ammonticchiarsi le immondezze al lato delle rispettive abitazioni, e di separarne tutt’i frantumi di cristallo, o di vetro che si troveranno, riponendoli in un cumulo a parte». Le “immondezze” dovevano essere prelevate nelle ore mattutine e trasportate fuori città «ne’ siti che verranno destinati».

Piscopo presentò un documento in dodici articoli che descrivevano le modalità della raccolta e le relative responsabilità e sanzioni. La pena era severa e poteva arrivare persino alla detenzione. Era tutta la questione igienica ad essere trattata; vigeva dunque il divieto di gettare a qualsiasi ora dai balconi «alcun materiale di qualunque siasi natura», comprese «le acque servite per i bagni». Fa specie e non poco che era assolutamente vietato «lavare o di spandere panni lungo le strade abitate».

Val la pena ricordare che anche Goethe, nel suo viaggio in Italia, aveva avuto modo di ammirare già nel 1787 il riciclo degli alimenti in eccesso che si attuava tra Napoli e le campagne tutt’intorno.

Ampliando l’orizzonte sul decoro di quell’antica capitale che non c’è più, è utile far riferimento ad alcune regole urbanistiche e paesaggistiche sempre attingibili dagli archivi. Una su tutte: la proibizione di edificazione sul lato panoramico del nuovo “Corso Maria Teresa”, poi ribattezzato dopo l’unità d’Italia “Corso Vittorio Emanuele”, concepito come una panoramica “tangenziale” che univa i due estremi della città dell’epoca. Oggi questa strada è panoramica solo nel tratto a valle del Parco Grifeo e in pochi altri piccoli tratti, deturpata da palazzi neanche particolarmente belli che impediscono la spettacolare vista del golfo.

Particolare cura era prestata alla protezione dei beni culturali: un decreto del 16 Settembre  1839 “fece obbligo di vigilare sulla conservazione dei monumenti e sui restauri perché non si alteri né si deturpi l’antico con lavori moderni”. Oggi invece l’arte contemporanea invade e offende i giardini di Palazzo Reale.

Non è da trascurare che, prima dell’unità d’Italia, Napoli era la città più popolosa con i suoi 447.065 abitanti, mentre Torino ne contava 204.714, Milano 196.109 e Roma 194.587. E se oggi la città partenopea è la più densamente popolata d’Italia con i suoi 8.315 per chilometro quadrato, questo lascia intendere che i problemi sono gli stessi di allora, ma con soluzioni e risultati ben diversi.

Di quella città pulita e ordinata non c’è più traccia, ma è forse il caso di recuperarla ad esempio per le nuove generazioni e per tutti coloro che credono che un’altra Napoli non c’è mai stata.

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