‘Discriminazione territoriale’: adeguamento all’Europa? Fu proprio l’UEFA a chiedere severità

Angelo Forgione Assordanti cori contro Napoli durante Lazio-Napoli di Coppa Italia, siamo alle solite. Il passo indietro della FIGC ha di nuovo reso possibile l’impunità. Il “castigo”, dopo la modifica degli articoli 11 e 12 del Codice di Giustizia Sportiva con cui è stata cancellata la chiusura dei settori responsabili di certi atteggiamenti, ricade esclusivamente sulle società, chiamate a pagare semplici multe senza rivalersi sui responsabili. Insomma, insultare Napoli si può, a pagamento dei non responsabili, ai quali una multa fa solo il solletico.
Il dietro-front sulla responsabilità oggettiva di Carlo Tavecchio, già apparecchiato al punto 2 del suo programma elettorale, fu ispirato in sede di candidatura dal suo gran sostenitore Galliani, con Lotito (proprio il presidente della Lazio) e di tutti i presidenti dei club più importanti a ruota, e ha autorizzato gli ultras a cantare vittoria nel braccio di ferro con le istituzioni del Calcio. Si è agito in direzione di una “armonizzazione a livello europeo della responsabilità oggettiva”. Falso, falsissimo, perché era stata proprio l’UEFA a chiedere severità alle varie federazioni. La FIGC fu allertata nella primavera 2013 da Platini e soci per la degenerazione degli eventi italiani, e dovette recepirne le nuove direttive, diramate il 23 maggio 2013 nel 37° Congresso Ordinario di Londra in cui il parlamento del Calcio europeo adottò la risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo, con cui furono inasprite le pene per i casi associati agli eventi internazionali. Attraverso l’Articolo 14 del proprio Regolamento Disciplinare, furono vietate dall’organismo internazionale le forme di propaganda ideologica e introdotte punizioni severe, compresa la chiusura parziale o totale degli stadi, per i tifosi che avrebbero insultato la dignità umana per ragioni di razza e origine etnica.
Da Londra, l’UEFA pretese altrettanta severità da ogni federazione affiliata, chiedendo di impegnarsi per favorire l’adozione di identiche politiche sanzionatorie “in relazione alle manifestazioni nazionali”, lasciando cioè ad ognuna la libertà di allargare le tipologie di discriminazione in base alle diverse problematiche presenti nei vari paesi. In Scozia, ad esempio, la questione riguardava da sempre l’ambito religioso, diviso in presbiteriani, cattolici ed anglicani. In Italia il problema interessava la divisione interna e l’aggressione ideologico-territoriale verso i meridionali, ma de facto contro i napoletani. La FIGC si adeguò, credendo di essere in grado di vincere un’antica battaglia culturale. L’insulto alla dignità umana, non potendo (volendo) la FIGC considerarlo “razziale”, fu rubricato come “discriminazione per origine territoriale”. L’Articolo 11 del Codice di Giustizia Sportiva fu adeguato alla nuova normativa UEFA con un inasprimento delle sanzioni in materia di razzismo. Gli ispettori federali furono chiamati a non tapparsi più le orecchie per far scattare la tagliola della chiusura dei settori.
Dopo le prime sanzioni e le forti proteste delle società, incapaci di svincolarsi dal ricatto dei tifosi, fu ben presto scardinata la certezza della punizione dall’intervento di Galliani. Risultato: modifica all’applicazione della norma e introduzione da parte del Consiglio Federale della ‘sospensione condizionale’, una sorta di ammonizione per le società, le cui pene sarebbero state congelate per un anno solare e applicate in modo cumulativo solo nel caso in cui i loro supporters, nel periodo interessato, si fossero resi responsabili di una seconda violazione. L’intento era quello di ridurre il rischio di chiusura parziale degli stadi, col subdolo presupposto che il Napoli sarebbe stato ospitato solo una volta l’anno da ciascuna società, ignorando però che la maleducazione dei tifosi più accesi si sarebbe manifestata anche in partite senza i partenopei di scena. Per rendere ancora più incerta l’applicazione della sanzione fu stabilito che il giudice sportivo, in caso di presenza del fenomeno, avrebbe dovuto valutarne l’entità e la capacità di raggiungere l’offeso. E su quali parametri? Tutto in modo discrezionale e soggettivo, quindi non verificabile e influenzabile da pressioni esterne. Infine, con l’elezione di Tavecchio al posto di Abete, la totale marcia indietro per conformarsi alle altre federazioni europee e “per evitare di sottoporre i club italiani a sanzioni superiori al resto dell’Europa”, come se dappertutto esistesse un problema interno come quello italiano e come se non fosse stata l’UEFA e chiedere severità, la stessa UEFA che ha squalificato Tavecchio per dichiarazioni di stampo razzista.

Andrea Agnelli e il campanilismo di cultura

Angelo Forgione Le manovre estive di Carlo Tavecchio per il declassamento della ‘discriminazione territoriale’, di esecuzione più che di concetto, hanno sortito il risultato sperato. Che idea ci si sarebbe fatta all’estero dell’Italia alla vista delle curve della Serie A sbarrate e vuote per razzismo, dopo le polemiche per le frasi sul fantomatico Opti Pobà? Dunque, niente sanzioni dure, niente dibattiti televisivi, niente indignazione. L’attenzione è calata e le polemiche, sopite, non sono più in grado di sensibilizzare. Tutto come qualche anno fa. E Andrea Agnelli a lamentarsi di Tavecchio così come pure delle multe, sostenendo un presunto campanilismo italiano di buon costume:

«Mi dà fastidio che molte delle sanzioni applicate siano legate alla discriminazione territoriale che punisce a mo’ di razzismo il campanilismo, che invece fa parte della nostra cultura e non è razzismo. Vanno colpiti i “buuu”, gli altri cori sono nostre peculiarità.»

Il presidente bianconero non ci sta neanche a pagare il conto. Per lui il campanilismo è un valore peculiare, e tale ritiene ciò che invece è a tutti gli effetti razzismo interno. Questo ha fatto intendere nel corso di un incontro alla Triennale di Milano, in cui ha pure commentato le famose frasi razziste di Tavecchio:

«L’Italia ha un senso etico molto basso e gli scivoloni non creano particolare sorpresa.»

Detto da chi nasconde il malcostume e valorizza il campanilismo, e da chi ha anche concesso il perdono a Luciano Moggi. Non una novità, nonostante il clamore sollevato solo ora, perché Andrea Agnelli aveva già “assolto” l’ex dirigente ben quattro anni fa, con buona pace di John Elkann. Accadde il 27 ottobre 2010, appena insediatosi alla guida della Juventus, durante un’assemblea degli azionisti al centro congressi del Lingotto (guarda il video), quando rispose a un socio che gli chiese come la società avrebbe valutato un’eventuale richiesta di collaborazione da parte di Moggi:

«Io ho già ribadito la mia stima per Luciano Moggi, l’ho fatto di persona e lui lo sa perfettamente [applausi dei azionisti], e anche in maniera pubblica, per il lavoro svolto da noi ma anche in tutte le società in cui ha lavorato prima. Questa stima non verrà mai meno…»

Territorio italiano disastrato? Perché cancellati gli insegnamenti borbonici.

Angelo Forgione L’ennesima alluvione a Genova ha creato di nuovo distruzione e lutto, per la seconda volta nell’arco di tre anni. Al di là degli sconvolgimenti climatici ormai irreversibili, le cause sono note e raccontano di una delle tante emergenze del territorio italiano, in cui le conseguenze delle calamità naturali producano sempre più danni. Corsi d’acqua ingovernabili, pareti montuose ad alta possibilità di frana, rischio sismico ignorato dal metodo edilizio… lo stato d’allerta ha ormai da tempo superato la soglia dell’imponderabilità. Oggi Genova è di nuovo in ginocchio e rivoltata come un calzino, e nel frattempo abbiamo dovuto assistere al disastro sismico in Emilia. E ritorna in testa la famosa frase di Paolo Villaggio, che tre anni fa tuonò contro la “cultura sudista meridionale borbonica, piaga di tutta l’Italia”, che, al contrario, insegnò a governare il territorio e a limitare gli effetti catastrofici della natura. Se i canali di scolo non fossero stati cementificati e si fosse costruito utilizzando il legno in muratura, così come ci insegnarono i Borbone, non saremmo arrivati a questo. Ribadire con i videoclip quanto ho scritto con maggiore approfondimento in Made in Naples consolida il messaggio, soprattutto se dopo la pubblicazione del lavoro ci hanno pensato scienziati e ricercatori a rafforzarne la veridicità, sconfessando la cultura storica tradizionale e tutti coloro che accusano di nostalgie chi indaga nella storia con serietà. Il passato, invece, può insegnarci a magliorare le conoscenze e la società futura. Vi siete mai chiesti, ad esempio, perché nelle università italiane di ingegneria non si insegna a progettare in legno, col risultato che nelle zone ad alto rischio sismico si costruisce con solo cemento armato, spesso di scarsa qualità?

LAZIO-NAPOLI, ANCORA CORI RAZZISTI ALL’OLIMPICO DI ROMA

COMUNICATO STAMPA
ANCORA CORI RAZZISTI ALL’OLIMPICO DI ROMA
 

Anche in occasione del match Lazio-Napoli del 14 Novembre 2010 si è potuto chiaramente ascoltare più volte il coro razzista “VESUVIO, LAVALI COL FUOCO” proveniente dai settori occupati dai tifosi laziali all’indirizzo dei Napoletani presenti alla stadio, oltre che ai giocatori della squadra partenopea.

Nonostante ciò, il direttore di gara Sig. Bergonzi non ha ravvisato gli estremi per la sospensione temporanea della gara. E ancora una volta, il Capitano del Napoli, nella fattispecie Paolo Cannavaro, a cui spetta il compito di richiedere all’arbitro la sospensione della gara in simili situazioni, ha perso un’altra opportunità per sottolineare questa vergognosa manifestazione di sottocultura di campanile tutta italiana e cominciare ad arginarla.

È dunque il caso di ricordare cosa riporta la nuova norma della F.I.G.C. che regola le “Responsabilità per comportamenti Discriminatori”, introdotta su pressione del Ministro degli interni Maroni:

Le società sono responsabili per l’introduzione o l’esibizione negli impianti sportivi da parte dei propri sostenitori di disegni, scritte, simboli, emblemi o simili, recanti espressioni di discriminazione. Esse sono altresì responsabili per cori, grida e ogni altra manifestazione espressiva di discriminazione che comporti offesa, denigrazione, incitamento all’odio o insulto per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine territoriale o etnica, ovvero configuri propaganda ideologica vietata dalla legge o comunque inneggiante a comportamenti discriminatori.
In caso di manifestazioni e cori razzisti, l’arbitro ha la facoltà di sospendere temporaneamente la partita in corso e, nel caso di atteggiamento razzista prolungato, anche la discrezione di fischiare la conclusione anticipata della gara.

È inconfutabilmente denigrazione l’invocazione al Vesuvio, e quindi ad una catastrofe naturale, come risolutore dei problemi di pulizia (etnica e non igienica) della comunità Napoletana.
Analogo  discorso per il datato ma sempre di moda “senti che puzza… voi col sapone non vi siete mai lavati…”

Dunque, la domanda è: siamo di fronte a delle regole serie o ad una pantomima per difendere i giocatori di colore dell’Inter (Balotelli prima ed Eto’o poi)? Ricordiamo che furono proprio Moratti e l’allora allenatore dell’Inter Mancini a definire semplici sfottò i cori e gli striscioni razzisti riservati ai Napoletani durante il match Inter-Napoli del 7 Ottobre 2007.

La stessa UEFA ha avviato una lotta decisa al razzismo negli stadi sponsorizzando più volte la FARE, “Football Against Racism in Europe”, il cui slogan è: Ignorare il razzismo significa accettare il razzismo – prendete posizione.

Si ribadisce ancora una volta l’invito al Capitano del Napoli affinché prenda posizione e non ignori il razzismo verso la sua stessa comunità.

Dall’inizio della stagione abbiamo già dovuto subire vero e proprio razzismo a Cesena, Brescia, Liverpool, Cagliari e Roma. Ora basta!

Angelo Forgione
Movimento V.A.N.T.O.