Saluto a Paolo Villaggio, uomo in polemica col “suo” Sud

Angelo Forgione Scompare a 84 anni Paolo Villaggio, sangue palermitano e identità genovese trapiantata a Roma. Con lui, protagonista del fortunato Io speriamo che me la cavo di Lina Wertmüller, entrai in polemica diretta nel 2011, dopo una delle tante violente alluvioni di Genova. Tra distruzione e emergenza, Villaggio se la prese col Sud, con la sua storia, colpevole, a suo dire, di aver infettato l’intera Italia. Questo era il suo modo di pensare, ma non ne aveva completamente colpa. La sua era un’errata presunzione di superiorità nordica, e gli era stata trasmessa dalla sua Genova, dalla storia d’Italia. Lui, che prediligeva da buon ligure la cultura anglosassone, non conosceva davvero la Storia, e non sapeva che i grandi problemi del Sud e anche del resto d’Italia erano radicati nelle politiche dei primi governi del Regno d’Italia, proprio quelle che avevano sollevato la sua Genova, insieme a Torino e Milano.
Se ne va uno dei sostenitori delle falsità storiografiche d’Italia, ma aveva almeno l’attenuante di esserne stato plagiato, non quella di aver insisto fino alla fine a puntare il dito con eccessiva severità e superiorità contro Napoli e il Sud.

Paolo Villaggio tra l’onesta Londra e la Napoli ladra

Angelo ForgioneÈ ormai proverbiale la “buona parola” di Paolo Villaggio per Napoli, spesso citata come riferimento dell’incultura e dell’inciviltà italiana, partendo dalla cultura meridionale borbonica, colpevole del dissesto idrogeologico d’Italia e passando per la “monnezza” napoletana, ovvero la gente di Napoli. Stavolta è il turno dell’onestà dei napoletani, infangata gratuitamente a Porta a Porta del 6 maggio. Descrivendo una sua esperienza lavorativa d’età giovanile alla BBC di Londra, l’attore ha raccontato lo smarrimento della prima paga e l’inaspettata restituzione dei soldi:

«Ho preso queste cinque sterline, un patrimonio per quei tempi, e le ho messe in tasca. Ma le ho perse. Dopo quattro giorni mi arrivano per posta a casa. Un londinese che aveva trovato i soldi me li aveva spediti, come si fa a Napoli. Da quel momento ho capito di essere caduto in una cultura completamente diversa dalla nostra».

“Come si fa a Napoli”… gratuito sarcasmo misto a pregiudizio. Evidentemente Villaggio non sa che proprio qualche giorno fa un bergamasco di Albino ha ricevuto nella sua cassetta della posta l’intero contenuto di un portafogli, per poi pubblicare un post su facebook, poi divenuto virale: “Checché se ne dica su Napoli… Settimana scorsa ho perso il portafoglio con soldi e carte. Oggi mi è arrivato tutto il contenuto per posta a Bergamo… Sono commosso”. Appunto, checché ne dica Villaggio su Napoli…

Territorio italiano disastrato? Perché cancellati gli insegnamenti borbonici.

Angelo Forgione L’ennesima alluvione a Genova ha creato di nuovo distruzione e lutto, per la seconda volta nell’arco di tre anni. Al di là degli sconvolgimenti climatici ormai irreversibili, le cause sono note e raccontano di una delle tante emergenze del territorio italiano, in cui le conseguenze delle calamità naturali producano sempre più danni. Corsi d’acqua ingovernabili, pareti montuose ad alta possibilità di frana, rischio sismico ignorato dal metodo edilizio… lo stato d’allerta ha ormai da tempo superato la soglia dell’imponderabilità. Oggi Genova è di nuovo in ginocchio e rivoltata come un calzino, e nel frattempo abbiamo dovuto assistere al disastro sismico in Emilia. E ritorna in testa la famosa frase di Paolo Villaggio, che tre anni fa tuonò contro la “cultura sudista meridionale borbonica, piaga di tutta l’Italia”, che, al contrario, insegnò a governare il territorio e a limitare gli effetti catastrofici della natura. Se i canali di scolo non fossero stati cementificati e si fosse costruito utilizzando il legno in muratura, così come ci insegnarono i Borbone, non saremmo arrivati a questo. Ribadire con i videoclip quanto ho scritto con maggiore approfondimento in Made in Naples consolida il messaggio, soprattutto se dopo la pubblicazione del lavoro ci hanno pensato scienziati e ricercatori a rafforzarne la veridicità, sconfessando la cultura storica tradizionale e tutti coloro che accusano di nostalgie chi indaga nella storia con serietà. Il passato, invece, può insegnarci a magliorare le conoscenze e la società futura. Vi siete mai chiesti, ad esempio, perché nelle università italiane di ingegneria non si insegna a progettare in legno, col risultato che nelle zone ad alto rischio sismico si costruisce con solo cemento armato, spesso di scarsa qualità?

Paolo Villaggio: «napoletani “monnezza”»

Angelo Forgione – Quando Paolo Villaggio disse che i disastri alluvianali di Genova del novembre 2011 erano colpa della cultura sudista borbonica (“piaga di tutta l’Italia”) mi “toccò” riprenderlo (con una telefonata in diretta radiofonica) per rinfacciargli l’ignoranza storica dimostrata. Ma l’irriverente personaggio continuò a distribuire perle di ignoranza storica, ficcandosi spesso in polemiche da discriminazione territoriale (c’è ancora chi dice che il Calcio è un mondo a parte), trascinato persino davanti al giudice dalla Società Filologica Friulana per aver scritto su un suo libro in cui offendeva un po’ tutti gli italiani che “i friulani, per motivi alcolici, non sono mai riusciti a esprimersi in italiano, parlano ancora una lingua fossile impressionante, hanno un alito come se al mattino avessero bevuto una tazza di m… e l’abitudine di ruttare violentemente” (assolto perché la sua fu dichiarata “una mediocre opera comica” incapace di nuocere).
Navigando online, càpito sul canale youtube di Villaggio, contenitore in cui lui stesso carica video rimediati in rete e interagisce con chi li commenta, e vedo un video non recente ma neanche troppo datato. Caricato il 9 luglio scorso, si tratta di un’intervista del 18 gennaio 2013 realizzata da un’emittente genovese durante la festa per i suoi 80 anni, organizzata a Palazzo Tursi di Genova, sede del Comune. Nel contributo audiovisivo, Villaggio decanta la sua città, la bellezza riscoperta – dopo quarant’anni di vita a Roma – dei suoi palazzi e la sua aristocrazia; e poi si compiace dei genovesi e del loro rapporto con la gente. E come lo fa? Disprezzando tout court Napoli:

«Mentre Roma (senza aggettivo) e la “monnezza” di Napoli (traduzione: “quei cafoni napoletani”) mi dice “uh, uè, che piacere…”, a Genova tutti sono affettuosi ed educati, e dicono “scusi se la disturbo… tanti auguri.»

Frase da interpretare? La generalizzazione, con un microfono alla bocca, non è un’attenuante ma un’aggravante.
Attenti, napoletani (e pure romani), a salutare Villaggio; lui che è di una cultura anglosassone diversa da quella sudista potrebbe non gradire il calore dei “terroni”. Con buona pace del Maestro Marcello Mastroianni e il suo amore per “il garbo e la gentilezza d’animo dei napoletani”.

“Mai più terroni”, la fine della questione meridionale secondo Pino Aprile

il nuovo libro dello scrittore pugliese analizza il web (e scrive di V.A.N.T.O.)

https://i2.wp.com/www.ondadelsud.it/wp-content/uploads/2012/11/Mai-più-Terroni.jpgAngelo Forgione – Da “Terroni” a “Mai più terroni” (Piemme ed., pp. 127, € 12,00). Il sottotitolo del primo libro meridionalista di Pino Aprile era «Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali». Quello del terzo è «La fine della questione meridionale». Cosa è successo in così poco tempo? Il giornalista-scrittore pugliese è passato dal racconto rabbioso della sua scoperta per le verità nascoste sul Risorgimento alla convinzione che dopo 150 anni di minorità indotta i meridionali abbiano rialzato la testa. Credo che questa reazione riguardi solo una minoranza di consapevoli, ma Aprile ha adoperato il suo lungo sguardo e, forse, anticipato lo scenario dei prossimi anni, estremamente fiducioso nella capacità del web di neutralizzare lo svantaggio artificioso del Sud, le ferrovie mai fatte e i treni soppressi, la mancanza di autostrade e aeroporti. “Il Sud è, da un momento all’altro, alla pari. E può prendere il largo, su quella pista, perché per la prima volta, dopo 150 anni, è nelle stesse condizioni dei concorrenti”.
Pino Aprile ha diviso l’opinione coi suoi precedenti libri, una sorte comune a tutti coloro che scrivono in chiave meridionalista e controcorrente. L’autore sa benissimo che la questione meridionale è ben lungi dall’essere liquidata, che il Sud è ancora troppo arretrato e che troppi meridionali soffrono ancora di un complesso di inferiorità dettato da ciò che vedono davanti ai loro occhi, senza andare oltre, sia che si trovino nei loro luoghi di origine che in quelli in cui sono eventualmente emigrati. Ma il libro è un valido contributo per la comprensione di un processo in atto che potrà essere giudicato solo negli anni a venire.
Nel libro c’è spazio anche per uno degli aspetti di V.A.N.T.O., quello di denuncia dei guasti dell’informazione e dei media riguardo Napoli e il Sud e attinente alla tematica trattata, con cui Aprile sottolinea come il movimento sia stato capace con tutte le difficoltà del caso di colmare almeno parzialmente l’assenza di voce meridionale, di giornali, televisioni e politica. Un esempio evidentemente da aggiornare alla luce del caso Amandola e di quelli concretizzatisi dalla primavera a qui.

maipiuterroni

Forgione e Villaggio, duro e civile confronto culturale a “La Radiazza”

Villaggio: «Non ho mai detto certe frasi sul Sud».
Forgione: «Gliele ricordo io due o tre cosette»

Dopo l’intervista rilasciata a calcionapoli24.it alla vigilia di Sampdoria-Napoli e terminata con un forte scontro di opinioni nato dalle sue dichiarazioni rilasciate a SKYtg24 al tempo dell’alluvione di Genova, la posizione di Paolo Villaggio rispetto alla responsabilità esclusiva del Sud rispetto al disastro italiano meritava di essere chiarita.
Nel corso del programma “La Radiazza” di Gianni Simioli su Radio Marte, abbiamo contattato l’attore genovese che, remissivo e cauto, ha negato l’evidenza (documentata) di aver espresso certi giudizi circa la migliore cultura meridionale. Ne è comunque venuto fuori un confronto dialettico molto interessante, interrotto per esigenze di programmazione non prima di aver fornito a Villaggio degli spunti di riflessione. Speriamo ne faccia tesoro, e non solo lui.

Ancora l’ignoranza storica di Paolo Villaggio

Angelo Forgione – Per un napoletano che ha studiato (Nino D’Angelo), un genovese che non ha fatto tesoro degli errori. Paolo Villaggio, intervistato da calcionapoli24.it, si è visto costretto a tornare sulle sue dichiarazioni post-alluvione di Genova e ha rincarato la dose finendo con mandarsi letteralmente a quel paese con il giornalista Dino Viola che vi si confrontava.
Esplicita la domanda: Dopo l’alluvione di Genova lei ha detto: “I liguri hanno la presunzione di essere una cultura anglosassone diversa dalla cultura sudista borbonica, che è la piaga di tutta l’Italia”Non le sembra fuoriluogo ed ingenerosa questa dichiarazione? Ci motiva il nesso tra la disgrazia Borbone? Paolo Villaggio ha risposto così: “Noi sfortunatamente abbiamo avuto una cultura e l’abbiamo imparata dai Borbone, l’abbiamo imparata dalla mafia siciliana, dalla ‘ndrangheta calabrese e voi in casa avete una camorra che non scherza. Quindi lasci perdere ingenerosa. Si faccia un giro per Napoli con un turista inglese quando c’è la monnezza e poi senta i commenti. Lei capisce che Napoli è una grande capitale ma è diventata una città, purtroppo, più criticata. Una vergogna assoluta. La cultura borbonica l’ha presa la politica italiana. Io ho ottant’anni e non me ne frega un cazzo, ma c’è bisogno che i giovani di Napoli e del sud capiscono che devono liberarsi da quel cancro maledetto. (…) “La cultura dei Borbone era solo mafia”. Dichiarazioni che hanno fatto alzare i toni della conversazione e chiudere nettamente l’intervista.
Villaggio continua nell’equivoco di fondo, e cioè a pensare che l’Italia l’abbiano unita (con la forza) i Borbone e non i Savoia, a pensare che l’Italia è napoletanizzata mentre è piemontesizzata. Un grande uomo di cultura qual è Philippe Daverio, che non è certo meridionale, dice che lo Stato ha fallito in confronto ai Borbone. La cultura mafiosa di cui parla Villaggio non è certo borbonica, visto che Garibaldi si fece dare una grossa mano da mafia e camorra, avversarie dei Borbone, per risalire la penisola. Piccole organizzazioni di quartiere sostituite da quel momento allo Stato che al Sud non ha mai veramente messo piede.
La risposta, il comico genovese se la da da solo; Napoli è diventata una città criticata proprio da quel momento mentre prima era la capitale, e non solo del Sud. E la politica italiana non ha preso alcuna cultura borbonica ma semmai il burocratismo piemontese. La tutela del territorio era una priorità dello Stato borbonico (guarda il video), devastato ad esempio dall’applicazione a tutto il Paese dello Statuto Albertino che, essendo tarato per il territorio piemontese a bassissimo rischio sismico, non prevedeva norme edilizie antisismiche e di contrasto alle calamità naturali. Il Sud ne rimase improvvisamente sprovvisto e le conseguenze si palesarono molto presto poichè, secondo la cultura governativa sabauda, non era compito dello Stato preoccuparsi del soccorso per le popolazioni sinistrate. L’Italia che frana, tra torritorio e monumenti, è conseguenza di quegli errori mai veramente riparati.
La smetta il nostro di parlare di cultura (borbonica) alludendo a sottocultura senza essere acculturato in materia e senza conoscere veramente la differenza tra cultura borbonica, fatta di arte e difesa attiva del territorio, e cultura piemontese basata sul militarismo e sulle spese belliche che necessitavano di risorse da incamerare, comprese quelle del Sud. Se l’Italia è famosa nel mondo per essere truffaldina è perchè è nata da una truffa. Piemontese, non Napoletana. La cultura è cultura ed è napoletana la sola aristocrazia europea d’Italia, è meridionale la lingua italiana nel mondo, la buona cucina e il buon gusto. Questo ha preso l’Italia da Napoli e dal Sud ma non vuole prenderne atto.
Solo in una considerazione Villaggio ha in parte ragione: i giovani di Napoli e del Sud devono capire che bisogna liberarsi di un cancro maledetto. Gran parte ne farebbe volentieri a meno, ma se lo Stato non fa la sua parte al Sud, lasciandolo in mano alle mafie, non possono essere i cittadini onesti a dover andare in guerra contro la malavita organizzata, quella che, rubando il futuro a tutti, dà da mangiare ai disoccupati. Perchè questi dovrebbero decidere di morire di fame?
Insomma, un Villaggio tra ignoranza cronica e demagogia pura. E pure presunzione visto che, a differenza dell’umile Nino D’Angelo, ha snobbato tutte le precisazioni dopo il suo “peccato originale”. Anche in questo la Napoletanità ha vinto, ancora una volta.

informazioni@paolovillaggio.com

Napoli riscopre il mare, la vita

Napoli riscopre il mare, la vita.

waterfront napoletano, altro che Svizzera!

Angelo Forgione per napoli.com Pasquetta di gran pienone a Napoli. Complice la giornata di festa, centinaia di migliaia di persone si sono riversate sul tratto di lungomare tra Mergellina e il Castel dell’Ovo dando vita ad un vero fiume umano ordinato e festante. Le “World Series” di America’s Cup stanno offrendo il risultato sperato in termini di presenze turistiche in riva al golfo più bello del mondo. È ancora presto per dire se a questo seguirà anche un ritorno d’immagine della città, che è poi il principale obiettivo nascosto nello slogan “Napoli si ri-vela” dopo l’umiliazione dello scandali rifiuti. Ma intanto “La Repubblica” parla di città svizzera sulle rive del golfo che unità alla napoletanità può fruttare la perfezione, definizione rigirata da RaiNews24 che, attraverso l’inviato Enzo Cappucci e il suo blog Thalassia, sta seguendo l’evento con passione autentica in attesa delle regate su Mediaset.
A fine giornata l’atmosfera sul posto era pregna di entusiasmo e ancora vive negli occhi erano le scene di chi si faceva baciare dal sole, le sdraio laddove prima erano le auto, con il castello di fronte, tra Vesuvio e Posillipo: l’ombelico del mondo! Un banco di prova interessante per la futura “promenade” napoletana che sarà quando i riflettori dell’evento si saranno spenti. Via il rumore delle automobili che isolava dal vocio e dallo sciabordio del mare, la cui vista era preclusa dal muro di vetture in sosta a chi fino a ieri si sedeva ad un tavolo a mangiare una pizza. Via lo smog spazzato dal vento, finalmente solo odor di mare.
Il dibattito sulla riorganizzazione dell’area è aperto, magari allargando e portando lo spazio dedicato alle attività ristorative, che ora gongolano, più a ridosso del mare. Anche l’esperimento dell’illuminazione notturna del mare, coi 15 punti luce a ridosso del consolato americano, mostra tutto il fascino del posto. L’unica cosa certa è la pista ciclabile che attraverserà il percorso, ma un progetto andrà approntato ad hoc perchè il mare e il cielo sono vita da restituire e da godere, e a Napoli tutto questo è lì a portata di mano con l’ineguagliabile valore aggiunto di un panorama mozzafiato a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Fuori dal paradiso, il caos a ridosso della ZTL causato da chi ancora non comprende che l’auto è ormai un lusso e va lasciata a casa, affidandosi al trasporto pubblico. Troppe automobili con un singolo viaggiatore all’interno, magari “suv”, che sono l’emblema di una mentalità da cambiare.
Napoli, più che rivelarsi agli occhi dei profani, riscopre così sé stessa e la sua vocazione storica: il mare. Perchè non esiste napoletano senza il suo mare. È il punto di riferimento, e l’orientamento, la stella polare che scongiura lo smarrimento anche negli angoli più interni della città. Da domani, c’è da scommetterlo, durante le regate, ogni finestra panoramica della città sarà presa d’assalto. Tutti cercheranno un posto al sole e punteranno al mare che avrà gli occhi addosso, dal monte Echia a Posillipo passando per il Vomero. Sarà spettacolo, per gli spettatori ma anche per i velisti. Poi l’evento finirà e verrà il tempo dell’ordinarietà cui dovrà essere assicurata continuità e volontà di fare l’esclusivo bene della città e dei suoi abitanti, ma anche dei turisti cui andrà offerta una straordinaria città ma godibile per intero, dal centro alle periferie.
Eventi come l’America’s Cup, da soli, non bastano. Sono certamente la scintilla ma la fiamma va poi prima accesa e poi tenuta viva per non vanificare dei momenti altrimenti isolati, peraltro costosi e dal doppio potenziale se si considera che possono generare anche forte delusione qualora non sfruttati. Per evitare che ciò accada c’è bisogno di una “governance turistica” che inserisca i vari eventi in un piano organico duraturo e che sia ispirata da uno spirito di squadra come quello che ha consentito l’ottenimento delle “World Series”: Regione, Comune, Provincia e Unione degli Industriali coesi dallo stesso obiettivo come mai, ed è questa la via, anche per sciogliere altri nodi come la balneabilità, la fruizione delle spiagge e altri fronti come l’occupazione e l’indotto.
La delusione è sempre in agguato e le redini le avrà in mano il sindaco De Magistris che dovrà far tesoro dell’esperienza di Bassolino, capace di ridare speranze sfruttando l’entusiasmo del G7 per qualche anno prima di abbandonarsi alle sirene del potere delle proprie facoltà.
Napoli è città unica, straordinaria, e proprio per questo avversata da qualche difficoltà di troppo. Non solo i media sempre pronti ad enfatizzarne le ombre senza esaltarne le grandi luci, cosa di cui sono responsabili peraltro anche gli stessi napoletani; le difficoltà sono anche “strutturali”, a cominciare dai tour operator internazionali che scavalcano Napoli nei pacchetti comprendenti lo sbarco a Roma con sortita a Pompei e ritorno. Tedeschi e inglesi scelgono le isole e la costiera e a Napoli resta il traffico crocieristico, al quale fa concorrenza il porto romano di Civitavecchia, che resta comunque un turismo “mordi e fuggi”.
Ecco dunque che gli eventi straordinari servono ad attivare un circuito che faccia di Napoli meta dove i turisti restino. Le 350mila presenze di questa settimana in città ne sono la dimostrazione. Restano i grandi problemi da risolvere, senza dimenticare la bonifica e la riconversione di Bagnoli dove l’evento doveva inizialmente avere luogo. Ma è chiaro che le risorse siano enormi come dimostra il cambiamento indolore di sede che ha comunque ridato a qualche napoletano distratto l’orgoglio di vivere in una città bellissima.

Live dal villaggio della vela

Riflessioni personali su un fine settimana di follia

Riflessioni personali su un fine settimana di follia
l’Italia che nella difficoltà da il peggio di se

di Angelo Forgione

FRASTORNATO! È la parola che meglio mi descrive dopo l’ultimo week-end di difficoltà del paese. L’ondata d’acqua a Genova ha tolto la vita a sei persone, tra cui dei bambini, e la tranquillità a tutti. Ma ha tolto anche la lucidità, e il risultato è che il paese ha dato il peggior volto di se.
Mentre Sabato si agiva per liberare Genova dal fango e riflettevo su un pianeta sempre più al collasso per il mutamento del clima, mi toccava sentire e denunciare il parere di Paolo Villaggio che si riferiva al solo dissesto idrogelogico italiano, pur gravissimo, addossando le colpe agli ultimi che se ne curarono. Spiazzante, nel ridimensionare la sua Liguria ha tirato su tutto il fango di Genova, ci ha messo dentro la sua incultura storica e l’ha buttato sul Sud intero. Niente scuse, e dopo il fango a Napoli è arrivata anche l’acqua, quella vera; alle sei vittime liguri si è aggiunto un campano. Troppo per poter rischiare l’ordine pubblico in occasione della partita Napoli-Juventus. Metropolitane allagate, sottopassi allagati, Fuorigrotta non più pronta pure se il sole è tornato. Le critiche al sindaco di Genova per non aver chiuso le scuole hanno trovato riscontro nel grande esempio di responsabilità del Prefetto di Napoli, lo Stato, che ha detto “no”. E invece di plaudire al senso di responsabilità di una decisione utile a prevenire altri problemi, da Torino sono piovute critiche. Le scuole a Genova dovevano restare chiuse, lo stadio a Napoli invece aperto.
“C’era una partita importante da giocare, sono quattro anni che ce le danno, e ora che siamo primi in classifica ci avete tolto lo sfizio di battervi”. Così avranno pensato sul versante bianconero. Ma chi gli ha detto che ci avrebbero battuti? E giù critiche al Napoli, a De Laurentiis che avrebbe condizionato la decisione per prendersi una vendetta dopo la turbolenta compilazione dei calendari. Critiche al Prefetto per eccessiva cautela, e chi se ne frega se ci sono stati 7 morti, di cui uno a qualche chilometro in linea d’aria dallo stadio. Anzi, il portiere Michelangelo Rampulla, ex secondo della Juventus, è uscito spericolatamente proprio come quando con la Cremonese realizzò un goal di testa in “zona cesarini”. Stavolta però non ha fatto goal ma un clamoroso autogoal, invocando giustizia per un rinvio non giustificato neanche dalla morte di un uomo, perchè tanto a Napoli è all’ordine del giorno. Il portiere emigrante di Patti, Messina, che vive a Torino, non  sapendo che la città della mole è al terzo posto nelle statistiche degli avvenimenti luttuosi, davanti alla mortale Napoli e dietro alle leader Roma e Milano, ha pensato bene di organizzare una sparatoria (una più una meno) di idiozie. Ma poi, incalzato dai siti e dalle radio Napoletane, ha dovuto chiedere scusa, ma con l’attenuante di essere stato male interpretato da chi ha immortalato le sue parole (chi scrive). E allora perchè si è scusato invece di rettificare? Forse peggio ha fatto il suo vicino di banco Francesco Gullo, ex protagonista del reality “Campioni”.
Di fronte ad una partita di calcio il paese non vuol sapere nulla. Basta un minuto di raccoglimento, e poi tutti a distrarsi, a pensare alle cose serie. Ma neanche i 60 sacrosanti secondi di silenzio sono uguali per tutti perchè per la luttuosa alluvione di Messina la Lega non ebbe la sensibilità di sancirli come per questa occasione. Un silenzio rotto dai mal di pancia del calciatore Gamberini e dai sorrisi di Montolivo. Un piccolo rumorino fisiologico che ha imbarazzato ma non ha certo fatto più rumore della stampa torinese, capace di sbeffeggiare la cultura Napoletana a suon di titoli in lingua partenopea, fortunatamente ben scritta, tratti da canzoni e poesie che fanno senso se pronunciate da Gianduja. E poi immagini di soli e lune come neanche il colonnello Bernacca ai tempi d’oro, telecronisti in bianco e nero a zonzo per il San Paolo per fornire bollettini inutili quanto il tentativo di sopperire al trauma di una partita fantasma.
Quando tutto sembrava bastare arrivava l’ultimo ostacolo, come in un videogame in cui arrivi all’ultimo quadro e trovi il mostro da distruggere per completare il percorso: Giuseppe Cruciani, la zanzara fastidiosa tanto alla radio quanto in tv, si parava contro Diego Abatantuono che rispettava la saggezza della decisione Napoletana per prendersela con Napoli e il Napoli. E dov’è la novità? Vabbè, questo mostro si sconfigge in fretta, e da solo. Game over!
Specchio dell’Italia, paese delle discussioni e degli scontri, dei sospetti e della dietrologia, degli stereotipi e dell’ignoranza, che in un momento di difficoltà ha dimostrato quanto debba vergognarsi. Francamente sono orgoglioso della decisione presa a Napoli, una lezione di civiltà e di responsabilità oltre ogni esigenza e a dispetto della venerata divinità del calcio spiritata dalle pay-tv. Una decisione da paese civile e normale che qualcuno ha voluto fa passare per malandrina, per quel preconcetto diffuso per cui ogni cosa che si fa a Napoli nasconde la furbata.
La palla può attendere, e anche gli juventini che dovrebbero ringraziare il Prefetto del Napoli per avergli procurato un appuntamento infrasettimanale diverso dal cinema. Un po’ di vergogna per non aver rispettato la morte di sette persone non guasterebbe.